anno II n°.13 marzo 2008

 

 

I SERVIZI - LA FOTO DEL MESE

 

FOTOGRAFI IN GIUGNO ALL'ELBA CON SOTTACQUA - SCOPRITE LE NUOVE INIZIATIVE DEL NOSTRO MENSILE! - FIRMATE IL MANIFESTO DELLA SUBACQUEA

 

copertina: monitoraggio

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UNA FOTO DI...

LEONARDO OLMI

 

 

 

(macro Anemone Coloniale, Relitto Yongala, Australia)

Questa foto è stata scattata in Australia sul famoso relitto della Yongala, misteriosamente affondata nel 1911, e ritrovata soltanto nel 1945 dopo anni di lunghe ricerche. Come si può intuire dallo sfondo scuro della foto, lo scatto è stato fatto durante un’immersione notturna, non molto semplice devo dire, come del resto tutte le notturne su questo relitto, che spesso è invaso da forti correnti e da scarsa visibilità. Normalmente, quando ci si immerge sullo Yongala, siamo ancorati con un catamarano o una barca da crociera sul relitto, in una zona di mare che in superficie può essere dominata da onde fastidiose. Quindi, la prima difficoltà l’ho incontrata nel raggiungere il relitto percorrendo una trentina di metri di cima in diagonale di notte con la mia custodia armata di doppi flash.

Con una mano tenevo la cima e con l’altra la mia custodia. Una volta raggiunto lo scafo del relitto, a circa 20m di profondità, ho iniziato a cercare questi bellissimi anemoni coloniali (Amphianthus sp.) della dimensione di circa 4cm ciascuno, che avevo visto durante la notturna del giorno prima, quando invece ero armato di un grandangolo alla ricerca delle grandi razze che di notte fanno la loro apparizione sul relitto. Quando si scende di notte con una custodia non si riesce a tenere nessuna torcia in mano, le nostre mani sono impegnate sulle maniglie della custodia stessa, quindi chi fotografa usa una torcia di puntamento da minimo 30W (anche se raccomando una 50w) applicata sulla custodia con la doppia funzione di illuminare il nostro percorso e di puntarla sul soggetto da fotografare per consentire all’autofocus di fare il suo lavoro. Ovviamente, la torcia era già accesa fin dalla discesa (quindi meglio che la sua durata sia di minimo 1 ora, raccomando comunque di tenerne sempre un’altra di scorta in tasca) in modo che un eventuale perdita della custodia ne consentisse il ritrovamento sul fondo, che qui non supera i 30 metri, anche se la forte corrente ne renderebbe difficoltosa l’operazione. Raccomando anche di tenere sempre un sagolino con sgancio rapido attaccato dalla custodia al polso o al nostro gav.

 

Durante questa immersione il mio scopo era quello di fotografare questo tipo di anemone che non avevo mai visto fino ad allora, ma per farlo dovevo, oltre a raggiungere il luogo dove l’avevo visto, usare un approccio molto delicato per evitare, come succede con molti altri tipi di anemoni, la chiusura dell’animale derivante dalla sensazione di pericolo trasmessa dai suoi sensori. Per cui, non avendo un rebreather, dovevo mantenere una respirazione molto delicata, espirare molto lentamente per fare poco rumore con le bolle, e cercare di non muovermi troppo per evitare spostamenti bruschi del corpo, principalmente di mani e braccia, che risultavano trovarsi più vicini al soggetto. Con le gambe e le pinne dovevo, allo stesso tempo, cercare anche di non poggiare e quindi di non distruggere altre forme di coralli presenti sul relitto, e vi assicuro che ce ne sono moltissimi, non basterebbero infatti dieci notturne per fotografare tutte le meraviglie che popolano questo meraviglioso relitto. La corrente, con forti movimenti di risacca, non mi aiutava affatto, per cui il momento dello scatto doveva essere sincronizzato con quello dell’avvicinamento al soggetto durante la spinta della risacca. La scelta della pellicola, anche all’epoca (2003), è stata, indubbiamente, una Fuji Velvia 50 ASA che ne esaltasse la saturazione e la definizione, il tempo di scatto scelto era di 1/60 sec che poteva reggere anche la foto in leggero movimento causato dalla risacca senza dare alcun effetto mosso, ed il diaframma un f 16 che consentiva una buona profondità di campo anche alle estremità dell’inquadratura. La fotocamera utilizzata è stata una Nikon F90X dotata di un ottima lettura matrix, scafandrata all’interno di un Aquatica 90 che consente una sensibilità di scatto unica, l’obbiettivo era un 60mm micro nikkor, con relativo oblò, che mi consentiva una apertura di campo più estesa, in modo da riprendere una fascia più ampia del soggetto, senza scendere troppo nei dettagli macro. Mentre i flash erano degli Ikelite SS200 impostati su TTL. I bracci di prolunga erano dei carbonio serie corta composti da due tubi cadauno con tre morsetti, che mi hanno consentito un grande margine di manovrabilità in tutte le direzioni. Trattandosi di una foto in orizzontale li ho orientati a circa 45° verso il soggetto, mantenendo una distanza di circa 30 cm da entrambi i lati. Per avere una luce più diffusa e meno “sparata” ho utilizzato due diffusori applicati sulla parabola. L’effetto che volevo mantenere era quello della notte associato all’armonia di questo corallo, esaltandone la sua vitalità nel momento in cui si apre e “respira” l’acqua della Grande Barriera Corallina australiana.

 

Per questa immagine, come per molte altre, il mio scopo primario, in qualità di autore di reportage che hanno lo scopo di illustrare ai lettori di una rivista quello che si troveranno di fronte ai loro occhi una volta raggiunta la destinazione scelta, è quello di far capire loro, attraverso le immagini, un quadro generico che si avvicini il più possibile alla realtà. Non a caso, anche il sottoscritto è sempre stato attratto e spinto in certi luoghi da immagini e racconti di quei colleghi e miti che lo hanno preceduto. Per far ciò, ci vuole un attenta e scrupolosa organizzazione alle spalle, che nel mio caso deriva da duri e lunghi anni d’esperienza un po’ in tutti i settori, da quello tecnico a quello organizzativo, da quello culturale a quello sociale, oltre ovviamente a quello subacqueo, senza i quali non avrei mai raggiunto i migliori risultati aspirabili. Ogni volta che parto per un viaggio, l’attenzione maggiore va alle mie attrezzature fotografiche, per le quali devo fare una preparazione scrupolosa in valigie apposite (per trasportare tre custodie utilizzo fino a 6 Pelican di misure diverse) controllando pezzo per pezzo. Devo contattare le compagnie aeree per il trasporto delle stesse e devo curarmi della loro integrità e funzionalità per l’intera durata del viaggio. Quando mi trattengo all’estero per più settimane, visitando più destinazioni e isole, sono costretto a impacchettare (ovviamente smontate in mille pezzi) e spacchettare le mie attrezzature ogni volta che faccio un volo, quindi anche fino a sette o otto volte nello stesso viaggio. Anche per gli imbarchi sugli aerei con zaini più pesanti della norma e valigie da trasportare come bagaglio a mano, devo adeguarmi a certe strategie derivanti da un’esperienza di centinaia di check-in alle spalle. Purtroppo non c’è n’è mai uno uguale, e molto spesso bisogna avere un buon intuito nella scelta del desk con la signorina di turno “giusta”. Un sorriso smagliante sarà quindi d’obbligo! Per cui, ogni viaggio si trasforma in una vera e propria spedizione che è lungi dalla vacanza e dal turismo, proprio perché lo scopo non è tanto quello del godimento personale al momento, ma quello di un vero e proprio lavoro mirato a terzi, ossia proprio a voi lettori, che credo molti dei miei colleghi come me, non vogliono tradire, ma anzi vogliono far capire al meglio dove andranno a “cascare”. Oltre ad un compenso economico necessario ed indispensabile, credo che il vero riscatto di chi fa il mio mestiere sia nell’essere riuscito ad appagare chi ci segue e si riconosce in ciò che gli abbiamo detto con le nostre parole e mostrato con le nostre foto.

 

Quando posso, e l’organizzazione delle mie spedizioni me lo consente, mi affido all’aiuto di assistenti che mi consentono di scendere sott’acqua fino a tre custodie dotate tutte di doppio flash. Questo semplicemente perché il mio lavoro è di portare a casa in poco tempo (quindi a volte in poche immersioni, anche solo due o tre) un reportage che renda al meglio quella destinazione. Nelle tre custodie ho semplicemente ottiche diverse, due macro ed un grandangolo o viceversa, ma anche tre grandangoli o tre macro, a seconda di quello che offre il fondale dove m’immergo, potrebbe essere un posto da macro o da grandangolo. Ovviamente dipende anche dalle profondità, poiché le immersioni profonde non consentono il tempo necessario per fare molti scatti, e allora potrebbe bastare anche una sola custodia, casomai faccio più discese. Comunque, tutto questo è anche legato all’uso della pellicola, che come sapete non consente oltre i classici 36 scatti. L’uso della digitale, che utilizzo da quasi un anno, ha risolto questo problema, anche se solo relativamente in quanto si possono fare più scatti, ma se si usano i flash anche le batterie di questi limiteranno il loro uso e quindi il numero di scatti. Inoltre, è vero anche che con la digitale siamo sempre limitati ad una scelta di obbiettivo per ogni immersione (è ormai risaputo che non si possono cambiare obbiettivi sott’acqua con le custodie professionali) casomai si può utilizzare uno zoom, ma questo lo si poteva già fare anche con la pellicola.

 

Al momento, le mie scelte sono su custodie della Aquatica sia per la pellicola che per la digitale. Le macchine scafandrate sono tutte delle Nikon, tra cui delle vecchie ma buone F90X per la pellicola e la D200 per la digitale. Le ottiche sono anch’esse tutte Nikon con relativi oblò dell’Aquatica, e vanno dal 105mm ed il 60mm micro nikkor per la macro sia per pellicola che digitale, dove su quest’ultimo si trasformano in un 90mm ed un 160mm; il 16mm ed il 10,5mm fisheye per l’ambiente spinto rispettivamente su pellicola e digitale; ed il 17-35mm e il 12-24mm per un grandangolo più moderato rispettivamente su pellicola e digitale. I flash sono 6 Ikelite SS200 attaccati rispettivamente a bracci macro o grandangolo, in cui ogni braccio è composto da due tubi in carbonio e tre morsetti che ne consentono il massimo dell’orientabilità. Per la macro, ma a volte anche per l’ambiente come in delle grotte, utilizzo torce di puntamento applicate alla custodia della FA&MI di varie potenze e grandezze a seconda del tipo di location e foto da realizzare, e quindi dell’aiuto che mi devono dare, che potrebbe essere da quello di fonte di illuminazione che consenta l’uso dell’autofocus, a quello di illuminare il percorso in una notturna o una grotta. Per le pellicole uso delle Fuji Velia 50 asa per la macro, e delle Fuji Velia 100 o delle Kodak 100VS per l’ambiente, mentre come schede di memoria per la digitale utilizzo delle SanDisk da 8 o 12 Gb Estreme IV con impostazione file JPG + RAW

Leonardo Olmi, chi è

Leonardo è sempre in movimento, anzi, vorrebbe esserlo ancor di più. Certamente gli piace viaggiare, muoversi, anche questa intervista, infatti, nasce in maniera un po’ avventurosa, sulle onde elettromagnetiche di un cellulare – il suo – mentre sta spostandosi, per fortuna in Italia, per non so quale destinazione.

In fondo, mi dico, è già questo un modo per capire e presentare il personaggio, fedele a sé stesso e al proprio istinto che lo porta al viaggio anche se, come in questo caso, probabilmente solo “fuori porta”. Sicuramente solo fuori porta visti gli ampi orizzonti del nostro, che avvolgono il mondo.

In ogni caso ora approfittiamo di una sosta in qualche autogrill di qualche autostrada e, mentre i compagni di viaggio vanno a gozzovigliare lui è bloccato dal giornalista impudente.

Cominciamo.

SOTTACQUA – presentati: chi è Leonardo Olmi?

Leonardo Olmi – io sono un fiorentino, nato nel ’64, fino a vent’anni ho fatto una vita normale, studi, scuola, lavoro… poi a un bel momento dopo un primo viaggio all’estero ai Caraibi mi sono appassionato sia ai viagi lontani sia alla subacquea. Da lì ha cominciato a nascere l’idea di diventare istruttore subacqueo per fare un lavoro che mi consentisse di vivere all’estero, in paesi tropicali, in mari tropicali perché quello era il mio sogno inizialmente, quello di andarmene in questi posti esotici e di stare a contatto con il mare.

Poi una volta raggiunte queste destinazioni, vissuto in questi luoghi è venuta la passione per la foto in esterni e, di seguito, per la fotografia subacquea.

SA – quindi alla subacquea ci sei arrivato nel corso di questo viaggio caraibico, o c’eri arrivato da prima?

LO – prima avevo fatto esperienze subacquee nelle isole dell’Arcipelago Toscano, ma è stato un approccio non positivo: l’acqua fredda mi tenevano la passione frenata, è stato proprio il primo viaggio tropicale che mi ha acceso qualcosa dentro: inizi a pensare che ce ne sono anche tanti altri, sfogli l’atlante, guardi il mappamondo ed è da lì che è nata l’idea.

SA – invece alla fotografia quand’è che ci sei arrivato, come ci sei arrivato, quando nasce questa passione per quello che poi diventerà il tuo lavoro?

LO – la passione per la fotografia in esterni era già nata ai 16-18 anni perché nei primi viaggi fatti in Europa, Francia, Belgio partivo con la classica borsa, e la prima macchina è stata una Canon Ftb con due-tre obiettivi e da lì ho cominciato a fotografare per ricordo personale e per farle vedere agli amici. Poi qui in Toscana c’era un amico che aveva una Nikonos III e che non sapeva usarla bene quindi gliela ho comprata, ho fatto le prime foto – una schifezza! – ma da lì si è poi sviluppata la passione e pian piano si è sviluppata l’intenzione di farle bene.

La Canon era in realtà di mio fratello, tre anni più di me, e io gliela “prendevo in prestito”, così ho iniziato ad imparare gli aspetti tecnici: cos’è il diaframma, i tempi… e pian piano mi è entrata la grande passione.

Poi per la subacquea, una volta che sono andato al mare con la prima Nikonos dell’amico e lì è nata la voglia di fare di più. Quindi sono partito per i primi lavori alle Maldive, lì ho iniziato a fare altri acquisti, la prima Nikonos V, e tutto è iniziato…

SA – c’è qualcosa che cerchi di trasmettere con le tue foto?

LO – sicuramente voglio trasmettere le emozioni mie personali e dare l’immagine più vicina alla realtà del luogo che sto visitando, sia, in esterni, le persone, la cultural la bellezza del luogo e sott’acqua cercar di far vedere così com’è…

SA – …puoi quindi dirmi qualcosa di più sul tuo stile, su come fotografi sia sott’acqua sia fuori, che tipo di soggetti preferisci…?

LO – lo stile punta a cercare situazioni colorate, situazioni di piena luce: molti fotografano anche in situazioni non ideali, io se non c’è il sole aspetto sempre che venga fuori per raccogliere il meglio…

Sott’acqua mi piace fotografare l’ambiente, preferisco comporre le foto con una modella – forse un po’ più complicato perché sei in due e ti devi coordinare – e la macro la lascio sempre in secondo piano, quando il posto l’hai fotografato bene perché penso che sia meglio mostrare com’è l’ambiente, quando poi non c’è visibilità allora ricorro alla macro.

In esterni mi piace molto la classica foto da cartolina, fotografo volentieri le persone, i bambini.

SA – mi descrivi le attrezzature che usi?

LO – l’attrezzatura finora usata, la Nikonos V con tutti gli obiettivi è lì ferma ma pronta all’uso. Oggi uso nello scafandro Acquatica le Nikon F90X, in pellicola, con tutte le ottiche. Da un anno o poco più sono passato al digitale con la D200 Sempre con una custodia Acquatica, quindi stesso sistema di oblò, con le ottiche che preferisco che sono il 10,5 – che mi fa lo stesso servizio del 16 mm. Per l’analogica – e ho trovato molto efficiente il 12-24 che paragono al 17-35 che uso con la pellicola. Quindi per la macro ho il 60 e il 105 mm.

Riassumendo: ho la F90X in custodia e la F5 per l’uso con la pellicola e la D200 scafandrata e la D2X per gli esterni.

Il digitale sott’acqua è un annetto e mezzo che lo uso sott’acqua, fuori invece ho iniziato con la D1X e la D70 praticamente tre anni fa.

Per la praticità il digitale è  insuperabile: quando viaggi con le pellicole che devi portartene dietro almeno un centinaio sono meno pratiche, pesano, poi sotto il sole rischi di rovinarle, sulla spiaggia, nelle borse…  con il digitale, con le schede non esiste più questo problema, non hai pesi, non hai ingombri.

Il risultato però nella fotografia esterna, quando hai la spiaggia, la palma, il cielo, il mare, quando vai a vedere una diapositiva – e quando parlo di diapositiva intendo la Velia – in questo caso, quando vai a vederti quanto hai fatto con la digitale non c’è ancora confronto… del digitale non sono ancora soddisfatto.

Poi bisogna vedere dove viene stampato, su quale carta, se il lavoro viene fatto bene con la digitale si ottengono ottimi risultati, con la pellicola si otengono ottimi risultati che poi, però, non vengono stampati bene, e lì non è colpa del fotografo quando le regolazioni non vengono fatte come deve essere.

Per la subacquea la pellicola ha sicuramente una qualità molto buona però in solo un anno e non con tantissime immersioni devo dire che la digitale mi soddisfa abbastanza.

In ogni caso chi fotografa in digitale deve essere esperto anche di fotoritocco al computer… … tu lo fai direttamente sul posto o te ne torni a casa e l’editing lo fai lì, e le immagini le scarichi sul posto o… … io scarico le foto sul posto: il digitale ha questo vantaggio, prima io di tanti scatti dovevo scrivere con il pennarello sulle pellicole o sulle buste, ed era un lavoro lungo con tutte quelle pellicole, poi se un rullino non lo finivi quando dovevi catalogare le immagini non sapevi più a quale isola, a quale località si riferissero e tornando, prima di capire dove fosse poi una foto, ci mettevo un sacco di tempo, oltretutto per riordinare tutto il materiale, una volta tornato a casa, ci mettevo una settimana, dieci giorni.

Adesso diventa tutto più semplice perché quando torno in albergo perdo magari quella mezz’ora, quell’ora in più ma assegno subito i nomi alle isole, ai posti visitati…

SA – ultimissima domanda: tu mi hai parlato solo di ottiche grandangolari, a parte i macro, che alter ottiche usi?

LO – beh, oltre alle ottiche che ti ho detto ho il classico 35-70 e ho il 70-200 che uso anche con il moltiplicatore di focale 2x, tutto Nikon, ovviamente, visto che sono anche fotografo NPS. Oltretutto il vantaggio con il digitale, come tu sai, è anche quello che le ottiche valgono un 50% in più, quindi il 200 mm. diventa un 300, e così via…

Sento delle voci inserirsi nei rumori di fondo: sono gli amici di Leonardo di ritorno dalla spedizione all’Autogrill, rifocillati e ansiosi di riprendere il viaggio, e Leonardo si sta preparando a ripartire. L’intervista è finita. In fondo con il nostro fotografo-viaggiatore è andata ancora bene così, penso: e se l’avessi “beccato” con altri amici all’aeroporto di Rangiroa in attesa tra un volo e l’altro quanto sarebbe costata la telefonata?!?......

 

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- con SOTTACQUA all'Elba e altre storie

- a Roma l'EUDI conta 16, anzi: XVI!

- una foto racconta: Leonardo Olmi