anno II n°.12 febbraio 2008                                                                     

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copertina: Boot 2008

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Gocce di Storia            

 

di Gaetano "Ninì" Cafiero

Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.

 

“TESTA DI RAME” È SEMPRE PRESENTE

Il fascino misterioso del palombaro resiste impavido all’incalzare della tecnologia nella ricerca e nel lavoro subacqueo.

“Questo foglio è stato firmato alle ore 10 e 10 del 5 novembre 1950 e rinchiuso in un astuccio di legno verniciato in bianco, successivamente sigillato alla presenza dei firmatari.

L'astuccio è stato consegnato dal rag.Lisi al palombaro Umberto Amendola

perché se lo porti durante 1'immersione stabilita sul fondale di trenta metri indicato e controllato dalla Giuria.

Egli, dovrà consegnarlo al ten. Raimondo BUCHER il quale, a corpo libero e con semplice maschera ad occhiale scenderà a quella profondità per ritirarlo dalle di lui mani.

F.to Vincenzo Percuoco, G.Zazza, Gino Cacace, de Girolamo, G.Donadio,

M. Lisi”.

Avete presente “Sao ka kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte Sc Benedict". ? Traduzione libera: "so per certo che quei terreni, nei confini che li contengono, sono stati posseduti dall'Abbazia di S.Benedetto per trenta anni". ; la frase riportata è estratta dal Placito di Capua conservato nell'archivio di Montecassino, un atto notarile del 960 D.C.; si tratta di un documento molto importante nella storia della lingua italiana perché per la prima volta compare una frase in volgare sebbene in un documento per il resto scritto tutto in latino, e ciò fa considerare questo documento un po’ l'atto di nascita della nostra lingua.

Bè, quell’immersione di Bucher fu un po’ l’atto di nascita della subacquea moderna, che è sport, attività ricreativa e al tempo stesso strumento di ricerca scientifica.

Cinquantasette anni dopo, oggi, i numeri dell’apnea sono sconvolgenti: Herbert Nitsch, austriaco, è pluriprimatista mondiale di apnea profonda con 214 metri in No Limits, 111 metri in costante, 9'04" in statica; prima di lui avevano fatto registrare Martin Stepanek, ceco, 108 metri in costante, 106 metri in immersione libera, 80 metri in costante senza pinne; Carlos Coste,venezuelano, 105 metri in costante, 140 metri in variabile, Guillaume Nery, francese, 110 metri in assetto costante; Patrick Musimu 209 metri in assetto variabile No limits, Mandy-Rae Cruickshank il record mondiale femminile in assetto costante con 88metri. Tutti costoro hanno afferrata il testimone che Umberto Pelizzari (16 tentativi con 16 record in tutte le specialità dell'apnea) porgeva loro.

Eppure è come lo sbarco dell’uomo sulla Luna: dopo i clamori di quella prima volta nel luglio del 1969, i successivi “allunaggi” sono stati accolti dall’opinione pubblica mondiale come notizie di routine. Mentre conservavano il loro straordinario fascino favolistica i viaggi sul nostro satellite naturale di Cirano di Bergerac e del barone Münchhausen con le loro mongolfiere o le oche attaccate a mo’ di cani da slitta.

La consegna del testimone da parte del palombaro Amendola al subacqueo Bucher costituiva, sì, la prova incontrovertibile che quest’ultimo era effettivamente sceso a quella profondità; ma era un gesto che aveva soprattutto un valore simbolico: il palombaro, il più che secolare “testa di rame”, rinunciava al suo ruolo di unico lavoratore sul fondo del mare e lo trasmetteva al subacqueo. Il quale nel frattempo cresceva: nei 57 anni trascorsi da allora la profondità raggiunta in apnea è passata da 30 a 214 (!) metri, il sommozzatore autonomo, grazie alle miscele respiratorie, può operare a oltre 100 metri, l’OTS - Operatore Tecnico Subacqueo, ossia sommozzatore “in saturazione” - lavora a centinaia di metri senza uscire dall’acqua per settimane, l’ADS – Atmospheric Diving Suit – un autentico sommergibile antropomorfo permette di operare nell’abisso in condizioni normobariche. E infatti: avete visto quanti giocattoli, quanti modellini di questi nuovi eroi dell’alta profondità sono stati ispirati dai successori hi-tech del vecchio, obsoleto, ormai inutile palombaro? Neanche uno! I bambini hanno i Gormiti con i quali fantasticare sulle incredibili avventure consentite ai supereroi ad alta tecnologia; ma accanto a questi ci sono i Pirati, la Piovra, lo Squalo, la Balena di imaginext. E i palombari. Palombari modellini, palombari pupazzetti, in plastica, in lega d’ottone, in argento, in oro, per giocare, da collezionare; e la massima aspirazione di quanti amano gli oggetti che hanno a che fare col mare è possedere un vecchio elmo di rame, possibilmente pronto a funzionare in caso di necessità. Persino Maurizio Masucci, che costruisce raffinati modellini da collezione di attrezzature da palombaro, elmi e accessori rigorosamente in scala, si è cimentato nella fabbricazione di un elmo vero (di quelli “a campana”, aperto sotto) commissionatogli da Alberto Gasparin per la scuola OTS di Palermo. I corsi per conseguire il brevetto di palombaro sportivo organizzati da Gianluca Minguzzi per conto della Historical Diving Society – Italia hanno numerosissimi aspiranti allievi (tutti subacquei certificati ai livelli superiori) in lista d’attesa. Francesca Giacché, autrice nel 2000, per i tipi della IRECO, di “Teste di rame – in viaggio con i palombari”, si accinge a dare alle stampe un libro fotografico sui palombari con le immagini di Andrea Angelucci. Guido Simoni, elbano, che con il fratello maggiore Piero che gli fa da assistente, è ancora una dei pochissimi (se non il solo) palombaro in attività. Nel 2009 gli scadrà la licenza e andrà finalmente in pensione: per allora si è messo a disposizione della HDS-Italia per portare la sua esperienza nei corsi per palombaro sportivo.

Li ho seguiti in un loro lavoro di sbancamento all’isola d’Elba, i fratelli Simoni. Ora sono in attesa di essere ancora chiamati dall’Autorità Portuale per una prospezione nello stesso porto. «Una cosa da sommozzatore» ammettono. Sono anche sommozzatori, beninteso, «ma per lavorare preferiamo lo scafandro».

Il palombaro è visto un po’ come un manovale. Invece il sommozzatore, in particolare l’OTI in saturazione, gode della considerazione di un tecnico specializzato. Guido ne conviene: « Ma all’occorrenza il palombaro deve sapersi dar da fare come ingegnere».

I fratelli Simoni fanno i palombari per eredità e per vocazione: «per via del babbo, Aladino, per nove anni palombaro della Regia Marina. Assolutamente non voleva che facessimo il mestiere anche noi. Però, è una parola!... Noi le vacanze preferivamo trascorrerle sulla lancia da palombaro piuttosto che in spiaggia sicché il babbo ha dovuto far buon viso a cattivo gioco».

 

 

 

ninicafiero@sottacqua.info

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