anno II n°.12 febbraio 2008                                                                     

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copertina: Boot 2008

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Reportage - Tempo di Fiere

 

A ROMA L'EUDISHOW COMPIE SEDICI ANNI di Paolo Bastoni

L’anno scorso ci recammo a Roma – quasi un pellegrinaggio – un po’ titubanti, un po’ curiosi per vedere cosa era successo negli anni che separavano la precedente edizione della “nostra” Fiera ospitata dalla Capitale e quella con il sigillo del terzo millennio.

Trovammo un ambiente fieristico moderno, i padiglioni abbastanza ben distribuiti, un’affluenza abbondante, anche se, forse, un po’ “drogata” da tanti ingressi gratuiti (ma anche questo può avere un senso, come diremo più avanti), qualche pecca organizzativa più o meno grave ma alle quali l’organizzazione ha pian piano posto rimedio, pecche dovute anche al fatto che questa fiera inaugurava, praticamente, l’impianto espositivo.

Una nota senz’altro positiva è stato il fatto che lo spostamento della Fiera della Subacquea al sud, rispetto alle tradizionali sedi di Genova, Bologna, Firenze e Verona degli ultimi anni, può servire ad allargare la diffusione della nostra attività anche in zone meno strutturate, soprattutto nella mentalità dei subacquei più che nell’organizzazione di Centri di Immersione che, talvolta, in alcune località, rappresentano una vera e propria eccellenza logistica e imprenditoriale.

Qui ci riallacciamo – brevemente – ad un discorso già comparso più volte in queste pagine: più siamo, alla “conta”, più ci riconosciamo uniti e più possiamo avere una presenza ineludibile di fronte ad enti, istituzioni e autorità varie che spesso ci usano per fini politici non scevri da interessi economici, e sempre legiferano su di noi senza averne la benché minima competenza, per cui, tra le varie italie unite, ben venga – e in fretta – anche quella del popolo del mare.

La passata edizione ha visto, comunque, l’inizio della progressiva assenza delle maggiori Aziende del settore, fenomeno agli inizi nel 2007 ma che si ripresenterà in maniera ancor più incisiva quest’anno che, delle “grandi” vedrà la presenza della sola Mares.

Senza entrare nel merito delle scelte e delle motivazioni, delle quali, ambedue, si è già molto parlato su SOTTACQUA, il risultato che ne consegue non è, comunque, positivo, ma di questo ne riparleremo in altri spazi.

Ma allora, perché andare all’EUDI, se, come scriviamo anche noi, ci sono assenza così clamorose?

Semplice: perché qui C’È la subacquea italiana. Non tutta, certamente, ma la subacquea italiana non è fatta solo dai grandi nomi – che sono, sì, il motore trainante del movimento produttivo senza i quali la subacquea stessa se non sparire si vedrebbe almeno fortemente azzoppata.

Ma la subacquea è fatta anche dai Diving, dagli operatori turistici specializzati, dalle didattiche, dalla stampa di settore (a proposito: ci saremo anche noi al padiglione 1, stand A 34!), dal grande numero di piccoli artigiani che operano nell’indotto – e penso alla Isotecnic, a Nimar, a Europhoto e a tanti altri che ometto per non fare un lungo elenco di nomi – e senza i quali, così come senza i “grandi” la subacquea non esisterebbe o risulterebbe fortemente ridimensionata nelle possibilità di praticarla.

A chi ha ancora qualche ricordo di quel che hanno assorbito sui banchi degli studi più remoti vorrei, a questo proposito, suggerire di andarsi a leggere di un certo Menenio Agrippa...

E, soprattutto, al “nostro” Salone ci siamo noi, per una volta all’anno possiamo incontrarci, contarci, parlarci scherzare e raccontarci delle cose belle e brutte di un anno trascorso tra immersioni fatte e immersioni raccontate, e anche questo fa “gruppo”.

Sul piano strettamente tecnico, quello che riguarda le attrezzature, l’EUDI (come ogni altra fiera, come per esempio il grande BOOT tedesco di cui si parla in altra parte) non può raccontare molto di nuovo, né lo potrebbe nemmeno con l’en plein delle Aziende di settore perché, aldilà di qualche trovata di ammodernamento della tradizionale attrezzatura (ammodernamenti più “marketing oriented” che destinati ad un significativo miglioramento generale dell’attrezzo) in realtà non ci sono, orami da anni, grosse novità in questo campo.

Questo è un discorso che sento fare un po’ da tutti i subacquei, almeno non i neofiti, quelli che hanno già qualche anno e qualche centinaia di immersioni nelle pinne.

Facile fare questa osservazione, si può dire, visto che non tiro fuori dal cilindro nemmeno un suggerimento piccolo piccolo ma, d’altra parte, non sono un ingegnere, così come non lo è nessuno tra i giornalisti che si occupano di questo settore, e il compito mio e dei miei colleghi è solo quello di registrare le situazioni e trasformarle in notizie e informazioni.

Per conto mio credo che il futuro dello sviluppo della subacquea risieda in quella che, più o meno propriamente, viene chiamata “subacquea tecnica”, nei rebreather, insomma in quella che è, al tempo stesso, nuova tecnologia e nuova filosofia (ed esigenza) didattica, e di questo ne fa fede anche il nuovo interessamento, diffuso, delle maggiori Agenzie Didattiche, tradizionalmente dedicate ad una subacquea più “ricreativa”.

E allora qua è necessario fare uno stop e muovere verso quello che dovrebbe essere il vero impegno dei subacquei italiani, fuori dall’acqua, per poter continuare ad andare in acqua nel migliore dei modi.

Come Angelo Mojetta in un altra parte del giornale denuncia, e come SOTTACQUA va ripetendo praticamente in ogni numero, la subacquea sta subendo un meccanismo di involuzione per l’interessato, mortale abbraccio – non voglio fare nomi né dare indicazioni, credo che ognuno possa vedere, se si ferma un attimo, i soggetti cui mi riferisco, che sono i più vari – di chi considera la nostra attività solo n terreno di conquista economica (o, in alcuni casi locali, politica).

Sta morendo la passione, si sta spegnendo, e questo è un grido di allarme che noi di SOTTACQUA intendiamo lanciare anche per il tramite di una sorta di Manifesto di Rifondazione della Subacquea (nessuno di noi intende presentarsi ad elezioni politiche di nessun tipo, sia chiaro, e non ci sono riferimenti in qualsivoglia maniera a formazioni che hanno altri scopi rispetto ai nostri...).

Angelo, il sottoscritto, i vari collaboratori, tutti noi condividiamo appieno la diagnosi del declino della passione e della cultura per il mare e per la subacquea, declino di cui sono responsabili non i subacquei stessi, la cosiddetta base, ma coloro che li guidano o che li limitano con decisioni cervellotiche e liberticide.

I subacquei, la base, come testimoniano le e-mail che arrivano, per esempio, all’indirizzo del nostro – grande! – Ninì Cafiero, sono invece ancora interessati e coinvolti in questa passione, magari appena avvertita o che magari – e mi piacerebbe sperare che SOTTACQUA a questo stia contribuendo – si sta svegliando proprio ora, aiutata in questo risveglio da un nuovo interesse per la storia, per le nostre radici, per una cultura sempre più viziata da ruote della fortuna, “scosse” e altre superficiali amenità del genere.

La cultura, secondo noi, passa attraverso un pomeriggio nuvoloso trascorso seduti sulle rocce ad ascoltare il frangere delle onde, ad osservare il costante andirivieni dei granchietti della battigia o dei tuffi dei gabbiani (quelli “sani”, che vivono al mare...) nel loro personale supermercato.

Passa nelle immersioni preparate con cura, che non si esauriscono in una pedalata di mezz’ora, troppo intenti a non superare i fatidici diciottometridiciotto del nostro brevetto per imparare ad osserva quanto accade intorno a noi, E DENTRO DI NOI, nel nostro spirito, quando siamo sott’acqua.

Immersioni su relitti dei quali si conosce la storia, così da poter capire il perché di una falla, di una lamiera sconvolta, immersioni su secche ricche di ogni ben di Dio al quale sappiamo dar un nome ed un cognome e del quale sappiamo apprezzare le attività, anche se, magari, non abbiamo il bene di poter osservare nella nostra immersione – “pazienza! sarà per la prossima volta”... –.

Immersioni nelle quali, su un fondo sabbioso, “ascoltiamo” il funzionamento del nostro erogatore, perfezioniamo la nostra capacità nella ricerca dell’equilibrio del jacket, ci sdraiamo sulla sabbia del fondo, ci togliamo la maschera e ascoltiamo il nostro respiro che si mescola agli altri rumori dell’ambiente che ci circonda, immobili, e scopriremo, se ci va bene, la curiosità dei tanti piccoli animaletti che, superando la diffidenza per quel nuovo scoglio rumoroso e sbuffante, ci nuotano a qualche centimetro dal viso e che noi percepiremo come entità un po’ sfuocata, per il nostro sguardo privo della corazza del vetro, ma al tempo stesso avvertiremo noi stessi come parte di un tutto, di quel tutto che vive ed è vissuto nelle emozioni di tanti altri che da quando esiste il mondo hanno sognato di “capire” cosa ci sia là sotto.

Là sotto ci siamo anche noi, il nostro spirito, la nostra parte migliore, quella che ama integrarsi con la natura, con l’ambiente, quella curiosa e innamorata del mare e delle sue creature.

Ecco, anche l’EUDI, momento collettivo della Tribù delle Rocce, può servire a cementare il rapporto tra di noi, e nel “noi” metto anche quelli che stanno dall’altra parte, negli stand, perché, in fondo, anche se qualcuno se l’è dimenticato, nasciamo tutti dalla medesima passione, il mare.

Veniamo a cercarne un pochino, a Roma.

 

 

Bruno Manunza

 

Farasan

 

 

Paolo Bastoni

Alberto Rava

Bruno Manunza

Farasan

Bruno Manunza