anno II n°.15 maggio 2008

 

 

RUBRICHE - LA POLEMICA

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: PAPUA NUOVA GUINEA di A.M.Pelliconi

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a cura del Capitano Nemo

Il discorso della polemica di questo mese può risultare delicato, ma è ora che venga fatto, almeno secondo me. Parliamo del modo in cui molti intendono fare le proprie immersioni, parliamo del piacere di fare immersioni profonde.

Ci sono molti che criticano questo tipo di immersione. E l’obiezione più comune è “ma che bisogno c’è di andare profondo quando le cose interessanti si trovano già nei primi venti-trenta metri?...” e coloro che si dedicano agli oltre-meno-cinquanta si ingegnano nel rispondere trovando le motivazioni più varie, la più comune delle quali è la ricerca di relitti che, è naturale, non possono essere portati a quote più accessibili (e meno male perché così almeno si riduce il rischio della cannibalizzazione…).

Un po’ come capita ai fumatori (e chi scrive non appartiene a questa categoria) che ormai si vergognano di farsi vedere in pubblico con la sigaretta in mano. D’altra parte chi si bea nella nicotina coinvolge nella propria attività anche i vicini rendendoli partecipi di effluvi puzzolenti (e nocivi). Chi ama scendere in profondità, invece, è responsabile solo per se stesso, non fa del male a nessuno e al massimo, se è particolarmente incosciente, mette a rischio solo la propria pelle.

Cerchiamo allora di restituire a coloro che amano le profondità la dignità di proclamare la propria passione senza dover accampare scuse. Parlo in prima persona per me, naturalmente, ma chi si riconosce in queste parole potrebbe “battere un colpo”.

È vero che mi piacciono i relitti e, spesso, quelli più integri li trovi in profondità ma, e qua si apre la vera parentesi del “profondista”, a me piace scendere. Mi piace vedermi venire incontro il blu profondo per un periodo di tempo che a volte sembra senza fine. Mi piace veder emergere al blu il cappello della secca, la coffa del relitto, il fondale, oppure mi piace lasciarmi cadere lungo una parete verticale che sprofonda, magari, verso un fondale irraggiungibile perché profondo centinaia di metri, avvertire – come in montagna – il brivido di trovarti sull’orlo di un precipizio, miracolo naturale che ti procura iniezioni di adrenalina.

Il principio, a mio avviso, è semplice: uno degli stimoli (ma non l’unico, per onor di verità) che ha portato l’uomo sott’acqua è stato l’istinto alla scoperta e alla curiosità. Non solo rivolto verso l’ambiente, ma anche verso sé stessi. La curiosità che ha portato l’Uomo ad aprirsi nuove strade, a scoprire nuovi ambienti.

In fondo i pionieri dell’immersione – dai cassonisti del XIX secolo che scendevano a dieci, venti metri di profondità per lavorare – in ambiente asciutto ma iperbarico – ai primi sommozzatori delle mitiche equipe di Cousteau – Falco, Taillez, Dumas, lo stesso Cousteau – che scendevano, agli inizi, entro profondità consentite dalla tecnologia delle bombole che allora erano disponibili, settant’anni fa circa, rischiavano molto più di un moderno subacqueo, perfettamente addestrato, che si immerga a sessanta-settanta metri, in aria, o oltre i cento con le miscele.

Io rivendico, con orgoglio, il diritto e il piacere di scendere a profondità che il moderno linguaggio definisce “non ricreative”. Rivendico il diritto di farlo, per i motivi che più mi aggradano, senza dovermi sentire in colpa o un marziano, o dovermi giustificare.

Devo dire che su una cosa i critici nei confronti di questo tipo di immersioni hanno ragione: spesso tra i “profondisti” trovi coloro che nel blu cercano solo un record, una patacca da sfoggiare per poter dire “io sono sceso a…” “e io invece a…” e, in realtà, le proprie emozioni nemmeno le ascoltano.

A prescindere dal fatto che CHIUNQUE, comunque, ha diritto ad immergersi come gli pare, devo dare atto che, purtroppo, questo approccio non aiuta a mettere in buona luce coloro che amano questo tipo di immersione.

In fondo i “profondisti” puri, quelli che, appunto, non limitano il proprio amore per il mare alle immersioni a quote non ortodosse ma si passano delle ore anche a dieci-quindici metri ad osservare i tentativi mimetici di una passera, ma anche ogni tanto vogliono sentirsi avvolti da un blu riservato a pochi, sono mossi, secondo me, dallo stesso meccanismo di chi ama l’apnea senza doverla praticare agonisticamente, solo per il piacere in sé di avvertire le emozioni e le sensazioni che ti vengono dal corpo quando sei oltre i trenta, quaranta metri solo con il tuo fiato. Ci stai il tempo di un amen e risali. Poi torni di nuovo giù per replicare quel piacere difficile a definirsi.

E quei trenta, quaranta, cinquanta metri possono equivalere agli oltre sessanta, settanta di chi scende con le bombole? O agli oltre centoventi, centocinquanta di chi usa le miscele che le nuove tecnologie ci mette a disposizione?

È ovvio ed evidente che sia l’apneista sia il bombolaro non possono scendere a quelle quote senza un adeguato training fisico e psicologico, doveroso prima di tutto per sé stessi. Così come è evidente che non è il caso di mettersi a far propaganda ad un tipo di immersione che, o “senti” dentro o è inutile, se non nocivo, che ti ci accosti.

Quindi, espresse queste mie personalissime opinioni nelle quali rivendico solo il diritto di godere del mare e delle immersioni come piace a me, senza danneggiare nessuno ma esprimendo a modo mio il mio amore per il blu e per la vita (laggiù mi sento vivo!), mi ritiro nel mio cantuccio sperando che a nessuno frulli per la mente di far passare qualche altra legge liberticida che mi impedisca questo semplice piacere, in nome del diritto di poter disporre della mia vita e dei miei passatempi come piace a me, che si tratti di fare un “8+” in arrampicata in alta quota, scendere da una “nera” da adrenalina o andare a... non è importante la quota, per godere del mare in un modo forse inconsueto ma certamente non dannoso per gli altri.

 

 

 

redazione@sottacqua.info

 

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi