a cura del dott. Massimo Tassan Solet
Mi
fa piacere riprendere questa rubrica dopo la pausa estiva cercando di
rispondere ad un quesito, propostomi da un conoscente, sull’età più
idonea per far avvicinare il figlio all’attività subacquea. Mi fa
piacere perché io lavoro molto con bambini e adolescenti e mi sento
quindi di “giocare in casa”, ma soprattutto perché mi riporta indietro
nel tempo.. ritorno a più di venti anni fa quando agli inizi della mia
carriera di allenatore mi trovavo spesso a confrontarmi con tematiche
simili. Ma i ricordi tornano ancora più indietro a me ragazzino e al
fastidio di sopportare attese, limitazioni quando io mi sentivo ben
pronto per qualche avventura.
Certo che però è anche un argomento spinoso dato che non sono possibili
demarcazioni chiare, oltretutto la maturazione fisica e psicologica in età
evolutiva ha una variabilità spesso vistosa e quindi le generalizzazioni
prestano facilmente il fianco.
Ci
sono delle attività motorie (preferisco chiamarle così quando riguardano
bambini ancora molto piccoli) che vengono cominciate molto presto, vuoi
perché consigliate da specialisti a fini correttivi o preventivi, vuoi per
pressioni culturali o mode del momento.
Alcune di queste attività si trasformano molto precocemente in attività
sportive e agonistiche sfruttando potenzialità che il corpo umano sviluppa
maggiormente in giovane età. Mi riferisco alla ginnastica in particolar
modo per le bambine e al nuoto. Penso che situazioni del genere possano
portare seri rischi ad un armonico sviluppo della personalità poiché
stimolano una iper adattabilità e una pseudo crescita che se al momento
sembrano segno di maturità e determinazione (in una visione adultomorfa
del bambino) , in seguito potranno mostrare la fragilità che ne sottostà
come una splendida casa con fondamenta possenti che poggiano sulla sabbia,
non è detto che cedano, forse in un terreno particolarmente stabile con un
clima poco piovoso e senza forte raffiche di vento non ci si accorgerà di
nulla… ma nelle vita scossoni temporali e folate di vento ne incontriamo
spesso…
Quindi sarebbe opportuno rispettare le tappe maturative di ogni persona.
Non
è un caso che si vada a scuola tra i 5 e i 6 anni che ci sia un cambio
intorno agli 11 e un passaggio intorno ai 14anni con arrivo alla maggiore
età intorno ai 18.
Questo dipende dalle tappe del nostro sviluppo mentale ed emotivo.
Se
avete occasione guardate un gruppo di bambini di 6, 8 anni giocare a
calcio o a basket; li vedrete correre tutti dietro la palla per prenderla
frustrando così i loro allenatori che gli avevano poco prima spiegato come
muoversi. Non è cattiva volontà è che a quella età si ha un tipo di
pensiero che non permette l’accesso a ipotesi possibilità ecc. allora e
inutile spiegare che se si fa cosi c’è la possibilità che avvenga questo o
quello.. il pensiero dei bambini di quell’età è un pensiero coniugato al
presente indicativo. E’ la formula del gioco! E difatti a questa età è la
parte ludica a dover quasi totalmente prevalere.
L’altra componente dello sport è l’agonismo. Insieme al gioco danno vita
ad una bevanda molto gradevole. Possono variare le dosi dell’una o
dell’altra (da piccoli molto gioco e via via più agonismo e regole) ma è
opportuna la presenza di entrambi.
Ma
l’attività subacquea non è solo un’attività sportiva. Ne richiede certo la
preparazione la competenza e la tecnica, ma è qualche cosa di più
articolato.
Mette in gioco aspetti legati alla propria e altrui sicurezza, alla
curiosità e al piacere della scoperta, ad esperienze profonde e spesso non
descrivibili. Per questo richiede una preparazione adeguata una certa
capacità di prevedere il risultato delle proprie azioni, l’assunzione di
una certa quota di responsabilità individuale e sociale.
Allora dividerei in due la risposta alla domanda iniziale che ha stimolato
queste riflessioni: sin da bambini può essere opportuno stimolare una
familiarità giocosa con l’acqua; da bambini più grandicelli (10/11 anni)
si potrà passare ad un accompagnamento delle loro curiosità verso la
scoperta del proprio corpo in acqua, ma solo in adolescenza (15/16 anni),
quando lo sviluppo del pensiero ne permette uno ipotetico e deduttivo si
potrà iniziare il percorso di formazione vero e proprio per approcciarsi
con la giusta dotazione a questa affascinante avventura…. Non è più o meno
l’età della patente del motorino?
Commento del direttore
Mi
permetto di inserirmi con un breve commento nello spazio dello psicologo,
amico e compagno di antiche battaglie cestistiche (e, ahimè, mancato
allievo all’approccio con le grazie delle Nereidi e di Poseidone) prima
che collaboratore delle mie avventure giornalistiche, di cui stimo
saggezza, cultura e acume.
Ma, unico non subacqueo (volutamente, anche per riportarci un po’… con i
piedi per terra), quindi “battitore libero”, come è ovvio che sia per chi
non ha mai provato ad andare sotto il velo blu della superficie e, magari,
ne ha anche un po’ timore, ignora de facto cosa questo significhi e
comporti, quindi – come ho esordito – mi permetto di inserire anche questo
mio (e non solo mio) parere sull’età dell’esordio negli abissi.
Premetto che io sognavo di scendere nel blu quando ancora non sapevo
nuotare (ho imparato a stare a galla a undici anni, quindi… ma due anni
dopo avevo già le bombole sulle spalle!) tra libri di Marcante e di Roghi
e il bellissimo “Il Mondo del Silenzio” di Cousteau, e, avendo presente il
mio forte desiderio, posso immaginare che, seppur – forse – con una minore
accezione di “avventura” rispetto ad allora, sensazioni simili le provino
anche i dieci-dodicenni attuali che sognino maschera, pinne ed erogatore.
Oggi, sul piano scientifico, si sa molto di più di quanto non si
conoscesse allora, per cui si sa che episodi che accadevano allora di
genitori (siamo ancora dalle parti del pionierismo, o quasi) che portavano
a sette, otto anni i figli a quaranta metri di profondità è non solo
meglio, ma tassativo che non si ripetano più per faccende mediche che
riguardano il corretto sviluppo del bambino sul piano fisico e che è
meglio che tratti un medico e non l’asinaccio che è il sottoscritto.
Però... I “però” sono diversi, cercherò di essere succinto e sintetico
(ahimè doti che non posseggo) enumerandone alcuni: prima di tutto
l’approccio all’acqua e alla libertà (vigilata) di esplorarne le -
limitate – profondità mi sembra sia offribile già dai primi mesi di vita
(in strutture ovviamente adeguate, con i genitori, ecc…) per non far
perdere all’infante quel meraviglioso, miracoloso istinto che, mutuato,
forse, dai mesi trascorsi ammollo nel pancione di mammà, ci permette di
stare nell’acqua con doti anfibie che, se non coltiviamo, siamo
irrimediabilmente indotti a perdere dopo pochi anni, ancora nella piena
infanzia, e riconquistarli non è mai facile.
Per restare nel campo prettamente psicologico, anche se non posseggo i
titoli accademici derivati da studi approfonditi sull’argomento, mi limito
a considerare la mia storia personale: io ho avuto la fortuna di iniziare
la mia avventura subacquea ad un’età nella quale, a parte i pochi
fortunati che vivevano al mare, un bimbo di città era costretto a
dedicarsi a tutt’altro. Devo dire, avvertendolo su me stesso, che la
formazione subacquea che ho ricevuto (seria e, perché no, abbastanza
duretta…), l’autocontrollo che ho imparato a sviluppare come un gioco, mi
è servito enormemente negli anni a seguire: conoscendo gli enormi difetti
che mi fanno da bagaglio ho la netta percezione che l’educazione – e, si
badi bene! di “educazione” parlo… – all’immersione, allo stare nell’acqua,
insomma lo sviluppo di quella che una volta veniva definita acquaticità di
cui oggi ci si è dimenticati quasi totalmente (del significato e di come
raggiungerla, non della parola…) è stato fondamentale nella mia evoluzione
verso la figura di uomo – più o meno – maturo.
Sono senz’altro d’accordo che un preadolescente ed un adolescente è
tassativo che vengano curati, indirizzati, EDUCATI, ma credo, sempre per
esperienze personali, non solo su me stesso, credo che per l’evoluzione
equilibrata e il passaggio da bambino a uomo, l’utilizzo di questa vera e
propria immersione nella natura sia non solo auspicabile, ma lo inserirei
nei programmi della scuola dell’obbligo.
Perché andar sott’acqua ti insegna che non sei un superuomo. Perché andar
sott’acqua ti insegna il rispetto verso le forze della natura, verso altri
esseri che sono solo un po’ diversi da te ma respirano e provano emozioni
– a modo loro – anch’essi. Perché andar sott’acqua ti può essere grande
scuola di vita e di gestione delle tue emozioni, e a quell’età si può
ancora assorbire, prima che imparare a dominare.
Ogni tanto me ne vengo fuori con una frase che è, ovviamente, un
paradosso, un’esagerazione ma nel cui significato realmente io credo: se
tutto il mondo andasse sott’acqua (ovviamente nel modo migliore!) il mondo
sarebbe più buono.
Sono andato ben oltre i limiti che mi ero immaginati, concludo solo
dicendo a Massimo (papà di una splendida bimba che ha circa un
venticinquesimo dei miei – e suoi – anni: lascia che Ilaria si avvicini
all’acqua con confidenza e senza timori, da subito, non come una
costrizione o un obbligo (ma i bimbi respirano i nostri timori), ma come
un gioco, anche perché andar sott’acqua NON è uno sport, almeno come
semplice subacqueo che passeggia per i fondali senza tentare record di
nessun tipo, così come che passeggia per corso Buenos Aires a Milano o su
una mulattiera a Poscante (BG) non sta praticando uno sport, sta
stabilendo un semplice, naturale e auspicabile contatto con la propria
fisicità e con l’ambiente esterno (meglio la mulattiera che Milano…),
manifestazioni che la nostra società (mi rifiuto di chiamarla “civiltà”!)
sempre più inurbata e sempre più lontana dalle nostre origini animalesche
sta perdendo con un processo sempre più irreversibile…
massimotassan@sottacqua.info