anno II n°.15 maggio 2008

 

 

I SERVIZI - I VIAGGI DI GIGI&CRI

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: PAPUA NUOVA GUINEA di A.M.Pelliconi

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FLORES: L’ISOLA DELLE SPEZIE, DEI DRAGHI E DEI VULCANI – LUGLIO 2007 (prima parte)

 

 

di Cristina Ferrari

e Luigi del Corona

 

 

 

 

 

 

la scelta

 

Gigi. Sempre più convinti di rivolgere la nostra attenzione di “viaggiatori sub” ai mari tropicali inseriti nel mitico Coral Triangle, ero in attesa della giusta ispirazione per dare il via all’organizzazione del nostro classico e rituale viaggio estivo di tre settimane.

La notizia che Qatar Airways aprisse una nuova rotta su Bali offrendo delle tariffe promozionali molto convenienti fece orientare “l’ago della mia bussola” in quella direzione.

Bali, d’altronde, l’avevamo girata in lungo ed in largo in moto nel lontano agosto 1985.

Allora non eravamo ancora dei subacquei ma piuttosto dei moto-turisti. Giravamo, in quelle estati, per tutto il mediterraneo con la nostra fedele due ruote da enduro ed anche quando arrivammo nell’«isola degli dei»non ci facemmo scappare l’occasione di noleggiarne una e di goderci una vacanza meravigliosa.Ci era rimasto però un grande rimpianto: non aver visitato Komodo, con i suoi dragoni preistorici, raggiungibile, a quei tempi, solo con un lunghissimo viaggio in barca.

 

Cri. Bali avrebbe rappresentato in questo viaggio unicamente il trampolino per andare ancora più in là, nell’isola delle spezie, dei vulcani e dei “dragoni”: Flores. Alcuni amici ci avevano anche descritto, rassicurandoci, la bellezza e ricchezza dei fondali marini, così che l’impegnativo itinerario avrebbe potuto essere allietato da magnifiche immersioni a Maumere, la località più orientale di tutto il viaggio, a Riung  nel centro - nord e per ultimo nell’Arcipelago di Komodo, ad Ovest.

 

Gigi. Ulteriore impulso venne dall’apprendere l’esistenza di villaggi tradizionali primitivi dove sopravvivevano antiche (e truculente) cerimonie in cui il culto religioso animista ancestrale si fondeva ai riti cattolici importati dai colonizzatori portoghesi. A tutt’oggi Flores , insieme a Timor, è l’enclave cattolica più importante nel paese musulmano più popoloso del mondo: l’Indonesia. La scelta era compiuta.

 

si parte

 

Cri. Sono partita, immaginando, fiduciosa come per gli altri viaggi (ma scoprirò poi illusa), il rilassamento e l’appagamento che mi sarebbe venuto dai luoghi esotici e, soprattutto, dal mare, dentro e fuori.

Ho delegato come sempre la progettazione a Gigi, perché lui è più bravo e il mio spazio mentale di collaborazione, assorbito da altre cose, è ridotto.

Ogni tanto si parlottava: mi mostrava immagini, scalette, fatte e disfatte mille volte prima di arrivare al “definitivo”.  Il suo viaggio inizia mesi prima, il mio, anche un po’ scaramanticamente, all’aeroporto e questa volta (ahi ahi!) non ho fiutato e dato peso e importanza a certe sue perplessità sull’attraversamento via terra di Flores.

 

Gigi. Ci imbarchiamo a Malpensa e, cambiando aereo a Doha, arriviamo “freschi e riposati” a Bali come “bolliti piemontesi” dopo più di una trentina di ore di viaggio!!! Il tempo è bigio e piovoso. Fa sì caldo ma ormai con le temperature che si sono raggiunte da noi nelle ultime estati ... all’equatore si sta tranquillamente bene senza aria condizionata. Subito dobbiamo occuparci dei biglietti per i voli interni, che avevamo fortunatamente prenotato.

All’andata Denpasar – Maumere (con Merpati Airlines) e al ritorno Labuan Bajo – Denpasar (con Trans Nusa Airlines).

Non vi era la possibilità di acquistare i biglietti “on line” perché i siti web indonesiani sono molto ballerini. Risolsi il problema “catturando” l’indirizzo e-mail delle due compagnie a Denpasar e scrivendo ai responsabili locali. Se non avessimo fatto così sarebbero stati guai seri perché i voli sono pochi e gli aerei sempre pieni.

Ci facciamo finalmente portare in  taxi (prezzo fisso 4€) all’Hotel Sayang Maha Mertha a 200 metri dalla famosa spiaggia di Legian. Niente di che (10 €), ma comodo perché vicino all’aeroporto. Una doccia e via: subito fuori a cambiare i soldi (una valigiata) e a comprare la SIM locale. In molti luoghi esotici le carte di credito o non vengono accettate o ricaricano un 5% extra sul cliente. Il “roaming” internazionale dei nostri gestori è assurdamente caro mentre le tariffe delle compagnie locali sono circa 10 volte più a buon mercato. 

 

Bali 22 anni dopo

 

Cri. Avevo vissuto Bali per la prima volta nel ’79 e già ritornandovi nell’85 era mutata profondamente. A distanza di 22 anni, ora, mi appare come un luogo “altro”: la cultura dell’occidente veicolata  dal turismo ha invaso, sfruttato, risicato ogni spazio e ha prodotto le inevitabili conseguenze dello “sviluppo”(!!!): l’incanto del suo mondo rurale ricco di affascinanti tradizioni, ben conservate e radicate, è sepolto sotto la coltre dei locali e dei negozi finalizzati o, addirittura, gestiti dagli occidentali: il cibo, le merci sono brutte copie o fusioni stonate dei due mondi, le relazioni con i balinesi condizionate al rapporto economico, l’aumento della quantità e la modifica della qualità dei consumi si percepisce nel mutamento degli odori, nell’appiattimento dei colori e nelle inevitabili conseguenze della contaminazione da rifiuti.

Il “mordi e fuggi” di una veloce cena e della notte trascorsa in un modesto alberghetto, sia all’andata che al ritorno, non mi lascia come strascico il desiderio di tornare, anche se so che, sicuramente, sopravviveranno ancora spazi interessanti da visitare e scoprire.

 

verso Flores

 

Gigi. Dopo una sola notte di riposo partiamo alla volta di Flores alle 13.10 con arrivo a Maumere alle 15.20, facendo anche uno scalo intermedio nell’isola di Sumba, in un areoportino il cui nome sconosciuto ci induce una grande ilarità: Tambolaka.

Pochissimi i turisti presenti a bordo. E tu pensi: è un buono o un cattivo segno?

Veniamo accolti da diversi taxisti-noleggiatori-procacciatori d’albergo a cui per prima cosa domando se la profilassi anti malaria è consigliata oppure no. Con grande naturalezza rispondono di si …certo; la qual cosa – anche se preventivata – ci procura un certo fastidio, piuttosto che paura, pensando alla seccatura delle pastiglie settimanali.

Si sceglie la sistemazione del Sea World Club perché dei due centri diving in ballottaggio è quello che dispone anche di una bella spiaggia.

Il taxista Harry, molto sornione, nel frattempo, si informa sulle nostre intenzioni per i prossimi giorni. Il business consiste nel portarti in auto a noleggio con autista fino al vulcano Kelimutu a vedere i famosi laghetti. Noi prendiamo tempo, anche perché avevo programmato di andarci con i mezzi pubblici, senza in effetti immaginare la condizione delle strade a Flores!!! In ogni caso volevamo stare prima al mare a farci un po’ di belle immersioni.

 

la pace di Maumere e l’impatto con la cattolica Flores

 

Cri. A Maumere, in alternativa ad altre soluzioni più “ruspanti” e più lontane dalla città, scegliamo un albergo dove un ottantenne missionario tedesco, Padre Bollen, che vive qui da trentasette anni, ha realizzato un progetto di gestione in cooperativa da parte della gente locale, per dare loro lavoro e favorirne in generale le capacità organizzative e di sviluppo. Sono presenti pochissimi ospiti, che lui metodicamente fotografa ed archivia nel suo computer. E’ un bell’uomo alto, vestito in borghese, e non dimostra i suoi 80 anni.

Riesco a contrattare con il risparmioso Gigi, che ha sempre la borsa un po’ tirata, un bungalow con vista mare a ben 25 USD, perché uno dei piaceri più grandi della vacanza, che in Italia non posso permettermi, è vivere e sentire il mare da vicino: si affaccia su un’ampia e bellissima baia dalla sabbia un po’ scura, vulcanica, la distesa d’acqua calma, incorniciata in lontananza dai profili dei rilievi delle isole, su cui si specchiano i tramonti accesi dei tropici.

Non lo sappiamo ancora ma rimarrà l’albergo più bello e più caro di tutto il viaggio.

La spiaggia è popolata da nugoli di bambini dai vestiti stracciati e dai visi un po’ cupi, cui offriamo caramelle e chewing-gum: è il primo impatto con la povertà di Flores.

Si ripresentano ogni volta in gruppi sempre più numerosi con le mani tese, sempre senza sorriso e io, dato fondo a tutte le scorte, cerco di convincerli che sono finite. Da quel momento cercheremo di attrezzarci sempre con riserve abbondanti di “bon bon”.

Il mare e la battigia sono animati da molte attività, principalmente quelle legate alla pesca cui partecipano anche i più piccini: alla sera le reti vengono tirate in secca da frotte di giovani, ma i pesci sono pochi e minuscoli e mi chiedo quante bocche riusciranno a sfamare. La pace di questo luogo è comunque una piacevole ricercata invasione della mente stanca degli impegni e di tutto il contorno della vita milanese.

 

Gigi. Una mattina un uomo trascina in mare un maialino al guinzaglio e lo lava a lungo mentre lui, gradendo poco la pulizia, grufolando, cerca ripetutamente di fuggire, ogni volta riacchiappato e riportato a mollo. Incuriosito dall’insolita scenetta mi avvicino con la videocamera per riprendere il “pig wash” suscitando però le ire, nonché le rimostranze, del soggetto. Non rispettando la loro privacy e tenendo la camera accesa, ma con le mani basse, riesco comunque a filmare con nonchalance l’andirivieni del porcello tra l’acqua ed il bagnasciuga, oltre alle brusche strigliate somministrategli dal proprietario.

 

SOTT’ACQUA (ogni riferimento è puramente…voluto)

 

Cri. Ci godiamo il primo vero sole della stagione, il contatto con l’acqua, la sabbia, il vento della sera, passata in buona parte ad osservare la caccia dei gechi sul soffitto della veranda, i rumori del mare e della gente, l’appagamento delle prime immersioni: superata l’ansia del ritorno al blu, per la solita, forse femminile insicurezza, affronto anche le correnti, poco amate dopo lo shock del Blue Corner a Palau  in Micronesia (ma questo è un altro viaggio).

 

Gigi. Il diving centre era piuttosto scassatello e poco attrezzato. Non avevano adattatori per i nostri erogatori DIN, una delle poche volte che ce li eravamo portati! Avevo anche dovuto discutere con Cri: lei, come al solito, non vuol portare pesi perché ha problemi alla schiena.

 

Cri. L’attrezzatura completa ce la scarrozziamo solo nel Mar Rosso o dove siamo stanziali, quando l’unico trasferimento è: aeroporto - albergo. Nei viaggi “veri” ci portiamo solo maschera, pinne e computer e, non sempre, l’erogatore. Temiamo con questo di deludere i “puristi” che si immergono solo ed esclusivamente con tutta la propria attrezzatura! Noi siam fatti così.

 

Gigi. I siti di immersione si trovano nei dintorni delle isole prospicienti la bella baia di Maumere e sono raggiungibili in barca con circa un’ora di navigazione. Babi, che in indonesiano significa maiale, è, sorprendentemente, un eccellente luogo per immergersi considerando che ha subito il primo e più tremendo impatto dell’onda dello Tsunami del 1992, che devastò l’intera zona con circa 2500 morti, di cui 1000 proprio sulla piccola isola. Si può affermare che a poco più di 15 anni di distanza la barriera corallina è ritornata in buone condizioni.

 

Cri. L’episodio più “divertente” avviene proprio nella prima immersione. Mi accorgo, dopo un certo tempo dall’inizio, che il manometro segna fisso 130 bar; avviso prima Gigi e poi la guida che mi rispondono con un ok che significa “bene bene brava hai un buon consumo di aria!”  e ce ne vuole per spiegare che c’è un problema: il manometro è grippato! Si risale…??? Ma nemmeno per sogno dice a gesti la guida. Allora Gigi finalmente capisce e mi fa segno di basarsi sul suo manometro. Lui di solito consuma più aria di me e quindi quando lui sarà in riserva io ne avrò ancora…Ma se le bombole non sono state riempite uguali? Il passaggio di una magnifica aquila di mare mi distoglie dai cattivi pensieri e contravvenendo a TUTTE le raccomandazioni di TUTTI gli istruttori conosciuti nella mia vita di subacquea si decide di proseguire l’immersione. Mi raccomando non fate la spia!

 

Gigi. Perdoniamo il dive master quando ci racconta di essere sopravvissuto allo Tsunami :

Le acque si sono ritirate dopo il terremoto e molta gente è scesa in spiaggia a raccogliere i pesci che si dibattevano nelle pozze. Per fortuna il nonno mi gridò di scappare verso le colline.” Flores è situata in una delle zone più sismiche del pianeta e ne è testimone il fatto che sull’isola esistono ben 15 vulcani attivi.

 

Cri. Vi è una notevole presenza di coralli morbidi e spugne lungo il muro che scende fino a 50 metri. Ulteriore dimostrazione della rigenerazione del “reef” è data dalla presenza di grandi ventagli di gorgonie, alcuni dei quali giacciono ad una profondità di 35 metri ed oltre.

Le correnti possono essere forti e le immersioni impegnative.

 

Gigi. In compenso (secondo la regola che “dove c’è corrente c’è pesce grosso”) in tutte le immersioni si fanno  interessanti incontri con squali pinna bianca, tartarughe, aquile di mare e greggi di bumphead parrotfish (bolbomepoton muricatum). Non mancano cernie e pesci rana. La temperatura dell’acqua, anche in profondità, non scende mai sotto i 28°C.

Il rientro pomeridiano al resort è sempre caratterizzato dagli spruzzi che impietosamente ci frustano il viso e ci provocano brividi di freddo. Mi dimenticavo di riferire che anche di notte non fa per niente caldo. Usiamo i teli da bagno come coperta, eppure siamo all’equatore! Meno male che non abbiamo scelto un bungalow “air con”. Avremmo solo buttato via soldi.

 

intorno a Maumere

 

Cri. Programmiamo con Harry una giornata di visita ai dintorni di Maumere.

Ci fermiamo all’inizio in un coloratissimo mercato a comprare della frutta e da bere. In uno spiazzo su un trespolo c’è un cucciolo di aquila pescatrice, su un altro un cacatua, legati entrambi con una catenella. Harry ed il padrone mi incitano ad accarezzarli mentre Gigi fotografa.

Con i pappagalli ho dimestichezza perché ne ho avuti due che ho amato tantissimo, con le aquile pescatrici, per quanto cucciole, un po’ meno (sempre aquile sono!). Accarezzo a lungo il cacatua che gonfia le piume, godurioso, poi, cedendo alle insistenze, provo con l’aquilotto che evidentemente non gradisce, allarga le enormi ali e salta a terra, mentre io, impaurita, faccio un balzo indietro. Gigi ride di gusto insieme ad Harry.

La prima tappa è un villaggio di pescatori provenienti da Sulawesi, di religione musulmana. Sono poverissimi; le case dai tetti di latta arrugginita sono su palafitte e nel mare che le lambisce viene buttato di tutto. La gente è felice della visita e ovunque sono sorrisi. I bambini, eccitati, cercano l’inquadratura della macchina fotografica, si esibiscono in gesti di giocosi sberleffi, tuffi, finti spintoni.

Fervono dappertutto le semplici attività della gente, di cui la principale è la costruzione o riparazione di barche. Il legno, di cui sono esclusivamente fatte, viene da loro lavorato per l’intero processo, inclusa la costruzione dei chiodi. Vicino a molte case, anche qui, sono legate alla catena giovani aquile pescatrici e ce ne chiediamo la funzione: se, ammaestrate, siano utilizzate per pescare come i cormorani in Cina o semplicemente per “compagnia”.

Compriamo e offriamo caramelle a tutti e scattiamo foto a tutti quelli che ce lo chiedono, mostrandogliele successivamente e rallegrandoci del loro stupore nell’osservarle e delle conseguenti risate. Lo stomaco si stringe nel vedere la loro povertà e il loro modo di vita in cui manca quasi tutto quello che noi consideriamo indispensabile; la gioia diffusa nel villaggio, quella dei bambini esplosiva, pacata quella degli adulti, quasi tutti giovani, non compensa il forte impatto emotivo del confronto delle due realtà, la mia e la loro, e il sentire uno stridore nell’osservare da turista questo mondo.

Sono anche un po’ egoisticamente arrabbiata con Gigi perché non mi ha “portata” in una situazione di totale, completa evasione.

 

Gigi. Il seguito della gita è dedicato alla conoscenza delle attività di coltivazione dell’isola. Scopro i “produttori” naturali di frutti esotici usati come spezie o per bevande corroboranti. L’albero del chiodo di garofano è grande con chiome importanti, più piccoli, invece, quelli del cacao, del caffè e della noce moscata; eppure sono piante che hanno cambiato la Storia.

Una famiglia di contadini ci regala degli ibis rosa fucsia e ci mostra da vicino un frutto aperto della noce moscata: il seme è avvolto dal coloratissimo e profumato macis che ha anche una forma particolare, quasi di un fiore arancio-rosso.

Un’altra famiglia ci mostra la distillazione del vino di palma attraverso un rudimentale sistema di alambicchi costituito da tubi di bambù, a cui, come chimico di laboratorio, sono molto interessato. Il vino di palma viene spillato direttamente dal tronco e, dopo una breve fermentazione, non supera i 4 gradi alcolici. Per successiva distillazione, appunto, si ottiene un’acquavite che prende il nome di Arrak.

 

la costa a sud di Maumere

 

Cri. La tappa successiva è una lunga spiaggia dove diverse persone stanno sedute all’ombra delle palme, chiacchierando tranquillamente. Un uomo, impugnato il machete, si arrampica in cima e stacca alcuni cocchi che poi, sempre a colpi di machete, aprirà per farci bere il latte e raschiare, con un cucchiaio ricavato dalla scorza più dura, la polpa fresca. In cambio offriremo dei dolciumi e anche del denaro.

 

Gigi. Siamo proprio nel punto dove l’isola di Flores è più sottile, solo qualche decina di chilometri, sulla spiaggia dove sbarcarono i primi portoghesi nel 1515. Davanti a noi solo il grande Oceano, a non molta distanza dalle coste australiane. Mi sento lontano.

 

Cri. Alla fine del percorso visitiamo la casa della famiglia di Harry. Sul davanti è in fase di ultimazione, come è uso locale, la tomba della nonna. I maschi della famiglia stanno lavorando al suo rivestimento con grosse piastrelle verdi e alla tettoia.

Beh, ad essere sinceri, non avevo minimamente immaginato che cosa fosse quella costruzione e quando Harry, rispondendo ad una mia domanda, me lo dice rimango un po’ sconcertata.

Scopriremo man mano che moltissime case hanno un sepolcro nel patio e ci si siedono abitualmente con naturalezza a riposarsi e conversare. Il turbamento, ogni volta che le vedrò, non cambierà molto.

Ci sediamo con tutta la famiglia, genitori e fratelli, all’interno della casa: è arredata con pochi miseri mobili, il pavimento di terra, le pareti piene di immagini sacre di papi, madonne, santi, che dimostrano l’orgoglio diffuso nella popolazione di appartenere alla Chiesa cattolica, le sedie disposte in cerchio. Il padre ha gli occhiali, è un bell’uomo dai capelli brizzolati e sembra un intellettuale. Scambiamo i convenevoli e le frasi di rito soprattutto con lui e ci vengono offerti, da succhiare, i semi del cacao. Sono rivestiti da una sottilissima polpa dall’aroma intenso, che assomiglia al frutto della passione, e Harry ci spiega che i bambini la usano al posto del chewing-gum.

Una volta tanto è Gigi che non capisce, mastica alla grande e quasi all’istante gli si dipinge in faccia la tragica espressione da “allappamento”, fra le risa dei presenti.

I semi del cacao, ci dice, per diventare mangiabili devono essere prima essiccati e tostati e infatti, lungo le strade, sono spesso distesi su teli per esporli al sole.

 

Gigi. L’ilarità che suscita l’orrendo assaggio dei semi di cacao è frutto di un equivoco linguistico. Harry mi dice “chew” che in inglese significa mastica ed io eseguo alla lettera.

Avrebbe invece dovuto dirmi di succhiare soltanto la pellicina dolce ed aromatica che ricopre i semi. Dato che Cri è invidiosa perché parlo e capisco l’inglese meglio di lei cerca di rivalersi scorrettamente in questa “amara” situazione.

 

Cri. Harry durante il viaggio in auto si era divertito a punzecchiarci parlandoci dell’usanza degli indonesiani di mangiare i cani, soprattutto in occasione della Pasqua, perfettamente consapevole del raccapriccio che produceva in noi. Alle sue affermazioni ostentavamo l’assenza di stupore e gli elencavamo tutti gli animali “strani” mangiati in Italia: cavalli, asini, gatti, conigli, rane, lumache, ecc. Così, a tradimento, mentre accarezza il suo cane che gli fa le feste, lo controprovoco chiedendogli se lo mangerà. “No, certo, quelli che si mangiano si comprano!”

 

Gigi. Al ritorno Harry ci propone di uscire a cena in un locale del porto dove si mangia cibo strettamente indonesiano: pur essendo degli amanti dei cibi orientali e in generale molto adattabili, non gradiamo il modo di cucinare il pesce, spalmato con salse disgustose.

Durante la cena ci racconta della sua attività: è in società con i fratelli e l’auto è stata loro data da un’associazione nell’ambito di un progetto di cooperazione e la ripagano poco per volta. Tornati in hotel, dove al contrario c’è un ottimo ristorante, scopriamo che proprio quella sera ci eravamo persi la grande festa per il compleanno di Padre Bollen. Come si dice in gergo cornuti e mazziati.

 

verso Moni e il vulcano Kelimutu

 

Cri. Cediamo alle insistenze di Harry e, dopo una lunga contrattazione sul prezzo, decidiamo di raggiungere il Monte Kelimutu in auto, accompagnati da lui.

Il tragitto per Moni, ai piedi del vulcano, è di “soli” 90 km, ma, a causa del pessimo stato delle strade e nonostante la Jeep sia il mezzo più veloce e le soste siano poche e brevi, impieghiamo l’intera giornata a raggiungerlo.

Da questo momento scopriamo che i viaggi all’interno di Flores sono molto difficoltosi per la conformazione montagnosa del territorio e per le conseguenze delle piogge equatoriali che scavano grandi e profonde buche, determinano crolli di alcune tratte o frane di grandi massi che le ostruiscono fino a quando, non essendovi molte ruspe, vengono demoliti a colpi di mazza, e potete immaginare il tempo necessario.

Arriviamo a Moni al tramonto e salutiamo Harry che fino all’ultimo insiste per accompagnarci in un tour per l’intera Flores.

 

Gigi. Rifiutiamo cortesemente ma decisamente in quanto avremmo dovuto pagargli anche il viaggio di ritorno a macchina vuota. Veniamo allora passati di mano da un autista Harry ,ad un altro Phil che la mette giù dura fin dal primo momento dichiarando che lui non è un semplice autista bensì una guida! Ci aiuta a cercare una camera per la breve notte.

 

Cri. Fa freddo e i primi ricoveri-rifugi che visitiamo sono un po’ desolanti, così ne scegliamo uno che, apparentemente, dall’esterno, con le costruzioni digradanti sul pendio e qualche pianta ornamentale, appare carino. Si chiama SA’O RIA WISATA  e costa 10€. La camera non è proprio accogliente: la pulizia è quella superficiale da assenza di detersivi e da difficoltà di approvvigionamento di acqua e c’è un’umidità molto intensa che intride e ricopre ogni cosa. Fuori c’è un piccolo patio con un bel panorama sulla valle, ma è abitato da nugoli di zanzare. Da questo momento in poi però non si parlerà più di malaria che sembra sia confinata nella zona Est dell’isola.

Ci informiamo sui diversi modi con cui si può raggiungere la cima del Kelimutu, a piedi, ma sono diversi chilometri, in moto-taxi, o con la jeep e sulle relative tariffe e anche sugli autobus per ripartire l’indomani. Alla fine optiamo per la jeep, con un pacchetto che ci offre Phil per visitare il Kelimutu e poi partire subito per Riung; il prezzo non è economico e ci viene data come spiegazione che lui dovrà prima raggiungere nella notte Ende, a prendere la macchina, e poi ritornare a Moni per prelevarci alle 4.30 del mattino.

Ceniamo all’aperto e torniamo infreddoliti in camera. Indossiamo, a strati, i vestiti che ci siamo portati, per lo più adatti ad un clima tropicale, e ci infiliamo sotto due sottili coperte sintetiche molto poco termiche. Inutile dire che le poche ore disponibili prima dell’alzataccia le passiamo in un insonne rigiramento nel letto cercando di rannicchiarci il più possibile.

Alle 4.30 arriva Phil con l’auto e si sale verso il parco del Kelimutu, alle cui porte si posteggia per proseguire a piedi, nel buio, su una mulattiera e poi su un sentiero. Gli uccelli dormono ancora e osserviamo che sugli alberi stanno abbarbicati sui rami pure dei galletti.

Phil e le altre guide sono avvolti negli ikat, dei teli tradizionali tessuti a mano, con disegni tribali diversi nelle diverse zone dell’isola, che non so quanto li proteggano dal freddo e dall’umido della notte.

Arrivati in cima si attende l’alba che dovrebbe, con le sue tinte sfumate, rendere più suggestivo lo scenario dei laghetti di tre colori diversi: giallo-verde turchese, marrone rossiccio e nero. Si sorseggia, per riscaldarsi, caffè e tè bollente, venduto dalle guide, si fa conoscenza e si chiacchiera con i pochi astanti. Il tempo è nuvoloso e c’è una foschia diffusa, diradata ogni tanto dal vento solo per pochi istanti, così da permetterci di ammirare e fotografare il bel panorama. I tre laghetti, raccontano le guide, cambiano di colore nel corso del tempo, in relazione alla solubilizzazione dei minerali delle rocce, alle variazioni di acidità e al popolamento delle acque da parte di alghe e batteri diversi. All’inizio degli anni sessanta erano blu, rosso e caffelatte, e fino a qualche anno fa erano blu, bordò e nero.

 

Gigi. Il luogo, magico, dovrebbe rappresentare il punto di più alto affollamento turistico dell’isola. Siamo in realtà soltanto una dozzina di persone, tra cui una simpatica giovane coppia di Praga a cui offriamo un passaggio dato che, così ingenuamente presumiamo, l’auto da noi affittata è grande e c’è molto posto: Phil ci dice che non è possibile, accampando scuse fumose.

 

Cri. Scendendo verso la costa sud possiamo ammirare gradevoli paesaggi di montagna e di risaie, coltivate manualmente utilizzando aratri di legno trainati da bufali. Molte donne e bambini lavorano i campi e appaiono sorridenti e felici di incontrarci. Un bufalo fa la pipì mentre Gigi lo fotografa e i bambini si rotolano per terra sconquassati dalle risate. Le ragazze hanno il volto dipinto di bianco e ne chiediamo loro il motivo: si stringono nelle spalle sorridendo e spiegano, in qualche modo, che è per bellezza. Il viaggio all’interno dell’isola è stremante per i continui rallentamenti, i sussulti e gli sballottamenti da buche-voragini, curve ininterrotte, cambiamenti rapidi di pendenza delle strade.

La prima tappa è Ende dove con stupore e anche con un po’ di arrabbiatura e delusione scopriamo che ci sono altre tre passeggere che ci attendono: la sorella di Phil e due sue amiche. Motivazione? Il viaggio è lungo e al ritorno vuole compagnia, quindi si svela il perché non avevamo potuto ospitare sull’auto i due ragazzi cechi.

 

Gigi. Siamo nuovamente sul lato Sud dell’isola ed i panorami sono sempre mozzafiato: ampie baie si aprono sul mare mentre l’interno è costellato di coni vulcanici ricoperti da fitta vegetazione.

 

Cri. Sulla strada ci fermiamo sulla spiaggia conosciuta come Blue Rocks, dove ci sono donne accucciate ovunque a raccogliere sassi dal colore turchese che  vengono esportati soprattutto in Cina, ci dicono, non sappiamo per quali usi ornamentali.

 

Gigi. Si riprende la strada verso Nord. Quando sbuchiamo dai monti e si comincia a sentire l’influenza del mare, benché esausti, veniamo ricompensati dalla bellezza e luminosità dei paesaggi. Ci fermiamo in un paese sconosciuto e molto caldo. E’ la prima volta che ci succede da quando siamo arrivati. Ovviamente manca l’energia elettrica da tre giorni e tutte le bevande sono calde ed i frigoriferi spenti. La legge di Murphy non conosce confini.

 

Cri. Nella sosta per il pranzo Phil e compagnia si sfamano e ci dicono tranquillamente di pagare per tutti: la cifra è irrisoria e non obiettiamo, ma …dal punto di vista della correttezza, e io sono un po’ rigidina, non mi piace affatto!

 

Riung

 

Cri. A Riung, villaggio mussulmano di pescatori, soggiorniamo nell’albergo PONDOK SVD che è presso una missione cattolica. La camera è decisamente pulita e costa 12€, il cibo accettabile: colazione e cena costano 5€.

Lo scorretto Phil , prima di lasciarci (senza nessun dispiacere da parte nostra), ci consiglia vivamente di rivolgerci ad un ragazzo lì presente per i giri in barca al Parco marino delle 17 isole e noi, non s’impara mai abbastanza, cadiamo nella rete: decidiamo di effettuare l’indomani un tour di perlustrazione di superficie del mare, prima di dedicarci alle immersioni. Il giro è molto limitato rispetto al prezzo esorbitante richiesto e consiste solamente nella visita all’isola dei pipistrelli, uno stop per fare snorkeling su una prima isola (con coralli e pesci un po’ mediocri) e un secondo lungo stop su un altro isolotto.

Alla richiesta di ampliare l’itinerario ci viene risposto che è necessario farlo in altri giorni, alla stessa tariffa. La spiaggia è bianca e il mare di un bel turchese, i due marinai si mangiano belli belli il loro pranzo sotto i nostri occhi affamati, mentre noi, nonostante lo stomaco vuoto, non riusciamo a “digerire” la beffa. Sì, perché, nonostante il costo, il pranzo non era compreso. Gigi, fuori di sé, protesta e urla, ribadendo l’inadeguatezza del giro, tanto più rispetto al prezzo, ma i due, a tasche e pancia piene, appaiono indifferenti.

Ci consola l’invito, da parte di un giovane papà francese, a prendere un caffè sulla tolda di un peschereccio da crociera, molto basic, ancorato davanti alla spiaggia, che arriva da Labuan Bajo. Rimaniamo ammirati dal suo “coraggio” di viaggiare da solo per Flores con tre bambini, la più piccola di sei anni, che, simpaticamente, ci dice che alla sera dormono sul ponte della barca “a la belle etoile”.

 

Gigi. Ritornati al porto passo alla seconda sfuriata rivolta al marinaio fellone vivamente “raccomandato” da Phil, che avrà come strascico anche la protesta con la direzione del Pondok, nel cui giardino ci era stato presentato. Avuta ulteriore conferma che la tariffa è assolutamente inusuale, ci raccomandiamo che non permettano, d’ora in poi, a questo imbroglione di stazionare nell’albergo per adescare ingenui turisti.

La delusione e l’amaro in bocca lasciatici da quest’esperienza ci fanno valutare con  diffidenza il contatto con uno pseudo dive center e quindi la possibilità di fare immersioni a Riung, così che decidiamo di partire subito, l’indomani stesso: il bus passerà davanti all’albergo a prelevarci alle 6 del mattino.

Successivamente, riparlando a freddo dell’accaduto con altri viaggiatori, ci verrà confermata l’esistenza di una sorta di “mafietta” locale che gestisce le escursioni in barca dei rari turisti. E’ un peccato perché il luogo è bello anche se i fondali, per quel poco che abbiamo visto, paiono rovinati probabilmente dalla dinamite.

Nei dintorni selvaggi ed irraggiungibili è confermata la presenza di un’altra rarissima, e praticamente invisibile, specie di Dragoni di Komodo dal colore dorato.

 

da Riung a Bajawa

 

Cri. Da Riung in poi l’obiettivo perverso di Gigi di viaggiare con gli autobus locali comincia a realizzarsi, anche se il primo spostamento si rivela ancora accettabile. Da qui si andrà avanti in crescendo, con viaggi sempre più scomodi, ai limiti, l’ultimo, dell’allucinante.

 

Gigi. Tento, inutilmente, di spiegare alla mia “partner” che la  motivazione non è dettata da puro sadismo nei suoi confronti o peggio da tirchiaggine quanto dal desiderio di entrare il più possibile a contatto con la gente locale, per osservarne usanze e comportamenti.

 A Riung, per giunta, dopo le due esperienze con autista e marinaio “privati”, non avevo voglia di contrattare con nessuno (tocca sempre a me) a cui affidare  le sorti del viaggio.

 

Cri. L’autobus passa la prima ora, dopo che siamo saliti, a raccattare gente che via via riempie l’interno e il tetto con valigie, pacchi, sacchi, ceste, e animali vari: capre, maiali, galli e galline. Per fortuna la nostra postazione è subito dietro l’autista, e compensiamo l’assenza di spazio per i piedi con la possibilità di appoggiare le gambe su una distesa di bagagli. Il viaggio è relativamente breve, solo 5 ore e, per fortuna, arrivati a Bajawa, siamo fra i primi a scendere e ci viene risparmiato il giro scarica-clienti per la città.

L’albergo non è niente di che, la stanza discretamente pulita, ma fa freddino, c’è umidità e la doccia non si fa perché Gigi ha scelto una camera senza acqua calda corrente.

 

Gigi. E’ la sistemazione migliore che potessimo trovare in un breve lasso di tempo. Abbiamo invece tralasciato di spiegare che tutte le città dell’interno sono posizionate a circa 1000 metri sul livello del mare e le notti sono incredibilmente fredde. A parità di altitudine, in Italia, d’estate, in montagna, fa molto ma molto più caldo. Per la verità la doccia si può fare facendosi portare un secchio d’acqua calda…Comunque è uno dei miglior alberghi del luogo, testimoniato dalla presenza di qualche altro turista. Si chiama Bintang Wisata.

 

 

il viaggio di gigi&cri terminerà nel prossimo numero

 

 

 

 

 
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IN QUESTO NUMERO

 

- la nuova frontiera del turismo: la PAPUA NUOVA GUINEA

- 11°CONVEGNO HDS:

la storia del turismo subacqueo

- una foto racconta: Alberto Muro Pelliconi