anno I n°. 10 dicembre 2007                                                                     

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copertina: Antidio e Paolo Rossi

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a cura del Capitano Nemo             

Addio Portofino!

Questo mese questa rubrica non ospita un appello anonimo che vuole contrastare qualche malvezzo imperante nel nostro mondo, nel nostro ambiente: questo mese la pagina sarà occupata dall’intervista ad un personaggio molto noto, un nome che nessuno tra i subacquei (ma anche tra le “Massaie di Voghera”, dopo il successo estivo su Rai2 di “Abissi”) può ignorare: Andrea Ghisotti.

Andrea è stato tra i primissimi in Italia, all’inizio degli anni ’80, a credere nelle didattiche USA e a passare dalla FIPS, allora egemone, alla neonata – almeno nel nostro paese – PADI.

E con questo passaggio organizzò la casa di famiglia di Portofino come uno dei primissimi Diving, con criteri oggi comuni ma per l’epoca assolutamente innovativi. Fins&Fans e, in seguito, la sua società “Il Capodoglio” hanno rappresentato per oltre venticinque anni – un quarto di secolo! – uno dei più attivi ed efficienti poli dell’attività didattica nel nord Italia.

Oggi cala la saracinesca, Andrea Ghisotti chiude la sua attività.

E qui ce ne spiega le ragioni, ragioni che si fanno propriamente collocare in questo spazio.

Ascoltiamole.

 

SOTTACQUA: Andrea, cosa succede?

ANDREA GHISOTTI: Succede che chiudo il mio diving, che è attivo dall’81, a Portofino, assolutamente il primo nella zona, antesignano di tutti quelli che sono venuti dopo. Quando sono partito, con Massimo Quaia, avevamo messo a disposizione i nostri gommoni, poi ci siamo espansi, abbiamo comprato gommoni più grossi, abbiamo realizzato un Centro Immersioni con la prima attenzione per la qualità, abbiamo iniziato a portare sott’acqua, sul promontorio, decine, centinaia di subacquei facendo loro scoprire particolarità che nelle immersioni da soli non sarebbero riusciti a trovare, a conoscere, abbiamo divulgato il concetto di tutela ambientale e di rispetto per il fondale quando questi argomenti, a livello di grande pubblico, erano ancora di là da venire.

Possiamo dire di essere stati i primi ambasciatori organizzati delle bellezze del Promontorio e della necessità di tutelarlo guardandolo, osservandolo, fotografandolo, pubblicando decine di servizi.

Eravamo andati a Terrasini per uno dei primi corsi pilota della PADI, affascinati da questo modo nuovo di portare la gente sott’acqua, con esercizi anche duri ma non come quelli della FIPS di allora, che consentivano quindi di allargare la pratica della subacquea ad un pubblico più vasto anche per il minor tempo che gli allievi dovevano dedicare al corso.

Il tutto in questo centro – il primo dell’epoca – che consentiva ai subacquei di essere accompagnati con precisione e con un servizio di qualità nei migliori punti di immersione.

Il diving è andato avanti bene, prosperando negli anni. Ad un certo punto Massimo se ne andò, arrivarono altri istruttori (anche chi scrive ha collaborato per un paio di stagioni con Andrea, negli anni ’80 N.d.R.) e l’organizzazione è via via migliorata con il tempo.

Solo che negli ultimi anni, diciamo con la creazione dell’Area Marina Protetta, la situazione è andata via via degradando e ha iniziato a spuntare tanta burocrazia e tante regole alle quali per un po’ abbiamo aderito fino ad arrivare alla situazione attuale che – secondo me – diventa inaccettabile per i Diving Center.

Inaccettabile perché, a fronte di alcune norme giuste, ne esistono un sacco sciocche: il fatto che tu debba compilare un registro sul quale appuntare il numero e il tipo di brevetto può anche essere corretta ma – ultimamente – che ti facciano appuntare anche il numero del “gratta e vinci” del Parco…

S: Ma queste sono norme del Parco, della Provincia, della Capitaneria di Porto…?

AG: Ci sono ordinanze della Capitaneria, norme del Parco, norme della Regione, tutte insieme la rendono una situazione inaccettabile.

Un esempio pratico: ultimamente mi sono dedicato soprattutto alle didattiche per le immersioni “tecniche”. In questi casi il numero degli allievi è limitato, normalmente, a una, due persone, raramente tre o quattro. Già le norme imponevano che sulla barca dovesse restare una persona abilitata alla sua conduzione. Tu capisci che sul subacqueo in acquea con me deve gravare anche il costo del driver. Oltretutto dall’anno scorso c’è anche l’obbligo, per una società come la mia, che la persona sul gommone debba essere assunta a libri paga. Io dovrei quindi assumere qualcuno per farlo lavorare solo al sabato e alla domenica nelle belle giornate di stagione a fronte di un numero limitato di allievi.

Alla fine una società come la mia anziché guadagnare si ritrova ad andare in passivo per mantenere questo obbligo.

Inoltre questa norma si rivela controproducente per la stessa AMP visto che, per sopravvivere, i diving sono costretti a portare ogni giorno decine, centinaia di subacquei sul promontorio e le immersioni non sono più “di qualità” ma “di quantità”, e la cosa va a danno anche della possibilità di far conoscere bene il mare e i suoi organismi visto che devi essere impegnato con questi torpedoni della subacquea.

Parliamo anche dell’Area Marina Protetta: io la chiamerei Riserva di Pesca ad uso e consumo di pochi, privilegiati pescatori professionisti. Conosco benissimo la realtà di Portofino dove ce n’erano quattro, tre sono purtroppo morti per ragioni di età, l’ultimo rimasto gestisce una cooperativa nella quale lavorano sette persone.

Qui non si è trattato di salvaguardare posti di lavoro, ma la pesca nelle acque di Portofino rende al punto che ne ha creati di nuovi prendendo il pesce da questa cosiddetta “Area Protetta”, quel pesce che noi dovremmo far vedere alla gente che esce con noi.

S: Ma che tipo di pesca viene praticata?

AG: Di tutti i tipi: dalle lampare notturne sottocosta che, come ben sai, sono micidiali per il pesce di scoglio, ai tramagli, ai palamiti… E questa è un’Area Marina Protetta?!?....

E poi pensano di istituire una figura di “responsabile ambientale subacqueo” perché chissà mai che danno può fare il subacqueo. Che danni può fare il sub? Dare un calcio ad una gorgonia? Bah, la ripulirà dalla mucillaggine, certo non la sradica come invece fa il tramaglio – che invece è legale…

Non so se lo sai: il testo – usato in Italia – che vieta l’ancoraggio nelle AMP è stato fatto sulla base di quello vigente in Australia sulla Grande Barriera Corallina, dove è chiaro che se butti un’ancora su una madrepora la distruggi. Ma su un fondo roccioso che danni fai? Vogliono allora fare un discorso selettivo? Stabiliscano che i piccoli natanti con semplici sistemi di ancoraggio possano avvicinarsi alla costa, sbarcare per mangiarsi una focaccia sugli scogli come si faceva al tempo della Tribù delle Rocce, facciamo affezionare la gente a questi luoghi come avveniva anni fa.

Certo, alle barche grandi verrà inibito l’avvicinamento, così come ci saranno alcune zone dove è necessaria la protezione totale.

Ma comunque, a proposito proprio degli ancoraggi, io chiedo alla gente: “è bello il fondale di Portofino? Non dal punto di vista faunistica ma da quello geomorfologico” e inevitabilmente mi viene risposto che è stupendo, tra i più belli d’Italia. Bene – rispondo io – questo è il risultato di 60 anni di anarchia sott’acqua!”.

Ti ricordi, Paolo, di quando si organizzavano le spedizioni con i battellini da “Santa” o da Camogli, che buttavano i grappini che aravano il fondo? Eppure il fondale è in ottime condizioni…

 

Qui inserisco una considerazione personale: mi immergo in queste acque dalla fine degli anni ’60 e ho assistito al progressivo depauperamento della scogliera da coralli e gorgonie, tendenza che è proseguita fino alla fine degli anni ’70 quando iniziò a svilupparsi un’attenzione all’ambiente fino ad allora sconosciuta.

Ho – abbiamo, tutti coloro che si immergevano con attenzione in quei periodi – assistito all’inversione di tendenza e al successivo sviluppo di una ricchissima fauna bentonica e, successivamente, quando di Parco o AMP ancora non ci si sognava di parlare, all’incremento della fauna pelagica.

Tendenza favorita anche da strutture come il diving di Andrea che, con accurati e “colti” briefing ha inserito nelle culture dei nuovi subacquei – o dei “vecchi” che si rivolgevano a lui – questa cultura e questa mentalità protezionistica, la capacità e il desiderio di osservare e non più predare. E, secondo me, la condizione attuale del Promontorio è dovuta principalmente a questa cultura, a queste azioni e alla situazione geografica favorevole di cui gode Portofino, prima che ad altre – discutibili e forse inutili – attività protezionistiche (che consentono comunque lo sfruttamento commerciale di queste acque, vera manna per chi ne può godere…).

Vogliamo fare un’altra considerazione? Parliamo dello snorkeling che, per essere praticato, richiederebbe di poter andare sottocosta con un piccolo natante, come dicevo prima, e questo modo di vivere il mare, oltre ad essere propedeutico all’attività subacquea vera e propria, è anche, forse, il miglior modo di avvicinarsi alla natura nascosta sotto il pelo dell’acqua.

S – Tu chiudi il tuo diving, quindi che cosa farai ora?

AG – Chiudo il diving perché in queste condizioni non mi interessa andare avanti a lavorare così, con tutte quelle complicazioni. Ultima considerazione, propria di Portofino: il comandante locale della Capitaneria di Porto ha vietato, in stagione, da aprile a ottobre, di alare e varare un gommone, dovrei andare a Santa Margherita o a Rapallo.

Io a Portofino ho un magazzino per barche, bene, io non posso più montare un gommone o smontarlo per rimessarlo là. Nonostante Portofino sia un porto e abbia due scivoli vige questo divieto. Capisci perché chiudo? Perché ti rendono impossibile lavorare.

In definitiva la mia barca, il Paperoga, l’ho già portato in Sicilia, a Trapani, e là resta anche perché, tra le varie pastoie che ci ritroviamo sul Promontorio c’è anche la necessità che resti qualcuno a bordo mentre mi immergo, così non posso nemmeno più fare il mio lavoro: quando mi immergo da solo per fare foto, mi viene impedito di svolgere il mio lavoro di giornalista e fotografo subacqueo.

A Portofino comunque non ho più intenzione di svolgere attività didattica che organizzerò invece in Mar Rosso preparando settimane tematiche.

La decisione di Andrea è decisamente estrema, d’altra parte, anche dal colloquio, emerge l’amarezza di chi sa di aver fatto molto per la subacquea – non dimentichiamo che ha anche ricevuto il Tridente d’oro della manifestazione usticese – e molto per quella zona che ora, con decisioni che anche SOTTACQUA trova discutibili, e non solo per quel che riguarda Portofino, viene praticamente preclusa ad una frequentazione non distruttiva ma semplicemente libera, libera come il mare, che della libertà è il più bel simbolo, dovrebbe essere.

redazione@sottacqua.info

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