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Questo mese lo spazio della polemica è diviso in due: la prima parte è dedicata proprio a voi lettori. Abbiamo inserito questa rubrica nella convinzione che di “sassolini da togliersi dalle scarpe” siano in molti ad averne, e parlando, di persona, con tanti frequentatori di centri di immersione, di barche, di saloni, di aree marine protette, in effetti questo emerge – scusate il gioco di parole –. Ma allora com’è che almeno la metà di queste rubriche l’ha dovuta scrivere il direttore di SOTTACQUA, salvo poi ricevere conforto dai lettori che con e-mail e telefonate hanno manifestato la loro approvazione o il loro plauso per l’aver affrontato un determinato argomento?!?... Suvvia, non siate timidi, porgeteci la vostra visione delle cose, le vostre lamentele, le vostre considerazione su come vanno le cose nel nostro mondo, è vero che la partecipazione, attraverso la stampa, in questo periodo storico è spesso scoraggiata, ma SOTTACQUA nasce proprio per essere costruita insieme... E adesso vengo invece al nocciolo della polemica di questo mese, e mi occuperò di fotografia. Sarà perché sono un fotografo (attenzione non ho detto “fotografo subacqueo”, ma “fotografo” tout court...) da quarantacinque anni, più o meno, e in questo periodo includo anche quelli dell’infanzia e dell’adolescenza, perché anche quando sono passato alla professione (e qua gli anni si riducono di una decina, considerando le mie prime collaborazioni a “Giganti del Basket” dei miei diciassette anni) lo spirito che mi ha sempre animato è stato quello della ricerca dell’immagine che trasmettesse qualcosa a chi la guardava. All’inizio, certo, con ingenuità e senza gli strumenti culturali che ho acquisito in seguito, ma sempre con lo spirito di usare un mezzo espressivo per comunicare agli altri. E, con un salto temporale di qualche decennio, arrivo ai giorni nostri e, nello specifico, alla fotografia subacquea. Ribadendo quanto ho già lasciato percepire tra le righe più sopra voglio certificare che non esistono “fotografi terrestri” e “fotografi subacquei”, ma solamente “fotografi”. Certo, come in pittura esistono poi delle suddivisioni tra chi usa l’acquerello, chi l’olio, chi l’acrilico, chi è manierista e chi informale, anche tra chi usa una macchina fotografica si ripropongono le stesse differenziazioni. Ma (almeno, dovrebbe essere così) solo in termini di stile. Personalmente sono un grande amante del surrealismo – Magritte, Chagall, Dalì... – di alcuni autori specifici, da Edward Hopper al Goya, da Caravaggio ai (non tutti) fiamminghi. Amo poco l’informale e l’astrattismo anche se ne apprezzo i concetti. Non mi piacciono, in modo abbastanza tranchant, i classici italiani, da Raffaello a Tiziano, da Paolo Uccello al Buonarroti, da Pier della Francesca al Tiepolo, con qualche concessione al Canaletto, a Masaccio, al Giorgione e a pochi altri. Perché questo discorso strampalato sui miei gusti pittorici? Perché mi viene più facile fare paragoni, con la pittura, e perché l’uno per l’altro, tutti coloro che ho citato (e, ovviamente, i non citati) hanno avuto una medesima caratteristica in comune: l’esigenza, il desiderio, la spinta di comunicare qualcosa attraverso la loro arte, attraverso il loro pennello, realizzando anche delle proprie ricerche personali, sia stilistiche (che sono le peculiarità in virtù delle quali distinguiamo Botticelli da Leonardo), sia tecniche, in modo più o meno approfondito a seconda del pittore e dell’epoca. Ricordiamo, per esempio, che tutti i rinascimentali si costruivano da sè i propri colori, con procedimenti più o meno segreti, più o meno efficaci. E, nel campo dello stile, ricordiamo le polemiche che hanno accompagnato l’opera di grandi come il Buonarroti, o come, in tempi più recenti, Rousseau – il doganiere che non sapeva dipingere i piedi – o il nostro grande Ligabue (se qualcuno, a questo punto, si chiede se il cantautore si dedica anche alla pittura giuro che mi fermo qui!...). Nelle fotografie che realizziamo nell’elemento che amiamo tutto questo non c’è. Per carità, non sto parlando di coloro che, con semplicità, vogliono solo riportare qualche piacevole ricordo dalle loro immersioni immortalando pesci e compagni di immersione. Mi riferisco a coloro i quali vi si dedicano con lo stimolo, in più, di riportare immagini formalmente pregevoli, che posseggano anche qualità tali da poter desiderare averle esposte alle pareti, per dare cibo all’anima. Purtroppo il vero Artista, l’Autore delle loro immagini, nella maggior parte dei casi, non sono loro, ma è Dio – per chi ci crede – o le incredibili soluzioni che le leggi dell’evoluzione hanno determinato nelle varie specie animali presenti nel fondo del mare. Perché, viziati da una pletora di concorsi organizzati da chi FOTOGRAFO non è e che pretende che un’immagine, per essere “bella” deve essere priva di sospensione, non deve essere mossa, deve essere perfettamente a fuoco, condizionati, come dicevo, da questo tipo di approccio all’immagine, sono capaci di proporci solo una marea di macro o di foto ravvicinate di soggetti per i quali è sufficiente essere in grado di non sbagliare la potenza del, o dei flash (tanto oggi con lo sviluppo tecnologico è sempre più difficile sbagliare qualcosa...). Oh, naturalmente ci sono le dovute eccezioni – ora non starò a fare nomi né in un senso né nell’altro perché non ha senso e tanto, se mi legge, ci sarà senz’altro chi capirà a chi mi riferisco – ma anche quelli che hanno stimoli creativi (ecco, la parola è venuta fuori!) ma che intende partecipare ai concorsi più importanti, deve assoggettarsi a questa regola. In quanto poi alla “creatività” vorrei evitare di confonderla con l’introduzione di elementi che nulla hanno a che vedere con il mare, certo, può essere divertente portare sott’acqua polpi di plastica o altri ammennicoli strani, giusto per giocare, e può anche essere interessante trasformare il fondo... di una piscina (e non del mare!) in una sala di posa per realizzare qualche still life divertente. Ma la creatività è un’altra cosa (se vi capita guardate le opere giovanili di un certo Picasso che, con quello che dipingeva e disegnava a dodici anni aveva convinto il padre – pittore – a smettere di dipingere: il cubismo è venuto dopo, frutto di ricerca e di creatività!...). E la ricerca? E lo studio di un proprio stile? Nei consessi che indicavo sopra – quelli dei fotografi “concorsisti” – sento parlare sempre diffusamente delle proprie attrezzature, personalizzate in un modo o in un altro. Meno frequentemente sento, per esempio, parlare del modo di utilizzare le fonti di luce e ancora meno sento discorsi – specifici – sullo “stile”. La fotografia, per anni, ha vissuto di un complesso di inferiorità rispetto alla pittura perché condizionata dalla propria ripetitibilità, mentre la pittura è opera unica, e ancora adesso molti (miopi) ancora disconoscono la qualità artistica di una fotografia proprio per questa ragione, un po’ come lo stupido che guarda il dito del saggio che, invece, gli indica la luna. Ma guardatevi certe immagini di Ansel Adams, o di Lucien Clergue, o di alcuni autori cinesi, che mi perdoneranno se non ricordo i loro nomi, per capire che l’importante non è se si usa un pennello o degli alogenuri d’argento o dei bit, ma solo se si riesce ad emozionare qualcuno con le proprie immagini. E per tornare allo specifico della fotografia subacquea cercatevi le immagini di Flip Schulke, o di Doubilet o, per restare a casa nostra, di un certo Enrico Cappelletti che, purtroppo, ha seguito le orme di chi cerca di fare il profeta in patria, uno dei più grandi nel nostro campo, ad avviso mio, ma non solo, che ha introdotto nuovi linguaggi nel mondo delle immagini. Non dobbiamo vergognarci di affermarlo: la fotografia è Arte, piaccia o no ai soloni preposti a valutare cosa lo sia e cosa non ne sia degno. Può piacere, come ho detto all’inizio, ed è una questione di gusto personale o anche di scarse capacità di padroneggiare il mezzo, ma è sempre da rispettare quando sottende una ricerca e l’uso dell’emisfero destro del cervello. Personalmente rispetto più un tentativo malriuscito ma che evidenzia l’uso di quella benedetta parola “creatività” piuttosto di una “solita” immagine patinata del solito peperoncino o della solita vacchetta di mare: certamente il tentativo malriuscito può farmi porre delle domande e stimolarmi ad una ricerca che le “solite” foto non possono fare. E, per favore, basta con le macro! Anche se mi rendo conto che è bello presentare al nostro personale pubblico immagini colorate e sgargianti, che mostrano forme strane, non stiamo dando, al mondo dei terricoli, le sensazioni che proviamo andando sott’acqua. Non trasmettiamo l’emozione dell’incontro con un relitto che si palesa dal blu, o quella con la caduta verticale di una parte che sprofonda nel profondo mentre un subacqueo ne sta illuminando una piccola porzione, paradigma della nostra minuscola esplorazione rispetto alla vastità del mondo sommerso. Fate esperimenti! Dimenticatevi a casa i flash e sforzatevi di usare la luce ambiente. Pensate a quali sensazioni vi dà l’essere sott’acqua e sforzatevi di comunicarle agli altri con le vostre immagini: fate innamorare del mare e dell’immersione anche coloro che sott’acqua non vanno, e non propinate loro solo bistecche di flabelline che, sullo schermo, diventano dirigibili lunghi decine di metri, nell’immaginario degli spettatori non subacquei. In definitiva: tornate ad innamorarvi dell’andar sott’acqua, dell’essere sottacqua, cercando di farne partecipi anche coloro che non hanno – ancora – avuto questa fortuna. E, per finire parlando di fotografia, abbiate il coraggio di sfidare voi stessi partecipando ai concorsi non con le foto che altri vi impongono di fare per vincere, ma con le vostre idee e la vostra sensibilità. E la vostra Creatività.
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