anno II n°.15 maggio 2008

 

 

RUBRICHE - ARCHEOSUB

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: PAPUA NUOVA GUINEA di A.M.Pelliconi

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a cura di Ivan Lucherini

IL BENE ARCHEOLOGICO COME VALORE INSERITO NEL SUO CONTESTO

Da quando noi, della tribù delle rocce, abbiamo iniziato ad andare sott’acqua, parlo degli anni 60/70 del secolo scorso, le scoperte archeologiche subacquee si sono moltiplicate in misura esponenziale. Ovviamente all’inizio era la pesca a farla da padrona, ma certamente il ritrovare qualche reperto del passato, qualche testimone di un antico naufragio, non era certo una sciagura, anzi, spesso contribuiva ad arricchire numerose collezioni private. Anfore, ceppi d’ancora, scandagli in piombo, se non piatti, ceramica e vasellame, facevano bella mostra di sé negli ingressi e nelle librerie delle case dei subacquei di allora e costituivano motivo di orgoglio e di soddisfazione per il possessore. Molti di noi hanno vissuto come costrizione e ingiustizia il concetto di patrimonio indisponibile dello Stato, affibbiato a quelle ‘cose’ rinvenute sul fondo. Da che mondo è mondo tutti abbiamo sempre pensato che ciò che si trova in mare sia di proprietà dello scopritore. Perché allora questo Stato invadente voleva/vuole metterci il naso? E poi, che valore dare a questi antichi reperti? È possibile la loro commercializzazione? Qual è il valore di un'anfora o di un ceppo in piombo di un'ancora? Quante domande... Lecite certo, ma che nascono dal non sapere, dal non conoscere una grande e importante verità.

Quando in Italia il professor Nino Lamboglia concepì la ricerca archeologica subacquea, si rese conto che nei fondali del Mare Nostrum, come lo chiamavano gli antichi Romani, si potevano trovare testimonianze uniche ed eccezionali per la ricostruzione storica dello sviluppo della nostra civiltà, in misura maggiore che in terraferma. Conoscere le rotte del commercio nel Mediterraneo, le tecniche di costruzione delle navi, i materiali trasportati, i porti di partenza e di arrivo delle merci, costituisce un insostituibile apporto a questa ricostruzione storica. Il sapere cosa successe - quando, dove, e perché - è il frutto del lavoro dello storico, che si avvale di due primarie fonti di informazione: i testi antichi e le testimonianze materiali che provengono dagli scavi archeologici. Se io, camminando su un campo arato della mia bella Sardegna, trovo un piccolo frammento di ceramica riconoscibile come parte di un vaso attico, posso facilmente dedurne o che un Greco ha portato lì quel vaso oppure che l'ha portato con sé un Sardo di ritorno dalla Grecia; cosa che l'uno o l'altro possono aver fatto a scopo commerciale o per qualunque altro motivo. Di fatto, quel piccolo ‘coccio’ (come erroneamente si definiscono i frammenti ceramici) è testimone di uno scambio, di una fase della vita di persone, migliaia di anni fa. Ecco, l’archeologia è questo: ricostruire sulla base di ipotesi la storia, e quindi verificarne la possibile aderenza alla realtà.

Nel ritrovare un relitto antico che giace sul fondo del mare, siamo fautori della scoperta di un pezzo di verità, che insieme ad altri mille pezzi di verità serve a ricomporre un puzzle che non solo darà forma a quell'episodio di naufragio, ma apporterà sicuramente qualcosa di significativo anche in una prospettiva di ricostruzione storica più ampia. Da questo pensiero ne deduciamo che poco o nessun valore ha un'anfora antica tolta dal suo contesto. Come se io portassi quel piccolo frammento di vaso attico in Grecia: non sarebbe che uno dei tanti. Ma il trovarlo e contestualizzarlo nel campo arato della Sardegna ha un altro e decisamente più importante significato. Ecco perché un'anfora o un ceppo di piombo di ancora romana non hanno assolutamente nessun valore se decontestualizzati dal luogo del loro rinvenimento: un reperto antico trovato sul fondo del mare ha rilievo in quanto inserito in un ambiente e in un insieme precisi, vicino ai resti dello scafo a cui apparteneva, essendo l'oggetto in questione collegato da rapporto di necessità all'episodio per il quale si è ritrovato a giacere su quel fondale. In altre parole, quando noi troviamo in mare una antica testimonianza, occorre valutare se nelle immediate vicinanze ci siano i segni, le evidenze di un coevo naufragio. Qualora sia così, è importante procedere in termini stratigrafici alla documentazione e allo scavo archeologico; che, ricordo, è sempre distruttivo e per questo motivo necessita della produzione di una scrupolosa documentazione composta da disegni, foto, filmati, campionamenti.

Lo Stato Italiano, la Comunità Europea, credono fermamente nella necessità di recupero e valorizzazione dei beni storico-archeologici. Le norme che trattano di questi argomenti pongono con un'evidenza concreta la necessità che da queste vestigia si ricavino luoghi di cultura, di musealizzazione, di incontro culturale fra i popoli del Mediterraneo. Ecco perché noi popolo delle rocce siamo chiamati a contribuire alla realizzazione di questo obiettivo. Quando parlai con Paolo Bastoni di questa collaborazione mi venne spontaneo il paragone con la biologia marina. Un tempo, negli anni 70/80 dello scorso secolo, tutti noi, andando in acqua, in immersione, avevamo quell’approccio distaccato rispetto alle vite e alle forme naturali che in quel mare avevano il loro habitat. Oggi, grazie al lavoro di appassionati e competenti biologi marini, abbiamo imparato a cogliere gli aspetti peculiari di quelle vite, incantarci ad osservare i colori cangianti di un nudibranco o giocare con le curiosità di un polpo. Ora occorre che la comunità subacquea sia avvicinata - uso questo termine, magari inadatto - ai concetti di tutela e di recupero di un patrimonio storico che ci appartiene, che non va violato e disperso, che sia motore, anche economico, attraverso lo sfruttamento turistico, dello sviluppo di molte aree svantaggiate della nostra nazione. Ed io, con molta modestia, ospite di questa bella rivista on-line, mi accingo a dare una mano affinché questo affascinante progetto sia portato a compimento.

 

ivanlucherini@sottacqua.info

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi