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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

LA RESPONSABILITÀ IN GENERE

A cura di Aldo Cimino Commenti disabilitati

colophon_aldo_ciminoCome primo articolo, appare opportuno trattare alcuni concetti di carattere pratico e generale che tutti coloro che esercitano attività potenzialmente a rischio, come quelle sportive in genere e subacquee in particolare, dovrebbero conoscere ed avere presenti.

Non solo per quanto riguarda gli operatori professionali, come gli istruttori e le guide subacquee, gli organizzatori di immersioni e i gestori di diving, i  noleggiatori e i venditori di attrezzature, ecc…, ma anche per quanto riguarda i semplici praticanti.

Come sempre, cercheremo di spiegarci in termini comprensibili a tutti, evitando espressioni tecniche e concetti che presuppongano conoscenze legali. Ci scusiamo pertanto con coloro che fossero competenti in materia e che si aspetterebbero un linguaggio più professionale.

Tutti dovrebbero avere chiaro che esistono due tipi di responsabilità, una penale ed una civile, le quali possiedono caratteristiche molto diverse.

Innanzi tutto, la responsabilità penale è sempre personale, coinvolge il soggetto fisico (la persona) che ha commesso il fatto (reato) che lo espone a tale responsabilità, e non può essere né esonerata né assicurata né trasferita ad altri. Chi si rende responsabile di un reato (reo) risponde sempre personalmente delle conseguenze che la legge prevede per tale reato.

La responsabilità penale prevede infatti l’applicazione di una pena a carico del reo, che può essere pecuniaria (multa o ammenda) o restrittiva della libertà (reclusione o arresto).

Ovviamente, la responsabilità penale può comportare anche responsabilità civili a carico dello stesso reo, qualora essa comporti danni economicamente apprezzabili a persone o cose.

La responsabilità civile comporta invece solo conseguenze economiche risarcitorie, e deriva da rapporti contrattuali o da comportamenti e fatti (tra cui anche i reati), che abbiano causato danni a persone o cose. Si parla quindi di una responsabilità (civile) contrattuale e di una extracontrattuale.

La responsabilità civile, dell’uno e dell’altro tipo, può essere esonerata, assicurata e trasferita ad altri.

La responsabilità penale dipende esclusivamente dal compimento di fatti che sono specificamente previsti dalla legge come reato.

La responsabilità civile extracontrattuale può derivare sia da reato che da altro fatto illecito, l’uno e l’altro causa di danni. Mentre è relativamente facile individuare un inadempimento contrattuale, più problematico può essere l’accertamento di fatti (reati o solo illeciti) che siano causa di danni. Ugualmente complesso può essere la individuazione di una responsabilità contrattuale laddove non vi sia un contratto scritto, o non vi sia un contratto “correttamente” scritto che precisi in modo completo e dettagliato i diritti e gli obblighi delle parti (esempio: il contratto per la partecipazione ad un corso subacqueo, o quello per la organizzazione di una immersione guidata). Raramente, nella pratica, il primo è completo e corretto, mentre spesso il secondo è addirittura assente e si  realizza solo “di fatto”, aprendo, l’uno e l’altro, la possibilità di complesse vicende giudiziarie e accertamenti di responsabilità in caso di incidenti.

Nei successivi articoli esamineremo alcuni casi specifici, di particolare interesse pratico, relativi ad ipotesi di responsabilità in cui possono incorrere sia gli operatori della subacquea che i praticanti, e i principi sopra esposti aiuteranno a comprendere quanto si dirà.

SANDWICH DI PATATE AL POLPO DEGLI ZAVORRISTI

A cura di Alessia Comini Commenti disabilitati

Questo piatto, che può essere considerato un’originale variante del comune polpo con patate, affonda in realtà le proprie radici nelle più antiche tradizioni del Levante ligure, in particolare della regione di Portovenere.

Si tratta di un patè, per usare un termine in voga oggi, di polpo. Quando le barche da lavoro lasciavano il porto di La Spezia per intraprendere navigazioni costiere verso Genova o Livorno necessitavano di una zavorra abbondante e facile da scaricare;  la più semplice da trovare ed anche la più economica era costituita dalle tonde e levigate pietre di mare, che gli uomini del posto, gli zavorristi appunto, provvedevano a raccogliere sulla battigia.

Durante il periodo della riproduzione capitava di frequente che, tra una pietra e l’altra, trovassero polpi tra le pietre, e che li cucinassero per poi trasportarli in navigazione: da qui il nome di questa simpatica e gustosa ricetta, che si presta bene sia per uno spuntino o un antipasto che, magari accompagnata dal classico polpo con patate, per un buon secondo di mare.

il polpo degli zavorristi


Ingredienti per 4 persone:

300g di polpo bollito e salato

2 patate grosse

10g di prezzemolo

2 spicchi d’aglio

1 cucchiaio di capperi con il loro aceto

¼ di bicchiere di olio

pepe nero

sale


Preparazione:  

Pelate il polpo già cotto e lasciarlo per dieci minuti in acqua e aceto bianco, quindi asciugatelo bene e mettetelo nel frullatore (sempre che non preferiate usare il mortaio, come nella migliore tradizione ligure) fino a che non diventerà una pasta morbida.

Pelate le patate e tagliatele in modo da ottenere fette alte circa mezzo centimetro ed il più possibile larghe; oliatele, salatele e passatele in forno a 180 gradi per circa ¼ d’ora, estraetele, rigiratele e reinseritele per altrettanto tempo. Prima di estrarle, alzate la temperatura a 220 gradi e lasciatele per qualche minuto, finché non le vedrete ben dorate.

E’ molto importante che le patate non restino attaccate al fondo; se preferite utilizzare poco olio, appoggiate le fette di patata su un foglio di carta da forno.

Mettete in una padella l’olio con il prezzemolo e l’aglio tritati, i capperi interi con il loro aceto e un pizzico di pepe nero.

Aggiungete la pasta di polpo e scaldate per 5 minuti, dopodichè estraete le patate dal forno, appoggiatene una fetta sul piatto di portata, copritela con un po’ di pasta di polpo e completate il sandwich con un’altra fetta di patata.


Il polpo degli zavorristi può essere conservato in vasetti di vetro, ricoperto d’olio; è ottimo anche su fette di pane abbrustolito o, con l’aggiunta di olio e pomodoro, come sugo per la pasta.


alessiacomini@sottacqua.info

I MIEI CARISSIMI GIAPPONESI

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

Tutto cominciò…. Be’ veramente con queste due precise parole comincia il mio libro Vita da sub, prima edizione della SEI di Torino nel novembre del 1977, giusto  trent’anni fa. Vi si racconta di come l’immersione libera, sportiva, ricreativa, la subacquea insomma, fosse nata a Napoli nel 1932 in seguito all’incontro tra il professore di scienze Luigi Miraglia (che lavorava per la Stazione Zoologica Anton Dohrn (l’Acquario) e tre sakanachuki (infilzatori di pesci) giunti nel Golfo dalla loro remota isola di Okinawa.

A essere proprio precisi, di questo singolare quartetto di protopionieri avevo scritto sedici anni prima, sul fascicolo di giugno del 1961 di Mondo sommerso. Grazie a Pasquale Ripa, padre di Claudio, avevo rintracciato il prof. Miraglia in Paraguay, lui mi aveva scritto un lunga lettera raccontandomi la sua storia e io ne avevo tratto l’articolo. Quando poi avevo messo mano al libro, avevo svolto ulteriori ricerche, innanzi tutto rivolgendomi all’ambasciata del Giappone a Roma, ma avevo appurato ben poco di più rispetto a quel che mi aveva raccontato Miraglia.

Questi aveva riferito della propria esperienza con i sakanachuki giapponesi in un breve saggio di una sessantina di pagine apparso nel “Bollettino di Pesca, di Piscicoltura e di Idrobiologia” redatto a cura del Laboratorio Centrale di Idrobiologia Applicata, fascicolo 3, anno XI, marzo-aprile 1935. Il prezioso libretto era stato rintracciato da Alessandro Olschki nella Biblioteca Nazionale di Firenze e ripubblicato nel 2005 – settant’anni dopo! – dalla Editoriale Olimpia per iniziativa della Historical Diving Society Italia.

Ancora Faustolo Rambelli, bibliofilo e grande topo di biblioteca, scopre un bel dì, in un mercatino di Parma, una copia della “Domenica del Corriere” Anno XXXIV – N. 25, 5 giugno 1932. E che ci trova? Un articolo intitolato Pescatori eccezionali: Il giapponese che trafigge i pesci sott’acqua. Reca la firma del giornalista Giuseppe Rossi ed è basato su un’intervista con Agarije Tokumori, uno dei sakanachuki di Miraglia. Leggiamolo:


“Forio, la bella cittadina dell’Isola d’Ischia, tra il Capo Imperatore e  il massiccio del Caruso, ha una popolazione prevalentemente composta di agricoltori e di marinai, che, per emigrazione o navigazione, conoscono un poco tutte le vie del mondo; e non si meravigliano, di nulla. Ma quando, per la prima volta, videro sulle scoglie­re del molo tre misteriosi giapponesi, forse piovuti dal cielo, che si van­tavano pescatori, e mostravano come unici arnesi del loro mestiere uno spie­do acuminato, una canna di bambù e un piccolo graffio, nonché un grosso­lano paio di occhiali, credettero di avere a che fare con dei poveri pazzi. Viceversa Agarije Tokumori, il più . esperto dei tre, dette subito la prova strabiliante della sua misteriosa virtù tuffandosi in mare armato di quei po­chi e semplici arnesi, e tornandone poco dopo abbracciato a un grosso dentice.


Ecco perché i foriani in genere, e gli stessi pescatori del luogo, seguono d’allora attentamente l’attività di que­sti indiavolati giapponesi, senza che siano riusciti a sorprendere il segreto della loro virtù taumaturgica.

.

Segreti virtuosismi

Agarije Tokumori, specialmente, fa trasecolare i pescatori locali per le pro­ve quotidiane della sua meravigliosa abilità, che lo fa additare come una specie di uomo-pesce. Armato semplicemente d’un paio di occhiali e d’uno spiedo, il Tokumori si tuffa in mare e vi resiste lungamente, per quasi due minuti primi, affronta col suo spiedo dei grossi pesci e, novanta volte su cento, ne ha ragione, e torna su con le spoglie del nemico trafitto dalla sua lancia. Qualche volta egli aggredisce il pesce nella sua tana; benché ferito, il pesce vi si ripara;. e allora interviene il graffio a tirarlo fuori infallibilmente se pur bisognasse una seconda immersio­ne del pescatore.

Oltre la straordinaria resistenza sott’acqua, questi pescatori giapponesi sono evidentemente dotati di una speciale arte di nuoto che può raggiun­gere una velocità straordinaria. Un giorno essi si sono cimentati alla corsa in mare con un «gozzo a a sei remi» (sei robusti giovami pescatori foriani) e ne hanno avuto ragione.

Essi sono pure esperti in una sorta di nuoto, dirò così, avvolgente, una specie di crawl; e posseggono, nel nuotare, una quantità di segreti virtuosi­smi che permettono loro di andare sott’acqua in ogni direzione, in profondità come in lontananza, e sempre con 1° massima velocità. Si appostano poco lungi dalle coste più a picco, lungo le banchine e le scogliere, volgendo in­torno l’occhio abituato a perlustrare le profondità marine per sorprenderne ogni lampeggiamento rivelatore. E appena i loro occhi ipersensibili avvistano la preda, con un movimento del tutto caratteristico, consistente in una specie di colpo di testa in avanti e in un ripiegamento sincrono di tutto il corpo, incominciano a sommergersi velo­cissimi. Il curioso è che l’immersione si effettua in senso completamente ver­ticale, con i piedi rivolti verso il fondo del mare.

Allora la lotta, il duello tra l’uomo e il pesce è ingaggiata; ma alla superficie delle acque non si vede che un affiorare incessante di bollicine e un vago biancheggiare subacqueo là dove l’uomo si è immerso.

Il momento è supremamente emozionante per gli spettatori che li seguono più da vicino in battelli da passeggio o barche pescherecce. Il cronografo registra 1’54”. Alla superficie dell’acqua si disegna una cima, uno spessore ; e poco dopo si vede affiorare Agarije col suo sorriso vittorioso, tenendo abbrancato un grasso pesce.

L’emozionante duello

Un giornalista spagnolo, che ha vo­luto seguire, in uno scafandro di palombaro, un tuffo di Tokumori, così ha descritto l’avventura:

«Attraverso l’occhio cristallino dello scafandro vedo passare un’ombra rapida. La chiglia d’una barca?… Agarije Tokumori sta volando, volando ! – tale è l’impressione – in giri concentrici sopra il mio scafandro. Seguo perfettamente la scena: Agarije avanza rapido, in un’attitudine piena di grazia e di bellezza. A pochi passi da lui brilla la sagoma argentea di un pesce in fuga. Egli lo incalza -e lo accosta impugnando nella destra l’affilata lancia. Cosa prodigiosa! Agarije evoluziona ancora per qualche secondo e repentinamente tira il colpo. Zà! Il pesce, colpito in pieno, si dibatte un po’, e una fiorita di piccole bolle rosse e bianche s’irradia lentamente dalla punita luccícante della lancia, che ha attraversato il corpo del pesce….»

Ho voluto interrogare Agarije Tokumori sulla sua vita; ed ecco quanto egli mi ha raccontato:

“Sono. nato a Naja, provincia di Okinava, trent’anni or sono. Ma ben poco sono restato nella mia patria. Giovanissimo m’imbarcai su un brigantino che trasportava carbone su tutte le rotte del Pacifico. Dopo entrai nella Compagnia giapponese dei pescatori di perle. Assunto in questo. lavoro, restai per sei anni in Australia.

- Come si effettuava la pesca delle perle?

“Con le maggiori garanzie; facendo uso di apposito scafandro, nel quale, da principio, restavo solamente un’ora, lavorando a circa trenta metri di profondità; ma successivamente, a furia d’allenamento, potetti scendere fino a cinquanta metri, resistendovi per tre ore, malgrado l’enorme pressione e le formidabili correnti da combattere.


Nelle selve sottomarine


- Quali sono i maggiori pericoli cui sono esposti i pescatori di perle?

“Il maggiore pericolo è rappresentato dalle tridacne: un enorme mollusco con valve della lunghezza di due o tre metri. Questi mostri pigliano il colore del fondo o delle rocce del mare a cui aderiscono. Appena sono toccati dalle piote del palombaro gli lanciano contro le valve. Allora non v’è alcun rimedio umano che possa far loro abbandonare la preda. Il povero pescatore di perle perisce miseramente schiacciato e assorbito dalle valve di queste gigantesche conchiglie, vere trappole viventi delle selve sottomarine!


- Non è stato mai assalito da pescecani o da altri squali più feroci?

“Veramente, no; per quanto abbia sempre vivamente desiderato di imbattermi in uno di tali mostri; mi sarei difeso a colpi di coltello e d’ascia… Ma io ha sempre avuto un desiderio irresistibile di viaggiare. Ho lasciato il Giappone per poter conoscere tutte le vie del mondo. Sei anni di lavoro come pescatore di perle mi permisero di conoscere l’Australia palmo per palmo. Dopo abbandonai questo lavora e per­corsi tutta l’India, Giava, Singapore, Sumatra… Mi guadagnavo la vita cacciando i pesci con la lancia. Mi sono addestrato a questo lavoro in Australia e nel Giappone, si tratta  d’altra parte di un lavoro non molto difficile: si nuota nell’acqua con gli occhi protetti dagli occhiali, si avvista il pesce, lo si raggiunge e lo si trafigge con un colpo di lancia. Quando questo non si può ottenere, s’insegue il pesce fin o nella tana e, dopo di averlo trafitto, lo si tira fuori con il gancio. È un lavoro, come vede, semplice; senza complicazioni di sorta, e…senza trappole!”

Ma chi vede Agariiè Tokumori tuffarsi come una freccia nelle onde, con la sottile e acuta sua lancia, non può fare a meno di pensare a qualche cosa di prodigioso.»

Ora commentiamolo. Anzi, facciamo una cosa. Facciamo un concorso. Senza premi. Un concorso che non si vince nulla. Aperto a tutti i naviganti che sono incappati  in questa rete distesa sott’acqua. Ci dicano la loro idea. Sulla Tridacna, per esempio, ferocissimo mollusco bivalve; o sulla possibilità di difendersi dagli squali “a colpi di coltello e d’ascia”…

ninicafiero@sottacqua.info

FROG, FROG FISH HURRAH!

A cura di Angelo Mojetta Commenti disabilitati

 

una roccia? una spugna? no, un frog fish...

foto di Alberto Muro Pelliconi


Si racconta che qualcuno sia impazzito per loro esaurendo in pochi minuti tutti gli scatti della macchina fotografica. Altri sono stati visti restare fissi in un posto per tutta l’immersione e alcuni hanno speso fortune per trovare quello che mancava alla loro collezione. Sono leggende, ovviamente, ma forse non troppo lontano dalla verità se consideriamo quanto sia popolari questi pesci le cui foto non cessano di incuriosire per le straordinarie caratteristiche di questi animali popolarmente noti come frogfish 

Membri del vasto gruppo dei Lofiiformi, l’ordine che comprende tutti i pesci dotati di canna da pesca, e della famiglia Antennaridi, i frogfish – lo scriviamo per gli amanti dei numeri e delle statistiche – sono suddivisi in 12 generi per un totale di 44 specie conosciute. In realtà i veri frogfish (genere Antennarius), almeno stando agli esperti, sono solo 24 e distribuiti principalmente nell’Indo-Pacifico anche se alcune specie fanno capolino anche in Atlantico o sono esclusivi di questo (Antennarius multiocellatus) ed esiste una specie cosmopolita di acque tropicali che risponde al nome di arlecchino dei sargassi (Histrio histrio) la quale, a seconda dei casi, entra ed esce dalla lista. Insomma, per trovarli bisogna fare un viaggetto (Mar Rosso, la meta più vicina) essendo passati i tempi in cui si poteva provare a cercare nel nostro Mediterraneo l’Antennarius monodi, scoperto di recente. Infatti, per non farvi fare ricerche affannose dobbiamo svelarvi che il frogfish appena citato viveva nel Miocene, all’incirca una decina di milioni di anni fa, su fondi un po’ fangosi, in acque torbide e fino a profondità di 90-100 m.

In un immaginario cartello con la scritta “WANTED”, i frogfish sarebbero descritti come “pesci dal corpo corto, fortemente compresso, con bocca grande da obliqua a verticale, occhi laterali, pinna dorsale spinosa con primo raggio trasformato in esca (illicio), pinne ventrali e pettorali simili a zampette”. Note particolari: voraci, coloratissimi, ma quasi invisibili.

lo vedete?!? eppure c'è... è il mimetismo del frog

Quella del mimetismo è una delle loro caratteristiche più note e affascinanti. Paragonati da alcuni ai cacciatori della savana o delle foreste come leopardi e tigri, capaci di utilizzare i loro mantelli maculati o striati per sfruttare tutte le possibilità offerte dal loro ambiente, i frogfish sfruttano egregiamente la loro scarsa propensione al nuoto per restare immobili e imitano alla perfezione il fondo che li circonda trasformandosi di volta in volta in spugna, alga, roccia così da ingannare subacquei e prede e ovviamente con risultati diversi. Ciò non significa che i loro colori siano poco appariscenti, come si può vedere dalle immagini di questo servizio, perché varia dal bianco al rosso al blu, marrone, giallo, beige, rosa, grigio talvolta mescolati tra loro. Se tutto ciò non basta, i pesci rana sono capaci di cambiare colore. Non lo fanno certo rapidamente come i polpi o le seppie, ma poiché la loro vita è fondata sulla lentezza non hanno fretta e si accontentano di cambiare a poco a poco come un vecchio muro che si ricopre con il tempo di muschio ed edera. Il cambiamento di colore, un fattore molto importante che rende molto difficile identificare le varie specie di Antennaridi basandosi solo sulla loro livrea, è accompagnato anche dalla crescita sulla pelle di alghe e altri organismi che migliorano le già notevoli capacità mimetiche dei pesci.

grande pescatore, il frog, dotato pure di una propria canna da pesca...

Poiché in natura tutto ha uno scopo, la perfetta mimetizzazione dei frogfish dipende dalle loro abitudini di caccia e dall’avere evoluto un attrezzo straordinario, l’illicio di cui sopra, che è una canna da pesca munita perfino di esca. Parlare di pesci pescatori sembra solo un gioco di parole, ma nel caso degli Antennarius è d’obbligo perché quasi tutti sono dotati, e di serie, di quest’organo. La canna da pesca dei nostri pesci è formata da un raggio modificato della pinna dorsale, provvisto alla base di efficienti muscoli che lo possono orientare in ogni direzione. All’apice, invece, è modificato e porta un’escrescenza che a seconda della specie ha la forma di un verme, di un gamberetto, di un pesciolino o di un grumo di detriti, informe, ma ugualmente gradito da qualche abitante del mare. Come pescatori professionisti, i pesci rana muovono la loro esca continuamente in modo da suscitare la curiosità di altri predatori che si avvicinano pronti per fare un boccone di quell’animaletto che si agita nell’acqua. Purtroppo per loro, l’esca è solo una trappola micidiale posta proprio sopra la bocca e le vittime, forse, non hanno nemmeno il tempo di accorgersi di cosa sta succedendo loro. Infatti, quando la preda giunge a una distanza valutata a circa due terzi della lunghezza del predatore, il pesce rana con uno scatto rapidissimo (pochi decimi di secondo) spalanca la bocca provocando un risucchio che trascina la vittima dentro le fauci e da qui nello stomaco, un sacco capace di dilatarsi tanto da accogliere prede grandi due volte il cacciatore. Come hanno documentato molti filmati, dopo essere stata catturata la vittima si agita ancora per un po’ nelle viscere del pesce rana. Lo spettacolo è da film horror, ma la natura è al di là dei nostri concetti di bene e male e sarebbe un errore volerla giudicare con criteri prettamente umani.

confessiamolo: il frog è proprio carino...

Se mangia e non è mangiato, il pesce rana raggiunge in qualche anno la maturità sessuale e si prepara a riprodursi con modalità particolari che raramente sono state descritte. Quanto segue vale per Antennarius striatus, specie diffusa dal mar Rosso a Tahiti e presente anche in Atlantico. Quando un maschio e una femmina ricettiva (distinguibili per la taglia ingrossata della femmina a causa delle uova) s’incontrano, il maschio dà inizio al corteggiamento che è abbastanza lungo. Per circa due giorni il pretendente si aggira attorno alla compagna cambiando continuamente di colore mentre la femmina non fa praticamente nulla salvo respingere il maschio quando è scuro e facendolo avvicinare di più quando è chiaro. Al terzo giorno, il maschio assume una colorazione pallida e omogenea e passa decisamente all’azione allargando le pinne dorsale e anale prima di impegnarsi in una danza vibrante attorno alla femmina. Deve però attendere fino al quarto giorno perché la compagna gli permetta di dimostrare le sue capacità riproduttive. Con i primi chiarori dell’alba, infatti, la femmina si ingrossa, cambia di colore ed inizia a contrarsi, segno evidente che è pronta a emettere il lungo nastro mucoso, biancastro e vischioso, che contiene le uova che subito sono fecondate dal maschio. A seconda delle specie il nastro rimane fissato al fondo per tutta la durata dell’incubazione oppure galleggia in balia delle correnti.

La scena si ripete alcune volte nei giorni seguenti e tra una deposizione e l’altra la femmina entra in uno stato di trance restando immobile sul fondo. Stranamente si è osservato che in alcune specie, dopo ogni accoppiamento, il maschio diventa sempre più aggressivo nella stimolare la femmina a deporre nuovamente. In molti casi lo sforzo cui essa si sottopone per deporre tutte le uova è così intenso da esserle fatale. Le uova schiudono in 4-5 giorni lunghe circa 1 cm che, se saranno fortunate, riusciranno a sopravvivere abbastanza da crescere e diventare un frogfish che sarà trovato da un fotosub che lo immortalerà nei suoi scatti ricominciando così tutta la storia.

Si racconta che qualcuno sia impazzito…


DA DIECI ANNI CANON È IL BRAND PIÙ AFFIDABILE TRA I PRODUTTORI DI MACCHINE FOTOGRAFICHE

I lettori di 14 paesi europei su 16 hanno votato Canon come “marchio più affidabile” e Reader’s Digest conferma: da dieci anni Canon è il brand più affidabile tra i produttori di macchine fotografiche

DA PANASONIC DUE IMPORTANTI NOVITA’

PANASONIC presenta due nuovi prodotti di grande interesse: la reflex LUMIX DMC-G2 dotata della possibilità di comandarne le funzioni tramite il touch screen sul grande monitor, e la serie di camcorder 700 che si differenziano per il tipo di dispositivo di memoria ma tutti e tre con grandi capacità, fino alle 102 ore della SD/HDD

PROSSIMI CORSI DEL CEDIFOP

Date dei prossimi corsi OTS organizzati da CEDIFOP

BIOLOGIA MARINA CON GREENPEACE

Ad aprile e a ottobre 2010 il MARINA DI CAMPO DIVING organizza due seminari di Biologia Marina in collaborazione con GREENPEACE ITALIA.
Il dott. Alessandro Giannì, [...]

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