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L’ARCHEOLOGIA SUBACQUEA NELL’ERA ANTICA (O MEGLIO LA STORIA DELL’UOMO SOTT’ACQUA) Voglio iniziare questo ciclo di contributi, andando subito fuori tema. Non me ne voglia il lettore ma devo fare una premessa, definire il termine archeologia.
Archeologia è un termine
greco
composto dalle parole
"antico" e
"discorso". E’ la scienza
che studia le civiltà e le culture umane del passato e le loro relazioni
con l'ambiente circostante, mediante la lettura e interpretazione delle
fonti antiche, soprattutto i testi classici a partire dall’Iliade e
l’Odissea di Omero, combinata alla raccolta, documentazione e analisi
delle tracce materiali che quelle culture hanno lasciato. Parlare di
Archeologia subacquea non può prescindere dall’effettuare un escursus
veloce sull’attività umana dell’uomo in acqua. Riepilogare in questa sede,
in maniera esaustiva, tutta la storia della subacquea, o almeno la
raccolta delle principali notizie dalle fonti, sarebbe oltremodo noioso
per il lettore, faticoso e fuorviante per chi scrive e soprattutto ci
allontanerebbe dalle linee guida di questo lavoro.
Tralasciando quindi tutto quanto concerne la più antica frequentazione dell’uomo, ad oggi conosciuta, degli ambienti marini, per trarne sostentamento alimentare dapprima [1], e successivamente per lo sfruttamento commerciale di spugne, madreperle, coralli[2], mi soffermerò solo su alcuni significativi episodi della storia antica del Mediterraneo. Fra questi la notizia del più grande nuotatore dell’antichità, come lo definisce Fabio Maniscalco nel suo libro Mare Nostrum. Fondamenti di Archeologia Subacquea[3], ovvero Scillia di Scicione[4] e della sua impresa a sostegno della flotta greca di Atene nella battaglia del 480 a.C., nello stretto di Salamina, contro la flotta Persiana guidata dal re Serse, dove con abile azione piratesca a fianco della figlia Hydna, tagliando le funi di ancoraggio delle navi persiane, poco prima di una tempesta, favorì la distruzione della flotta nemica, agevolando di fatto, la vittoria greca di Temistocle; impresa raccontata da Pausania, ripresa poi da Plinio nella sua Naturalis historia[5] e commemorata con l’erezione di due statue nel santuario degli eroi di Delfi.Erodoto[6] annovera fra le cause della disfatta della flotta di Serse, nella guerra contro Atene, la scarsa propensione al nuoto degli equipaggi Persiani, che una volta abbandonata la nave, al contrario degli ateniesi allenati al nuoto, perivano affogati perché incapaci di raggiungere la riva autonomamente. Questo perché allora le battaglie navali erano effettuate, come del resto buona parte della navigazione nel Mediterraneo, nei pressi e in vista delle coste.
Tucidide[7], raccontando le vicende legate alla guerra del Peloponneso,
nei passi che riguardano l’assedio di Pilo compiuto dagli Ateniesi, narra
dell’aiuto avuto dagli Spartani da parte di subacquei apneisti che Anche il grande Alessandro Magno entra di diritto nella nostra breve e necessariamente incompleta storia dell’esplorazione subacquea nei tempi antichi. Plutarco, nella sua Vita di Alessandro[9], rileva nella biografia del personaggio una sola grande lacuna: il grande condottiero macedone non sapeva nuotare. Diodoro[10] però sembra smentire questa informazione. Ad ogni modo pare, se la notizia alto medioevale è vera[11], che Alessandro fu il primo a tentare una esplorazione sottomarina calandosi in una botte di legno e vetro opportunamente zavorrata sotto i flutti marini[12]. Aristotele accenna nei suoi scritti di alcuni esperimenti condotti dai suoi contemporanei circa l’uso di una campana subacquea pneumatica[13], che serviva di supporto al lavoro dei pescatori di spugne. Fra l’altro, le sue osservazioni si concentrarono anche su quelle che possiamo considerare le prime testimonianze di incidenti, definiti poi barotraumi, ovvero dolori all’apparato uditivo e fuoriuscita di sangue dal naso.
Nella Roma repubblicana e poi imperiale, i subacquei
impiegati nei lavori di recupero dei carichi sommersi assunsero dignità di
corporazione. Se ne trova attestazione in una epigrafe nella quale si
parla della cooperazione piscatorum et urinatorum alvei Tiveris[14]. La corporazione degli urinatores,
probabilmente connessa alle attività di carico e scarico portuali, è
attestata anche a Ostia in un'altra iscrizione, ossia nella dedica fatta
dagli stessi sommozzatori all’Imperatore Antonino Pio[15]. Disponiamo anche di una prova archeologica dell’esistenza
degli urinatores. Dallo scavo del relitto della Mandrague de Giens,
In Francia, sotto uno spesso strato di matta di posidonia[16], si è potuta constatare la mancanza di una parte del carico.
Poiché è impossibile ipoti Veniamo ora all’epoca rinascimentale e alle invenzioni e progetti generati dalla stessa volontà di esplorare e recuperare antichi carichi sommersi, e in particolare ai tentativi di recupero delle navi del lago di Nemi.
Accogliendo l’invito del cardinale Prospero Colonna, il primo
che si cimentò in questa impresa fu Leon Battista Alberti[17] il quale, nel 1446, dopo aver fatto esplorare da abili
subacquei genovesi i resti dei relitti, fece costruire una enorme zattera
e con uncini ancorati agli antichi legni e forti funi tentò il recupero,
che ovviamente non diede significativi risultati. Quasi un secolo dopo,
nel 1535, l’ingegnere militare bolognese Francesco De Marchi, immergendosi
personalmente
Voglio citare qui anche la famosa immagine del progetto del frate Borrelli del XVII secolo, che vede un subacqueo dotato di pinne e di un grande contenitore morbido posato sulle spalle creato allo scopo di contenere l’aria per la respirazione[19] e il famoso disegno Leonardesco di un prototipo di maschera per immersione. Queste sono, a grandi linee, le prime fasi nel Mediterraneo dell’eterna lotta dell’uomo contro le insidie dell’esplorazione marina, in un ambiente ovviamente ostile, dove il vero problema era ed è la respirazione umana. Il prossimo mese vedremo come la storia arrivò al Comandante Cousteau di cui tutti conosciamo la fama.
[1] Notizie su ritrovamenti di conchiglie in grotte affacciantesi sul Mar Baltico e risalenti a 7/10.000 anni fa, fra gli altri, in I. Lucherini et Alii, Manuale Open water diver, Milano, Asdas, 1999, pp. 5 e A. Fiorito, Medicina subacquea, Imola, La Mandragora Editrice, 2006, pp. 13 [2] Lucherini et Alii, Manuale open, pp. 5 e Fiorito, Medicina, pp. 14. [3] F. Maniscalco, Mare Nostrum. Fondamenti di Archeologia Subacquea, Napoli, Massa Editore, 1998. pp. 11. [4] Herodot. VIII 8 e anche VII 188 e ss. [5] Paus. X 19,1; Plin., nat. hist., XXXV 139. [6] Herodot. VIII 89. [7] Thuc. IV 26. [8] Thuc. VII 25. [9] Plut., Alex., 58,4. [10] Diod. Sic. XVII 97,2. [11] Questa notizia deriva dall’opera romanzesca di un anonimo scrittore egiziano, probabilmente di Alessandria, vissuto nel IV sec d.C. e successivamente indicato nello Pseudo Callistene. Nella storia si narra dell’immersione di Alessandro, compiuta insieme con due amici, dentro una botte di legno e vetro. La scena dell’immersione è rappresentata anche da una illustrazione presente in un manoscritto francese del XIII secolo. Cfr. P.A. Gianfrotta, P. Pomey, Archeologia subacquea. Storia, tecniche, scoperte e relitti, Milano, Arnoldo Mondatori Editore, 1981, pp. 22-23. [12] Cfr. Fiorito, Medicina, pp. 14 [13] Maniscalco, Mare Nostrum pp.17 e Fiorito, Medicina, pp. 13. [14] C.I.L. VI 1872 (cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia, pp. 20). [15] C.I.L. XIV 303 (cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia, pp. 20). [16] La posidonia Oceanica, una delle sole quattro specie di piante marine superiori, costruisce nel corso degli anni una formazione stratificata di radici, foglie morte e vecchi affusti dove trovano rigenerazione le nuove piante fino a creare degli spessi tappeti chiamati appunto matte (cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia, pp. 21-22). [17] Cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia, pp. 23. [18] Possediamo una colorita descrizione di questa primordiale campana subacquea nella vivace descrizione che ne fece lo stesso De Marchi (cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia, pp. 24-25). [19] Cfr. Gianfrotta, Pomey, Archeologia subacquea, pp. 26 e Lucherini et Alii, Manuale open, pp. 6.
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