anno II n°.15 maggio 2008

 

 

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NOI, LA TRIBU’ DELLE ROCCE di Ninì Cafiero

È un’espressione idiomatica, un modo di definire se stessi proprio dei subacquei, specialmente quelli un po’ avanti negli anni. Perché noi siamo “quelli della tribù delle rocce”? Qualcuno ha risposto: perché a noi che andiamo sott’acqua i fondali sabbiosi non ci stanno bene, prediligiamo quelli rocciosi. Ed è una spiegazione plausibile, ma non è quella giusta. In effetti l’icastica definizione dei subacquei si deve a Duilio Marcante. Nato a Genova nel 1914, a lui, assieme a Luigi Ferraro, si deve la nascita nel 1948 del metodo didattico italiano. Quello stesso anno, il 15 maggio 1948, nasce l'Unione Sportivi Subacquei, (USS “Dario Gonzatti”), la prima associazione italiana di questo tipo. Da Duilio Marcante e dal dottor Giorgio Odaglia prende il nome la tecnica di compensazione detta, appunto, Manovra di Marcante-Odaglia.Nel 1954 Marcante promosse la posa del Cristo degli abissi sul fondale davanti all'abbazia di S.Fruttuoso. Morì nella sua città nel 1985, stroncato da un tumore. Nel 1995, nel decennale della sua scomparsa, fu eretto un piccolo monumento in memoria di lui presso il porticciolo di Nervi: una targa di bronzo che reca in rilievo la scritta “A Duilio Marcante con immutato affetto i subacquei posero” Nel 1950 la USS “Dario Gonzatti” promosse la pubblicazione di un “numero unico”, Mondo subacqueo,  che anticipava di nove anni la nascita della prima rivista internazionale del settore, Mondo sommerso. A quella singolare rivista in un solo esemplare furono in molti a collaborare: dallo scrittore allora famoso Salvator Gotta al presidente del Touring Club Italiano ingegner Cesare Chiodi, da Lino Pellegrini a Bruno Roghi e suo figlio Gianni. Duilio Marcante firmò l’articolo che segue e che pubblichiamo integralmente.

 

LA TRIBÙ DELLE ROCCE

Avrei dovuto scrivere, io che ne conosco l’anima segreta, un articolo tecnico sui numerosi tipi di fucili usati in Italia e all’estero per la caccia sottomarina… ma non lo farò. Schiavo quotidianamente della tecnica, come tutti gli uomini del secolo XX, odio questo despota e cerco la felicità, la mia pace lontano dall’umanità organizzata, dalla civiltà e, sì, dalla tecnica. Io so dove trovare la felicità, ma percorro per raggiungerla strade lontane dal credo dell’umanità, strade percorse solo da rari viandanti.

Laggiù non si sente il fragore del fiume urlante che corre scomposto verso la meta comune, laggiù si è lontani dalla tecnica e da consimili pastoie. Io appartengo alla tribù degli uomini nudi, scuri di pelle ma chiari di cuore, che vivono semplici in semplicità; è una razza sparsa nel mondo che si riunisce in piccoli gruppi in determinati periodi dell’anno: è una razza anfibia. La mia tribù odia la tecnica, come i contrabbandieri le guardie di finanza, la mia tribù cerca la vera felicità vicino alla natura, è una setta di pazzi che non danno valore alle cose dalle quali viene eccitata la cupidigia degli uomini «savi»: vive solita­ria guardando e sognando.

Mi si potrà obbiettare che la tecnica mi ha dato l’autorespiratore e che anch’io faccio uso giornalmente di mezzi creati dai tecnici: per forza, ci sono nato in mezzo, e debbo rimanervi per ragioni affettive e di necessità, ma la subisco, come si subiscono le guerre. Quando c'era la guerra ne eravate contenti? No, vero? Ma potevate forse fuggirla o isolarvi su di un monte, lasciando morire solo i vecchi che non potevano muoversi? Io in guerra mangiavo patate: non le potevo più soffrire, ma – in mancanza d'altro – erano patate e zucca due volte al giorno: ecco, per me la tecnica sta alle patate del periodo bellico.

Però, quando un'improvvisa e­redità mi permetteva di acquistare carne, io nuotavo nella gioia; nei lunghi periodi di nutrizione vegetariana, la carne era per me il miraggio più affascinante. Ecco: per me le ore di isolamento in fondo sei mare stanno alla carne del periodo bellico.

Quando sono in fondo al mare trovo la mia pace: lontano dalla umanità invelenita, sotto venti metri d’acqua, nel mondo del silenzio, io posso dimenticare e dimenticarmi. Allora, attraverso il muro d’ombra grigio azzurro che mi circonda, va la via dei miei sogni che non conosce confini. Ho trovato il mio mondo, dove posso dimenticare di essere ancorato alla terra; le persone che si agitano alla superficie sembrano angeli lontani in un cielo azzurro. il rumore di un’elica è come il ronzio di un calabrone nella quiete assolata della campagna: non ne intacca il silenzio, lo accentua. Laggiù. fanta­stiche chimere, le illusioni più strane, s'affollano alla mia mente, laggiù nel mondo della pace senza tutela, io sono felice.

Quando, sepolto nell’alga, guardo le rocce lontane che la foschia azzurra inghiotte a poco a poco, il mio fantasticare tende le ali ai voli più assurdi. Nessuno ha mai toccato quelle rocce, nessuno si è mai addentrato nelle caverne di quella enorme frana, io sono nella foresta vergine e i miei giovani so­gni, nati dai libri di Verne e di Salgari, ritornano. Dovè il cimitero di coralli, dove riposano gli nomini del Nautilus? Dove le città sommerse? II lento ritmo del sacco di gomma che s'alza e s’affloscia intorpidisce i miei sensi cullati dal moto alterno delle erbe e, come nell’azione di uno stupefacente, io vivo le mie ore felici. Questo è il mio mondo e dovete convenire che non è il caso di ridurlo in formule.

Alla punta di levante del fiordo di S. Fruttuoso, sotto quindici metri, vi sono, alla radice della roc­cia che cade a picco, dei budelli a fior di fondo che s’addentrano nel monte perdendosi nell'oscurità. Subito sopra, la pietra si gonfia e forma una piccola pensilina; questa, sotto, è tappezzata da uno mucchio nero e lucente percorso da strani geroglifici di un giallo oro splendido, pensate alla schiena di na salamandra maculata, qualco­sa di simile. Non c’è mosaico o tappeto di Bukara che reggano a quella intensità di colori o all’estrosità di quel disegno. Là il fondo scende poi dolcemente in un sovrapporsi di rocce ed erbe strane, ma la parete a picco in alto, è scavata da solchi e sembra quasi l’ammasso di colonne d’un tempio. Quando l'acqua è molto limpida, come dalle bifore di una cattedrale, dalla superficie scen­dono a fasci lame di sole forando l'acqua celeste chiaro e la massa limpida che ci sovrasta sembra enorme, tanto che ci si sente schiacciati da quella breve intensità.

Io ho fatto questa scoperta, che non ha bisogno di essere brevettata né serve agli uomini per ammazzarsi come l’atomica, ma per me, per la mia tribù, è una bellissima scoperta lo stesso. E di questo tipo ne facciamo molte nel nostro mondo. dove la tecnica è fuori legge e davanti alla maestosità della natura vergine ci sentiamo più buoni, forse perché comprendiamo di non essere importanti: noi, piccole meteore che viviamo vicino alle cose eterne, affidati alla percentuale di ossigeno di un filo di gas.

Pochi forse mi comprenderanno: gli uomini della mia tribù, quelli che vi appartenevano senza rendersene conto: ma io parlo a tutti gli uomini che passano nella vita senza infamia e senza lode, portando il loro carico di sofferenze in silenzio, agli uomini umili che passano estranei nel caos, nelle lotte, alla tribù schiava che leva il canto della libertà vera. Sulle scogliere assolate, dinanzi al mare che frange, nell'armonia delle epoche immemorabili, io non sono più Duilio, salariato comunale, sono uno del popolo del rocce, vesto di pelli e brandisco la clava, vivo nel regno della fantasia e, solo quando scendo nel mondo subacqueo, misterioso e affascinante, libero e nudo, sono felice.

Noi della tribù comprendiamo che vi si vive veramente lo spazio di un mattino; che valgono le viltà costruite sul pianto, che vale la tecnica – e in questo termine includo ogni invenzione, scoperta o progresso dovuti al lavoro della mente umana - che vale scavare febbrilmente accavallandosi e sopraffacendosi con occhi biechi? La meta è comune, nell’eternità, le distanze e il terreno sono infiniti, la polvere della nostra carcassa decomposta si annienta nella notte dei tempi a venire.

Io della tribù delle rocce non parlerò mai di tecnica - e tanto meno di quella usata per costruire fucili, anche se subacquei. Quando la “civiltà” mi toglie la palla dal piede e posso disertarla, in corpo o in spirito, ritorno nel mondo, mi apparto tra la mia gente. e parlo d'altro. Proprio così…

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi