Addio Portofino!
Questo mese questa rubrica non ospita un
appello anonimo che vuole contrastare qualche malvezzo imperante nel
nostro mondo, nel nostro ambiente: questo mese la pagina sarà occupata
dall’intervista ad un personaggio molto noto, un nome che nessuno tra i
subacquei (ma anche tra le “Massaie di Voghera”, dopo il successo estivo
su Rai2 di “Abissi”) può ignorare: Andrea Ghisotti.
Andrea è stato tra i primissimi in Italia,
all’inizio degli anni ’80, a credere nelle didattiche USA e a passare
dalla FIPS, allora egemone, alla neonata – almeno nel nostro paese – PADI.
E con questo passaggio organizzò la casa di
famiglia di Portofino come uno dei primissimi Diving, con criteri oggi
comuni ma per l’epoca assolutamente innovativi. Fins&Fans e, in seguito,
la sua società “Il Capodoglio” hanno rappresentato per oltre venticinque
anni – un quarto di secolo! – uno dei più attivi ed efficienti poli
dell’attività didattica nel nord Italia.
Oggi cala la saracinesca, Andrea Ghisotti
chiude la sua attività.
E qui ce ne spiega le ragioni, ragioni che
si fanno propriamente collocare in questo spazio.
Ascoltiamole.
SOTTACQUA:
Andrea, cosa succede?
ANDREA GHISOTTI:
Succede che chiudo il mio
diving, che è attivo dall’81, a Portofino, assolutamente il primo nella
zona, antesignano di tutti quelli che sono venuti dopo. Quando sono
partito, con Massimo Quaia, avevamo messo a disposizione i nostri gommoni,
poi ci siamo espansi, abbiamo comprato gommoni più grossi, abbiamo
realizzato un Centro Immersioni con la prima attenzione per la qualità,
abbiamo iniziato a portare sott’acqua, sul promontorio, decine, centinaia
di subacquei facendo loro scoprire particolarità che nelle immersioni da
soli non sarebbero riusciti a trovare, a conoscere, abbiamo divulgato il
concetto di tutela ambientale e di rispetto per il fondale quando questi
argomenti, a livello di grande pubblico, erano ancora di là da venire.
Possiamo dire di essere stati i
primi ambasciatori organizzati delle bellezze del Promontorio e della
necessità di tutelarlo guardandolo, osservandolo, fotografandolo,
pubblicando decine di servizi.
Eravamo andati a Terrasini per
uno dei primi corsi pilota della PADI, affascinati da questo modo nuovo di
portare la gente sott’acqua, con esercizi anche duri ma non come quelli
della FIPS di allora, che consentivano quindi di allargare la pratica
della subacquea ad un pubblico più vasto anche per il minor tempo che gli
allievi dovevano dedicare al corso.
Il tutto in questo centro – il
primo dell’epoca – che consentiva ai subacquei di essere accompagnati con
precisione e con un servizio di qualità nei migliori punti di immersione.
Il diving è andato avanti bene,
prosperando negli anni. Ad un certo punto Massimo se ne andò, arrivarono
altri istruttori (anche chi scrive ha collaborato per un paio di
stagioni con Andrea, negli anni ’80 N.d.R.) e l’organizzazione è via
via migliorata con il tempo.
Solo che negli ultimi anni,
diciamo con la creazione dell’Area Marina Protetta, la situazione è andata
via via degradando e ha iniziato a spuntare tanta burocrazia e tante
regole alle quali per un po’ abbiamo aderito fino ad arrivare alla
situazione attuale che – secondo me – diventa inaccettabile per i Diving
Center.
Inaccettabile perché, a fronte
di alcune norme giuste, ne esistono un sacco sciocche: il fatto che tu
debba compilare un registro sul quale appuntare il numero e il tipo di
brevetto può anche essere corretta ma – ultimamente – che ti facciano
appuntare anche il numero del “gratta e vinci” del Parco…
S:
Ma queste sono
norme del Parco, della Provincia, della Capitaneria di Porto…?
AG:
Ci sono ordinanze della Capitaneria, norme del Parco, norme della
Regione, tutte insieme la rendono una situazione inaccettabile.
Un esempio pratico: ultimamente
mi sono dedicato soprattutto alle didattiche per le immersioni “tecniche”.
In questi casi il numero degli allievi è limitato, normalmente, a una, due
persone, raramente tre o quattro. Già le norme imponevano che sulla barca
dovesse restare una persona abilitata alla sua conduzione. Tu capisci che
sul subacqueo in acquea con me deve gravare anche il costo del driver.
Oltretutto dall’anno scorso c’è anche l’obbligo, per una società come la
mia, che la persona sul gommone debba essere assunta a libri paga. Io
dovrei quindi assumere qualcuno per farlo lavorare solo al sabato e alla
domenica nelle belle giornate di stagione a fronte di un numero limitato
di allievi.
Alla fine una società come la
mia anziché guadagnare si ritrova ad andare in passivo per mantenere
questo obbligo.
Inoltre questa norma si rivela
controproducente per la stessa AMP visto che, per sopravvivere, i diving
sono costretti a portare ogni giorno decine, centinaia di subacquei sul
promontorio e le immersioni non sono più “di qualità” ma “di quantità”, e
la cosa va a danno anche della possibilità di far conoscere bene il mare e
i suoi organismi visto che devi essere impegnato con questi torpedoni
della subacquea.
Parliamo anche dell’Area Marina
Protetta: io la chiamerei Riserva di Pesca ad uso e consumo di pochi,
privilegiati pescatori professionisti. Conosco benissimo la realtà di
Portofino dove ce n’erano quattro, tre sono purtroppo morti per ragioni di
età, l’ultimo rimasto gestisce una cooperativa nella quale lavorano sette
persone.
Qui non si è trattato di
salvaguardare posti di lavoro, ma la pesca nelle acque di Portofino rende
al punto che ne ha creati di nuovi prendendo il pesce da questa cosiddetta
“Area Protetta”, quel pesce che noi dovremmo far vedere alla gente che
esce con noi.
S:
Ma che tipo di
pesca viene praticata?
AG:
Di tutti i tipi: dalle lampare notturne sottocosta che, come ben
sai, sono micidiali per il pesce di scoglio, ai tramagli, ai palamiti… E
questa è un’Area Marina Protetta?!?....
E poi pensano di istituire una
figura di “responsabile ambientale subacqueo” perché chissà mai che danno
può fare il subacqueo. Che danni può fare il sub? Dare un calcio ad una
gorgonia? Bah, la ripulirà dalla mucillaggine, certo non la sradica come
invece fa il tramaglio – che invece è legale…
Non so se lo sai: il testo –
usato in Italia – che vieta l’ancoraggio nelle AMP è stato fatto sulla
base di quello vigente in Australia sulla Grande Barriera Corallina, dove
è chiaro che se butti un’ancora su una madrepora la distruggi. Ma su un
fondo roccioso che danni fai? Vogliono allora fare un discorso selettivo?
Stabiliscano che i piccoli natanti con semplici sistemi di ancoraggio
possano avvicinarsi alla costa, sbarcare per mangiarsi una focaccia sugli
scogli come si faceva al tempo della Tribù delle Rocce, facciamo
affezionare la gente a questi luoghi come avveniva anni fa.
Certo, alle barche grandi verrà
inibito l’avvicinamento, così come ci saranno alcune zone dove è
necessaria la protezione totale.
Ma comunque, a proposito proprio
degli ancoraggi, io chiedo alla gente: “è bello il fondale di
Portofino? Non dal punto di vista faunistica ma da quello geomorfologico”
e inevitabilmente mi viene risposto che è stupendo, tra i più belli
d’Italia. Bene – rispondo io – questo è il risultato di 60 anni
di anarchia sott’acqua!”.
Ti ricordi, Paolo, di quando si
organizzavano le spedizioni con i battellini da “Santa” o da Camogli, che
buttavano i grappini che aravano il fondo? Eppure il fondale è in ottime
condizioni…
Qui inserisco una considerazione
personale: mi immergo in queste acque dalla fine degli anni ’60 e ho
assistito al progressivo depauperamento della scogliera da coralli e
gorgonie, tendenza che è proseguita fino alla fine degli anni ’70 quando
iniziò a svilupparsi un’attenzione all’ambiente fino ad allora
sconosciuta.
Ho – abbiamo, tutti coloro che si
immergevano con attenzione in quei periodi – assistito all’inversione di
tendenza e al successivo sviluppo di una ricchissima fauna bentonica e,
successivamente, quando di Parco o AMP ancora non ci si sognava di
parlare, all’incremento della fauna pelagica.
Tendenza favorita anche da
strutture come il diving di Andrea che, con accurati e “colti” briefing ha
inserito nelle culture dei nuovi subacquei – o dei “vecchi” che si
rivolgevano a lui – questa cultura e questa mentalità protezionistica, la
capacità e il desiderio di osservare e non più predare. E, secondo me, la
condizione attuale del Promontorio è dovuta principalmente a questa
cultura, a queste azioni e alla situazione geografica favorevole di cui
gode Portofino, prima che ad altre – discutibili e forse inutili –
attività protezionistiche (che consentono comunque lo sfruttamento
commerciale di queste acque, vera manna per chi ne può godere…).
Vogliamo
fare un’altra considerazione? Parliamo dello snorkeling che, per essere
praticato, richiederebbe di poter andare sottocosta con un piccolo
natante, come dicevo prima, e questo modo di vivere il mare, oltre ad
essere propedeutico all’attività subacquea vera e propria, è anche, forse,
il miglior modo di avvicinarsi alla natura nascosta sotto il pelo
dell’acqua.
S –
Tu chiudi il
tuo diving, quindi che cosa farai ora?
AG –
Chiudo il diving perché in queste condizioni non mi interessa
andare avanti a lavorare così, con tutte quelle complicazioni. Ultima
considerazione, propria di Portofino: il comandante locale della
Capitaneria di Porto ha vietato, in stagione, da aprile a ottobre, di
alare e varare un gommone, dovrei andare a Santa Margherita o a Rapallo.
Io a Portofino ho un magazzino
per barche, bene, io non posso più montare un gommone o smontarlo per
rimessarlo là. Nonostante Portofino sia un porto e abbia due scivoli vige
questo divieto. Capisci perché chiudo? Perché ti rendono impossibile
lavorare.
In definitiva la mia barca, il
Paperoga, l’ho già portato in Sicilia, a Trapani, e là resta anche perché,
tra le varie pastoie che ci ritroviamo sul Promontorio c’è anche la
necessità che resti qualcuno a bordo mentre mi immergo, così non posso
nemmeno più fare il mio lavoro: quando mi immergo da solo per fare foto,
mi viene impedito di svolgere il mio lavoro di giornalista e fotografo
subacqueo.
A Portofino comunque non ho più
intenzione di svolgere attività didattica che organizzerò invece in Mar
Rosso preparando settimane tematiche.
La decisione di Andrea
è decisamente estrema, d’altra parte, anche dal colloquio, emerge
l’amarezza di chi sa di aver fatto molto per la subacquea – non
dimentichiamo che ha anche ricevuto il Tridente d’oro della manifestazione
usticese – e molto per quella zona che ora, con decisioni che anche
SOTTACQUA trova discutibili, e non solo per quel che riguarda Portofino,
viene praticamente preclusa ad una frequentazione non distruttiva ma
semplicemente libera, libera come il mare, che della libertà è il più bel
simbolo, dovrebbe essere.
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