anno II n°.15 maggio 2008

 

 

RUBRICHE - BIOLOGIA

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: PAPUA NUOVA GUINEA di A.M.Pelliconi

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a cura di Angelo Mojetta

UNA FABBRICA DI VELENI

 

 

Chiunque s'immerga ha come prima sensazione quella di trovarsi in un mondo pacifico, armonioso, dove tutti stanno al loro posto, facendo quello che devono, ordinatamente e pacatamente. Ovviamente non è per nulla così e la nostra è una semplice illusione, mediata soprattutto dal trovarci in un mondo privo dei suoni cui siamo abituati e di cui non sempre siamo in grado di interpretare i segnali o i messaggi e i comportamenti dell'una o dell'altra specie. Come sulla terraferma e in qualunque altro habitat o ecosistema vige la regola ferrea riprodursi e mangiare senza essere mangiati, una legge cui l'uomo cerca di sottrarsi nascondendosi dietro principi destinati a renderne logiche le conseguenze. Sott'acqua, dunque, si combatte e le guerre si svolgono con armi che non hanno nulla da invidiare a quelle inventate dall'uomo, soprattutto quelle chimiche elaborate nel più complesso e raffinato dei laboratori: quello dell'Evoluzione. La guerra chimica negli oceani si basa soprattutto sull'impiego di composti che genericamente possiamo definire veleni e che, nonostante le differenti famiglie o categorie in cui si possono dividere, in base ai loro principi attivi o al modo d'azione, hanno tutti un elemento in comune: la rapidità.

La presenza di composti tossici, o biotossine, negli organismi marini si può affermare che sia praticamente trasversale. Forse solo i rappresentanti della classe mammiferi (cetacei, pinnipedi, sireni ecc.) ne sono esenti disponendo di altri sistemi di difesa e offesa ma per il resto il veleno resta una delle armi più diffuse nel mondo vegetale e degli invertebrati.

Mentre scivoliamo lungo una parete tappezzata di alghe o su una prateria di piante sottomarine pochi di noi riescono a immaginarsi questi inoffensivi vegetali come industrie chimiche perennemente impegnate a produrre composti chimici, in gran parte polifenoli, per rendersi sgradite agli erbivori e limitare i danni. Caulerpe come la famosa Caulerpa taxifolia e le altre specie tropicali, le nostre posidonie, certe alghe rosse o verdi secernono o accumulano composti nelle loro cellule per non farsi mangiare, soprattutto quando sono giovani, oppure per impedire l'insediamento di altre specie, sia animali che vegetali, e conservare la maggiore quantità di spazio disponibile per la propria crescita.

I veleni, però, sono indubbiamente più abbondanti e diversificati nel mondo animale. Le spugne, per esempio, sembrano pacifici barilotti, coppe, candelabri, cespugli o colorati rivestimenti del fondo, ma in realtà sono accanite combattenti. Quando vedete due o tre spugne incrostanti affiancate sappiate che nella maggior parte dei casi siete osservatori neutrali di un conflitto in atto e se vi trovate ai Caraibi ricordate che circa il 70% dei poriferi attorno ai quali state nuotando, e lo stesso è plausibile che accada anche nell'Indo-Pacifico, producono metaboliti deterrenti nei confronti dei pesci e così efficaci a volte da impedire ai potenziali predatori di avvicinarsi all'oggetto dei loro desideri.  La rossa Negombata magnifica (gia Latrunculia magnifica), presente in Mar Rosso e Oceano Indiano, viene evitata come la peste dai pesci e, se spremuta, produce un succo che in ambiente chiuso uccide tutti i pesci presenti con questa sequenza di manifestazioni: eccitazione, paralisi, perdita di equilibrio, emorragia delle branchie e morte. I responsabili di questi effetti letali sono dei composti ai quali è stato attribuito il nome di latrunculine (che suona come truculento alla luce di quanto detto) e che potrebbero anche avere un interesse farmacologico perché hanno una struttura affine a quella degli antibiotici macrolidici. Questa manifesta tossicità non impedisce tuttavia ai piccoli nudibranchi della specie Chromodoris quadricolor di passeggiare e banchettare sulla spugna, dimostrando la verità dell'assioma che sostiene che quello che uno scarta può fare la fortuna di un altro. Ma il nudibranco è anche l'esempio di un raffinato adattamento che permette a questa come a moltissime altre specie di molluschi di riciclare i composti tossici contenuti nelle loro prede e di metabolizzarli e utilizzarli per i propri scopi difensivi trasformandosi, secondo i casi e il cibo preferito, in un boccone tossico o urticante o semplicemente disgustoso.

Il gruppo dei molluschi gasteropodi ha anche la prerogativa di comprendere una famiglia di specie in cui, com'è tradizione diffusa e cara ai miti e agli scrittori, la bellezza si associa alla morte. La famiglia in questione è quella dei Conidi che conta centinaia di specie dalla bellissima conchiglia liscia, a forma di cono (da cui il nome), variamente colorata e adorna di disegni affascinanti. Tutti predatori, chi di pesci, di molluschi o di vermi, i Conidi hanno un apparato velenifero complesso e sofisticato. Non solo sono capaci di sintetizzare veleni potentissimi, letali anche nell'uomo in particolare quello delle specie piscivore tra cui Conus geographus, C. striatus, C. textilis, ma fabbricano frecce avvelenate e hanno efficienti sistemi per lanciarle a distanza. Quando un cono caccia (e le sue tracce le trovate il mattino presto sulle sabbie del fondo), la sua proboscide si allunga trasformandosi in una cerbottana che permette di lanciare con forza le frecce imbevute di veleno. Guai al malcapitato pesce, in genere semiaddormentato, che si trova sulla strada di un cono in caccia, attività che questo sofisticato e ben mascherato predatore esercita di notte. Individuata la preda, il cono lancia rapidamente il suo dardo e il gioco è fatto. Il veleno agisce quasi istantaneamente e questo risponde a una precisa esigenza del mollusco che rischierebbe di non ritrovare la sua preda se questa morisse troppo lontano. In breve il cono si porta sulla preda uccisa e inizia a inghiottirla intera, uno spettacolo cruento cui potrebbe capitarvi di assistere, come mi è accaduto una volta, durante una delle vostre immersioni notturne.

Bello, attraente e pericoloso è anche il piccolo polpo a macchie blu Hapalochlaena lunulata il cui morso (ma ricordate che tutti i cefalopodi (polpi, seppie, calamari) possono mordere) può essere fatale nel giro di un'ora. Con il morso, il micidiale polpetto (10 cm di lunghezza) inietta un veleno neurotossico che paralizza la muscolatura scheletrica e causa la morte per arresto dell'attività cardiaca o bloccando i muscoli respiratori. Curiosamente il principio base di questo veleno, chiamato maculotossina, è lo stesso che si ritrova nella tetrodotossina, il letale composto che si rinviene nella famiglia dei pesci palla, e la sua virulenza suscita un altro quesito: perché mai il piccolo polpo dispone di un'arma tanto potente quando si nutre di piccoli granchi e davanti a una cerna affamata non può opporre quasi nessuna difesa? In futuro forse troveremo la risposta anche a questa domanda che non è certo tra le prime cui l'uomo di oggi deve dedicarsi.

Dopo i Molluschi vengono gli Echinodermi e anche da alcuni di loro è bene guardarsi. Tra i ricci di mare oltre ai ben noti ricci diadema, è bene prestare attenzione a quelli più variopinti come i ricci di fuoco del genere Asthenosoma (A. varium e A. marisrubri), rivestiti da corte spine che sporgono da ammassi globulari bianchi simili a piccole bolle che contengono un liquido che, unitamente alla ferita, produce forti dolori e infiammazioni locali. Pericolosi sono anche Tripneustes gratilla, riconoscibile per il guscio dove gli aculei, corti, sono distribuiti in maniera regolare a spicchi separati da lunghi e fitti pedicelli, e Toxopneustes pileolus che sembra avere piccoli bottoncini beige disseminati tra le spine. Nel caso di queste due ultime specie state attenti più che a pungervi, consiglio ovvio davanti ad animali spinosi, a non entrare in contatto con le pedicellarie, i filamenti estensibili che hanno i ricci, e che possono pizzicare e ferire inoculando veleni proteolitici o neurotossici che sono in grado di provocare problemi muscolari, respiratorio e disturbi alla visione. Insomma, guardare e non toccare è una regola da seguire non solo nell'interesse dell'ambiente marino, ma della nostra stessa salute.

Persino delle stelle non c'è da fidarsi come dimostra la stella corona di spine, malfamata per cibarsi di madrepore, ma non altrettanto nota per la pericolosità delle sue spine che possono inoculare una varietà di composti chimici tra cui la plancinina, con effetti anticoagulanti, e la plancitossina che provoca ipotensione, tumefazioni ed eritema conseguente a congestione dei capillari.

Insospettabili poi, e con esse concludiamo questa breve rassegna di organismi tossici prima che molti dei nostri lettori appendano, intimoriti, la muta al chiodo, sono le oloturie, gli echinodermi più vilipesi dai subacquei. Questi salsicciotti marini, almeno questa è la forma più diffusa, a noi non fanno nulla (intossicazioni alimentari a parte), ma sono notevolmente tossiche nei confronti degli altri animali marini. Quando per difendersi espellono i loro organi interni, infatti, liberano nell'acqua un composto noto come oloturina che allontana i predatori senza ucciderli soltanto perché il mare è vasto e il veleno si diluisce rapidamente, un principio, ahimè, di cui l'uomo purtroppo approfitta inquinando il mare e diluendo in esso tutti i veleni che produce e che, certamente, sono più pericolosi per noi di quelli secreti dagli animali di cui vi abbiamo parlato. Come diceva un tale in TV: "meditate gente, meditate" soprattutto perché, scriveva un altro tale, "fatti non foste a viver come bruti, ma per seguire virtude e canoscenza" e leggere SOTTACQUA, ovviamente!  

 

angelomojetta@sottacqua.info

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi