anno I n°.1  marzo 2007                                                                        

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copertina: Claudio Cangini

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Gocce di Storia            

 

di Gaetano "Ninì" Cafiero

Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.

I miei carissimi giapponesi

Tutto cominciò…. Be’ veramente con queste due precise parole comincia il mio libro Vita da sub, prima edizione della SEI di Torino nel novembre del 1977, giusto  trent’anni fa. Vi si racconta di come l’immersione libera, sportiva, ricreativa, la subacquea insomma, fosse nata a Napoli nel 1932 in seguito all’incontro tra il professore di scienze Luigi Miraglia (che lavorava per la Stazione Zoologica Anton Dohrn (l’Acquario) e tre sakanachuki (infilzatori di pesci) giunti nel Golfo dalla loro remota isola di Okinawa.

A essere proprio precisi, di questo singolare quartetto di protopionieri avevo scritto sedici anni prima, sul fascicolo di giugno del 1961 di Mondo sommerso. Grazie a Pasquale Ripa, padre di Claudio, avevo rintracciato il prof. Miraglia in Paraguay, lui mi aveva scritto un lunga lettera raccontandomi la sua storia e io ne avevo tratto l’articolo. Quando poi avevo messo mano al libro, avevo svolto ulteriori ricerche, innanzi tutto rivolgendomi all’ambasciata del Giappone a Roma, ma avevo appurato ben poco di più rispetto a quel che mi aveva raccontato Miraglia.

Questi aveva riferito della propria esperienza con i sakanachuki giapponesi in un breve saggio di una sessantina di pagine apparso nel “Bollettino di Pesca, di Piscicoltura e di Idrobiologia” redatto a cura del Laboratorio Centrale di Idrobiologia Applicata, fascicolo 3, anno XI, marzo-aprile 1935. Il prezioso libretto era stato rintracciato da Alessandro Olschki nella Biblioteca Nazionale di Firenze e ripubblicato nel 2005 – settant’anni dopo! – dalla Editoriale Olimpia per iniziativa della Historical Diving Society Italia.

Ancora Faustolo Rambelli, bibliofilo e grande topo di biblioteca, scopre un bel dì, in un mercatino di Parma, una copia della “Domenica del Corriere” Anno XXXIV – N. 25, 5 giugno 1932. E che ci trova? Un articolo intitolato Pescatori eccezionali: Il giapponese che trafigge i pesci sott’acqua. Reca la firma del giornalista Giuseppe Rossi ed è basato su un’intervista con Agarije Tokumori, uno dei sakanachuki di Miraglia. Leggiamolo:

 

“Forio, la bella cittadina dell’Isola d’Ischia, tra il Capo Imperatore e  il massiccio del Caruso, ha una popolazione prevalentemente composta di agricoltori e di marinai, che, per emigrazione o navigazione, conoscono un poco tutte le vie del mondo; e non si meravigliano, di nulla. Ma quando, per la prima volta, videro sulle scoglie­re del molo tre misteriosi giapponesi, forse piovuti dal cielo, che si van­tavano pescatori, e mostravano come unici arnesi del loro mestiere uno spie­do acuminato, una canna di bambù e un piccolo graffio, nonché un grosso­lano paio di occhiali, credettero di avere a che fare con dei poveri pazzi. Viceversa Agarije Tokumori, il più . esperto dei tre, dette subito la prova strabiliante della sua misteriosa virtù tuffandosi in mare armato di quei po­chi e semplici arnesi, e tornandone poco dopo abbracciato a un grosso dentice.

 

Ecco perché i foriani in genere, e gli stessi pescatori del luogo, seguono d’allora attentamente l’attività di que­sti indiavolati giapponesi, senza che siano riusciti a sorprendere il segreto della loro virtù taumaturgica.

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Segreti virtuosismi

Agarije Tokumori, specialmente, fa trasecolare i pescatori locali per le pro­ve quotidiane della sua meravigliosa abilità, che lo fa additare come una specie di uomo-pesce. Armato semplicemente d’un paio di occhiali e d’uno spiedo, il Tokumori si tuffa in mare e vi resiste lungamente, per quasi due minuti primi, affronta col suo spiedo dei grossi pesci e, novanta volte su cento, ne ha ragione, e torna su con le spoglie del nemico trafitto dalla sua lancia. Qualche volta egli aggredisce il pesce nella sua tana; benché ferito, il pesce vi si ripara;. e allora interviene il graffio a tirarlo fuori infallibilmente se pur bisognasse una seconda immersio­ne del pescatore.

Oltre la straordinaria resistenza sott’acqua, questi pescatori giapponesi sono evidentemente dotati di una speciale arte di nuoto che può raggiun­gere una velocità straordinaria. Un giorno essi si sono cimentati alla corsa in mare con un «gozzo a a sei remi» (sei robusti giovami pescatori foriani) e ne hanno avuto ragione.

Essi sono pure esperti in una sorta di nuoto, dirò così, avvolgente, una specie di crawl; e posseggono, nel nuotare, una quantità di segreti virtuosi­smi che permettono loro di andare sott’acqua in ogni direzione, in profondità come in lontananza, e sempre con 1° massima velocità. Si appostano poco lungi dalle coste più a picco, lungo le banchine e le scogliere, volgendo in­torno l’occhio abituato a perlustrare le profondità marine per sorprenderne ogni lampeggiamento rivelatore. E appena i loro occhi ipersensibili avvistano la preda, con un movimento del tutto caratteristico, consistente in una specie di colpo di testa in avanti e in un ripiegamento sincrono di tutto il corpo, incominciano a sommergersi velo­cissimi. Il curioso è che l’immersione si effettua in senso completamente ver­ticale, con i piedi rivolti verso il fondo del mare.

Allora la lotta, il duello tra l’uomo e il pesce è ingaggiata; ma alla superficie delle acque non si vede che un affiorare incessante di bollicine e un vago biancheggiare subacqueo là dove l’uomo si è immerso.

Il momento è supremamente emozionante per gli spettatori che li seguono più da vicino in battelli da passeggio o barche pescherecce. Il cronografo registra 1’54”. Alla superficie dell’acqua si disegna una cima, uno spessore ; e poco dopo si vede affiorare Agarije col suo sorriso vittorioso, tenendo abbrancato un grasso pesce.

L’emozionante duello

Un giornalista spagnolo, che ha vo­luto seguire, in uno scafandro di palombaro, un tuffo di Tokumori, così ha descritto l’avventura:

«Attraverso l’occhio cristallino dello scafandro vedo passare un’ombra rapida. La chiglia d’una barca?... Agarije Tokumori sta volando, volando ! - tale è l’impressione - in giri concentrici sopra il mio scafandro. Seguo perfettamente la scena: Agarije avanza rapido, in un’attitudine piena di grazia e di bellezza. A pochi passi da lui brilla la sagoma argentea di un pesce in fuga. Egli lo incalza -e lo accosta impugnando nella destra l’affilata lancia. Cosa prodigiosa! Agarije evoluziona ancora per qualche secondo e repentinamente tira il colpo. Zà! Il pesce, colpito in pieno, si dibatte un po’, e una fiorita di piccole bolle rosse e bianche s’irradia lentamente dalla punita luccícante della lancia, che ha attraversato il corpo del pesce....»

Ho voluto interrogare Agarije Tokumori sulla sua vita; ed ecco quanto egli mi ha raccontato:

"Sono. nato a Naja, provincia di Okinava, trent’anni or sono. Ma ben poco sono restato nella mia patria. Giovanissimo m’imbarcai su un brigantino che trasportava carbone su tutte le rotte del Pacifico. Dopo entrai nella Compagnia giapponese dei pescatori di perle. Assunto in questo. lavoro, restai per sei anni in Australia.

- Come si effettuava la pesca delle perle?

"Con le maggiori garanzie; facendo uso di apposito scafandro, nel quale, da principio, restavo solamente un’ora, lavorando a circa trenta metri di profondità; ma successivamente, a furia d’allenamento, potetti scendere fino a cinquanta metri, resistendovi per tre ore, malgrado l’enorme pressione e le formidabili correnti da combattere.

 

Nelle selve sottomarine

 

- Quali sono i maggiori pericoli cui sono esposti i pescatori di perle?

"Il maggiore pericolo è rappresentato dalle tridacne: un enorme mollusco con valve della lunghezza di due o tre metri. Questi mostri pigliano il colore del fondo o delle rocce del mare a cui aderiscono. Appena sono toccati dalle piote del palombaro gli lanciano contro le valve. Allora non v’è alcun rimedio umano che possa far loro abbandonare la preda. Il povero pescatore di perle perisce miseramente schiacciato e assorbito dalle valve di queste gigantesche conchiglie, vere trappole viventi delle selve sottomarine!

 

- Non è stato mai assalito da pescecani o da altri squali più feroci?

"Veramente, no; per quanto abbia sempre vivamente desiderato di imbattermi in uno di tali mostri; mi sarei difeso a colpi di coltello e d’ascia... Ma io ha sempre avuto un desiderio irresistibile di viaggiare. Ho lasciato il Giappone per poter conoscere tutte le vie del mondo. Sei anni di lavoro come pescatore di perle mi permisero di conoscere l’Australia palmo per palmo. Dopo abbandonai questo lavora e per­corsi tutta l’India, Giava, Singapore, Sumatra... Mi guadagnavo la vita cacciando i pesci con la lancia. Mi sono addestrato a questo lavoro in Australia e nel Giappone, si tratta  d’altra parte di un lavoro non molto difficile: si nuota nell’acqua con gli occhi protetti dagli occhiali, si avvista il pesce, lo si raggiunge e lo si trafigge con un colpo di lancia. Quando questo non si può ottenere, s’insegue il pesce fin o nella tana e, dopo di averlo trafitto, lo si tira fuori con il gancio. È un lavoro, come vede, semplice; senza complicazioni di sorta, e...senza trappole!"

Ma chi vede Agariiè Tokumori tuffarsi come una freccia nelle onde, con la sottile e acuta sua lancia, non può fare a meno di pensare a qualche cosa di prodigioso.»

Ora commentiamolo. Anzi, facciamo una cosa. Facciamo un concorso. Senza premi. Un concorso che non si vince nulla. Aperto a tutti i naviganti che sono incappati  in questa rete distesa sott’acqua. Ci dicano la loro idea. Sulla Tridacna, per esempio, ferocissimo mollusco bivalve; o sulla possibilità di difendersi dagli squali “a colpi di coltello e d’ascia"...

ninicafiero@sottacqua.info

 

 

Andrea Ghisotti

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