anno I n°. 8 ottobre 2007                                                                       

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Psicologia           

a cura del dott. Massimo Tassan Solet

Mi fa piacere riprendere questa rubrica dopo la pausa estiva cercando di rispondere ad un quesito, propostomi da un conoscente, sull’età più idonea per far avvicinare il figlio all’attività subacquea. Mi fa piacere perché io lavoro molto con bambini e adolescenti e mi sento quindi di “giocare in casa”, ma soprattutto perché mi riporta indietro nel tempo.. ritorno a più di venti anni fa quando agli inizi della mia carriera di allenatore mi trovavo spesso a confrontarmi con tematiche simili. Ma i ricordi tornano ancora più indietro a me ragazzino e al fastidio di sopportare attese, limitazioni quando io mi sentivo ben pronto per qualche avventura.

Certo che però è anche un argomento spinoso dato che non sono possibili demarcazioni chiare, oltretutto la maturazione fisica e psicologica in età evolutiva ha una variabilità spesso vistosa e quindi le generalizzazioni prestano facilmente il fianco.

Ci sono delle attività motorie (preferisco chiamarle così quando riguardano bambini ancora molto piccoli) che vengono cominciate molto presto, vuoi perché consigliate da specialisti a fini correttivi o preventivi, vuoi per pressioni culturali o mode del momento.

Alcune di queste attività si trasformano molto precocemente in attività sportive e agonistiche sfruttando potenzialità che il corpo umano sviluppa maggiormente in giovane età. Mi riferisco alla ginnastica in particolar modo per le bambine e al nuoto. Penso che situazioni del genere possano portare seri rischi ad un armonico sviluppo della personalità poiché stimolano una iper adattabilità e una pseudo crescita che se al momento sembrano segno di maturità e determinazione (in una visione adultomorfa del bambino) , in seguito potranno mostrare la fragilità che ne sottostà come una splendida casa con fondamenta possenti che poggiano sulla sabbia, non è detto che cedano, forse in un terreno particolarmente stabile con un clima poco piovoso e senza forte raffiche di vento non ci si accorgerà di nulla… ma nelle vita scossoni temporali e folate di vento ne incontriamo spesso…

Quindi sarebbe opportuno rispettare le tappe maturative di ogni persona.

Non è un caso che si vada a scuola tra i 5 e i 6 anni che ci sia un cambio intorno agli 11 e un passaggio intorno ai 14anni con arrivo alla maggiore età intorno ai 18.

Questo dipende dalle tappe del nostro sviluppo mentale ed emotivo.

Se avete occasione guardate un gruppo di bambini di 6, 8 anni giocare a calcio o a basket; li vedrete correre tutti dietro la palla per prenderla frustrando così i loro allenatori che gli avevano poco prima spiegato come muoversi. Non è cattiva volontà è che a quella età si ha un tipo di pensiero che non permette l’accesso a ipotesi possibilità ecc. allora e inutile spiegare che se si fa cosi c’è la possibilità che avvenga questo o quello.. il pensiero dei bambini di quell’età è un pensiero coniugato al presente indicativo. E’ la formula del gioco! E difatti a questa età è la parte ludica a dover quasi totalmente prevalere.

L’altra componente dello sport è l’agonismo. Insieme al gioco danno vita ad una bevanda molto gradevole. Possono variare le dosi dell’una o dell’altra (da piccoli molto gioco e via via più agonismo e regole) ma è opportuna la presenza di entrambi.

Ma l’attività subacquea non è solo un’attività sportiva. Ne richiede certo la preparazione la competenza e la tecnica, ma è qualche cosa di più articolato.

Mette in gioco aspetti legati alla propria e altrui sicurezza, alla curiosità e al piacere della scoperta, ad esperienze profonde e spesso non descrivibili. Per questo richiede una preparazione adeguata una certa capacità di prevedere il risultato delle proprie azioni, l’assunzione di una certa quota di responsabilità individuale e sociale.

Allora dividerei in due la risposta alla domanda iniziale che ha stimolato queste riflessioni: sin da bambini può essere opportuno stimolare una familiarità giocosa con l’acqua; da bambini più grandicelli (10/11 anni) si potrà passare ad un accompagnamento delle loro curiosità verso la scoperta del proprio corpo in acqua, ma solo in adolescenza (15/16 anni), quando lo sviluppo del pensiero ne permette uno ipotetico e deduttivo si potrà iniziare il percorso di formazione vero e proprio per approcciarsi con la giusta dotazione a questa affascinante avventura…. Non è più o meno l’età della patente del motorino?

Commento del direttore

Mi permetto di inserirmi con un breve commento nello spazio dello psicologo, amico e compagno di antiche battaglie cestistiche (e, ahimè, mancato allievo all’approccio con le grazie delle Nereidi e di Poseidone) prima che collaboratore delle mie avventure giornalistiche, di cui stimo saggezza, cultura e acume.

Ma, unico non subacqueo (volutamente, anche per riportarci un po’… con i piedi per terra), quindi “battitore libero”, come è ovvio che sia per chi non ha mai provato ad andare sotto il velo blu della superficie e, magari, ne ha anche un po’ timore, ignora de facto cosa questo significhi e comporti, quindi – come ho esordito – mi permetto di inserire anche questo mio (e non solo mio) parere sull’età dell’esordio negli abissi.

Premetto che io sognavo di scendere nel blu quando ancora non sapevo nuotare (ho imparato a stare a galla a undici anni, quindi… ma due anni dopo avevo già le bombole sulle spalle!) tra libri di Marcante e di Roghi e il bellissimo “Il Mondo del Silenzio” di Cousteau, e, avendo presente il mio forte desiderio, posso immaginare che, seppur – forse – con una minore accezione di “avventura” rispetto ad allora, sensazioni simili le provino anche i dieci-dodicenni attuali che sognino maschera, pinne ed erogatore.

Oggi, sul piano scientifico, si sa molto di più di quanto non si conoscesse allora, per cui si sa che episodi che accadevano allora di genitori (siamo ancora dalle parti del pionierismo, o quasi) che portavano a sette, otto anni i figli a quaranta metri di profondità è non solo meglio, ma tassativo che non si ripetano più per faccende mediche che riguardano il corretto sviluppo del bambino sul piano fisico e che è meglio che tratti un medico e non l’asinaccio che è il sottoscritto.

Però... I “però” sono diversi, cercherò di essere succinto e sintetico (ahimè doti che non posseggo) enumerandone alcuni: prima di tutto l’approccio all’acqua e alla libertà (vigilata) di esplorarne le  - limitate – profondità mi sembra sia offribile già dai primi mesi di vita (in strutture ovviamente adeguate, con i genitori, ecc…) per non far perdere all’infante quel meraviglioso, miracoloso istinto che, mutuato, forse, dai mesi trascorsi ammollo nel pancione di mammà, ci permette di stare nell’acqua con doti anfibie che, se non coltiviamo, siamo irrimediabilmente indotti a perdere dopo pochi anni, ancora nella piena infanzia, e riconquistarli non è mai facile.

Per restare nel campo prettamente psicologico, anche se non posseggo i titoli accademici derivati da studi approfonditi sull’argomento, mi limito a considerare la mia storia personale: io ho avuto la fortuna di iniziare la mia avventura subacquea ad un’età nella quale, a parte i pochi fortunati che vivevano al mare, un bimbo di città era costretto a dedicarsi a tutt’altro. Devo dire, avvertendolo su me stesso, che la formazione subacquea che ho ricevuto (seria e, perché no, abbastanza duretta…), l’autocontrollo che ho imparato a sviluppare come un gioco, mi è servito enormemente negli anni a seguire: conoscendo gli enormi difetti che mi fanno da bagaglio ho la netta percezione che l’educazione – e, si badi bene! di “educazione” parlo… – all’immersione, allo stare nell’acqua, insomma lo sviluppo di quella che una volta veniva definita acquaticità di cui oggi ci si è dimenticati quasi totalmente (del significato e di come raggiungerla, non della parola…) è stato fondamentale nella mia evoluzione verso la figura di uomo – più o meno – maturo.

Sono senz’altro d’accordo che un preadolescente ed un adolescente è tassativo che vengano curati, indirizzati, EDUCATI, ma credo, sempre per esperienze personali, non solo su me stesso, credo che per l’evoluzione equilibrata e il passaggio da bambino a uomo, l’utilizzo di questa vera e propria immersione nella natura sia non solo auspicabile, ma lo inserirei nei programmi della scuola dell’obbligo.

Perché andar sott’acqua ti insegna che non sei un superuomo. Perché andar sott’acqua ti insegna il rispetto verso le forze della natura, verso altri esseri che sono solo un po’ diversi da te ma respirano e provano emozioni – a modo loro – anch’essi. Perché andar sott’acqua ti può essere grande scuola di vita e di gestione delle tue emozioni, e a quell’età si può ancora assorbire, prima che imparare a dominare.

Ogni tanto me ne vengo fuori con una frase che è, ovviamente, un paradosso, un’esagerazione ma nel cui significato realmente io credo: se tutto il mondo andasse sott’acqua (ovviamente nel modo migliore!) il mondo sarebbe più buono.

Sono andato ben oltre i limiti che mi ero immaginati, concludo solo dicendo a Massimo (papà di una splendida bimba che ha circa un venticinquesimo dei miei – e suoi – anni: lascia che Ilaria si avvicini all’acqua con confidenza e senza timori, da subito, non come una costrizione o un obbligo (ma i bimbi respirano i nostri timori), ma come un gioco, anche perché andar sott’acqua NON è uno sport, almeno come semplice subacqueo che passeggia per i fondali senza tentare record di nessun tipo, così come che passeggia per corso Buenos Aires a Milano o su una mulattiera a Poscante (BG) non sta praticando uno sport, sta stabilendo un semplice, naturale e auspicabile contatto con la propria fisicità e con l’ambiente esterno (meglio la mulattiera che Milano…), manifestazioni che la nostra società (mi rifiuto di chiamarla “civiltà”!) sempre più inurbata e sempre più lontana dalle nostre origini animalesche sta perdendo con un processo sempre più irreversibile…

 

massimotassan@sottacqua.info

 

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