anno II n°.16 giugno 2008

 

 

I SERVIZI - I VIAGGI DI GIGI&CRI

 

GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA

 

copertina: il palombaro

di Paolo Bastoni

Cover Story

INDICE DEL MESE

 FIRMA IL MANIFESTO

 DELLA SUBACQUEA

 

  NUMERI PRECEDENTI

THE FORMER ISSUES

 SPECIALE DIVING

 SPECIALE T.O.

 RUBRICHE

l'Editoriale

Primo Piano

la Posta

News&Eventi

Diving's Marketing

Biologia

Mare&Natura

Mondo Apnea

ArcheoSub

L'Avvocato sott'acqua

Guardia Costiera

Pelagos.tv

Mondo Barca

Gocce di Storia

FotoVideoSub

la Polemica

Ricette dal Mare

Link nel Blu

Libri del Blu

 I SERVIZI

Reportage&Fatti dal Blu

la Foto del Mese

Penne Blu

Editoridamare

I viaggi di Gigi&Cri

 le VETRINE

Viaggiando nel Blu

Club - Diving - Didattiche

Shopping

  UTILITA'

Contatti - colophon

Come collaborare

Compro&Vendo

 

FLORES: L’ISOLA DELLE SPEZIE, DEI DRAGHI E DEI VULCANI – LUGLIO 2007 (seconda parte)

 

 

di Cristina Ferrari

e Luigi del Corona

 

 

 

 

 

 

I villaggi tradizionali

 

Cri. Depositati rapidamente i bagagli, partiamo per visitare i villaggi tradizionali intorno alla città con un autista e Johannes, una guida molto preparata che ci ha fornito l’hotel, con un carattere dolcissimo. È estremamente attento ad ogni nostra esigenza, per cui l’intero giro, oltre che interessante dal punto di vista culturale, è molto gradevole e rilassante.

Sulla strada per il primo villaggio, Johannes ci mostra una foresta di bambù giganti (possono arrivare fino a 20 m) e ci spiega le particolari cure necessarie per farli riprodurre.

 

Gigi. Visitiamo in tutto tre villaggi del popolo Ngada. Nel primo c’è molta animazione, stanno infatti restaurando i simboli maschili e femminili dei tre clan dominanti (il primo ha la forma di un grande ombrello ed il secondo di una casetta). L’occasione è buona per fare festa. Siamo gli unici turisti e veniamo accolti molto gentilmente dal capo villaggio a cui si offre un obolo. 37capovillaggioDopo aver scattato un po’ di foto e girato il filmino veniamo invitati dentro una grande capanna a pranzare con loro… e non possiamo rifiutarci per non recare loro una grave offesa. Una trentina di persone tra donne, uomini e bambini, sono sedute per terra con in mano un piatto di riso condito con del pesce essiccato che viene offerto anche a noi. Qui mi vendico, e, con la scusa di dover immortalare la scena con la videocamera, inzigo Cri a far onore al cibo. Io mi limito a sorseggiare il torbido vino di palma e ad ingoiare pochi chicchi di riso lessato.

 

Cri. Assaggio diligentemente tutto quello che mi viene offerto: il pesce essiccato ha un sapore terribile, così mi do da fare con il riso bianco. L’ospitalità è per me come un regalo che ha tanto più valore perché fatto a uno sconosciuto;  per di più Gigi lascia il suo piatto quasi intatto e io mi sento in colpa e in dovere di compensare.

 

Gigi. Poco dopo viene scannato un maiale nero che poi viene appeso a far scolare il sangue. Cri non apprezza e facciamo cenno a Johannes di togliere il disturbo.

Nel secondo villaggio, semi deserto, conosciamo una simpatica vecchietta di nome Anastasia mentre la guida ha modo di spiegarci meglio le tradizioni e le cerimonie locali.

Anastasia mi accarezza un braccio e mi parla. Io ripeto a pappagallo le sue parole senza capirle e lei ride, un po’ timida e vergognosa, coprendosi con le mani la bocca sdentata.

Alcune donne tessono con un rudimentale telaio a mano le stoffe Ikat.

All’esterno di tutte le capanne fanno bella mostra le “collezioni” di corna di bufalo e di mandibole di maiale provenienti dalle cerimonie, con cui si misura l’importanza di un clan. Tutto è mescolato alle liturgie cristiane importate dai missionari portoghesi.

Una forma di battesimo attuato versando il succo della noce di cocco sulla testa del neonato era già presente negli antichi riti pagani e la somiglianza con il nostra liturgia ha sicuramente facilitato la conversione di quelle popolazioni.

Il terzo ed ultimo villaggio è anche il più bello e famoso: Bena. Si può ammirare il cono del vulcano Inerie nella cui caldera vivono gli spiriti degli antenati. Da un’altura nelle vicinanze lo sguardo corre in basso fino al mare del Sud il cui azzurro risalta tra il verde brillante della ricca vegetazione circostante. Johannes ci propone quindi di partecipare ad una grande cerimonia che si svolge nel pomeriggio in un paese poco distante e di chiudere la giornata con un bagno nelle Hot Springs di Soa, le più famose di tutta Flores.

 

Cri. Il festival è in mezzo alla campagna ed è affollatissimo: è un rito propiziatorio in cui un ricco possidente offre in sacrificio dei costosissimi bufali dipinti e agghindati con colori brillanti: sono buffi ma fanno anche tristezza pensando alla macabra corrida che li aspetta.

 

Gigi. Johannes mi fa vedere una corda tirata e mi spiega che le donne non possono andare al di là perché porta sfortuna. Poi ci avviamo verso lo spiazzo dove si svolge la cerimonia. Nella ressa per un po’ perdiamo Gigi, poi ritrovatici, i maschi, che sono gli unici autorizzati, si avvicinano al luogo della corrida, mentre io rimango sola nella calca senza riuscire a vedere nulla. A momenti ci sono delle grida e attraverso gli ondeggiamenti all’indietro della folla si propaga la tensione dello spettacolo; ad un certo punto la gente si dirada per lasciar passare un ferito, probabilmente incornato.

C’è un caos pazzesco misto ad una eccitazione preoccupante. Di turisti neanche l’ombra. Migliaia di persone si accalcano intorno ad uno spazio rettangolare lungo come un campo di calcio, ma largo la metà. Sui lati lunghi delle palizzate di bambù contengono e riparano allo stesso tempo la folla. A centrocampo, su un traliccio di legno, sta in piedi il “cerimoniere” che tiene in mano una lunga corda fatta di “copra” (fibra della palma) all’altra estremità legata al collo del bufalo. Due schiere di “guerrieri” vestiti con sgargianti costumi tradizionali sono disposti ai lati corti del campo ed agitano ritmicamente la spada e la lancia che tengono nelle mani. Una musica ossessiva di percussioni metalliche accompagna lo spettacolo. Vengo scortato dal nostro autista fino alla tribuna delle autorità, strapiena di gente. Mi arrampico su dei pali ed il solito furbetto di turno cerca di spillarmi dei quattrini. Gli spiegano (penso) che sono un ospite di riguardo e mi lascia perdere. Finalmente ho la visuale completa di tutta la scena. Il cerimoniere tenta di strattonare il bufalo per farlo correre in una delle due direzioni dove l’aspettano i “matador”. Assisto a qualche scaramuccia non eccessivamente sanguinolenta, e, immaginando perfettamente l’esito della non proprio sportiva tenzone, ma soprattutto pensando alle rimostranze che Cri mi avrebbe fatto di lì a poco, ringrazio i “boss” locali e faccio marcia indietro, risparmiandomi così la truce macellazione della bestia. Recupero la frastornata moglie e spiego ai nostri due delusi accompagnatori che basta così. Un breve tragitto ci conduce alle fonti termali.

Il posto è molto bello ed immerso nel verde. Al centro di una larga “piscina” naturale sgorga con veemenza la fonte di acqua calda che poi si disperde in rivoli giù per la valletta adiacente. Siamo quasi al tramonto di una intensa giornata e ci rilassiamo beati chiacchierando amabilmente con la gente del posto che si lava col sapone nelle acque ristoratrici. Sono molto curiosi ed ospitali. Ci si chiede come possano convivere queste due anime delle popolazioni locali: quella sempre gentile e sorridente e quella amante di spettacoli sanguinari. Mi viene anche da riflettere se la religione cattolica, importata dai colonizzatori portoghesi, e la cultura iberica in generale non abbia potuto veicolarsi anche grazie alle similitudini tra queste cerimonie e le loro corride: ah saperlo!!!

Ceniamo in un modestissimo ristorante cinese dove non spiccicano una parola d’inglese. Qui ho un incontro ravvicinato con un’enorme locusta. Il padrone indica la mia spalla con l’occhio stranito e Gigi prontamente la fa saltare via un attimo prima che mi renda conto di quanto stia accadendo e che mi metta ad urlare per lo spavento.

 

 

 

DA BAJAWA A RUTENG

 

Cri. Quando ci informiamo con Johannes sull’orario degli autobus per l’indomani, ci chiede se vogliamo l’autobus normale o quello per turisti. A questa risposta mi si rizzano le antenne e sto per domandare precisazioni sull’autobus per turisti quando Gigi mi blocca dicendo che non ho capito, di non fare confusione e combinare pasticci, come il mio solito. Così mi “ribecco” l’autobus locale.

In questo secondo viaggio la nostra postazione è, per di più, poco fortunata. Nei due sedili a fianco, al di là del corridoio, occupato da un bidone, sono seduti due tizi uno dei quali sembra il cavalier servente dell’altro che si comporta da padroncino. Dopo la routine del lungo giro per la città per acchiappare clienti e una prima mezz’oretta di viaggio, il padroncino comincia a soffrire il mal d’auto e il cavalier servente inizia a massaggiarlo sulla schiena, sulle mani, a lasciare che gli si sdrai addosso invadendo sempre più lo spazio fino ad espellerlo dal suo sedile, a spingerlo sul bidone e poi addosso a me, sempre più pesantemente: il tutto per otto orette di viaggio. Il nervosismo per la situazione è acuito dal pensiero che c’erano ben due alternative, la jeep e l’autobus per turisti, ma, secondo Gigi, è più interessante avere contatti, in questo caso letteralmente schiacciamenti, con la gente locale.

 

Gigi. Io sinceramente non avevo recepito l’esistenza di autobus per turisti, più cari ma più veloci.

 

 RUTENG: RISAIE ED HOBBIT

 

Cri. Arrivati a Ruteng nel primo pomeriggio noleggiamo subito un pulmino per visitare le famose risaie a tela di ragno. Passeggiamo fra i campi verdissimi, i riflessi iridescenti del tramonto sulla superficie dell’acqua, lo scenario dei vulcani sullo sfondo, fra saluti, sorrisi, le solite simpatiche esibizioni dei bambini che giocano con oggetti rudimentali costruiti con materiali di recupero e anche un invito a bere un caffè da una famiglia contadina.

Al ritorno in albergo scopriamo che i nostri vicini di camera sono degli archeologi australiani che lavorano agli scavi dell’Homo Floresiensis. Sono un bel gruppo, i cappelli a tesa larga e i vestiti un po’ all’Indiana Jones, tutti intenti a discutere e disporre sui muretti del patio, di fronte alle stanze, e a catalogare, con cartellini, pazientemente, i reperti del giorno.

 

Gigi. Ci invitano a visitare con loro gli scavi ma il giorno dopo è domenica e non lavorano, e noi dobbiamo già ripartire per Labuanbajo, questa volta, finalmente, con l’autobus turistico, prenotato, così mi illudo, dall’albergatore per le 10.

 

Cri. La mattina dopo veniamo avvisati che la partenza è spostata alle 14, così andiamo a fare un giro per i campi a ridosso della città durante il quale visitiamo una riseria e una fabbrica di cacao .

 

DA RUTENG A LABUANBAJO

 

Cri. Al ritorno comincia il giallo dell’autobus turistico: finale? Non era mai stato prenotato e rischiamo di rimanere a Ruteng, così, all’ultimo momento e per un pelo, prendiamo, indovinate …  l’autobus locale (!!!), seduti sugli ultimi due posti, i peggiori, in coda al pullman, con la porta perennemente aperta. L’autobus è riempito, dentro e fuori, oltre l’immaginabile, con gente appesa all’esterno, la strada è in condizioni disastrose, le fermate continue, i sedili sfondati, i vestiti e il giubbino insufficienti a proteggermi dal vento gelato. Arriviamo col buio e ho mal di gola, la febbre e, soprattutto, il malefico raffreddore. Penso alle immersioni che mi sono giocate ed esplodo con Gigi in una scenata furibonda. 

 

Gigi. Per fortuna all’hotel Gardena, dove ci sistemiamo, ci danno la stanza migliore e mangiamo un’ottima cenetta sulla terrazza panoramica che si affaccia sulla splendida baia.

Labuanbajo è una cittadina di pescatori con un discreto porticciolo in cui attraccano anche le grosse navi traghetto della compagnia di navigazione Pelni provenienti da Bali o da Sulawesi. È anche il naturale punto di accesso al bellissimo arcipelago di cui fanno parte le più importanti e conosciute Rinca e Komodo, le isole dei dragoni!

Accanto a queste ve ne sono moltissime altre disabitate o quasi ed immerse in un mare stupendo. Su due in particolare esistono dei “resort” molto spartani: Kanawa e Seraya.

Decidiamo che, invece di contattare subito uno dei vari “diving”, avremmo ripiegato su una bella spiaggia ad asciugare gli umori psico-fisici di Cri.

 

KANAWA

 

Cri. L’isola è un incanto! Il bungalow è su palafitte con il bagno sul lato, senza tetto e con pareti basse, naturalmente "mandi": una grossa tinozza, con annesso pentolino, sostituisce la doccia ed un secchio lo sciacquone del water. La stanza spartana, spazzata e ripulita dall’aria del mare che entra liberamente dalle finestre sempre aperte, ne ha il profumo e, nella sua semplicità, mi mette a mio agio. La spiaggia profonda, di sabbia bianca, con alberi sparsi, ha davanti una bella barriera e un lungo pontile di fronte al ristorantino, sotto il quale, all’ombra, stazionano migliaia di pesci.

Sull’isola siamo solo noi e una famiglia con due bambini. Il padre, un bell’uomo un po’ maturo, è un artista di Bali che vive ad Ubud; passa la giornata a creare sculture con tridacne giganti, bacche e altri elementi raccolti dai figli sulla riva. La madre, francese, vive a Parigi coi ragazzi, e periodicamente s’incontrano tutti qui.

Dimenticavo c’è anche una mamma cerva con il suo timido “bambi” e una capretta neonata rossiccia maculata di bianco che cerca di succhiare il latte da tutto quello che incontra, in particolare dalle nostre gambe. Fra le mie occupazioni c’è quella di osservarle e accarezzarle insieme alla graziosissima bimba.

È una dimensione assolutamente fantastica, mi ritempra e mi risolleva e, anche se non posso fare il bagno, mi sazio dei colori del mare, cangianti in tutte le gradazioni dell’azzurro e del turchese.

 

Gigi. Il piccolo paradiso è “afflitto” da due inconvenienti non imputabili alla natura bensì all’uomo. Il primo, e più grave, è quello di avermi assicurato che ci fosse un diving funzionante, mentre non è così. Il secondo, più buffo, di non mangiare quasi mai pesce, nonostante la più che favorevole ambientazione e la presenza di un villaggio di pescatori su un’isoletta adiacente. Mi dedico così allo snorkeling con grande soddisfazione.

Sul bagnasciuga in 20 cm di acqua, mezzo disidratato dalla marea altalenante, vi è un anemone con il suo bravo “pagliaccio” che tenta disperatamente di non finire lessato dal sole nascondendosi tra i ciuffi urticanti del padrone di casa.

 

I DRAGONI

 

Gigi. Il giorno tanto atteso è arrivato. Riusciamo ad organizzare l’escursione facendoci venire a prendere da una barca direttamente a Kanawa per approdare successivamente sull’isola di Rinca che è una delle due isole dove vivono i famosi lucertoloni, l’altra è la più conosciuta Komodo, dove però è meno facile vederli. Il censimento più recente indica in 2500 individui la popolazione delle bestiacce su ciascuna delle due isole. La barca ormeggia ad un pontile di legno situato in una stretta, bellissima baia che sembra un fiordo. Sono emozionato.

Veniamo presi in consegna da un “ranger” armato solamente di un bastone con una forcella in punta, che, in caso di attacco, verrebbe piantata nelle narici del varano. Cri è molto tesa e continua a raccomandarmi di “non fare il pirla” convinta che io abbia una naturale predisposizione a cacciarmi nel pericolo specie quando ho una telecamera in mano.

L’incontro, inatteso, avviene subito: un grosso bestione staziona all’imboccatura del pontile impedendoci di proseguire, la guida ha il suo da fare con il bastone per convincerlo a spostarsi. Raggiungiamo l’ingresso del parco che ha un “lodge” annesso costruito su palafitte di legno alte un metro e mezzo sotto cui scorrazzano tranquillamente parecchi varani. Non provano nessuna paura ma nemmeno imbarazzo a condividere gli spazi con l’uomo, tutt’altro, sperano di ricavare del cibo.

Fino a pochi anni fa, per attirare i turisti, veniva data loro in pasto una capra. I naturalisti, scandalizzati, hanno ora imposto la cessazione di questo rito, ma i dragoni continuano (pericolosamente) a frequentare il villaggio. Ci si può avvicinare anche a breve distanza a patto che siano sazi. Altrimenti la fuga non è facile perché hanno uno scatto micidiale. Mangiano circa una volta al mese utilizzando una particolare tecnica di caccia: si “limitano” ad azzannare la preda (bufali, cervi, piccoli cavalli, maiali selvatici, scimmie) infettandola con la sessantina di batteri contenuti nella loro saliva e aspettano che muoia a causa dell’infezione prodotta. Poi, attirati dal prodigioso olfatto, banchettano le carni, preferibilmente putrescenti.

 

Cri. In realtà la guida mi riferisce che l’attacco è del tutto imprevedibile e che può avvenire, a volte, anche quando sono sazi. “Sei stato attaccato?” “Sì, più volte” “Che cosa hai fatto?” “Ho corso più forte che potevo”. Tutte le guide che ci hanno parlato dei dragoni hanno sempre chiarito che sono pericolosi e ci informano che una di loro, recentemente morsa ad un braccio, è stata ricoverata in ospedale a Bali per due mesi.

Sono degli animali maestosi e affascinanti che sprigionano una sensazione di forza atavica e prepotente: i più grossi quando stanno alzati sugli arti inferiori con il collo teso verso l’alto sembrano proprio dei dinosauri. Mentre camminano è impressionante soprattutto il movimento di fuoriuscita ritmica e veloce della lunga lingua biforcuta che serve a fiutare gli odori (sentono il sangue a 5 km di distanza), e lo “sbatacchiamento” in avanti delle grandi “manone” munite di robusti artigli. Comunque mi inquietano e mi sono fatta anche un bell’incubo notturno a tema, mentre Gigi, come dimostrato in altre occasioni, è sempre infantilmente superficiale rispetto ai pericoli.

 

Gigi. Depongono le uova in buche (tipo Jurassic Park) che devono nascondere dai propri simili perché sono pure cannibali ed i piccoli, che nascono dopo 9 mesi e sono lunghi una trentina di centimetri, passano i primi anni di vita sugli alberi per sfuggire alla morte.

E’ un esempio di selezione atipica: di solito negli ambienti “isolati” si sviluppano specie più piccole della norma, qui invece troviamo i più grandi varani del mondo. Arrivano infatti fino a tre metri di lunghezza. Ma come hanno fatto a giungere fino ai nostri giorni visto che vivono solo a Flores? Due i motivi principali: il primo che la loro pelle non vale niente ed il secondo che sono stati protetti dalle popolazioni locali perché credevano che in essi si incarnassero gli antenati. Nonostante questo gli incidenti non sono rari. Il mese prima della nostra visita un bambino indigeno, probabilmente appartatosi per fare pipì, venne mangiato da un varano. Durante il trekking, nei pressi di una pozza di acqua naturale, ritrovo di tutti gli animali per abbeverarsi, assistiamo ad un “mordi e fuggi” di un varano di medie dimensioni nei confronti di un bufalo. La ferita non è molto grossa ma, per i motivi già spiegati, l’animale andrà incontro nel giro di un paio di settimane a morte certa.

La natura è molto bella con una vegetazione caratterizzata da alberi piuttosto radi.

Siamo in fascia equatoriale ma non nella “foresta pluviale”. Il clima non è monsonico.

Ci spiegheranno, poi, che il motivo deriva dai venti freschi ed asciutti che spirano da Sud, dall’Australia, e che rendono questo stupendo arcipelago fruibile per il turismo e per le IMMERSIONI praticamente tutto l’anno con esclusione dei due/tre mesi Gennaio, Febbraio e Marzo quando il mare è un po’ troppo agitato dal vento.

 

FINALMENTE LE IMMERSIONI A LUNGO AGOGNATE

 

Gigi. Tornati a Labuanbajo è ora, per chi può, di dedicarsi alle immersioni. Io lotto abitualmente contro la mia sinusite cronica e il raffreddore che me la intensifica irrimediabilmente, non mi permette più di farle in questo viaggio.

Cri è molto giù di morale perché è stata colpita dall’indisposizione nel momento più importante ed è gelosa perché io potrò “andar giù” e lei no. Me lo fa pesare ad ogni piè sospinto ritenendomi responsabile della sua situazione. Mi difendo come posso, ma con scarsi risultati. Facciamo nuovamente tappa al Gardena hotel perché strategicamente posizionato davanti a tutti i dive shops. Ne consulto almeno 4 e poi scelgo i ReefSeekers che mi danno l’ìmpressione di maggior professionalità e sicurezza. Sono anche gli unici ad avere gli adattatori DIN, così finalmente potrò usare l’erogatore che mi sto scarrozzando inutilmente da parecchio tempo, subendo, anche per questo motivo, i rimbrotti di Cri.

Come si può vedere dalla cartina i siti delle immersioni sono distribuiti in tutto il piccolo arcipelago compreso tra Sumbawa ad Ovest e Flores ad Est. Ogni mattina si parte su una grossa barca da pesca di puro stile locale, adattata però alle esigenze dei subacquei.

Il direttore del diving è uno scozzese e le guide (maschi e femmine) provengono da vari paesi europei. La pianificazione delle immersioni è meticolosa ed i briefings esaurienti. Veniamo suddivisi in base alle nostre esperienze pregresse. Miei “compagni” saranno una riservata coppia di inglesi, marito e moglie, molto più giovani di me ed avremo come guida Simon un dive master inglese, un tipo alla George Clooney, molto simpatico, gentile e preparato. Cri ,imbarcata come snorkeler, dimostra di apprezzare e le passa il broncio!!! Di subacquei italiani, mi riferisce, ne hanno visti pochissimi in quella zona. Si scherza e ci si sfotte anche un po’. Io dico a Simon che è troppo abbronzato e sorridente per essere un vero inglese. Miracolosamente cerca anche di parlare lentamente e chiaramente per farsi capire . Quando poi ad un certo punto del briefing cita la profondità in metri anziché in “piedi” non resisto più e scoppio in una risata. Lui ride a sua volta asserendo che “anche loro” sono nell’Unione Europea! “Non ce ne eravamo accorti “ ribatto io. Dopo circa due ore di navigazione si fa tappa a Rinca, dove, chi ne è sprovvisto, paga l’ingresso al Parco Marino. Si ha così l’occasione per fare un altro breve giretto tra i dragoni. Ci si dirige poi verso i siti scelti per quel giorno. Simon guarda il mio log book e notando che sono stato a Sipadan afferma che qui siamo sullo stesso livello! Poi ci tuffiamo e ammetto che aveva ragione.

 

Cri. Alla prima uscita osservo con molta invidia tutte le preparazioni per le immersioni e, dopo la discesa nel blu dei fortunati, rimasta sola a bordo, penso di consolarmi con lo snorkeling. I marinai mi invitano a buttarmi nelle vicinanze di un isolotto avvisandomi però di non oltrepassare un certo punto perché se no la corrente mi porta via. Non avendo capito bene qual è il punto mi tuffo speranzosa di cavarmela: la corrente è fortissima e, nonostante mi impegni con il massimo delle mie forze, a numerose bracciate e pinnate corrispondono pochi centimetri di spostamento. Mi chiedo cosa può essere la corrente nel famoso ignoto punto, tanto più se non lo individuo, e, un po’ incavolata, torno indietro. Riproverò nel pomeriggio, in compagnia di uno svizzero che lavora a Bajo in un progetto di aiuti alla popolazione locale. La barca ci lascia soli in mezzo al mare e ovviamente alle correnti, questa volta un po’ meno forti, e io sto perennemente incollata al mio buddy: facciamo una bella “scorpacciata” di tartarughe, di pesci Napoleone, nuotiamo a lungo appena sopra un’enorme aquila di mare, incontriamo un paio di squali grigi, oltre a tutti gli altri classici abitanti della barriera corallina. Fantastico su quanto deve essere bello immergersi qui anche se, devo dire, lo snorkeling, anche nelle volte successive, è assai appagante

 

Gigi. Nelle varie immersioni che si succedono da quel momento in poi ho la possibilità di vedere di tutto, tranne lo squalo balena ed il dugongo (che però ho incontrato sul Mar Rosso).

Squali pinna nera, squali leopardo, mante, tartarughe, aquile di mare sono veramente di ordinaria amministrazione. Grande emozione mi da l’incontro con il mio primo pesce Mandarino che avevo espressamente richiesto a Simon. Molte volte incrociamo le mante nella stazione di pulizia chiamata “airstrip” cioè pista d’atterraggio. E’ una lunga spianata brulla, sassosa e battuta dalle correnti ma dove si fanno sempre gli incontri più eccitanti. Rimango anche 5/10 minuti sul fondo, in ginocchio, ad osservare gruppi di tre o quattro squaletti fermi, contro corrente a una distanza di non più di tre metri.. Un posto fantastico!!!

C’è un però… Tutte le immersioni sono molto ma molto impegnative, causa le correnti, i mulinelli e la risalita di acque fredde dai fondali. Indossiamo mute pesanti ed utilizziamo sempre la tecnica dello “straight on” che consiste nel passo del gigante con il jacket scarico e discesa immediata senza risalire in superficie per l’ultimo check. Quando racconto questi particolari a Cri si consola un pochino pensando che, con i suoi seni frontali perennemente intasati di muco, difficilmente avrebbe potuto seguirmi in queste “immersioni rapide da U Boot”. Necessita infatti, normalmente, di tempi lunghi per poter compensare adeguatamente.

Per informazioni più dettagliate consiglio di consultare

Gli amici del diving ci hanno inoltre assicurato l’apertura a breve di un loro proprio resort situato su Angel Island (Bidadari in Indonesiano) che fungerebbe da base da cui partire in giornata per le brevi crociere aventi come meta i vari siti di immersioni sparsi nella vasta zona.  La bellezza di questo isolotto e la comodità di partire da una bella spiaggia invece che dal molo del porto renderà in futuro ancora più accattivante l’idea di affrontare il lungo viaggio che separa questo luogo affascinante dall’Italia.

 

SERAYA

Cri. L’ultima tappa è un’altra isoletta dell’arcipelago più piccola della prima.

Seraya ha una spiaggia relativamente stretta, soprattutto con l’alta marea, frequentata da diversi cervi che brucano le foglie degli alberi sul bagnasciuga. Il capobranco ha le corna più sviluppate e attacca se ci si avvicina troppo ai piccoli e alle femmine. In realtà i suoi assalti sono solo spintoni e alcuni turisti, fra cui Gigi, si divertono a provare l’ebbrezza dello scontro.

I bungalows, sempre nel solito stile ultrabasic, sono tutti pieni e infatti non è facile trovare posto se non prenotando in anticipo al Gardena hotel, di cui è una dependance. Seraya, insieme a Bajo è il posto dove abbiamo incontrato la più alta, si fa per dire, concentrazione di turisti che a Flores si contraddistinguono, stante l’estrema  rusticità delle strutture, come persone motivate all’adattamento, all’avventura e, soprattutto, ad un approccio con l’isola di vera conoscenza e di arricchimento culturale.

 

Gigi. Trascorrono così spensieratamente gli ultimi giorni alternando la lettura alle nuotate nel mare davanti al bungalow. Il bagno più bello è sempre quello appena sveglio alle 7 di mattina quando, nella pace assoluta, calzate le pinne ed indossata la maschera, ti mescoli alle creature affascinanti che popolano la barriera. Si riesce a rimanere a lungo a stretto contatto con placide tartarughe per nulla intimorite dalla presenza umana che ahimè non tarda a farsi sentire. Vengo infatti riportato alla cruda realtà dallo scoppio, per fortuna lontano, di una carica di dinamite che mi rintrona le orecchie.

 

Cri. In questo viaggio la dimensione più interessante, oltre al godimento delle bellezze naturali intatte, di terra e di mare, e alla scoperta di tradizioni vive e radicate, è stata quella dell’incontro con molte persone coinvolte in progetti di collaborazione, cooperazione, studio ed aiuto nell’ambito delle attività economiche dell’isola; una presenza dell’occidente con un senso e una prospettiva diversa, non solo di sfruttamento, come avviene comunque con il turismo, ma di scambio: non solo prendere quello che questo tipo di ambiente riesce a darci in termini di semplicità, immediatezza, purezza, ma anche ricambiare con gli apporti che la nostra cultura, per tanti aspetti degradata, è in grado di offrire ad altri.

 

 

 

 

 

 

 
LE ULTIMISSIME

 

- IYOR, L'ANNO INTERNAZIONALE DEL REEF: si è aperto il concorso fotografico dedicato al reef: potete partecipare come concorrenti o come giurati

vai alla pagina

go to the IYOR page

 

- LOTTA ALLE SPADARE: MareVivo e Oceana, ovvero l'amore per il mare declinato in italiano ed in spagnolo. Le due organizzazioni pubblicano un documento preciso e dettagliato su questi strumenti illegali di pesca

vai alla pagina

 

- LE IMMAGINI DI FOLCO QUILICI: un milione di fotografie sono quelle che Folco Quilici ha salvato e conserva dalla sua quasi cinquantennale attività. A Firenze i Fratelli Alinari ospitano a giugno una sua personale

vai alla pagina

 

 

IN QUESTO NUMERO

 

- in barca con la Marina Militare:

- APNEA: cosa c'è dietro un record

- una foto racconta: Paolo Bastoni