anno II n°.12 febbraio 2008                                                                     

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copertina: Boot 2008

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Tech Dive a cura di Eugenio Mongelli

 

LE DIDATTICHE NELL’IMMERSIONE TECNICA PARTE 1

  

Desidero ringraziarvi per l’attenzione e pazienza con cui seguite la mia rubrica, che mi sono di stimolo per continuare questa opera di informazione e divulgazione.

Continuiamo il nostro viaggio nella subacquea tecnica parlando dell’evoluzione della didattica e delle organizzazioni che si sono dedicate al suo insegnamento in Italia e nel mondo.

Dedicarsi alla immersione “tecnica” richiede un elevato grado di preparazione teorica e di addestramento, legato all’obbiettivo dell’immersione stessa. Infatti pur se l’immersione è condotta per divertimento, proprio perché resti tale, è necessario avere le necessarie cognizioni teoriche e pratiche, di conoscenza dell’attrezzatura, e aver acquisito la pratica opportuna. Ricordiamo infatti che anche una immersione a 40 metri condotta in aria necessita di attrezzature e metodi adatti, per esempio, all’ambiente (es. immersione in relitti con penetrazioni, grotta, ecc.) o alla durata, che possono essere appresi solo con corsi dedicati.

Alla fine degli anni ‘80 dello scorso secolo furono tracciati negli Stati Uniti i primi rudimenti di didattica volti a divulgare e condividere le conoscenze acquisite dai primi praticanti e per aumentarne la sicurezza, ad opera di personaggi che provenivano a vario titolo dal settore professionale o militare.

Abbiamo già detto che molte pratiche ed attrezzature proprie dell’immersione tecnica derivano da quegli ambienti per poi evolversi ed adattarsi ad un fine sportivo. Sono ad esempio tutt’ora utilizzate le tabelle di esposizione all’ossigeno della americana N.O.A.A (National Oceanic and Atmospheric Administration), che hanno avuto una divulgazione mondiale proprio grazie alle didattiche tecniche. Ma non lasciamoci fuorviare, perchè tabelle simili (più o meno conservative) sono in uso da ben prima nelle Marine Militari di molti paesi, Italia inclusa.

Le sigle delle prime didattiche sono ancora oggi note ed operative: IAND (International Association of Nitrox Divers, poi divenuta IANTD International Association of Nitrox & Tecnical Divers), PSA (Professional Scuba Association), TDI (Technical Diving International), ANDI (American Nitrox Divers International). Sono legate a figure molto note nella subacquea quali Tom Mount, Dick Rutkowski, Bret Gilliam, Hall Watt per citarne alcuni.  Loro primo obbiettivo fu quello di divulgare l’uso del Nitrox (aria arricchita di ossigeno) come miscela sicura e vantaggiosa per le immersioni ed introdurre l’uso del Trimix (miscela di ossigeno elio e azoto), ma anche di insegnare l’uso dell’aria “profonda”. Il primo manuale Nitrox “sportivo” infatti è del 1989.

A loro si deve anche una prima sistemizzazione dei corsi e dei livelli di formazione, della pratica e delle necessarie abilità ed attrezzature richieste. Si comprese subito la necessità di una qualche standardizzazione non solo per mutuo riconoscimento ma anche per garantire sicurezza, aggiornamento e divertimento in questa branca in continua evoluzione. È di quel periodo la nascita di quella aura di “segretezza” e “mistero” che la subacquea tecnica si porta ancora oggi. Si trattava infatti di una nicchia dell’ambiente subacqueo praticata ancora da pochi “adepti”. Un aneddoto curioso è l’uso del trimix per immersioni profonde su relitti nella costa Nord-orientale degli Stati Uniti. Un gruppo di “relittari” infatti teneva nascosto il segreto della miscela che donava loro lucidità, sicurezza e maggiori tempi di fondo nella loro opera di esplorazione, per evitare che altri potessero visitare gli stessi relitti ed impossessarsi di reperti.

All’inizio le didattiche ricreative (es. PADI per citarne una molto nota) non ritennero opportuno inserire alcun corso di immersioni con miscele nel loro percorso didattico per vari motivi, primo tra tutti l’esiguità del fenomeno e la non ancora certa e provata sicurezza.

Il numero dei subacquei tecnici stava però crescendo, e le metodologie e conoscenze erano già sbarcate in Europa e nel resto del mondo. Già nel 1993 si parlava di scuola americana e scuola inglese. Le condizioni delle immersioni nel Regno Unito (relitti, mare torbido e spesso mosso, cavità sommerse e grotte, ecc) ben si adattavano ad essere condotte in configurazioni e metodologie proprie della subacquea tecnica.

È di quegli anni l’arrivo della subacquea tecnica in Italia con le sigle delle didattiche americane, ma di questo parleremo nel prossimo numero della nostra rivista.

eugeniomongelli@sottacqua.info

Bruno Manunza

 

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Bruno Manunza

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