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Reportage - Tempo di Fiere
A ROMA L'EUDISHOW COMPIE SEDICI ANNI di Paolo
Bastoni
L’anno scorso ci
recammo a Roma – quasi un pellegrinaggio – un po’ titubanti, un po’
curiosi per vedere cosa era successo negli anni che separavano la
precedente edizione della “nostra” Fiera ospitata dalla Capitale e quella
con il sigillo del terzo millennio.
Trovammo un ambiente
fieristico moderno, i padiglioni abbastanza ben distribuiti, un’affluenza
abbondante, anche se, forse, un po’ “drogata” da tanti ingressi gratuiti
(ma anche questo può avere un senso, come diremo più avanti), qualche
pecca organizzativa più o meno grave ma alle quali l’organizzazione ha
pian piano posto rimedio,
pecche dovute anche al fatto che questa fiera
inaugurava, praticamente, l’impianto espositivo.
Una nota senz’altro
positiva è stato il fatto che lo spostamento della Fiera della Subacquea
al sud, rispetto alle tradizionali sedi di Genova, Bologna, Firenze e
Verona degli ultimi anni, può servire ad allargare la diffusione della
nostra attività anche in zone meno strutturate, soprattutto nella
mentalità dei subacquei più che nell’organizzazione di Centri di
Immersione che, talvolta, in alcune località, rappresentano una vera e
propria eccellenza logistica e imprenditoriale.
Qui ci riallacciamo –
brevemente – ad un discorso già comparso più volte in queste pagine: più
siamo, alla “conta”, più ci riconosciamo uniti e più possiamo avere una
presenza ineludibile di fronte ad enti, istituzioni e autorità varie che
spesso ci usano per fini politici non scevri da interessi economici, e
sempre legiferano su di noi senza averne la benché minima competenza, per
cui, tra le varie italie unite, ben venga – e in fretta – anche quella del
popolo del mare.
La passata edizione ha
visto, comunque, l’inizio della progressiva assenza delle maggiori Aziende
del settore, fenomeno agli inizi nel 2007 ma che si ripresenterà in
maniera ancor più incisiva quest’anno che, delle “grandi” vedrà la
presenza della sola Mares.
Senza entrare nel
merito delle scelte e delle motivazioni, delle quali, ambedue, si è già
molto parlato su
SOTTACQUA, il risultato che ne consegue non è, comunque,
positivo, ma di questo ne riparleremo in altri spazi.
Ma allora, perché
andare all’EUDI, se, come scriviamo anche noi, ci sono assenza così
clamorose?
Semplice: perché qui
C’È la subacquea italiana. Non tutta, certamente, ma la subacquea italiana
non è fatta solo dai grandi nomi – che sono, sì, il motore trainante del
movimento produttivo senza i quali la subacquea stessa se non sparire si
vedrebbe almeno fortemente azzoppata.
Ma la subacquea è
fatta anche dai Diving, dagli operatori turistici specializzati, dalle
didattiche, dalla stampa di settore (a proposito: ci saremo anche noi al
padiglione 1, stand A 34!), dal grande numero di piccoli artigiani che
operano nell’indotto
– e penso alla Isotecnic, a Nimar, a Europhoto e a
tanti altri che ometto per non fare un lungo elenco di nomi – e senza i
quali, così come senza i “grandi” la subacquea non esisterebbe o
risulterebbe fortemente ridimensionata nelle possibilità di praticarla.
A chi ha ancora
qualche ricordo di quel che hanno assorbito sui banchi degli studi più
remoti vorrei, a questo proposito, suggerire di andarsi a leggere di un
certo Menenio Agrippa...
E, soprattutto, al
“nostro” Salone ci siamo noi, per una volta all’anno possiamo incontrarci,
contarci, parlarci scherzare e raccontarci delle cose belle e brutte di un
anno trascorso tra immersioni fatte e immersioni raccontate, e anche
questo fa “gruppo”.
Sul piano strettamente
tecnico, quello che riguarda le attrezzature, l’EUDI (come ogni altra
fiera, come per esempio il grande BOOT tedesco di cui si parla in altra
parte) non può raccontare molto di nuovo, né lo potrebbe nemmeno con l’en
plein delle Aziende di settore perché, aldilà di qualche trovata di
ammodernamento della tradizionale attrezzatura (ammodernamenti più
“marketing oriented” che destinati ad un significativo miglioramento
generale dell’attrezzo) in realtà non ci sono, orami da anni, grosse
novità in questo campo.
Questo è un discorso
che sento fare un po’ da tutti i subacquei, almeno non i neofiti, quelli
che hanno già qualche anno e qualche centinaia di immersioni nelle pinne.
Facile fare questa
osservazione, si può dire, visto che non tiro fuori dal cilindro nemmeno
un suggerimento piccolo piccolo ma, d’altra parte, non sono un ingegnere,
così come non lo è nessuno tra i giornalisti che si occupano di questo
settore, e il compito mio e dei miei colleghi è solo quello di registrare
le situazioni e trasformarle in notizie e informazioni.
Per conto mio credo
che il futuro dello sviluppo della subacquea risieda in quella che, più o
meno propriamente, viene chiamata “subacquea tecnica”, nei rebreather,
insomma in quella che è, al tempo stesso, nuova tecnologia e nuova
filosofia (ed esigenza) didattica, e di questo ne fa fede anche il nuovo
interessamento, diffuso, delle maggiori Agenzie Didattiche,
tradizionalmente dedicate ad una subacquea più “ricreativa”.
E allora qua è
necessario fare uno stop e muovere verso quello che dovrebbe essere il
vero impegno dei subacquei italiani, fuori dall’acqua, per poter
continuare ad andare in acqua nel migliore dei modi.
Come Angelo Mojetta in
un altra parte del giornale denuncia, e come SOTTACQUA va ripetendo
praticamente in ogni numero, la subacquea sta subendo un meccanismo di
involuzione per l’interessato, mortale abbraccio – non voglio fare nomi né
dare indicazioni, credo che ognuno possa vedere, se si ferma un attimo, i
soggetti cui mi riferisco, che sono i più vari – di chi considera la
nostra attività solo n terreno di conquista economica (o, in alcuni casi
locali, politica).
Sta morendo la
passione, si sta spegnendo, e questo è un grido di allarme che noi di
SOTTACQUA intendiamo lanciare anche per il tramite di una sorta di
Manifesto di Rifondazione della Subacquea (nessuno di noi intende
presentarsi ad elezioni politiche di nessun tipo, sia chiaro, e non ci
sono riferimenti in qualsivoglia maniera a formazioni che hanno altri
scopi rispetto ai nostri...).
Angelo, il
sottoscritto, i vari collaboratori, tutti noi condividiamo appieno la
diagnosi del declino della passione e della cultura per il mare e per la
subacquea, declino di cui sono responsabili non i subacquei stessi,
la
cosiddetta base,
ma coloro che li guidano o che li limitano con decisioni cervellotiche e
liberticide.
I subacquei, la base,
come testimoniano le e-mail che arrivano, per esempio, all’indirizzo del
nostro – grande! – Ninì Cafiero, sono invece ancora interessati e
coinvolti in questa passione, magari appena avvertita o che magari – e mi
piacerebbe sperare che SOTTACQUA a questo stia contribuendo – si sta
svegliando proprio ora, aiutata in questo risveglio da un nuovo interesse
per la storia, per le nostre radici, per una cultura sempre più viziata da
ruote della fortuna, “scosse” e altre superficiali amenità del genere.
La cultura, secondo
noi, passa attraverso un pomeriggio nuvoloso trascorso seduti sulle rocce
ad ascoltare il frangere delle onde, ad osservare il costante andirivieni
dei granchietti della battigia o dei tuffi dei gabbiani (quelli “sani”,
che vivono al mare...) nel loro personale supermercato.
Passa nelle immersioni
preparate con cura, che non si esauriscono in una pedalata di mezz’ora,
troppo intenti a non superare i fatidici diciottometridiciotto del nostro
brevetto per imparare ad osserva quanto accade intorno a noi, E DENTRO DI
NOI, nel nostro spirito, quando siamo sott’acqua.
Immersioni su relitti
dei quali si conosce la storia, così da poter capire il perché di una
falla, di una lamiera sconvolta, immersioni su secche ricche di ogni ben
di Dio al quale sappiamo dar un nome ed un cognome e del quale sappiamo
apprezzare le attività, anche se, magari, non abbiamo il bene di poter
osservare nella nostra immersione – “pazienza! sarà per la prossima
volta”... –.
Immersioni nelle
quali, su un fondo sabbioso, “ascoltiamo” il funzionamento del nostro
erogatore, perfezioniamo la nostra capacità nella ricerca dell’equilibrio
del jacket, ci sdraiamo sulla sabbia del fondo, ci togliamo la maschera e
ascoltiamo il nostro respiro che si mescola agli altri rumori
dell’ambiente che ci circonda, immobili, e scopriremo, se ci va bene, la
curiosità dei tanti piccoli animaletti che, superando la diffidenza per
quel nuovo scoglio rumoroso e sbuffante, ci nuotano a qualche centimetro
dal viso e che noi percepiremo come entità un po’ sfuocata, per il nostro
sguardo privo della corazza del vetro, ma al tempo
stesso
avvertiremo noi stessi come parte di un tutto, di quel tutto che vive ed è
vissuto nelle emozioni di tanti altri che da quando esiste il mondo hanno
sognato di “capire” cosa ci sia là sotto.
Là sotto ci siamo
anche noi, il nostro spirito, la nostra parte migliore, quella che ama
integrarsi con la natura, con l’ambiente, quella curiosa e innamorata del
mare e delle sue creature.
Ecco, anche l’EUDI,
momento collettivo della Tribù delle Rocce, può servire a cementare il
rapporto tra di noi, e nel “noi” metto anche quelli che stanno dall’altra
parte, negli stand, perché, in fondo, anche se qualcuno se l’è
dimenticato, nasciamo tutti dalla medesima passione, il mare.
Veniamo a cercarne un
pochino, a Roma.
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Bruno Manunza

Farasan

Paolo Bastoni

Alberto Rava

Bruno Manunza

Farasan

Bruno Manunza
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