anno II n°.13 marzo 2008

 

 

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OBIETTIVO SICUREZZA DELLE ATTIVITA’  SUBACQUEE NEL CONTESTO EUROPEO - ASPETTI LEGISLATIVI E IMPORTANZA DELLA MEDICINA SUBACQUEA ED IPERBARICA

di Pietro Giovagnoli, Pasquale Longobardi, Alessandro Bosco*

Il desiderio innato di aprire alla propria intelligenza nuovi orizzonti ha spinto l’uomo a sconfinare dal suo habitat terrigeno ed inseguire sotto la superficie dell’acqua conferma o smentita alle proprie aspettative.

In questo habitat “innaturale”, condizionato dall’iperbarismo, il subacqueo,   avendo perso contatto con il suolo a cui è abituato, si muove nelle tre dimensioni dello spazio dove la luce è ridotta, la visione è  imperfetta, il campo visivo – attraverso il vetro della maschera – è ristretto, mentre in immersione subisce, con gli spostamenti verticali, rapide variazioni di pressione e dove la grandissima differenza di densità tra aria ed acqua gli provoca un rallentamento di tutti i movimenti; inoltre, altri fattori di rischio sono indotti dalle caratteristiche stesse del mezzo ambiente: natura dei fondali, trasparenza dell’acqua, correnti sottomarine, contaminazioni industriali, contaminazioni da plancton ed agenti biologici, punture e morsi di animali acquatici.

In altre parole l'uomo in immersione si trova a dover affrontare una serie di stimoli negativi abnormi che potrà superare solo con un efficace addestramento, con una ben collaudata efficienza delle attrezzature e soprattutto con  una  specifica idoneità psicofisica accertata (sarebbe auspicabile) da specialisti o comunque da esperti nel campo della medicina subacquea ed iperbarica, i quali possano valutare con il più  esatto rigore, attraverso protocolli di visita medica e test mirati, la capacità di adattamento dell'organismo alle modificazioni fisiologiche indotte dall’immersione subacquea.

 

Questi parametri, essenziali per lo svolgimento di ogni attività subacquea,  dovrebbero trovare  riscontro,  in un supporto normativo finalizzato  alla prevenzione ed alla sicurezza e, quindi, alla salute del subacqueo .

Purtroppo non è così: la legislazione in materia, emanata negli ultimi anni, può riguardare solo marginalmente le attività subacquee che rimangono “ancorate” alle vecchie normative comunque carenti sotto l’aspetto sanitario: in proposito sappiamo che un disegno di legge per la regolamentazione di tutte le attività subacquee, presentato ormai da anni, non sembra trovare via d’uscita al suo iter parlamentare; sappiamo anche che l’Associazione Imprese Subacquee Italiane (AISI) ha proposto la costituzione di un gruppo di lavoro (AISI/UNI) per lo studio delle “Procedure operative nelle attività subacquee ed iperbariche professionali”. 

Soffermiamoci dunque ad esaminare la situazione della subacquea nel nostro Paese seguendone l’iter normativo e cercando di evidenziare gli aspetti legati alla tutela della salute del subacqueo, tenuto conto che in linea di massima le attività subacquee possono distinguersi in amatoriali/sportive e professionistiche.

In Italia l’attività subacquea amatoriale o sportiva, dal punto di vista legislativo rientra nella normativa che regolamenta genericamente tutte le attività sportive agonistiche e non agonistiche (rispettivamente DM 18.2.1982 e DM 28.2.1983).

I protocolli di visita medica prescritti per la subacquea dagli stessi decreti, sono ritenuti alquanto carenti, in considerazione anche dell’evoluzione tecnologica dei supporti diagnostici e, comunque, tali da non consentire un responsabile giudizio clinico ai medici preposti.

Allo stato attuale, Commissioni mediche, istituite in  seno alle Federazioni sportive, hanno predisposto più completi protocolli clinico-strumentali, al fine dell’accertamento dell’idoneità fisica specifica per la subacquea amatoriale agonistica e non: da tale livello di idoneità e dalla tipologia dell’addestramento derivano i vari gradi di “brevetto d’immersione”.

Per quanto riguarda la subacquea professionale la normativa italiana individua (escludendo i palombari in servizio locale, categoria istituita nel 1952, la cui tecnica di immersione è ormai desueta), due sole categorie di lavoratori subacquei i “sommozzatori (SMZ) in servizio locale” (harbour diving) che operano in ambito portuale e i “pescatori subacquei professionisti” dediti principalmente alla raccolta del corallo (coral diving) o all’acquacoltura (fish farm diving).

Ambedue queste categorie di operatori subacquei (OS), istituite e normate rispettivamente con DM 13 genn. 1979 e DM 20 ott. 1986, vengono iscritte in registri tenuti dalle Capitanerie di Porto, previo giudizio favorevole di idoneità espresso dal Medico di Porto, che opera presso gli Uffici di Sanità Marittima Organi periferici del Ministero della Salute, il quale si deve  avvalere una  “Scheda di valutazione psicofisica attitudinale”, parte integrante dei decreti stessi.

Tale scheda non indicando quali siano i parametri valutativi di “non idoneità” è stata fortemente criticata.

Ai SMZ in servizio locale è richiesto un “brevetto professionale” conseguito presso scuole riconosciute da Stato o Regioni, oppure di avere prestato servizio per almeno un anno come SMZ nella Marina militare o altri Corpi istituzionali; ai pescatori professionisti è sufficiente il possesso di un brevetto rilasciato dalle Federazioni sportive.

Considerato che l’operatività di tali figure professionali è per decreto limitata all’ambito portuale o acque limitrofe, per qualunque tipo di immersione effettuata al di fuori di tali ambiti non esiste alcuna limitazione (formazione/brevetti del sub, batimetria, controlli sanitari).

Si deve alle Autorità marittime, storicamente istituzionalmente preposte alla salvaguardia di chi opera in mare, l’avere emanato Ordinanze in materia di sicurezza del lavoro subacqueo nei propri ambiti territoriali, essendo peraltro preposte alla tutela dello stesso ambiente marino  in esecuzione a disposti legislativi che in questo caso esistono (es. pesca del corallo).

Il perché di tale “disattenzione” istituzionale ai problemi della subacquea potrebbe giustificarsi con una scarsa conoscenza della realtà nel campo delle attività subacquee in genere ed in particolare  del mondo del  lavoro subacqueo, forse per un presunto esiguo numero di questa categoria di lavoratori:diamo dunque una risposta a questo interrogativo!

Gli  iscritti alle Federazioni subacquee europee risultano essere 3.000.000, 10.000 sono i circoli subacquei, 60.000 gli istruttori e 2500 sono le scuole subacquee (fonte EDTC 2004); per quanto riguarda la subacquea professionale l’AISI, ha rilevato una “rinnovata notevole ripresa delle attività di estrazione degli idrocarburi dai giacimenti sottomarini e ciò implica la necessità di disporre di un maggior numero di operatori subacquei qualificati”.

In Italia considerata l’entità del lavoro subacqueo svolto nel 2004 l’esposizione a rischio lavorativo subacqueo è stato quantificato in 300.000 ore/uomo in saturazione e 65.000 in aria; allo stato attuale nel nostro Paese la subacquea industriale (commercial diving) può contare su circa 600 O.S professionisti, che hanno superato training formativi e visite mediche d’idoneità psicofisica riconosciuti a livello internazionale, di cui 300 O.S. in aria; 200 in saturazione; 100 come personale di supporto (fonte AISI/EDTC)

È importante evidenziare che nel nostro Paese oltre ai SMZ in sevizio locale ed ai pescatori subacquei professionisti, il campo della subacquea di tipo professionale comprende, essendo assimilabili ai “lavoratori” ai sensi dell’art. 2 del D.Lgv. 626/94, tutti coloro che praticano l’immersione come supporto allo studio o alla ricerca scientifica (studenti, medici, biologi, geologi, archeologi ecc) e figure di subacquei professionisti quali giornalisti, fotografi e tecnici di ripresa subacquea; recentemente sono entrati a far parte degli OS professionisti anche istruttori, guide, accompagnatori (professional leisure diving), che in ambito sportivo e turistico lavorano remunerati per fornire un servizio di didattica e/o di accompagnamento a turisti e a sportivi.

Se escludiamo i SMZ in sevizio locale, tutte queste categorie di subacquei  operano con brevetti d’immersione di tipo sportivo: l’attività subacquea amatoriale/sportiva e quella professionale rappresentano dunque  due facce della stessa medaglia e ciò deve farci riflettere sulla necessità che le visite d’idoneità previste per i brevetti sportivi siano sufficientemente rigorose.

Altra “disattenzione” è la mancata caratterizzazione dei  sommozzatori in base alla specifica professionalità da cui deriva il loro specifico impiego (ciò che a livello europeo è stata codificata), cosicché genericamente in campo industriale sono da considerare  i subacquei di “basso fondale” che operano entro i meno 50 metri e quelli di alto fondale  che operano anche a profondità di centinaia di metri (con procedure di immersione in saturazione).

In ambito europeo il problema della idoneità psicofisica e della sorveglianza sanitaria dei subacquei (specialmente dei professionisti) è stato affrontato da organismi internazionali tecnico scientifici, quali  l’European Committee for Hyperbaric Medicine (ECHM) e l’European Diving Tecnology Committee (EDTC), che in accordo con i Paesi membri, hanno presentato un documento sotto forma di “raccomandazioni”, finalizzato ad armonizzare in Europa procedure di sicurezza stabilendone  i protocolli e definendo profili professionali differenziati dei medici preposti ad effettuare una prima visita, tesa ad accertare l’idoneità ad intraprendere l’attività subacquea (“Diving medicine physician”) e le visite successive periodiche, tendenti a verificare la persistenza dei requisiti di idoneità “Medical examiner of divers”.

Alcuni Paesi, specialmente del Nord Europa, hanno legiferato in materia ed importanti imprese subacquee europee hanno recepito le raccomandazioni dei citati Organismi, mentre in Italia le  imprese, pur tenendo conto dei parametri europei (come norme di buona tecnica -DPR 886/1979), operano la sorveglianza sanitaria (medico competente) in virtù del D. Lgv 626/1994.

In un contesto europeo è fortemente valorizzata la figura del medico con formazione in medicina subacquea ed iperbarica: è questa stessa disciplina che detta i criteri di accertamento sanitario ed i relativi  requisiti di idoneità per le varie attività subacquee.

A questo punto verifichiamo quale è oggi la situazione in Italia, premesso che l'attività dei  subacquei dei Corpi militari e civili dello Stato sono regolamentati autonomamente dalle Istituzioni di appartenenza e che la Marina militare “ha fatto scuola”.

La medicina iperbarica ad uso medico trova la sua origine come supporto alle operazioni subacquee militari e, successivamente, ha avuto grande impulso per le procedure di  immersione  di tipo industriale legate all’attività estrattiva petrolifera, intorno alla metà del secolo scorso.

In Italia le problematiche legate alla  medicina iperbarica sono state da sempre trattate nell’ambito della anestesiologia e rianimazione - presso i cui istituti sono presenti le camere iperbariche - e storicamente presso l’Istituto di Medicina del lavoro di Genova.

Negli ultimi anni sono sorti vari centri iperbarici privati e sono stati  potenziati quelli pubblici: tutte le camere iperbariche in essi esistenti sono state  adeguate per decreto a specifiche norme di sicurezza ISPESL (1997).

Più di recente, dobbiamo arrivare alla fine degli anni 70, è sorta presso l’Università di Chieti, in seno al Dipartimento di scienze fisiologiche, la scuola di specializzazione in “Medicina del nuoto e delle attività subacquee” (poi subacquea ed iperbarica), voluta e diretta dal Prof. Pier Giorgio Data, illustre fisiologo, che, poco prima della sua scomparsa, ha innovato l’iter formativo di questo insegnamento per adeguarlo alla normativa europea.

Il progetto ha trovato autorevole supporto di altre personalità accademiche che hanno mostrato il suo stesso interesse per una disciplina forse  a torto troppo trascurata .

È così che presso la Scuola Medica superiore “S.Anna” di Pisa, dal 2005 è stato istituito un “Master in Medicina Subacquea ed Iperbarica” di II livello, diretto dal Prof. Antonio L’Abate, adeguato alle direttive europee, che permetterà ai partecipanti di operare con un profilo professionale internazionalmente riconosciuto a tutela della salute di un subacqueo amatoriale, che si immerga nelle acque del Mar rosso, o di un operatore subacqueo professionista off shore, a bordo di una piattaforma petrolifera a largo della costa nigeriana.

 

*

Pietro Giovagnoli

      Dirigente Superiore medico Ministero della Salute

      Spec.sta. in Medicina subacquea ed iperbarica

Pasquale Longobardi

      Direttore sanitario Centro Iperbarico di Ravenna

      Membro EDTC

Alessandro Bosco

      Direttore operativo “Marine Consulting” Ravenna

 

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