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Tech Dive a cura di
Eugenio Mongelli
COSA È LA SUBACQUEA
TECNICA?
Desidero innanzitutto
salutare e ringraziare tutti i lettori che avranno la pazienza di seguire
questo mio spazio dedicato alla subacquea tecnica. Ringrazio quindi
doverosamente il direttore di Sott’acqua, Paolo Bastoni, che ha avuto
l’”ardire” di concedermi questo spazio.
Il mio obiettivo sarà
quello di darvi una panoramica quanto più esaustiva possibile su questa
branca della subacquea che si è ritagliata una importante fetta di
interesse e vede numerosi praticanti, senza dimenticare la sua storia, la
sua evoluzione e le sue novità.
Molte volte mi viene
rivolta la stessa domanda dai miei allievi subacquei “ricreativi” o da
semplici subacquei curiosi su cosa sia la subacquea tecnica. Il più delle
volte hanno in mente degli eroici individui che, carichi di bombole e
appesantiti da vari orpelli “high tech” (spesso ci si riferisce ai
rebreather), effettuano immersioni al limite dell’incoscienza o, meglio,
della pazzia. Altre volte pensano a subacquei tossicodipendenti di miscele
a base di misteriose misture che vengono preparate con metodologie
medievali degne di un mago.
Per
la verità anche io nel 1994 mi posi la stessa domanda imbattendomi
casualmente in una copia di Aqua Corps. Aqua Corps è stata la prima
rivista a trattare di immersione tecnica, edita negli Stati Uniti è stata
per diverso tempo il punto di riferimento per quella comunità di chi si
definiva “tekky” prima di chiudere alla fine del 1996 dopo pochi anni di
vita.
Effettivamente all’inizio
(parlo dei primi anni ‘90) i tekkies si muovevano come una setta segreta o
meglio come una setta di iniziati, in cui le informazioni non erano
condivise con il grande pubblico, ma circolavano in compartimenti stagni.
Le tecniche, le attrezzature, la formazione, le miscele non erano state
ancora codificate e si attingeva a piene mani alle conoscenze maturate in
ambito militare, professionale e speleosubacqueo. Non a caso ancora oggi
si parla di “missione” per indicare l’immersione e l’obbiettivo che ci si
prefigge raggiungere. In Italia in quegli anni erano pochi i praticanti e
si rifacevano alle tecniche e didattiche anglosassoni.
Tutta questa situazione e
questi termini alimentavano quella “superstizione”, che in parte perdura
ancora oggi, di vedere nell’immersione tecnica un qualcosa di pericoloso
ed irraggiungibile adatta solo a dei superuomini un po’ pazzi.
Bene, a mio avviso
l’immersione tecnica altro non è che un insieme di tecniche e procedure
che permettono di raggiungere obiettivi altrimenti non raggiungibili in
sicurezza.
Non parlo solo di
profondità elevate, ma anche di tempi di immersione e ambienti che non
vengono toccati dalle classiche immersioni “ricreative”. Mi riferisco a
penetrazioni in relitti profondi, grotte, sifoni sommersi lunghi centinaia
o migliaia di metri o semplicemente immersioni al fuori dei limiti dei
brevetti ricreativi.
La moderna tecnologia
mette a disposizione attrezzature, miscele respiratorie, metodologie,
software, che possono aiutare a raggiungere questi obbiettivi, per non
parlare di Internet e dei gruppi di discussione che consentono una veloce
distribuzione delle informazioni, impensabile solo qualche anno fa.
Che l’immersione tecnica
sia una branca dell’immersione sportiva è provata anche dal fatto che i
professionisti delle immersioni (es. militari ed imprese di lavori
subacquei) continuano ad immergersi secondo le loro procedure (che hanno
molto poco di sportivo), anche se restano attenti ai progressi ed alle
novità dell’immersione sportiva.
A mio avviso è poi
improprio parlare di immersione “ricreativa” e “tecnica” e dividere
nettamente gli ambiti. La maggior parte dei subacquei tecnici, infatti
pratica queste immersioni per divertimento e diletto, trovando
soddisfazione non solo nell’immersione in se stessa, ma in tutto il
contorno ad essa legata. Parlo del gruppo coi cui portare a termine la
“missione”, la configurazione dell’attrezzatura, l’uso di attrezzature
moderne ed estremamente performanti (a volte personalizzate
all’inverosimile), e, perché no, il fatto di raggiungere luoghi e
destinazioni negate ai più. Aggiungo anche la fase di addestramento e
pianificazione, le ricerche storiche sul sito (si guardi alle immersioni
sui relitti) la ricerca di novità tecniche che possano risolvere certi
problemi ed inconvenienti, le continue opportunità di aggiornamento e
confronto.
Tutti questi aspetti sono
divertenti, ma da non sottovalutare assolutamente. Mi spiego. E’ vero che
il subacqueo tecnico va in acqua per divertirsi, ma non dimentichiamo che
accetta e gestisce anche dei rischi, propri dell’attività che conduce,
statisticamente superiori ad una immersione “ricreativa”. Un problema a 15
metri come un erogatore in autoerogazione può diventare ben più grave a 80
metri. Ecco perché per condurre immersioni tecniche diventa assolutamente
necessario, l’addestramento, la disciplina, la completa padronanza della
propria attrezzatura, l’osservanza del piano di immersione e, aggiungo,
maggiore umiltà, consapevolezza e riconoscimento dei propri limiti.
Un'altra differenza è
rappresentata anche dal costo superiore di questa attività rispetto a
quella “ricreativa” legato al costo delle miscele, della attrezzature, dei
corsi, delle immersioni stesse.
Tante volte mi si dice:
“ma io a 60 metri ci arrivo in aria, perché devo usare miscele, tante
bombole, mute stagne, jacket speciali?” Si, è vero, ma basta soffermarsi
sui rischi che si accettano in questo modo, rispetto ai rischi che si
corrono se configurati in modo diverso. Ad esempio penso sia profondamente
diverso permanere 20 o 30 minuti a 60 metri senza una adeguata
attrezzatura e metodologia rispetto che toccare i 60 metri in aria e
tornare subito in superficie!
Il bello dell’immersione
tecnica è che non esiste un limite pre-configurato, ma si è liberi di
scegliere consapevolmente l’attrezzatura, le procedure, le miscele in base
a quello che si vuole fare e dove si vuole arrivare. Non si è costretti ad
un solo tipo di configurazione e di metodologie ma si può e si deve
scegliere in base a tutti i parametri che incontreremo nel corso della
immersione o “missione”. Sono poi sempre di più le opportunità di
crescita, di confronto, si aggiornamento, di novità.
Per arrivare a questo
livello di preparazione, consapevolezza e divertimento è necessario
seguire un opportuno percorso di crescita e porsi continuamente la domanda
“dove voglio arrivare?” e “ come ci voglio arrivare?”. Non bisogna mai
dimenticare infatti che andiamo in acqua per divertirci in sicurezza,
sapendo sempre valutare i rischi ed i possibili inconvenienti, qualsiasi
sia l’immersione che ci accingiamo a condurre, “ricreativa” o “tecnica”.
Ecco perché non trovo
sostanziale differenza tra l’immersione “tecnica” e “ricreativa” se
condotte in sicurezza e nei limiti del rischio che ognuno di noi considera
accettabile.
eugeniomongelli@sottacqua.info
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