anno I n°. 8 ottobre 2007                                                                       

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copertina: Adriano Penco

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Gocce di Storia            

 

di Gaetano "Ninì" Cafiero

Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.

 

SE N’È ANDATO ANCHE “MARÒ”

Se n’è andato anche “Marò”. Sabato 9 giugno 2007.Un sub… tanta storia era il titolo di un suo libro del 1984. Nel mio Vita da sub (1977) ne scrissi così: «Nel 1947 nasce alla pesca subacquea (o meglio rinasce) un personaggio emblematico del nuovo mondo dei sub. Rodolfo Betti detto Marò. Anche la sua, come quella di tanti in quegli anni, è una storia di guerra, e conviene lasciargliela raccontare come la raccontò in un libro pubblicato da Nistri- Lischi.    

La storia comincia il 9 settembre 1943, «con una nave disfatta, come può esserlo una nave da guerra destinata all'autoaffondamento ». La sua nave. Il Pompeo Magno, incrociatore veloce, con le strisce nere sulla prua che attestano la resa, alla fonda un po' fuori del porto della Valletta, a Malta, dove i resti della nostra flotta si sono consegnati agli Inglesi.   

«Prigionieri sulla nostra nave, con i cannoni privi di otturatori, si rivolge la nostra attenzione alla pulizia di tutto. Le navi infatti brillano come mai è successo. Poi, ci sfoghiamo con il mare (io personalmente ci sto fisso in queste acque tiepide e azzurre) e con due racchette da tennis, in uno spazio ristretto di poppa. Solo a sera, quando la terra si punteggia di lucciole, ci prende la malinconia e vorremmo vedere la gente di laggiù.    

"Sottocapo Silurista Betti, dal Comandante”, gracchia l'altoparlante. Faccio appena in tempo a risalire dall'acqua, mettermi il camisaccio e volare a poppa, con il cuore che mi martella. Il Comandante Banfi incute soggezione a tutti e difficilmente chiama a rapporto una unità della ciurma, come il sottoscritto.

Mi fanno entrare in cabina e "lui" è lí seduto in divisa inappuntabile. Mi squadra e sorride: - Betti, tu conosci la "Davis"? - 

Penso che mi abbia visto giocare a poppa, perciò mi sfotte!

- Sì - rispondo ghignando. - È una coppa di  tennis riservata al nemico... -

Mi risponde un urlaccio e mi domanda se mi ha dato di volta il cervello!  - Dico, questa -; e mi mostra una maschera che sembra antigas attaccata ad un sacco di gomma. - La maschera Davis per immersioni! -

 

Non so cosa risposi, fatto è che dopo 24 ore mi ritrovai sotto la mia nave a stasare e rivedere tutti gli scarichi esistenti, imprigionato in questa bardatura che mi soffocava!                        

Da lí la nave sembrava enorme, minacciosa. Le eliche spaventose macine, pronte a stimolar le gesta di un novello Don Chisciotte ed era incredibile pensare che un simile mostro galleggiasse leggero. La cosa però che dava maggior noia, quasi da costituire un complesso che mi attanagliava allo stomaco, era quell'azzurro cupo senza fine, dove i raggi del sole arabescavano strani disegni luminosi... molte volte restavo addirittura senza respirare, perché non mi ero ancora assuefatto alla possibilità di farlo sott'acqua... e guardavo in basso, pensando alle piovre ed agli squali...

Se le cose fossero restate in questo modo, credo che questa sarebbe stata la prima ed anche l'ultima esperienza di subacqueo. Sennonché un giorno mi recai in barca sull'Onice e conobbi un Guardiamarina che, saputo del mio impiego, volle che lo seguissi in una battuta di pesca. Ci spostammo fin sotto la muraglia rocciosa e lí, inforcati un paio di occhiali ed imbracciata una specie di pistola a canna lunga, con due elastici quadriformi in tensione, agganciati su una freccia, lui si tuffò, lasciandomi in barca a seguirne le evoluzioni. Quattro grossi pesci finirono a pagliolo nella mezz'ora successiva, tre bianchi e lucenti ed uno nerastro e brutto, ma grosso e molto suscettibile che finì per spaccarmi mani e piedi, nel tentativo di sfilarlo dalla freccia magica!    

Quando tornò a bordo, volle che provassi in tutte le maniere e non potetti esimermi, anche se la paura mi attanagliava alla gola. Ma la paura passò ben presto! Qui non era come sotto la nave, una scogliera fatta di blocchi slavati scendeva lentamente verso il fondo di sabbia, letteralmente presa d'assalto da pesci di ogni tipo e dai colori smaglianti. Tre grossi pesci argentei (forse spigole) mi vennero vicino, ma l'arma non tuonò mai, preso com'ero dalla meraviglia di trovarmi di fronte a un mondo fantastico ed animato... vagolai per un'ora, sorvolando paesaggi di fiaba e solo i primi brividi di freddo mi richiamarono alla realtà. Dovevo avere la meraviglia dipinta in volto, perché non parlai d'altro per giorni e giorni, anche dopo che l'esperienza si era ripetuta, mi forniva ancora sensazioni nuove, abituato com'ero, a considerare il mare una superficie inerte, una strada da percorrere, un confine fisico fra due materie... e basta.    

Quante volte ripensai a quel mondo silenzioso e fiabesco? Poche, forse! Perché la necessita di sopravvivere non permetteva al pensiero di vagare nei ricordi.    

Un giorno della primavera del '47 mi trovavo sulla scogliera di Marina di Pisa, vicino alla foce dell'Arno, quando scorsi un individuo che avanzava in acqua lungo la scogliera, con tutte le caratteristiche dell'amico ufficiale di Malta.

Lo seguii fin quando non uscí dall'acqua. Aveva una grossa maschera rotonda sulla fronte, ai piedi delle strane calzature  palmate ed in mano un'arma in alluminio, formata da un  tubo con un calcio di pistola a metà. Lungo i fianchi, penzolanti da una cintura piombata, scodinzolavano un mazzo di pesci, segnati da un colpo infallibile.     

Ci rivedemmo ancora due o tre volte e quindi fui io a rompere il ghiaccio. Gli dissi che anch'io avevo già provato  questo metodo e mi offrii di aiutarlo, tanto più che la ragazza che lo seguiva sui massi (che poi sarebbe divenuta sua moglie) non poteva stargli dietro per la inaccessibilità di  alcuni tratti di diga. Non è che sembrasse entusiasta della cosa.  Mi accettò come una coincidenza, né favorevole, né noiosa. E  la cosa si ripeté. Io lo seguivo da terra, prendevo i pesci che  infilava e portavo dietro l'asciugamano; poi insieme andavamo  a vendere il pesce da "Janett" e quindi in bicicletta ci aspettavano undici chilometri di viale lungo fiume, durante i quali  il fiato si risparmiava.     

Capitò pure l'occasione per me! Nanni aveva capito la  passione che celavo e, solo quando fu giunto il momento, mi offrì il destro per la prova generale. Quando dopo quattro  anni, misi nuovamente la testa sott'acqua, mi sembrò di esserci uscito da poco. I fondali non erano gli stessi e la visibilità scadente, ma l'emozione fu la stessa: violenta ed indescrivibile!    

L'inverno del '48 lo passammo tutto a discutere le attrezzature, i costumi dei pesci e nuove tecniche. Mi stupiva la sua logica, l'osservazione acuta, il trattare teoricamente, prima  della pratica e... trovai anche lavoro, il che mi permise di  fare il primo acquisto a rate di un fucile, la maschera ed un  paio di pinne.     

L'unica stonatura, fra noi, era il mio nome. A Nanni Rodolfo non calzava. Diceva che era poetico e fuori del tempo.

Betti, poco confidenziale. Non mi chiamava mai per nome, fischiava.    

Durante una siesta al sole, dopo una memorabile pescata,  mi venne fatto di dar sfogo ai ricordi e venne fuori la faccenda della pulizia subacquea degli scarichi dei Pompeo Magno. Un paio di giorni dopo, operata una severa consultazione dei testi nautici, venne fuori con “Marò". Pensai che la  trovata non attaccasse ed invece fece effetto, tanto che inizialmente cominciai addirittura a ripudiare tale soprannome  che, in fondo, mi degradava a Mozzo, io, Sergente Silurista!»     

Ecco, questa è la storia d'un soprannome famoso, tra  i sub. Tanto famoso da aver preso il sopravvento su un regolare e onorato cognome. Vent'anni dopo il battesimo da parte di Gianfranco Nannicini, la consorte del Betti veniva  normalmente presentata come “la signora Marò”, e i figli sono Marò junior il maschio e Maroina la femmina. 

Nel risvolto di copertina dei suoi libri si legge: “Rodolfo Betti, universalmente conosciuto come Marò, è nato a Firenze il 28 giugno 1925 e dimora stabilmente a Pisa in via Tavoleria 42, casa facilmente identificabile per mute, calzari, accappatoi stesi ad asciugare da un anno all’altro.”   

Da qualche tempo si era trasferito a Marina di Pisa, in via dell’Ordine di Santo Stefano 20, ma le caratteristiche della sua casa non erano mutate.

Era istruttore federale, ma per lui l’attività subacquea era quella primigenia, delle origini, la caccia in apnea, che ha praticato fino all’ultimo. Chi ha avuto la fortuna di seguire i campionati di pesca subacquea  degli anni ’70 ricorda i memorabili “teatrini”, protagonisti Marò e Carlo Gasparri, che si davan sulla voce, si scambiavano quegli insulti pittoreschi e feroci che sono espressione tipica del campanilismo toscano, ineludibili tra un fiorentino trapiantato a Pisa e un elbano.

Da quindici anni Rodolfo Betti si portava dentro un dolore lancinante e insanabile,  dal 3 settembre 1992 quando suo figlio Marco, maggiore dell’Esercito, era stato abbattuto nei cieli di Bosnia col suo C130 disarmato. Una lapide all’isola del Giglio ricorda quel tragico evento nella vicenda terrena – meglio: subacquea – di uno dei più ineguagliabili maestri che la fortuna ci ha assegnati.

 

 

 

 

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