anno II n°.12 febbraio 2008                                                                     

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Reportage - RITORNO ALLE FARASAN

di Emilio Mancuso

Anche questa volta il viaggio inizia con la chiusura della valigia…tanta attrezzatura e pochi vestiti;

c’è poi tutto il materiale didattico per il corso.

Per fortuna c’è la mia collega Alessandra, con cui dividere il peso, e la franchigia di 30 kg della Saudi Arabian Airlines.

Appuntamento alle 13.00 a Malpensa, arrivano tutti i corsisti e a questo punto insieme al viaggio inizia anche il corso pratico di biologia marina tropicale.

Per l’Istituto per gli Studi sul Mare questo è un piacevole ritorno alle Farasan Banks, dopo il primo corso organizzato nel Mar Rosso saudita organizzato nel 2005.

Sarà un viaggio lungo, specie se visto con gli occhi del turista moderno, perché cambieremo volo a Medina, quindi bisogna prenderla con calma e godersi le facce e le persone che incontreremo.

Arriviamo in barca all’alba, forse un po’ stanchi, ma sicuramente c’è entusiasmo negli occhi dei corsisti; nei miei si aggiunge quell’espressione di piacere tipica di tornare in un posto amato.

Molliamo gli ormeggi, molliamo gli ospiti nelle cabine e partiamo alla volta del sito della nostra check – dive.

Lo scopo del nostro corso è mettere in luce la peculiarità biologiche ed ecologiche delle zone che visitiamo, per insegnare ai nostri corsisti a scender sott’acqua con occhio e spirito critico, per trasmettere il più possibile quella cultura del mare e quella passione che da sempre muove i nostri passi.

Tutto questo è molto più semplice in un mare che ti lascia a bocca aperta, che ti meraviglia per la sua ricchezza.

La prima volta gli occhi non sono preparati a tutta questa generosità, all’abbondanza di questi reef ed alla loro densità. La prima sensazione è di non aver fatto un viaggio nello spazio, ma nel tempo; è come essere ritornati al Mar Rosso di Cousteau, di Roghi, dei pionieri che con occhi increduli lo ribattezzarono “Il giardino di Allah”.

L’isolamento di questo dedalo di isolotti e reef sommersi e il bassissimo impatto antropico hanno lasciato questo tratto di mare in condizioni eccellenti, conservando pressoché intatti gli ambienti e le comunità biologiche osservate.

Nota biologica già emersa nella prima spedizione, e che trova conferma anche in queste immersioni, è la concentrazione di plancton significativamente più elevata in queste acque rispetto al nord del Mar Rosso.

Compito mio e di Alessandra è mettere in luce questa importante caratteristica, che a colpo d’occhio è individuabile grazie ad una minore trasparenza dell’acqua, che resta comunque buona anche se non paragonabile a quella delle più frequentate acque del nord. Altrettanto rilevante è stato vedere e far vedere come quest’acqua ricca di plancton abbia determinato il proliferare di organismi molto meno abbondanti nelle più limpide acque del nord, come grosse e numerose spugne di stile caraibico, diverse e sviluppate colonie di ascidie, il tutto naturalmente nella rigogliosa cornice fatta da alcionacei e gorgonie di rara bellezza.

I giorni passano anche troppo veloci, l’acqua incredibilmente calda non stanca i subacquei e gli snorkelisti, che stimolati dallo scenario che si presenta loro non risparmiano domande, dubbi, curiosità e naturalmente scatti fotografici.

Numerosissime stenelle ci accompagnano nel girovagare tre i vari siti di immersione; il mare calmissimo, una buona barca ed uno squisito equipaggio rendono l’atmosfera decisamente vacanziera, ma per fortuna le varie attività previste ricordano a tutti gli ospiti che la vacanza ha la veste di un corso di biologia. Merito o fortuna mia e di Alessandra è vedere che la voglia di capire e conoscere ha la meglio sul lassismo della vacanza.

Le bellissime immersioni che scandiscono le nostre giornate sono intervallate, oltre che dalle attività di corso, da sbarchi sulle piccole isolette che ci permettono di godere del fascino che le Farasan hanno anche fuori dall’acqua.

Poche specie di piante, poco più che arbusti fortemente adattati all’ambiente e al clima, diventano dimora di un’avifauna che rende questi fazzoletti di sabbia incredibilmente interessanti anche per gli ornitologi.

Ci troviamo in una zona soggetta a forti fenomeni migratori, e così ci si trova senza problemi a pochi passi da sule, sterne, pellicani e falchi pescatori, che sembrano troppo intenti a godersi il caldo e ad accudire le numerose uova deposte per preoccuparsi della nostra presenza.

Le bellissime spiagge costellate da una moltitudine di nidi di tartaruga ci tolgono il fiato e ci impongono di ritornare al gommone con massima attenzione; persino le parole vengono meno, quasi a non voler violare la pace che domina questi ambienti, e a sperare che le onde ed il vento cancellino le orme di questi viaggiatori.

Immersione dopo immersione, si accumulano le fotografie ed i ricordi; la settimana volge al termine, e per rendere il rientro ancor più difficile e malinconico sulla rotta del rientro ci fermiamo ad Abu Lat.

La più grande di tutte e forse per questo, ma non solo, la più bella. Facciamo due passi ai piedi di quel che resta di un antico cono vulcanico, seguiamo i piccoli sentieri che il vento ha costruito tra la bassa vegetazione, così da non calpestare l’opera del pollice verde di madre natura. Saliamo su un piccolo altipiano che ci permette di vedere più in là gli altri camini addormentati e ci accorgiamo che questo altipiano è quel che resta di un intero pezzo di reef che i movimenti della terra han fatto emergere dal mare. Stiamo camminando su un reef fossile, stiamo camminando sulla storia geologica delle Farasan, meglio muoversi piano per godersi il panorama e per non disturbare il riposo di quell’antico brulicare di vita.

Finita la passeggiata ci rinfreschiamo nelle basse e tranquille acque che separano l’isola grande da alcune isole minori; acque che a volte nei viaggi precedenti mi hanno mostrato bellissime mante intente a riposarsi nutrirsi. Questa volta non possiamo ammirare queste prime donne del mare, la nostra attenzione e il nostro sguardo si può concentrare dunque su quella miriade di minuti pesci, forme giovanili che aspettano, nella serenità di questa zona nursery, di crescere per andare ad occupare il loro giusto posto nella caotica vita dei reef.

Con quest’ultimo ricordo rientriamo al porto di Al Lith, un pullman è pronto a riportarci a contatto con il resto del mondo che per una settimana abbiamo lasciato lontano.

Prima di ritornare al freddo di Malpensa, ci resta giusto qualche ora per girare tra quei colori, quei profumi e quel brulicare di facce e suoni che è il suq di Jeddah; mangiamo un boccone alla marina insieme ad Eric (non basterebbe un altro articolo per descrivervi Eric, quando capiterà di partire insieme ve lo presenterò) e gustiamo un ottimo narghilè fino al momento di recarsi in aeroporto.

Tra otto ore circa saremo coperti da giacche e cappelli di lana, saluteremo i nostri corsisti, i nostri compagni di viaggio. Il viaggio e il corso di biologia marina nel Mar Rosso saudita sarà allora finito, ma di sicuro continuerà ancora a lungo nelle immagini impresse nei nostri occhi e nei ricordi di quel paradiso sommerso, di quel mare così nuovo e così antico.

 

 

 

 

 

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