anno II n°.15 maggio 2008

 

 

I SERVIZI - PENNEBLU

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: PAPUA NUOVA GUINEA di A.M.Pelliconi

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FOLCO QUILICI, LA FABBRICA DELLA DIVULGAZIONE

di Gaetano "Ninì" Cafiero

 

Musa, quell'uom di multiforme ingegno Fermiamoci qui, al primo verso della classica traduzione in italiano dell’Odissea firmata da Ippolito Pindemonte. “Uom di multiforme ingegno” è, senza dubbio, definizione icastica della persona di Folco Quilici che Carmen D’Andrea, “editor” della SEI di Torino, molto prematuramente scomparsa, ebbe a definire “un’industria culturale”.

Un’industria culturale concentrata e completata in un uomo solo? Be’, sì… Stiamo ai fatti: Folco Quilici è dal 1948, da quando aveva diciotto anni, che racconta  “i suoi mari” al pubblico. Per mezzo del cinema, che è il suo strumento di comunicazione principale, e della scrittura.   

Quell’anno realizzò nelle acque di Santa Teresa di Gallura “Pinne e fucili”, il suo primo documentario tutto subacqueo. Con la sua “pizza” di pellicola sottobraccio si presentò al Festival del Cinema Sportivo a Cortina d’Ampezzo. Qui, sulle piste di sci, conobbe un giornalista inviato speciale di “Cinema nuovo”, la rivista fondata e diretta da Guido Aristarco, sceneggiatore e critico,  docente presso la Facoltà di Magistero di Torino fino ai primi anni Ottanta, e successivamente all'Università la Sapienza in Roma, che promuoveva un sistema di insegnamento basato su attività di ricerca, anche in gruppi di lavoro, autentici laboratori-fucina per chi si proiettava in modo pieno nell'arte del cinema.

Per “Pinne e fucili” il ragazzo Quilici aveva fatto di tutto: scritto il soggetto e la sceneggiatura, girato qualche migliaio di metri di pellicola 16mm con una cinepresa Bolla e persino scattato le foto “di scena” con una Contaflex, entrambi gli apparecchi “scafandrati” da Giorgio Ravelli. Fu in buona misura grazie alla disponibilità di queste fotografie, di ottima qualità e addirittura subacquee (una sbalorditiva novità, in  quegli anni) che “Cinema nuovo” pubblicò un servizio di quattro pagine su “Pinne e arpioni”. Un réportage vistoso, che cadde sotto gli occhi di Bruno Vailati e lo indusse a convocare il giovanotto ferrarese che stava per diplomarsi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma e a invitarlo a collaborare alla Spedizione Nazionale Italiana nel Mar Rosso che lui stava organizzando per il 1952.

Folco Quilici esordì dunque come operatore subacqueo e regista di “Sesto continente”, primo documentario subacqueo a colori in assoluto, oggi film “di culto”.

Racconta Quilici in uno dei suoi libri più recenti (“I miei mari”, Mondadori 2007) che le riprese spettacolari erano organizzate così: “Folco! Appena è scoppiata la bomba buttati tra gli squali affamati che accorrono a banchettare e gira!”

Gli è andata bene, evidentemente, eppure il suo lavoro è sempre stato un’avventura. Lo intuì Bruno Ballardini nel 1985, quando per i tipi delle Edizioni Dedalo pubblicò “Folco Quilici: un mestiere come avventura”, caso mi pare unico di scrittore che erige un monumento a un altro scrittore nel mentre questi è nel pieno della sua attività creativa.

Intanto definire FQ “uno scrittore” è riduttivo: egli è documentarista, saggista, fotografo, giornalista e per essere tutto questo è esploratore e sa ad abundantiam di geografia, etnologia, antropologia. E, in conseguenza di questo, è romanziere e regista.

Quando Ballardini pubblicò il suo saggio, ventitre anni fa, Quilici aveva una carta intestata sulla quale, in una colonna di testo a sinistra, erano elencati i suoi libri e  suoi lavori cinematografici più significativi. Oggi l’elenco delle sue opere è talmente lungo che riempirebbe tutto il foglio. Si direbbe che il prontuario della sua produzione potrebbe essere usata come “sfondo del desk top” del computer. Poiché SOTTACQUA è un periodico dedicato all’immersione  e più in generale alla frequentazione dei mari a scopo ludico e scientifico, riduciamo questo sterminato catalogo ai soli titoli che abbiano a che fare con l’acqua.

I film che Folco Quilici ha dedicati al rapporto tra uomo e mare, sono “Sesto Continente” (Premio Speciale alla Mostra del Cinema di Venezia del 1954), “Ultimo Paradiso” (Orso d'Argento al Festival di Berlino del 1956), “Tikoyo e il suo pescecane” (Premio Unesco per la Cultura del 1961), “Oceano” (Premio Speciale Festival di Taormina del 1971 e Premio David di Donatello 1972), “Fratello Mare” (Primo Premio al Festival Internazionale del Cinema Marino, Cartagena, 1974) e “Cacciatori di Navi”, 1991 (Premio Umbria Fiction, 1992).

Altri figurano tra i suoi film culturali: le serie “Mediterraneo” (1971”1976), “I mari dell'Uomo” (1971”1974, “Arcipelaghi” (1993”1995), “Di Isola in Isola” (2004”2005).

Per i tredici film della Serie “Mediterraneo” Quilici ebbe a fianco, il grande storico Fernand Braudel e l'antropologo Levi Strauss. Con l'archeologo Sabatino Moscati, invece, ha realizzato due serie dedicate all'archeologia subacquea (“Mare Museo” - 1988-1992); “Fenici, sulle rotte di porpora” 1987-1988).

Da subito, al suo impegno come autore cinematografico, ha affiancato il lavoro di scrittore, pubblicando in Italia e all'estero, numerose opere. Dal più recente, “I miei Mari” (2007), diario di “una vita di avventure, incontri, scoperte” a ritroso nel tempo a  “Sì, viaggiare” (2006) , un vademecum, direi, "semplicemente come amici appena tornati da lunghi itinerari e desiderosi di riferire e anche di azzardarsi a fornire consigli” a  “La Fenice del Bajkal” (2005), “una nuova avventura nell'abisso del lago più profondo del mondo, alla ricerca di un aereo scomparso nel 1945 (con l'unica copia del diario di Mussolini?) e di un treno blindato russo inghiottito dai ghiacci nel 1904./ Tobruk 1940 (2004) /"Seconda guerra mondiale; l'aereo di Italo Balbo è colpito a morte. Mio padre era con lui. Sono tornato indietro nel tempo per cercare la verità" a “I Serpenti di Melqart” (2003) “ancora una volta la lotta dell'uomo contro la natura: la sfida all'ignoto dei primi esploratori è grande come il coraggio dei moderni archeosub” a “Mare Rosso” (2002) il romanzo che completa la trilogia (con "Alta Profondità" e con "L'Abisso di Hatutu") che narra le avventure degli archeosub Marco Arenei e Sarah Morasky.

Particolarmente significativa la riedizione, nel 2000, di “Sesto continente” il diario della spedizione che produsse il film omonimo. L’anno precedente Folco aveva pubblicato “Alta profondità”  narrando “ un'avventura nello spazio ignoto dell'abisso marino. Uomini in lotta per strappare un terribile segreto al relitto della più grande nave da battaglia del Mediterraneo. Il mare come testimone" e nel 1998 “Naufraghi”, l'amore di due giovani naufragati "fuori dal tempo” sullo sfondo in una misteriosa piccola isola”. È del 1997 “Cielo verde”, la vita avventurosa di un grande pilota, sullo sfondo dell'Amazzonia, Mike detto The Angel, il primo a difendere la grande foresta, e a pagare con la vita la sua lotta.

Come i film così i suoi libri hanno meritato riconoscimenti prestigiosi: nel 1955 il Premio Marzotto di letteratura per “Sesto Continente” (tradotto negli USA) (rieditato nel 2000), il Premio Malta nel 1981per “Mediterraneo”, il Premio Fregene nel 1985 per “Cacciatori di navi”, il Premio Estense nel 1993 per “Africa” e il Premio Scanno di letteratura con “Mare Rosso”. Nel 1997 il "Premio Internazionale Cultura del Mare". E nel 2000 il "Tridente d'Oro alla Carriera", dall'Accademia delle Scienze e delle Tecniche Subacquee di Ustica.

Dal febbraio 2003 al giugno 2006 Folco Quilici è stato Presidente dell'ICRAM, Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica Applicata al Mare, e

ha diretto i "quaderni scientifici" dell'Istituto. Precedentemente, dal '95 al '96, era stato direttore del mensile "Mondo Sommerso".

È tra i soci fondatori dell'H.D.S. (Historical Diving Society) e dell'Associazione Ambientalistica Marevivo. È membro dal 2001 della Società Geografica Italiana.

Come fotografo ha accumulato un archivio d'oltre un milione d'immagini a colori e in bianco e nero, ora affidate all'Archivio Alinari di Firenze. Nel 1998, è stato dichiarato “"Great Master for creative excellence"“ dall'International Photo Contest.

Nel 2006, grazie ai suoi film e ai suoi libri sull’ambiente e le culture, la rivista “Forbes” ha inserito Folco Quilici tra le cento firme più influenti del mondo.

Bene. Tiriamo il fiato. Però, e ora che cosa gli chiedo a uno così? A uno che oltretutto ha la grande responsabilità di avermi incoraggiato a superare il sentiero degli articoli sui giornali e a incamminarmi sulla strada del libro? La mia prima firma su una copertina cartonata (“Il libro del sub”, Mondadori) apparve insieme alla sua; e la mia prima volta da solo (“Vita da sub”, SEI) la devo a una sua esplicita proposta all’editore che gli aveva chiesto un libro di quel  genere. Dunque, non sono nella condizione di rivolgergli domande dirette, ma piuttosto di trarre spunti da una conversazione dopo cena. Che comincio io:

 

Folco, ho l’impressione che il tuo stile di scrittura sia, come dire, influenzato dalla scrittura cinematografica, per esempio della sceneggiatura. Mi viene in mente “Cacciatori di navi”: io lessi prima il romanzo – e mentre leggevo “vedevo”  il film che se ne sarebbe potuto trarre – poi vidi il film e mentre lo guardavo “rileggevo” le parole scritte… Insomma: la tua prosa è influenzata dalle esigenze del cinema? Tu scrivi avendo presente le esigenze della produzione cinematografica?

 

Etimologicamente scrivere e filmare o fotografare sono verbi che definiscono due strumenti diversi per uno stesso scopo: comunicare. “Grafé” in greco antico è il disegno, ma anche il disegnare, il dipingere, è uno scritto. Sicché “fotografia” sta a significare “disegno (fatto) con la luce” e cinematografia “disegno con il movimento”. Il cinema ha bisogno della scrittura – la sceneggiatura, i  dialoghi… - per essere compiutamente realizzato. Ma ci sono anche romanzi tratti da film – cioè da sceneggiature – che sono uno strumento diverso per trasmettere lo stesso messaggio. Comunque mi sembra inevitabile che i miei libri rivelino l’influenza del cinema, così come il cinema lasci intuire la mia visione letteraria.

 

Tu sei molto rigoroso  nei tuoi documentari, scientificamente precisi. E del resto spesso ti sei avvalso della consulenza  di studiosi del calibro di Braudel, Moscati, Levi-Strauss… Nei tuoi romanzi gli eventi si succedono incalzanti, in ambienti estremi,  l’avventura sembra prendere il sopravvento sulla realtà… E insomma Marco Arenei e Sarah Morasky hanno tutta l’aria due Indiana Jones…

 

Appunto, l’avventura sembra prendere il sopravvento sulla realtà. Ma non lo prende. Nella mia fiction  cinematografica e nei miei romanzi tutto quel che avviene  è possibile, è espressione delle tecnologia oggi disponibile. Insomma: non è fantascienza. Isaac Azimov docet: dipende dai contesti se la fantasia possa o meno essere condizionata dalla realtà.

 

Ma, in “Tikoyo e il suo pescecane” il pescecane era uno squalo nutrice…

 

Te l’immagini un titolo così: “Tikoyo e il suo squalo nutrice”? Il cinema deve potersi concedere qualche licenza, venire incontro alle conoscenze di massa… La maggior parte delle persone chiamano pescecane qualsiasi squalo.

 

Saper scrivere ti aiuta.

 

Vuoi dire nella produzione cinematografica? Molto. Sono certamente avvantaggiato rispetto ad altri film-maker che hanno bisogno della parola scritta da altri per mettere insieme le proprie idee.

 

Quando hai cominciato?

 

A scrivere? Subito. Mentre si girava “Sesto continente”. Seguivo il mio istinto e scrivevo ogni giorno, appoggiandomi a una tavoletta, negli spazi angusti del Formica. Magari quando la nostra imbarcazione d’appoggio ballonzolava navigando in Mar Rosso. Bruno Vailati, il capo della spedizione, era convinto che io scrivessi lunghe lettere a mia zia…

 

Ora che c’è il computer…

 

... io continuo a scrivere a mano…

 

Ma no!

 

Ma sì!

 

Quali libri preferisci tra quelli che hai scritto?

 

 “Mille fuochi” e “Cielo verde”

 

… che sono molto rappresentativi, emblematici della tua produzione… Infatti i “mille fuochi” sono “i fuochi degli accampamenti tuareg nel deserto; i fuochi delle savane incendiate per le cacce ai bufali o agli elefanti…I fuochi dei miseri villaggi pigmei nelle foreste equatoriali del Congo. Mille fuochi - di notte e di giorno - punteggiano un itinerario di migliaia di chilometri dal Mediterraneo al Congo…", dunque un saggio. “Cielo verde”, invece, è un romanzo: è la storia – copio ancora dal risvolto di copertina - di Mike Angel, giovane pilota americano nella prima guerra mondiale. Finite le ostilità ma non sopito lo spirito d'avventura, Mike si trasferisce in Amazzonia e mette il suo velivolo al servizio di "garrimpeiros", cercatori d'oro, medici, missionari, avventurieri e quanti altri possano aver bisogno di due ali per sorvolare l'immenso mare verde della selva. Si susseguono avventure tra la ricerca di un giacimento di diamanti e l'attacco di un giaguaro, di un'anaconda, delle formiche carnivore, tra un amore e una sbornia, tra un incidente e la fortuita scoperta delle cascate più alte del mondo, quel salto Angel a cui Mike darà il nome.” E questo ne fa anche un saggio e un trattato di geografia, perché il Salto Angel è diventato luogo di culto per gli appassionati di

“base-jumping”, il paracadutismo estremo praticato da quanti si lanciano, invece che da un aereo in movimento, da una base fissa. E quali libri si sono rivelati i più popolari?

 

Quelli della miniserie, della piccola collana cominciata con “Alta profondità”, proseguita con  “I Serpenti di Melqart” , giunta alla “Fenice del Bajkal”, che per ora è l’ultimo. I lettori mi scrivono, trepidanti per la sorte degli avventurosi archeosub Marco Arenei e Sarah Morasky…

 

Un po’ come accadeva a Sir Arthur Conan Doyle col suo Sherlock Holmes…

 

Un po’…

 

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi