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GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA |
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copertina: il palombaro di Paolo Bastoni INDICE DEL MESE
RUBRICHE I SERVIZI la Foto del Mese le VETRINE UTILITA' |
UNA FOTO DI... PAOLO BASTONI
Grotta Giusti
Questa foto nasce nell’ambito di un servizio sulla Grotta Giusti di Monsummano Terme. In quell’occasione dedicammo quattro giorni, io e mia moglie, alle immersioni nelle acque termali della grotta, immersioni della durata di parecchie ore ognuna – praticamente trascorrevamo l’intera giornata, sette-otto ore, in quello straordinario ambiente – per raccogliere una documentazione il più possibile completa e, naturalmente, per la curiosità ed il piacere di trovarci in quel luogo magico. Realizzare tutto un servizio in un unico ambiente ipogeo, com’è quello della Grotta Giusti, può risultare noioso perché non è facile offrire spunti e punti di vista differenti, per fortuna il sistema di grotte toscano offre una discreta varietà di situazioni nei vari ambienti, e giocando con la luce si può riuscire a caratterizzare ogni immagine in maniera originale fino ad rendere l’impressione di trovarsi in un sito molto più vasto di quanto in realtà non sia.
La fotografia in questione è stata scattata nel luogo più profondo allora visitato: una sala che, in omaggio alla toponomastica del luogo interamente dedicata all’opera dantesca, era stata chiamata “Farinata”. In realtà il nome del triste personaggio è stato utilizzato unicamente perché il fondale in quel punto – profondo una ventina di metri, mi par di ricordare – era caratterizzato da una sorta di limo e, a differenza degli altri passaggi e cunicoli dalla visibilità straordinaria, erano sufficienti le bolle dell’espirazione per sollevare, appunta, una “farinata”. In uno spazio abbastanza angusto volevo rendere varie sensazioni: la drammaticità di un luogo dove, ad essere imprudenti e con poca esperienza, si poteva rischiare di perdere la visibilità al punto di non poter più ritrovare il passaggio per risalire; la conformazione della stanza che offriva dei sipari naturali; la stessa presenza del limo sollevabile; un gesto dinamico dell’esploratore che si spostava in quell’ambiente. Per cercare di ottenere queste sensazioni ho posizionato il flash – di solito ne uso due ma in quel caso ne avevo uno solo – aldilà di uno di quelle quinte naturali rappresentate dalle rocce che creavano vari spazi nel medesimo ambiente, in maniera da far sembrare che la luce provenisse da un punto “esterno” alla nostra posizione. Ho posto in primo piano la mano aggrappata alla roccia per la progressione in grotta – non dimentichiamo che nella Grotta Giusti non si usano le pinne ma si prosegue tirandosi sulle pareti di roccia – e ho aspettato che l’aria espirata dall’erogatore smuovesse un po’ di limo. In questa maniera si può percepire una sorta di “fumo” vicino alla maschera della subacquea e l’espressione stessa del volto orientato verso la luce e della mano in primo piano conferiscono all’immagine un certo dinamismo drammatico. Forse è un’immagine che rende meglio all’interno del servizio per il quale è stata scattata, ma la considero anche un buon esempio di come si possano utilizzare gli elementi presenti su una scena per ambientare un’immagine giocando in maniera un po’ inconsueta con la luce. Com’è ovvio l’ambiente contribuisce in maniera rilevante alo risultato della scena offrendo le sue caratteristiche naturali per ottenere l’effetto voluto. Per concludere dirò che l’immagine è stata realizzata su diapositiva Kodachrome 64 ASA, la pellicola che ho sempre preferito, finché è stato possibile trovarla, la macchina era una Nikonos III con il classico 15 millimetri, assolutamente obbligatorio in una situazione come questa, e il flash era un Ikelite 225 che uso con soddisfazione ancor oggi. La coppia tempo-diaframma doveva essere 1/30°, f1:8. Il diaframma era senz’altro più chiuso rispetto ai miei standard (di solito lavoro tra 2,8 e 5,6) perché il flash era piuttosto vicino al soggetto, e per quanto riguarda il tempo di esposizione ho sempre preferito usare il più “lento” possibile per permettere una registrazione più completa di tutti i dettagli aumentando anche la gamma delle tonalità leggibili nei toni scuri.
di Leonardo d'Imporzano SOTTACQUA - Chi è Paolo Bastoni?
Paolo Bastoni La risposta non è facile: diciamo che è un individuo estremamente curioso, amante del bello, che cerca di comunicare ed esprimersi attraverso le immagini, gli scritti, la musica
SA … la musica?...
PB Sì, anche se ormai suono pochissimo amo la musica, mi sono pagato una parte degli studi suonando (facevo cabaret milanese, Svampa canta Brassens e cose del genere…), ma ormai ho deciso che il mezzo che sento più “mio” resta la fotografia, con il rammarico di non saper tener un pennello in mano per dipingere…
SA Da dove ti nasce la passione per la subacquea?
PB
Anche a questa domanda non è facile rispondere. Diciamo che verso
gli undici, dodici anni ci sono stati tre libri e un film che hanno
influito, li cito: “Scendete sott’acqua con me” di Duilio Marcante (la
copia che possiedo mi è stata autografata da lui!...), “Sub” di Lino
Pellegrini (anche questa autografata) e “Uomini e Pesci” di Gianni Roghi,
morto purtroppo troppo giovane perché potessi conoscerlo di persona. Il
film è stato il celebre “Il Mondo del Silenzio”. In realtà questi libri
non hanno fatto altro che rinfocolare un interesse che avevo fin da
bambino quando, a quattro, cinque anni, leggevo (e guardavo) sul
SA … e per la fotografia?
PB Il caso. Ad un certo punto dovetti interrompere l’università (facevo medicina) ed “emigrai” a Genova (in realtà “fuggii” da Milano e dalla casa dei miei da un giorno all’altro, per cui arrivai a Genova che sapevo solo studiare, suonare, andar sott’acqua e fotografare). Arrivai là senza casa e senza un lavoro, il pomeriggio del giorno in cui arrivai mi ero già fatto assumere in un negozio di fotografia, per la casa ci volle ancora un mesetto, in quel periodo dormivo un po’ nel motore di un ascensore di una casa di un mio amico, a Rivarolo, un po’ in una “600” di un altro mio amico, qualche notte la passai in stazione e, quando mi andava bene, qualche notte a casa della mia ragazza, che poi diventò mia moglie. Dopo un paio d’anni a Genova dovetti rientrare a Milano a causa di spiacevoli situazioni famigliari, mi trovai a lavorare per un grosso studio per un paio d’anni, quindi mi misi in proprio. Per chiudere questo discorso, tanto per dire che il mondo è piccolo, io mi trovai, quando smisi di lavorare per il negozio genovese, a dovergli far causa perché non mi voleva pagare la liquidazione, non mi aveva pagato i contributi, e così via… beh, l’avvocato genovese che curò la mia causa (e mi fece ottenere due milioni e mezzo, all’epoca) era Vincenzo Paolillo, grande fotografo che credo tutti gli appassionati conoscano. E, giuro, fu un’assoluta casualità…
PB Dipende se sto fotografando per me o se sto realizzando un lavoro. Nel primo caso, a livello conscio, cerco solo di rivivere ed esaltare, attraverso una mia interpretazione formale, l’emozione che mi trasmette una determinata situazione, nel secondo cerco sì di enfatizzare, attraverso l’inquadratura, l’uso della luce, un’emozione che voglio (e devo, trattandosi di lavoro) trasmettere a chi vedrà quella foto. Tieni presente che, prima di dedicarmi a tempo pieno al reportage di viaggio e al giornalismo ho lavorato per una dozzina d’anni dietro al banco ottico fotografando per la pubblicità e la moda. Ero bravino, avevo grossi clienti ed è stata una grossa scuola per imparare ad usare le luci e gli spazi per creare una sensazione, un’emozione. Oggi, anche se sto fotografando una coppia di ragazzi malesi su una panchina che si scambiano tenerezze, o una tartaruga che guarda curiosa verso di me o, ancora, un passaggio in una grotta sommersa, tendo ad applicare quanto il “mestiere” mi ha dato in quegli anni. Due soli aneddoti che riguardano la fotografia subacquea: quando venne effettuato il primo corso per istruttori di fotografia subacquea dalla FIPS a Milano io, unico fotografo professionista ormai da sei-sette anni tra quanti erano presenti, docenti e discenti, venni scartato alle prove di ammissione perché, secondo chi mi doveva ammettere, non ero abbastanza ferrato in teoria (…), qualche mese più tardi, quando venne realizzato il primo concorso in estemporanea nella piscina Cozzi di fotografia creativa io partecipai con una Nikonos III con il 35 millimetri ed un Sea&sea 50, flashettino piccolo piccolo e vinsi davanti a quelli che erano allora i più bei nomi della fotosub, arrivati con custodie, pacchi di flash, effetti speciali e quant’altro. A dimostrazione di quanto da sempre sostengo: non si è “fotografi subacquei”, si è fotografi e basta. Scattare sott’acqua porta poi altre variabili da governare, ma a monte devi avere la testa del fotografo…
SA … ma con i concorsi qual è il tuo rapporto? Tu non partecipi mai…
PB Ho partecipato, all’inizio degli anni ’80, ad una decina di concorsi, tutti rigorosamente in estemporanea, li ho vinti quasi tutti e ho finito vincendo il primo Campionato Italiano di fotografia subacquea creativa in piscina organizzato all’Argentario dalla rivista “Il Subacqueo” e da quello che considero un caro amico e il mio padrino nella fotosub perché mi tenne a battesimo con le prime foto che realizzai sott’acqua ammettendomi alle finali, a Sorrento, del concorso che organizzava: Guido Picchetti. Fatto quello ho smesso. Io penso che i concorsi possano essere validi per un fotografo che si sta evolvendo, che sta cercando un proprio stile, per confrontarsi con gli altri e ricevere commenti al proprio lavoro, ma uno che è già formato e magari è pure bravo non vedo che ragione abbia di partecipare a questi confronti. Un po’ come se – scusa il paragone un po’ troppo “alto” – Magritte e Picasso e Dalì avessero fatto una gara per vedere chi fosse il più bravo dei tre. Che c’entra? Io, come artista, ho da imparare un po’ da tutti e tre, poi sceglierò una strada mia. Ma forse la ragione è per concorrere a qualche premio prestigioso e... ricco. Allora capisco quelle foto che si inseguono di concorso in concorso, sempre le stesse, per cercare di arraffare tutto quello che riescono... Per carità, un concorso posso pure organizzarlo, aperto a tutti, ma certamente se mi arrivasse qualche immagine che ha già ricevuto qualche segnalazione o qualche premio la escluderei. Ultima annotazione su certi “Campionati Mondiali” o “Europei” o “Italiani” o “di parrocchia”: partecipando ad una giuria e deplorando il fatto che vedevo, da “nomi” celebrati proporre solo vacchette di mare e “peperoncini”, non essendo assiduo frequentatore di queste occasioni dovetti farmi spiegare che questo accadeva perché nelle giurie internazionali viene premiata maggiormente la foto “corretta” – senza sospensione, tutta a fuoco, con l’organismo rigorosamente al centro del fotogramma – piuttosto che la creatività. In quella occasione diedi dei punteggi decisamente bassi a foto che possedevano sì questi requisiti ma erano totalmente prive di personalità, noiose, direi. Non dirò i nomi dei cosiddetti “grandi” (almeno così si ritiene qualcuno di costoro) cassati, tra i quali poi ci sono persone che apprezzo anche molto, citerò solo Denis Palbiani, che tutti conoscono, il quale oltre a due immagini “perfette” di quel genere ne presentò una di una fuga di pesci, molto bella, con un mosso interessante, praticamente un panning e, in definitiva, una vera ricerca di un’immagine originale e creativa.
SA Quanto ti piace fotografare?
PB Molto! A parte il fatto che anche se sono in giro senza macchina fotografica mi viene sempre istintivo di cercare un’inquadratura nel mondo che mi sta attorno, in quello che vedo. Non è, come qualcuno può insinuare, una deformazione professionale. È un atteggiamento costante nella mia vita: se sapessi dipingere lo farei per cercare spunti e stimoli. Sì, perché l’immagine che colgo, anche se non la fisso con la macchina fotografica, mi porta una sensazione, un’emozione, e io vivo di emozioni...
SA Per te cosa rappresenta la fotografia?
PB Te l’ho detto: un modo di vivere, di interpretare il mondo. Attraverso un’immagine, o una raccolta di immagini in una proiezione, o attraverso un filmato (da un po’ di anni mi dedico anche al video, all’immagine in movimento, corredata di una storia, di una regia e, soprattutto, di musiche, ma questo è un altro discorso...) cerco dentro di me delle sensazioni, dei profumi, dei suoni, delle esperienze già vissute e che cerco di rivivere, magari rendendone partecipi gli altri. Sono felice se qualcosa che sto suonando riesce a risultare coinvolgente per chi mi ascolta. E sono felice se una mia immagine riesce a trasmettere una sensazione ad un altra persona. Anche se la sensazione che prova lui è diversa da quella che provo io. Magari riesco ad avere una chiave di lettura alla quale non avevo ancora pensato e mi arricchisco ulteriormente.
SA Nella realizzazione di un’immagine quanta parte ha la tecnica e quanta la creatività?
PB
Beh, secondo me la creatività deve avere la supremazia. È inutile
realizzare immagini “leccate”, perfette, ma glaciali, algide, “di
plastica”. Se uno ha una sensibilità che riesce ad esprimere attraverso
un’immagine, per quanto sfocata o sovraesposta, deve coltivarla. Se uno
realizza solo immagini a fuoco, ben bilanciate ma che non trasmettono un
bel niente non ha molto da coltivare. Io, quando tengo un workshop o un
corso di fotografia, cerco di stare ben attento a non lasciar trasparire
le mie preferenze nella ripresa, il mio stile, non voglio crearmi dei
cloni e desidero – se ci riesco vuol dire che ho ottenuto il risultato che
mi sono prefisso – che ognuno cerchi il suo proprio stile. In questi corsi
c’è spesso, secondo me, il rischio dell’imprinting, io, se mi passi la
parolaccia, cerco di proporre le semantica. Per quel che riguarda la
tecnica, una volta acquisita un po’ di sicurezza in quello che si
preferisce fotografare e nel modo in cui lo si desidera fare, allora si
può iniziare a scandagliare anche il metodo per ottenere un risultato
piuttosto che un altro: si scoprono altre parolacce quali “distanza
iperfocale”, si sperimenta l’uso non ortodosso di ottiche e attrezzature,
si usano pellicole – pardon! la pellicola non si usa più!... – o altri
sistemi di registrazione in modo non convenzionale, provando e riprovando
finché il risultato non ci soddisfi. Certo, una volta, con la pellicola,
c’erano forse più parametri sui quali poter intervenire, ma in fondo anche
oggi, con quell’ottima camera oscura che è un programma come Photoshop
(chiedo scusa
SA Quali attrezzature usi?
PB
Sono da sempre un nikonista. In passato ho usato anche Olympus (ai
tempi dell’OM-1 e 2), prima ancora ho avuto un’Exakta VX1000 e ho usato
una Contarex paterna. Oggi sono ancora un “uomo analogico”, con la mia
batteria di svariate Nikon F5, la più bella reflex sul mercato, secondo
me, peccato solo che usi solo la pellicola.
PB
In esterni sicuramente il
digitale che offre moltissime possibilità: dalla possibilità di cambiare
la sensibilità della “pellicola” in corso d’opera, alla possibilità di
passare immediatamente dal colore al bianco e nero, al gran numero di
scatti che è possibile effettuare senza doversi fermare per “cambiar la
pellicola” a, soprattutto (e questo è un dato al quale anche noi
professionisti siamo sensibili) l’abbattimento dei costi per il materiale
sensibile. Giusto per fare un paio di conti, pensa che per realizzare un
reportage in un viaggio di un paio di settimane partivano dai sei agli
otto rulli al giorno, che per quindici fa oltre un centinaio, che per
trentamilalire cadauno tra pellicola e sviluppo (io usavo il Kodachrome
che aveva lo sviluppo compreso ma in compenso costava di più) viene un
risultato di... beh, i conti li lascio fare a te che sei senz’altro più
bravo di me in matematica...
SA... vuoi dire che si spendevano tremilioni a servizio?!...
PB ... più o meno... Se riuscivi a contenere i costi almeno un paio di milioni in pellicole se ne andavano, comunque. E con i servizi che vengono pagati sempre meno l’aspetto dei costi è esiziale.
SA E adesso che hai un tuo giornale, o quando dirigevi Subaqua, come ti regoli con i tuoi colleghi?
PB
Sorvolando sulla precedente esperienza editoriale (comunque il mio
approccio con l’immagine e con gli altri fotografi da quel giornale ad
oggi non è cambiato) devo dire che SOTTACQUA gode della collaborazione dei
migliori “obiettivi” del nostro settore, e non lo dico solo per parlarmi
addosso o per piaggeria nei confronti degli amici che collaborano. Non
voglio citarli perché dovrei, come minimo, elencarli in ordine alfabetico
per non far torto a nessuno, ma anche così facendo dovrei metterne
qualcuno prima di qualcun altro, e non mi va, del resto i loro nomi sono
già sulle “pagine” del giornale.
Ecco, internet consente di non dover scartare nessuna immagine che
il fotografo propone e così si può avere una visione complessiva del
lavoro inerente ad un reportage, d’altra parte si perde una componente importante
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