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Reportage - EVVIVA IL FESTIVAL! - Considerazioni e immagini Dal 34°
Festival de l'Image Sous-Marine de Antibes
di Angelo Mojetta
Giunto alla sua 34° edizione, il Festival di Antibes rimane un
appuntamento che vale la pena non perdere nel pur vasto panorama delle
iniziative sorelle che mi fanno proporre come sottotitolo del festival "La
manifestazione più imitata al mondo". E un motivo ci deve pur essere
nonostante le preoccupazioni e i timori sul suo futuro che da qualche
tempo aleggiano sulla macchina del festival.
Sostenevo che vale la pena di non perderlo, un po' perché si vedono delle
immagini e situazioni straordinarie che non sempre arriveranno poi nel
nostro Paese, tv satellitari o meno, e poi perché nella relativa
confusione della manifestazione si possono fare incontri importanti,
ritrovare vecchi amici, scambiarsi idee (e sfrecciatine più o meno
velenose) e imbastire progetti. Forse questa è l'importanza del festival,
un grande jamboree della subacquea dove il mare e noi, che ne siamo i
rappresentanti sulla Terra, abbiamo quattro giorni interi a disposizione.
Certo la parte più avvincente ed emozionante rimane quella dei concorsi,
delle premiazioni dove tutti sono nell'attesa di sentir annunciare il
proprio nome e, se va male, quello di un amico, il tutto accompagnato dai
commenti e dalle critiche che inevitabilmente ricadono sulle giurie alle
quali, come giurato in più manifestazioni, va tutta la mia solidarietà. Se
poi capita, come quest'anno, di vedere un anziano concorrente commuoversi
fino alle lacrime al momento della sua premiazione, allora devo dire che
il festival è bello anche per questo, per la componente umana e per i
sogni che tanti mettono nelle loro opere e nelle loro fatiche che
richiedono,
lo posso testimoniare, tanto lavoro, impegno anche economico
per una cosa che pochi vedranno e da cui nessuno o quasi riuscirà a
ricavare tanto da ripagare l'investimento fatto. Ma tant'è, i sub sono
fatti così!
Quanto al resto, il palmares lo vedete da soli. Quest'anno gli italiani
non hanno rimediato molto, ma i premi sono stati di prestigio. Su tutti il
duo Bortoletto che sono ormai una garanzia e soprattutto non riescono a
stancare. Che il loro segreto sia nell'abilità tecnica e nella capacità di
inventare raccontare storie? Probabilmente sì anche se ci piacerebbe
vedere un po' più di interesse da parte degli autori per quel difficile
settore che risponde al nome di diaporama e che vede sempre meno
esponenti. Speriamo che la tecnologia aiuti la nascita di giovani leve
giacché computer, videoproiettori e foto digitali consentono di fare a
meno delle batterie di proiettori con annesse centraline sempre pronte a
fare le bizze nelle occasioni importanti.
Detto tutto? Ovviamente no. Spero solo che chi era presente si ritrovi tra
le righe e che quanto non c'erano mettano in preventivo di fare un
viaggetto in quel d'Antibes per il festival 2008. Il Festival è finito,
lunga vita al Festival.

DIGRESSIONI SULLA FOTOGRAFIA
di Paolo Bastoni
Io, ad Antibes, non
c’ero. Ma è arrivato più di un uccellino a sussurrare un commento che
veniva dalla giuria: “Basta macro!”. Beh, non essendoci non posso sapere
quanto fosse perentorio questo commento, ma è sufficiente che sia stato
espresso. Prima domanda: perché fotografiamo sott’acqua? E metto anche il
sottoscritto e i professionisti in questa domanda. Perché vogliamo
riportarci a casa un ricordo di quel che abbiamo visto? Perché vogliamo
comunicare ad altri le emozioni che viviamo sott’acqua? Perché, più
semplicemente, vogliamo “fare cronaca” con le nostre immagini? Perché
cerchiamo la nostra espressione artistica attraverso le nostre immagini?
Probabilmente un po’
per tutti questi motivi, per qualcuno alcuni avranno un maggior peso che
per altri, ma le ragioni, più o meno, sono lì.
E
allora vogliamo forse comunicare al mondo che sottacqua non vediamo altro
che vacchette o flabelline grandi come bistecche? E che, comunque,
sott’acqua non c’è altro da vedere se non polipi espansi di gorgonie o di
corallo o primi e primissimi piani di scorfani, peperoncini o di altri
quieti organismi?
E quella sensazione
del blu immenso che ci circonda? E le emozioni delle ombre di un relitto?
E la linearità di una parete interrotta dall’apertura di una grotta?
Insomma, se vogliamo affascinare qualcuno perché non puntiamo di più su
quegli aspetti ambientali che, in fondo, per la maggior
parte
di noi sono davvero quelli che ci emozionano, che ci spingono a
proseguire, a sviluppare questa attività.
Certo, dal punto di
vista tecnico è più facile riportare a casa una macro correttamente
esposta e, magari, senza sospensione, una volta qualcuno mi parlò di
pellicole costose e che quindi per non buttare via immagini (e denari) si
dedicava alla macro. Altra obiezione è legata alla disponibilità di
attrezzatura, al costo – un tempo – del mitico quindicimillimetrinikonos
e, di conseguenza, con obiettivi che presupponevano un diverso impegno
economico si poteva soddisfare la voglia di fotografare sott’acqua.
Oggi
l’obiezione che riguarda il costo delle pellicole è praticamente venuta
meno, resta quella che riguarda il costo delle attrezzature ma, d’altra
parte, vedendo la diffusione delle custodie (necessaria oltretutto, in
assenza di una Nikonos digitale… per ora) e consapevole che un obiettivo
fish eye o anche uno zoom supergrandangolare non costano più di un macro,
anzi, capita che costino di meno, allora non ci dovrebbero essere più
alibi… economici.
Sarò severo in
questo commento, ma l’ipotesi che mi viene da fare su questa latitanza di
buone immagini che raccontino l’ambiente, è quella di una pigrizia mentale
e creativa: continua ad essere più semplice tenersi il
proprio
flash su staffa rispettando i parametri supercollaudati in tante
immersioni.
E, spesso, i
concorsi fotografici nostrani non rendono un buon servizio continuando a
premiare le immagini TECNICAMENTE corrette, non quelle belle, e “bello”
non significa privo di sospensione e con il soggetto perfettamente a
fuoco, “bello” significa che riesce a trasmettere un’emozione, che mostra
una ricerca originale – anche se non deve essere, questa, una conditio
sine qua non – e che, in sostanza, fa desiderare allo spettatore di
trovarsi lì, nel mezzo dell’azione fotografata.
Anni fa (forse
“secoli” fa ci sarebbe da dire) quando iniziavano a vedere la luce i primi
concorsi, ricordo che la macro era collocata in una sezione a sé stante.
Francamente non frequento molto i concorsi per cui non sono sicuro che
quanto sto per dire sia del tutto reale, ma ho la sensazione che questa
distinzione sia venuta via via scemando. Se è così perché non
ripristinarla?
Guardiamo le foto di
Antibes: impariamo l’originalità di certe inquadrature, dell’utilizzo
della luce, della scelta dei momenti, insomma, impariamo da chi ha
qualcosa da insegnare.
E
“imparare” non significa, non deve significare “guarda cosa fanno gli
altri e copialo” ma raccogliere un suggerimento per reinterpretarlo
secondo la nostra sensibilità e – perché no? – secondo le nostre
possibilità legate alla nostra attrezzatura.
Faccio il fotografo
praticamente da sempre e la mia curiosità nei confronti delle immagini
degli altri non è mai scemata: vedo certe foto, so che non realizzerò mai
quelle immagini perché fatte con uno stile non mio ma, a parte
l’apprezzare il lavoro di un collega, capita che mi vengano idee su come
usare un flash, o un obiettivo come non ho ancora fatto finora.
Dico sempre che in
Italia, tra coloro le cui immagini ho potuto vedere, sono stati due i
fotografi che hanno messo – nell’epoca in cui lavoravano – qualcosa di
più, che sono stati più innovativi e creativi: Enrico Cappelletti e
Roberto Merlo. Il secondo oggi, purtroppo, non c’è più, ma ricordiamo che
è stato forse il primo, dalle nostre parti, ad andare a fotografare i
cetacei (credo in Baja California).
Enrico
c’è ancora (per fortuna!) ma non si vedono sue immagini in giro da un bel
po’ (purtroppo!) e il suo libro sulla fotografia subacquea continuo a
considerarlo il miglior sussidio per imparare a lavorare sott’acqua con la
macchina fotografica.
Ripartiamo allora da
Antibes, o anche delle immagini subacquee che possiamo trovare su un
National Geographic e, comunque, senza voler essere esterofilo a tutti i
costi, mi sembra che fuori dai confini patrii ci sia più ricerca.
Almeno fino a quando
non mi viene tra le mani un libro come quello di Bruno Manunza, di cui
abbiamo parlato nel numero scorso, dal quale traiamo emozioni nuove e
troviamo cibo per la mente che contribuisce a sviluppare le idee e la
creatività.
E, anche se le une e
l’altra ci difettano, passeremo comunque un’oretta a viaggiare nei sogni
provocati dalle immagini che un – vero – fotografo ci regala.
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