anno II n°.13 marzo 2008

 

 

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NINÌ CAFIERO, UN SUBACQUEO DEI BORBONI

di Paolo Bastoni

Se dovessi scavare nella mia collezione di aggettivi per individuarne uno che descrivesse sinteticamente Ninì Cafiero – Gaetano per la storia – quello sarebbe “sornione”. Un po’ come un gattone benevolo che, contrariamente ai classici usi felini, ti tenga compagnia facendo fusa a tutto spiano. E tu sospetti lo faccia per ritemprarsi dopo risse epocali nelle quali si è infilato nei momenti nei quali sparisce seguendo misteriose sue piste…

“Don” Gaetanocafieropergliamicininì non lo si può non conoscere, se si appartiene al mondo della subacquea, la sua è una delle presenze più importanti e costanti nel nostro mondo, per i tanti libri dedicati alla storia della nostra attività e ai suoi personaggi di rilievo: l’anno scorso ha pubblicato con la Mandragora “La piroga vuota” per ricordare, nel quarantennale della sua tragica scomparsa, Gianni Roghi. E proprio in questi giorni ha licenziato, per i tipi della Magenes, “Il principe delle immagini”: la biografia di quel personaggio straordinario che è il principe Francesco Alliata di Villafranca, il primo al mondo a riprendere sott’acqua con una cinepresa professionale qual è l’Arriflex 35mm. E che – per restare nell’ambito subacqueo – ha prodotto il film “cult” di Folco Quilici “Sesto continente”.

Ninì ha quindi molte responsabilità, sul piano intellettuale, nella formazione e nello sviluppo del germe dell’interesse che, spesso, si trasforma in passione verso il mondo del blu.

Tanto per fare un esempio assolutamente vicino a noi una parte della “colpa” della nascita di questo spazio dedicato agli scrittori che hanno disegnato acquerelli delicati o burrascosi sull’ambiente “mare”, e lo spunto, il dettaglio che ha contribuito a far prendere una forma definitiva ad un’idea che già era nell’aria, è stato proprio il libro che ricostruisce la straordinaria vicenda di quello che è stato il più grande dei “giornalisti subacquei e che riporta in copertina la ieratica figura di Albert Schweitzer.

Noi di SOTTACQUA siamo convinti un po’ tutti che, nel tempo, si è un po’ perso il potere di fascinazione che le parole dedicate al mare avevano suscitato in quasi tutti noi, soprattutto perché, per tante ragioni, dalla presenza incombente di una televisione cui si demanda sempre più spesso una funzione didattica ad una vita che ci lascia sempre meno tempo per i piacere “lenti”, si è perso il gusto di immergersi in un libro che racconti di noi.

A questo punto era ovvio che, con le buone intenzioni che ci contraddistinguono, dedicassimo uno spazio a parlare di chi quelle emozioni cerca di suscitarle e di sviluppare la curiosità verso i meccanismi che portano un uomo (o una donna!) passabilmente normale ad alzarsi nei week end all’alba per recarsi in luoghi umidi e spesso scomodi per spogliarsi e quindi rivestirsi con indumenti nient’affatto pratici o igienici, dalle “griffe” sconosciute ai più ed infilarsi quindi in un ambiente tutto bagnato portando pesi di varia entità o altri accessori ingombranti sfoggiando (all’esterno, naturalmente) andature ridicole ed uno slang che susciterebbe l’interesse di fisici atomici e agenti segreti.

Sono nati così questi due spazi, uno dedicato a chi del mare ha scritto e scrive ed un altro ha chi, con un coraggio che sfiora la folle incoscienza, quelle parole provvede a disporre sulla carta stampata accollandosene gli oneri (e, talvolta, gli insulti) relativi: le case editrici specializzate in argomenti che riguardano il mare, “sotto” ma anche “sopra”.

Era altrettanto automatico che il primo di questi spazi venisse doverosamente dedicato al “Grande Vecchio” (sperando che non mi senta…), al responsabile morale e intellettuale di questo nefando tentativo di ripristinare surrettiziamente un po’ di quella cultura del mare che si è andata appannando per le ragioni che venivano citate più sopra più altre sulle quali è più etico sorvolare…

Ecco quindi il personaggio Ninì Cafiero messo a nudo dalle corrosive penne di SOTTACQUA: scopriremo aspetti della sua vita professionale che probabilmente in molti ignorano, che sia dato a Cesare quel che è di Cesare…

Quando sei nato come bipede e quando come pinnipede?

Come “bipede” sono nato il 4 luglio 1937, lo stesso giorno di Gina Lollobrigida, dell’indipendenza americana e di quel cialtrone di Garibaldi, il Renato Curcio, il “che” Guevara del secolo scorso. Come subacqueo sono nato, invece, nell’estate del 1945, sul viso una “monogoggle” impugnando un fucile di Giusti&Malagamba, andando a “guarracini” a Posillipo.

E la passione per lo scrivere quando e come è iniziata?

Alle scuole elementari: mi vendevo i componimenti, poi alle scuole medie mi vendevo i temi, e così via… Avevo tre ore per fare il tema, così facevo il mio in quaranta minuti e prendevo nove, quindi lo facevo per quelli che me lo chiedevano, lo facevo da sei o da sette, a seconda di quanto mi pagavano… ma eri uno di quelli che scrivevano le classiche venti pagine o eri abbastanza sintetico?... No, no, ero sintetico (altrimenti come riuscire a fare oltre al proprio anche i temi degli altri? N.d.R.). Poi, dopo il diploma, volevo fare il giornalista e così sono scappato a Roma.

E quando hai iniziato pensare di unire le due cose?

Siccome c’era questa passione dello scrivere e questa per il mare, sono nate insieme da subito, direi: pubblicai il mio primo articolo a 17 anni per una rivista che si chiamava “Alieutica” e che veniva fatta a Genova, si trattava di un articolo sui saraghi.Intanto avevo interrotto il rapporto con la scuola, l’Università e lavoravo. A vent’anni scrivevo per la redazione napoletana del Secolo d’Italia, il quotidiano del Movimento Sociale. Il giornalista lo facevo gratis, ma mi guadagnavo quindicimilla lire al mese portando il “fuori sacco” alla stazione (era una forma di spedizione utilizzata soprattutto dalle redazioni che avevano l’esigenza di far pervenire celermente stampe e notizie alle redazioni dislocate in giro per l’Italia. Consisteva nel portare direttamente al vagone postale del treno in partenza i plichi che viaggiavano fuori dai normali sacchi della corrispondenza e venivano ritirati direttamente dal vagone postale da incaricati dei giornali.  N.d.R.).

Racconta un po’ la tua vita professionale di giornalista, non solo di mare...

L’allora proprietario del “Secolo”, Franz Turchi cercava un giovane napoletano da avviare alla professione giornalistica e la scelta cadde su di me. Mi mandarono a chiamare e andai a Roma dove nel 1961 – avevo 23-24 anni – trovai un tetto a casa di Claudio Ripa che mi aveva preceduto perché lui lavorava per Mondo Sommerso di Goffredo Lombardo, in realtà accompagnava Goffredo Lombardo sott’acqua, e prendeva lo stipendio da Mondo Sommerso… bei tempi quelli, neh? … sì, bei tempi, poi aveva una casa in via Margutta che era un sogno affittata a poche lire perché era di proprietà della Titanus (casa cinematografica d proprietà dello stesso proprietario di Mondo Sommerso. N.d.R.), quindi di Goffredo Lombardo e io andai ad abitare con Claudio che ogni tanto tentava di cacciarmi via anche per via di certi maglioni di lana merino che suo padre marittimo gli portava, che lui non poteva mettere perché se ne stava in Brasile, mi sembra, e che mi mettevo io per i quali Claudio mi ha sempre dato il tormentone…

C’è qualche episodio della tua vita di giornalista, anche non da sub, che ami ricordare?

Mah, ce ne sarebbero molti… la barba, per esempio: me la feci crescere nel 1974 in Angola perché ero andato per “coprire” la guerra di indipendenza contro i portoghesi, piombai in questo mondo di spie, di ex galeotti, di piloti che si esercitavano bombardavano volando con il Cessna o con il Piper, tirando l’esplosivo sopra le nostre teste. Siccome sparavano in continuazione mi feci crescere la barba per paura, per il timore di farmi seriamente male tagliandomi perché mi tremava la mano per lo spavento provocato da uno scoppio troppo vicino. Oppure quando andai a Beirut nel 1980 ad intervistare Bashir Gemayel al quale avevano fatto saltare in aria la figlia di cinque anni la settimana prima. Entrammo nel suo palazzo e mi trovai ad attraversare una grande sala con una vetrata, io mi accinsi ad attraversare questa sala quando il mio accompagnatore mi disse “buttati giù perché lì ci sono i palestinesi che sparano”. Gli risposi di non dire cazzate, in quella partì una scarica che colpì la parete di fronte davanti alla quale sarei dovuto passare e, se fossi stato ritto mi avrebbero fatto secco…

Un altro episodio è del 1977 quando Sadat andò in Israele per la prima volta. Io ero fresco di studi di lingua araba, lavoravo per “il Settimanale”, a Roma, e mi occupavo di esteri. Mi trovavo all’aeroporto del Cairo dove lessi, in arabo, il titolo di "Al Ahram" (le piramidi N.d.R.), a caratteri cubitali “il presidente Sadat in Israele per parlare di pace”.

Telefonai subito alla redazione e dissi che sarei rimasto lì al Cairo, dopodiché, girando per la città, parlando un poco in inglese, un po’ in francese e con quelle sette parole in arabo che conoscevo mi misi ad intervistare la gente per strada e mandai il pezzo al giornale… Un’altra volta mi trovavo in vacanza alle Seychelles dove ero andato per pescare e mi ritrovai in mezzo al colpo di stato

Quanti libri hai scritto?

Dodici, tredici. Anzi, con “Il Principe” sono quattordici. Il primo è stato “Il libro del Sub” che feci con Folco Quilici, con Giancarlo Oggioni Tiepolo con una prefazione di Jacques Mayol e foto di Guido Picchetti. Ma quello stesso anno, il1977, pubblicai “Vita da sub”, forse ancora oggi il più apprezzato. Quindi “L’isola della gioventù”, un romanzo per ragazzi, Poi “Il delfino” e, ancora con Folco Quilici, “Il fondo del mare” per il cinquecentesimo anniversario della scoperta dell’America, poi un po’ di testi per alcuni libri fotografici della White Star, questi libri molto belli: “Italia Mare “, “I Giganti del Mare”, che sarebbero i cetacei, “Isole d’Italia”… poi ho iniziato con l’IRECO e il primo che gli ho dato è stato “Quando incominciammo a respirare sott’acqua”, quindi “Luigi Ferraro. Un italiano” che è la storia del Ferraro militare, e “Dominare gli istinti. Insegnamenti della medaglia d'oro comandante Luigi Ferraro” in cui lo ho invece presentato come il creatore della subacquea ricreativa in Italia, quindi “Il cacciatore di bolle”, su Raffaele Pallotta di Acquapendente, tra i “padri fondatori” della medicina iperbarica.

Quindi di romanzo ne hai scritto uno solo, perché questo? Forse il romanzo non è nelle tue corde?

No,no, anzi mi divertii molto a fare quel libro per i ragazzi, è stata una delle esperienze più divertenti che abbia mai fatto, tra l’altro mi trovai a scrivere un capitolo con la “lettera 32” (la più celebre “22” la usava Indro Montanelli e io non oso…) sulle ginocchia durante il turno di guardia veleggiando con Pippo Cappellano dalle U.S. Virgin Islands a Haiti. Nel corso di quella che mi pare si chiamasse “Operazione Atlantide”, tredici puntate per la RAI, nell’80. La barca veniva condotta dal timone a vento e io a poppa con la lettera 32 sulle ginocchia e il fucile a pompa di fianco perché Pippo mi disse “se viene qualche barca verso di noi tu dai un’occhiata accendendo il faro: se sono militari non c’è problema, a qualunque altra barca spara sotto la linea di galleggiamento”: era un periodo in cui c’erano stati parecchi casi di pirateria nei Caraibi, in quella zona… beh, allora si scriveva con la macchina per scrivere, oggi ci si porterebbe dietro un computer…

Cosa cerchi di comunicare attraverso i tuoi scritti?

Direi soprattutto il fascino dell’immersione. Per questo scrivo storie di acqua…

Torna ai tempi del liceo: fossi il tuo insegnante di lettere che voto ti daresti?

Nove!

Fai fatica a scrivere o ti risulta abbastanza fluido e veloce? Il tuo processo creativo come si sviluppa?

Ho un momento di tragica barriera sul primo foglio bianco, poi mi scateno. Prima raccolgo le idee su vari pezzi di carta, in maniera da metterle poi insieme. Comunque scrivo abbastanza fluido, con poche correzioni.

Parliamo di Ninì Cafiero lettore: quali sono i tuoi preferiti, i tuoi riferimenti, cosa ti piace leggere: saggi, romanzi…?

Saggi, prevalentemente, piuttosto che romanzi. Leggo in inglese, francese, spagnolo dunque quando posso leggo in originale: “The Old Man and the Sea”, per intenderci, invece de “Il Vecchio e il Mare”. Ricordi che ho detto male di Garibaldi? Bene: da anni leggo tutto quel che trovo sul “risorgimento visto dall’altra sponda”. Mi sta bene l’Italia una, sia chiaro, ma non mi piace com’è stata scritta la storia di quel periodo.

C’è qualche cosa che, direttamente o indirettamente ti aiuta nell’ispirazione?

Direi di no anche perché ho cento cosa da fare contemporaneamente: in questo momento sto scrivendo una lettera, sto rispondendo a te, sto correggendo le bozze dell’ultimo libro…

Hai tre titoli da suggerire a chi ci legge?

Certo. Ma romanzi, non saggi, né tantomeno le biografie che io vado scrivendo. Innanzi tutto il capolavoro che nel 1961 rivelò la grandezza di  Raffaele La Capria, “Ferito a morte”, da allora libro “di culto”. Comincia così: “La spigola, quell’ombra  grigia profilata nell’azzurro, avanza verso di lui  e pare immobile…” ed è una rappresentazione  dell’animo dei napoletani: o addormentati o feriti a morte dalla nostra assurda città. Quindi, di Francesca Di Martino, “Fontana a mare”, il percorso di scoperta di una città – anche qui Napoli – da parte di una ragazza che per un anno trascura scuola e ogni altro obbligo per dedicarsi ad un itinerario urbano senza meta; quindi  “il sorriso del vento” di Piero Gaffuri, un racconto che si sviluppa sul rapporto di amicizia tra due personaggi, il loro amore per il mare e il relitto di una nave…

… l’intervista vira pian piano sui toni della chiacchierata personale, arricchita, è vero da altri aneddoti, da altre considerazioni, dal mio piacere – appunto, personale – del passare una mezzoretta (o forse più) con Ninì da cui, a parte gli aspetti della piacevole conversazione, continuo a pensare di aver molto da scoprire e da imparare, sul piano professionale oltre che umano.

Per non lasciare che le ultime note scivolino verso toni accorati da feuilleton stacco il registratore e la mia spina mentale e, anche se non è di fronte a me, anche una volta appesa la cornetta (o meglio: staccato il  viva-voce del telefono), mi sembra di vedere il sorriso e lo sguardo sornione del gattone benevolo.

Avrò il coraggio di confessargli che mi fa questa impressione?!?...

 

 
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