anno II n°.11 gennaio 2008                                                                     

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copertina: Antidio e Paolo Rossi

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Tech Dive a cura di Eugenio Mongelli

COSA È LA SUBACQUEA TECNICA?  

Desidero innanzitutto salutare e ringraziare tutti i lettori che avranno la  pazienza di seguire questo mio spazio dedicato alla subacquea tecnica. Ringrazio quindi doverosamente il direttore di Sott’acqua, Paolo Bastoni, che ha avuto l’”ardire” di concedermi questo spazio.

Il mio obiettivo sarà quello di darvi una panoramica quanto più esaustiva possibile su questa branca della subacquea che si è ritagliata una importante fetta di interesse e vede numerosi praticanti, senza dimenticare la sua storia, la sua evoluzione e le sue novità.

Molte volte mi viene rivolta la stessa domanda dai miei allievi subacquei “ricreativi” o da semplici subacquei curiosi su cosa sia la subacquea tecnica. Il più delle volte hanno in mente degli eroici individui che, carichi di bombole e appesantiti da vari orpelli “high tech” (spesso ci si riferisce ai rebreather), effettuano immersioni al limite dell’incoscienza o, meglio, della pazzia. Altre volte pensano a subacquei tossicodipendenti di miscele a base di misteriose misture che vengono preparate con metodologie medievali degne di un mago.

Per la verità anche io nel 1994 mi posi la stessa domanda imbattendomi casualmente in una copia di Aqua Corps. Aqua Corps è stata la prima rivista a trattare di immersione tecnica, edita negli Stati Uniti è stata per diverso tempo il punto di riferimento per quella comunità di chi si definiva “tekky” prima di chiudere alla fine del 1996 dopo pochi anni di vita.

Effettivamente all’inizio (parlo dei primi anni ‘90) i tekkies si muovevano come una setta segreta o meglio come una setta di iniziati, in cui le informazioni non erano condivise con il grande pubblico, ma circolavano in compartimenti stagni. Le tecniche, le attrezzature, la formazione, le miscele non erano state ancora codificate e si attingeva a piene mani alle conoscenze maturate in ambito militare, professionale e speleosubacqueo. Non a caso ancora oggi si parla di “missione” per indicare l’immersione e l’obbiettivo che ci si prefigge raggiungere. In Italia in quegli anni erano pochi i praticanti e si rifacevano alle tecniche e didattiche anglosassoni.

Tutta questa situazione e questi termini alimentavano quella “superstizione”, che in parte perdura ancora oggi, di vedere nell’immersione tecnica un qualcosa di pericoloso ed irraggiungibile adatta solo a dei superuomini un po’ pazzi.

Bene, a mio avviso l’immersione tecnica altro non è che un insieme di tecniche e procedure che permettono di raggiungere obiettivi altrimenti non raggiungibili in sicurezza.

Non parlo solo di profondità elevate, ma anche di tempi di immersione e ambienti che non vengono toccati dalle classiche immersioni “ricreative”. Mi riferisco a penetrazioni in relitti profondi, grotte, sifoni sommersi lunghi centinaia o migliaia di metri o semplicemente immersioni al fuori dei limiti dei brevetti ricreativi.

La moderna tecnologia mette a disposizione attrezzature, miscele respiratorie, metodologie, software, che possono aiutare a raggiungere questi obbiettivi, per non parlare di Internet e dei gruppi di discussione che consentono una veloce distribuzione delle informazioni, impensabile solo qualche anno fa.

Che l’immersione tecnica sia una branca dell’immersione sportiva è provata anche dal fatto che i professionisti delle immersioni (es. militari ed imprese di lavori subacquei) continuano ad immergersi secondo le loro procedure (che hanno molto poco di sportivo), anche se restano attenti ai progressi ed alle novità dell’immersione sportiva.

A mio avviso è poi improprio parlare di immersione “ricreativa” e “tecnica” e dividere nettamente gli ambiti. La maggior parte dei subacquei tecnici, infatti pratica queste immersioni per divertimento e diletto, trovando soddisfazione non solo nell’immersione in se stessa, ma in tutto il contorno ad essa legata. Parlo del gruppo coi cui portare a termine la “missione”, la configurazione dell’attrezzatura, l’uso di attrezzature moderne ed estremamente performanti (a volte personalizzate all’inverosimile), e, perché no, il fatto di raggiungere luoghi e destinazioni negate ai più. Aggiungo anche la fase di addestramento e pianificazione, le ricerche storiche sul sito (si guardi alle immersioni sui relitti) la ricerca di novità tecniche che possano risolvere certi problemi ed inconvenienti, le continue opportunità di aggiornamento e confronto.

Tutti questi aspetti sono divertenti, ma da non sottovalutare assolutamente. Mi spiego. E’ vero che il subacqueo tecnico va in acqua per divertirsi, ma non dimentichiamo che accetta e gestisce anche dei rischi, propri dell’attività che conduce, statisticamente superiori ad una immersione “ricreativa”. Un problema a 15 metri come un erogatore in autoerogazione può diventare ben più grave a 80 metri. Ecco perché per condurre immersioni tecniche diventa assolutamente necessario, l’addestramento, la disciplina, la completa padronanza della propria attrezzatura, l’osservanza del piano di immersione e, aggiungo, maggiore umiltà, consapevolezza e riconoscimento dei propri limiti.

Un'altra differenza è rappresentata anche dal costo superiore di questa attività rispetto a quella “ricreativa” legato al costo delle miscele, della attrezzature, dei corsi, delle immersioni stesse.

Tante volte mi si dice: “ma io a 60 metri ci arrivo in aria, perché devo usare miscele, tante bombole, mute stagne, jacket speciali?” Si, è vero, ma basta soffermarsi sui rischi che si accettano in questo modo, rispetto ai rischi che si corrono se configurati in modo diverso. Ad esempio penso sia profondamente diverso permanere 20 o 30 minuti a 60 metri senza una adeguata attrezzatura e metodologia rispetto che toccare i 60 metri in aria e tornare subito in superficie!

Il bello dell’immersione tecnica è che non esiste un limite pre-configurato, ma si è liberi di scegliere consapevolmente l’attrezzatura, le procedure, le miscele in base a quello che si vuole fare e dove si vuole arrivare. Non si è costretti ad un solo tipo di configurazione e di metodologie ma si può e si deve scegliere in base a tutti i parametri che incontreremo nel corso della immersione o “missione”. Sono poi sempre di più le opportunità di crescita, di confronto, si aggiornamento, di novità.

Per arrivare a questo livello di preparazione, consapevolezza e divertimento è necessario seguire un opportuno percorso di crescita e porsi continuamente la domanda “dove voglio arrivare?” e “ come ci voglio arrivare?”. Non bisogna mai dimenticare infatti che andiamo in acqua per divertirci in sicurezza, sapendo sempre valutare i rischi ed i possibili inconvenienti, qualsiasi sia l’immersione che ci accingiamo a condurre,  “ricreativa” o “tecnica”.

Ecco perché non trovo sostanziale differenza tra l’immersione “tecnica” e “ricreativa”  se condotte in sicurezza e nei limiti del rischio che ognuno di noi considera accettabile.

eugeniomongelli@sottacqua.info

Paolo Bastoni

 

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