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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

MATERIALI PER L’APNEA

A cura di Leonardo dImporzano Commenti disabilitati

Nell’apnea tutto è finalizzato alla semplicità ed alla praticità, a differenza di quello che si vede nelle immersioni con respiratore: tra bombola, erogatori, gav, gran facciale, sistemi di telecomunicazioni, computer, torcia, videocamera, fotocamera, scooter subacqueo e per finire muta stagna, il contatto con il mare ed il piacere di “sguazzare” liberi sparisce (quasi) completamente.

Il fascino dell’apnea sta proprio nella possibilità di trasformarsi in acqua, di apprezzare la semplicità dei gesti come un moderno Glauco alla ricerca della profondità.

Una curiosità, in Inglese, lingua sempre avara di termini, esiste invece per descrivere l’apnea, una bella parola: Free Diving, immersione libera.

Da quando ci s’immerge solo per scopi ricreativi l’evoluzione dei materiali ha subito un’evoluzione sorprendente, dovuta alla conoscenza, alla ricerca, alla sperimentazione, permettendoci di avere oggi prodotti più performanti e soprattutto più sicuri.

Nell’epoca del consumismo, si pensa che non si può vivere senza questa o quell’ultima novità presentata da un’azienda, ci tengo, pertanto a sottolineare che, non è il materiale che fa un buon apneista, certo, lo aiuta a migliorare le proprie prestazioni, ma la differenza sta in come si usa. Pertanto, un corso di apnea, vale molto di più di una maschera o dell’ultimo modello di pale.

Quando ci apprestiamo a fare acquisti per il nostro sport, dobbiamo tener conto di alcuni parametri, cioè se vogliamo dedicarci all’apnea pura, alla pesca subacquea, o alla fotografia.

Per vederci chiaro….partiamo dalla maschera.

La maschera

La prima maschera era la monogoogle che non comprendeva il naso, rendendo quindi impossibile la compensazione,e conseguentemente impossibile raggiungere determinate profondità. Sarà Luigi Ferraro che inventerà la “Pinocchio” ancora in commercio, in cui il naso faceva parte della maschera.

Dalle fotografie degli anni quaranta/cinquanta è interessante vedere gli “oblò” che si usavano allora, per scendere. Uno spazio enorme era compreso tra la lente e l’occhio, creando non pochi problemi di compensazione. Infatti, come ben sapete, man mano che si scende in profondità, bisogna compensare, oltre alle orecchie, anche la maschera. Questo perché, mentre si scende, il volume di aria interno, diminuisce, di pari passo con l’aumento della pressione. Per non incorrere nel tipico barotrauma comunemente chiamato colpo di ventosa, bisogna insufflare un po’ di aria al suo interno.

Pertanto, le maschere da apnea hanno un volume interno ridotto, riducendo così al minimo “lo spreco d’aria”. Tutte le aziende hanno nel loro catalogo tale prodotto, in più, alcune hanno maschere appositamente create per la pescasub, ovvero, oltre alla particolarità di avere un volume interno ridotto, hanno lenti inclinate, permettendo di ampliare il campo visivo.

Per l’apnea veramente profonda, c’è un altro prodotto: le lenti a contatto. Le prime furono utilizzate da Mayol, le sue erano lenti a contatto sclerali a piano inclinato. Esse, furono create dall’ottico marsigliese Pierre Mosse e riproducevano la membrana nittitante dell’occhio dell’alligatore del Mississippi. (secondo quanto scritto da Mayol stesso).

In seguito, altri atleti come Bob Croft e più recentemente Pelizzari, hanno utilizzato questa soluzione, ed oggi, malgrado il loro costo sia ancora molto alto, incominciano ad essere utilizzate anche da atleti che non sono di primissimo piano. In maniera artigianale, infatti, vengono inserite all’interno di un paio di occhialini da nuoto, che vengono indossati dopo averli riempiti di acqua dolce.

Le pinne

Se per la maschera la scelta, è semplice, ben più difficile è per le pinne, che possono essere considerate il nostro motore.

In commercio ci sono moltissimi prodotti, e spesso ci si lascia influenzare dalla moda del momento. Nella loro scelta bisogna tenere conto di moltissimi parametri, come il loro utilizzo, la capacità nostra di adoperarle, la forza che imprimiamo…insomma, prima di comprarle dovremmo provarne un bel po’ sotto la supervisione di un buon istruttore che saprà consigliarci in merito.

Innanzitutto ricordo a tutti voi, che è corretto provare una pinna con un calzare da 3 o 5 mm ricordandosi che deve stringere e non provocare dolore.

In commercio esistono tre materiali fondamentali, quali il tecnopolimero (generalmente la pala è un tutt’uno con la scarpetta) che facilmente si segna e si rovina, ed è adatto per chi comincia.

La vetroresina, che offre un buon rapporto prezzo/qualità ed il carbonio.

Il carbonio…per esso ci vuole un discorso a parte, è il cosiddetto “prodotto del momento” ci sono pale ottime, ed infatti tutti i professionisti usano il carbonio, ma è abbastanza fragile, non adatto, soprattutto a chi pratica la pesca in apnea, visto che il contatto con gli scogli, con la pesca in tana è frequente.

Inoltre, ormai tutte le società offrono pale in carbonio, di dubbia garanzia sulla qualità del prodotto e soprattutto sulla resistenza, sicuramente buona parte di esse sono superiori alla vetroresina solo nel prezzo.

Attualmente, nel mondo delle competizioni, si utilizza la monopinna, che garantisce risultati decisamente superiori.

La sua comparsa nel panorama delle competizioni, in prestito dal nuoto pinnato, avviene grazie a Rossana Maiorca, che la utilizza per prima, poi anni di silenzio, per tornare nel 2001 al Campionato del Mondo dell’AIDA grazie ad Herbert Nitsch.

In una recentissima intervista a William Trubridge, ho chiesto appunto il futuro delle bi-pinne nel mondo delle competizioni, questa la sua risposta: “In Dahab l’anno scorso ho fatto -88mt con le “Gara” [pinne in tecnopolimero n.d.r.] . Verso la superficie ho dovuto cambiare stile e passare al “delfinetto” perché le mie gambe erano troppo stanche, poi ho dovuto fare anche un paio di bracciate a rana! Penso che forse dobbiamo appendere le due pinne “al chiodo” se vogliamo superare i -100mt. Tuttavia, sarà sempre il migliore modo per chi si sta avvicinando per la prima volta all’apnea”.

Nel monopinna le due scarpette sono fuse insieme ed hanno una calzata molto aderente, questo per permettere che piede e pala diventino tutt’uno. La superficie è di molto superiore a quella data dalla somma delle due pinne, per cui, ad ogni movimento l’acqua spostata è nettamente maggiore. I materiali sono quelli simili a quelli utilizzati per le bi-pinne, ma ad oggi, è ancora difficile dire qual è il materiale migliore. Anche per la forma: molte di esse sono quelle che vengono utilizzate nel nuoto pinnato, di cui l’apnea differisce per due caratteristiche fondamentali: tempo e velocità. Minore il primo e maggiore la seconda nel pinnato, esattamente il contrario nell’apnea. Perciò, ad oggi, sono molte le scuole di pensiero sull’argomento.

Per il suo utilizzo, si deve necessariamente avere un’ottima acquaticità: poiché entrambi i piedi sono vincolati, non si può compensare il movimento se si tende ad andare verso destra o sinistra; inoltre, il movimento è completamente diverso: si utilizza tutto il corpo, con un movimento sinusoidale ed in più bisogna esser molto elastici, soprattutto come scioltezza della schiena e del cingolo scapolo-omerale, per cui, bisogna essere anche fisicamente in forma. Per imparare il movimento corretto, la monopinna deve essere necessariamente accompagnata da un istruttore.

Il boccaglio.

Innanzitutto, bisogna ricordarsi di levarlo dalle labbra durante le nostre discese in apnea, anzi, se si pratica apnea pura, gettatelo da una parte prima di scendere (il vostro compagno, oltre a guardarvi, avrà la premura di recuperarvelo).

Il boccaglio deve essere comunque privo di rugosità e filtri, il diametro ridotto (deve entrare solo il vostro indice) e deve avere una lunghezza media. Per quello che riguarda il “morso” dovete cercarne uno in silicone morbido, non troppo speso, altrimenti rischiate di sviluppare una contrazione ai muscoli masticatori che, secondo qualche ricercatore, può ridurre le capacità di compensazione.

La muta.

La muta nell’apneista, deve essere una seconda pelle, non certo qualcosa che ci isoli dal mare come una stagna o una semi-stagna (a cosa serve una semi-stagna?).

Sia la muta da pesca che quella da apnea pura, non devono presentare cerniere, in maniera tale da non permettere all’acqua di entrare (anche se in minima parte).

La muta è diversificata a seconda di ciò che andrete a fare, se si tratta di pesca in apnea, dovete scegliere una muta mimetica, in commercio ci sono un sacco di prodotti con numerose tonalità diverse. (anche se la differenza la fa la mira e la preparazione, non certo una tonalità di verde).

Inoltre, si consiglia una muta di spessore non meno di 5 mm, proprio per ripararvi dal freddo per le numerose ore che passerete in mare, ed inoltre, il pantalone non deve avere la salopette, in quanto dopo un po’ si scatena la diuresi da immersione…

Generalmente, le mute da pescasub sono foderate esternamente, mentre le mute da apnea pura sono in spaccato interno ed esterno o in spaccato interno e foderato esterno.

Il vantaggio dello spaccato, ovvero del neoprene lavorato, sta nel fatto che sta a diretto contatto con la pelle, operando come una ventosa, isolando in maniera globale e mantenendo elevate qualità elastiche.

Gli svantaggi sono invece riferiti alla vestibilità, una muta foderata s’indossa con facilità, mentre la muta in spaccato ha bisogno di essere inumidita prima e di cospargersi con un sapone neutro (apposito, al fine di evitare inquinamento e soprattutto dermatiti da contatto).

Appena le finanze ve lo permettono, vi consigliamo di farvi fare una muta su misura, poiché le mute da negozio, sono standard e non tengono conto delle nostre caratteristiche (braccia o gambe o ventre più prominente) soprattutto non esistono in commercio modelli di muta che tengono conto (veramente) delle caratteristiche femminili.

La cintura dei pesi.

Deve essere elastica, per rimanere attaccata al corpo secondo le nostre escursioni respiratorie. Deve essere posizionata sulle anche appena al di sotto delle creste iliache, i pesi devono essere ben distribuiti e la cintura deve essere dotata di uno sgancio rapido. Per quello che riguarda il peso, ricordatevi di non zavorrarvi troppo e che si è corretti quando siamo neutri a 3 metri di profondità. Può essere utile, l’utilizzo di una zavorra mobile che ci permetterà di mettere quel chilo in più o in meno quando ne sentiremmo bisogno per diversi motivi.

Il coltello.

Lasciate stare sciabole o daghe, nei nostri mari non ci sono certo squali toro, un piccolo coltello, da mettere sul braccio, appena al di sotto della spalla, andrà benissimo. Utile comunque a chi pratica la pescasub.

Stesso discorso per la torcia, di dimensioni ridotte (tipo la Lucciola della Omer) e utile solo ai pescasub.

Il fucile da pescasub.

Lasciamo stare…primo perché non sono un bravo pescatore, secondo perché ci sarebbe troppo da parlare e poi il fucile è un oggetto strettamente personale con scelte puramente soggettive. Unico consiglio, non cercate, dopo averlo acquistato di andare sui forum per leggere come modificarlo: non siete Ulisse! Il fucile delle società produttrici sono prodotti in maniera tale da soddisfare le vostre esigenze, fornendovi un prodotto che tiene conto di tutti i parametri che ne derivano dalle indicazioni dei campioni di pescasub…se le indicazioni dei forum fossero buone…pensate che non le applicherebbero?

Non dimenticatevi la boa segna-sub, (obbligatoria per legge!) che è importante soprattutto per chi pratica la pescasub, ad essa infatti, potete legare il secondo fucile, appoggiarvi se stanchi, mettere cibo ed acqua, e legarvi i pesci (se presi!).

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