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GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA |
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copertina: il palombaro di Paolo Bastoni INDICE DEL MESE
RUBRICHE I SERVIZI I viaggi di Gigi&Cri le VETRINE UTILITA' |
di Cristina Ferrari e Luigi del Corona
I villaggi tradizionali
Cri. Depositati rapidamente i bagagli, partiamo per visitare i villaggi tradizionali intorno alla città con un autista e Johannes, una guida molto preparata che ci ha fornito l’hotel, con un carattere dolcissimo. È estremamente attento ad ogni nostra esigenza, per cui l’intero giro, oltre che interessante dal punto di vista culturale, è molto gradevole e rilassante. Sulla strada per il primo villaggio, Johannes ci mostra una foresta di bambù giganti (possono arrivare fino a 20 m) e ci spiega le particolari cure necessarie per farli riprodurre.
Gigi.
Visitiamo in tutto tre villaggi del popolo Ngada. Nel primo c’è molta
animazione, stanno infatti restaurando i simboli maschili e femminili
dei tre clan dominanti (il primo ha la forma di un grande ombrello ed il
secondo di una casetta).
Gigi. Poco dopo viene scannato un maiale nero che poi viene appeso a far scolare il sangue. Cri non apprezza e facciamo cenno a Johannes di togliere il disturbo. Nel secondo villaggio, semi deserto, conosciamo una simpatica vecchietta di nome Anastasia mentre la guida ha modo di spiegarci meglio le tradizioni e le cerimonie locali. Anastasia mi accarezza un braccio e mi parla. Io ripeto a pappagallo le sue parole senza capirle e lei ride, un po’ timida e vergognosa, coprendosi con le mani la bocca sdentata. Alcune
donne tessono con un rudimentale telaio a mano le stoffe Ikat. All’esterno di tutte le capanne fanno bella mostra le “collezioni” di corna di bufalo e di mandibole di maiale provenienti dalle cerimonie, con cui si misura l’importanza di un clan. Tutto è mescolato alle liturgie cristiane importate dai missionari portoghesi. Una forma di battesimo attuato versando il succo della noce di cocco sulla testa del neonato era già presente negli antichi riti pagani e la somiglianza con il nostra liturgia ha sicuramente facilitato la conversione di quelle popolazioni. Il terzo ed ultimo villaggio è anche il più bello e famoso: Bena. Si può ammirare il cono del vulcano Inerie nella cui caldera vivono gli spiriti degli antenati. Da un’altura nelle vicinanze lo sguardo corre in basso fino al mare del Sud il cui azzurro risalta tra il verde brillante della ricca vegetazione circostante. Johannes ci propone quindi di partecipare ad una grande cerimonia che si svolge nel pomeriggio in un paese poco distante e di chiudere la giornata con un bagno nelle Hot Springs di Soa, le più famose di tutta Flores.
Cri.
Il festival è in mezzo alla campagna ed è affollatissimo:
è un rito propiziatorio in cui un ricco possidente offre in sacrificio
dei
Gigi. Johannes mi fa vedere una corda tirata e mi spiega che le donne non possono andare al di là perché porta sfortuna. Poi ci avviamo verso lo spiazzo dove si svolge la cerimonia. Nella ressa per un po’ perdiamo Gigi, poi ritrovatici, i maschi, che sono gli unici autorizzati, si avvicinano al luogo della corrida, mentre io rimango sola nella calca senza riuscire a vedere nulla. A momenti ci sono delle grida e attraverso gli ondeggiamenti all’indietro della folla si propaga la tensione dello spettacolo; ad un certo punto la gente si dirada per lasciar passare un ferito, probabilmente incornato.
C’è un caos pazzesco misto ad una eccitazione preoccupante. Di turisti
neanche l’ombra. Migliaia di persone si accalcano intorno ad uno spazio
rettangolare lungo come un campo di calcio, ma largo la metà. Sui lati
lunghi delle palizzate di bambù contengono e riparano allo stesso tempo
la folla. A centrocampo, su un traliccio di legno, sta in piedi il
“cerimoniere” che tiene in mano una lunga corda fatta di “copra” (fibra
della palma) all’altra estremità legata al collo del bufalo.
Due schiere di “guerrieri” vestiti con sgargianti costumi tradizionali
sono disposti ai lati corti del campo ed agitano ritmicamente la spada e
la lancia che tengono nelle mani.
Il posto è molto bello ed immerso nel verde. Al centro di una larga
“piscina” naturale sgorga con veemenza la fonte di acqua calda che poi
si disperde in rivoli giù per la valletta adiacente.
Ceniamo in un modestissimo ristorante cinese dove non spiccicano una parola d’inglese. Qui ho un incontro ravvicinato con un’enorme locusta. Il padrone indica la mia spalla con l’occhio stranito e Gigi prontamente la fa saltare via un attimo prima che mi renda conto di quanto stia accadendo e che mi metta ad urlare per lo spavento.
DA BAJAWA A RUTENG
Cri. Quando ci informiamo con Johannes sull’orario degli autobus per l’indomani, ci chiede se vogliamo l’autobus normale o quello per turisti. A questa risposta mi si rizzano le antenne e sto per domandare precisazioni sull’autobus per turisti quando Gigi mi blocca dicendo che non ho capito, di non fare confusione e combinare pasticci, come il mio solito. Così mi “ribecco” l’autobus locale.
In questo
secondo viaggio la nostra postazione è, per di più, poco fortunata. Nei
due sedili a fianco, al di là del corridoio, occupato da un bidone, sono
seduti due tizi uno dei quali sembra il cavalier servente dell’altro che
si comporta da padroncino. Dopo la routine del lungo giro per la città
per acchiappare clienti e una prima mezz’oretta di viaggio, il
padroncino comincia a soffrire il mal d’auto e il cavalier servente
inizia a massaggiarlo sulla schiena, sulle mani, a lasciare che gli si
sdrai addosso
Gigi. Io sinceramente non avevo recepito l’esistenza di autobus per turisti, più cari ma più veloci.
RUTENG: RISAIE ED HOBBIT
Cri. Arrivati a Ruteng nel primo pomeriggio noleggiamo subito un pulmino per visitare le famose risaie a tela di ragno. Passeggiamo fra i campi verdissimi, i riflessi iridescenti del tramonto sulla superficie dell’acqua, lo scenario dei vulcani sullo sfondo, fra saluti, sorrisi, le solite simpatiche esibizioni dei bambini che giocano con oggetti rudimentali costruiti con materiali di recupero e anche un invito a bere un caffè da una famiglia contadina.
Al ritorno in albergo scopriamo che i nostri vicini di
camera sono degli archeologi australiani che lavorano agli scavi dell’Homo
Floresiensis.
Gigi. Ci invitano a visitare con loro gli scavi ma il giorno dopo è domenica e non lavorano, e noi dobbiamo già ripartire per Labuanbajo, questa volta, finalmente, con l’autobus turistico, prenotato, così mi illudo, dall’albergatore per le 10.
Cri. La mattina dopo veniamo avvisati che la partenza è spostata alle 14, così andiamo a fare un giro per i campi a ridosso della città durante il quale visitiamo una riseria e una fabbrica di cacao .
DA RUTENG A LABUANBAJO
Cri.
Al ritorno comincia il giallo dell’autobus turistico:
finale? Non era mai stato prenotato e rischiamo di rimanere a Ruteng,
così, all’ultimo momento e per un pelo, prendiamo, indovinate …
l’autobus locale (!!!), seduti sugli ultimi due posti, i peggiori, in
coda al pullman, con la porta perennemente aperta. L’autobus è riempito,
dentro e fuori, oltre l’immaginabile, con gente appesa all’esterno, la
strada è in condizioni disastrose, le fermate continue, i sedili
sfondati, i vestiti e il giubbino insufficienti a proteggermi dal vento
gelato.
Gigi. Per fortuna all’hotel Gardena, dove ci sistemiamo, ci danno la stanza migliore e mangiamo un’ottima cenetta sulla terrazza panoramica che si affaccia sulla splendida baia. Labuanbajo è una cittadina di pescatori con un discreto porticciolo in cui attraccano anche le grosse navi traghetto della compagnia di navigazione Pelni provenienti da Bali o da Sulawesi. È anche il naturale punto di accesso al bellissimo arcipelago di cui fanno parte le più importanti e conosciute Rinca e Komodo, le isole dei dragoni! Accanto a queste ve ne sono moltissime altre disabitate o quasi ed immerse in un mare stupendo. Su due in particolare esistono dei “resort” molto spartani: Kanawa e Seraya. Decidiamo che, invece di contattare subito uno dei vari “diving”, avremmo ripiegato su una bella spiaggia ad asciugare gli umori psico-fisici di Cri.
KANAWA
Cri.
L’isola è un incanto! Il bungalow è su palafitte con il bagno sul lato, senza
tetto e con pareti basse, naturalmente "mandi": una grossa tinozza, con
annesso pentolino, sostituisce la doccia ed un secchio lo sciacquone Sull’isola siamo solo noi e una famiglia con due bambini. Il padre, un bell’uomo un po’ maturo, è un artista di Bali che vive ad Ubud; passa la giornata a creare sculture con tridacne giganti, bacche e altri elementi raccolti dai figli sulla riva. La madre, francese, vive a Parigi coi ragazzi, e periodicamente s’incontrano tutti qui.
Dimenticavo c’è anche una mamma cerva con il suo timido
“bambi” e una capretta neonata rossiccia maculata di bianco che cerca di
succhiare il latte da tutto quello che incontra, in particolare dalle
nostre gambe. Fra le mie occupazioni c’è quella di osservarle e
accarezzarle insieme alla graziosissima bimba. È una dimensione assolutamente fantastica, mi ritempra e mi risolleva e, anche se non posso fare il bagno, mi sazio dei colori del mare, cangianti in tutte le gradazioni dell’azzurro e del turchese.
Gigi. Il piccolo paradiso è “afflitto” da due inconvenienti non imputabili alla natura bensì all’uomo. Il primo, e più grave, è quello di avermi assicurato che ci fosse un diving funzionante, mentre non è così. Il secondo, più buffo, di non mangiare quasi mai pesce, nonostante la più che favorevole ambientazione e la presenza di un villaggio di pescatori su un’isoletta adiacente. Mi dedico così allo snorkeling con grande soddisfazione. Sul bagnasciuga in 20 cm di acqua, mezzo disidratato dalla marea altalenante, vi è un anemone con il suo bravo “pagliaccio” che tenta disperatamente di non finire lessato dal sole nascondendosi tra i ciuffi urticanti del padrone di casa.
I DRAGONI
Gigi. Il giorno tanto atteso è arrivato. Riusciamo ad organizzare l’escursione facendoci venire a prendere da una barca direttamente a Kanawa per approdare successivamente sull’isola di Rinca che è una delle due isole dove vivono i famosi lucertoloni, l’altra è la più conosciuta Komodo, dove però è meno facile vederli. Il censimento più recente indica in 2500 individui la popolazione delle bestiacce su ciascuna delle due isole. La barca ormeggia ad un pontile di legno situato in una stretta, bellissima baia che sembra un fiordo. Sono emozionato. Veniamo presi in consegna da un “ranger” armato solamente di un bastone con una forcella in punta, che, in caso di attacco, verrebbe piantata nelle narici del varano. Cri è molto tesa e continua a raccomandarmi di “non fare il pirla” convinta che io abbia una naturale predisposizione a cacciarmi nel pericolo specie quando ho una telecamera in mano.
L’incontro, inatteso, avviene subito: un grosso bestione staziona
all’imboccatura del pontile impedendoci di proseguire, la guida ha il
suo da fare con il bastone per convincerlo a spostarsi. Fino a pochi anni fa, per attirare i turisti, veniva data loro in pasto una capra. I naturalisti, scandalizzati, hanno ora imposto la cessazione di questo rito, ma i dragoni continuano (pericolosamente) a frequentare il villaggio. Ci si può avvicinare anche a breve distanza a patto che siano sazi. Altrimenti la fuga non è facile perché hanno uno scatto micidiale. Mangiano circa una volta al mese utilizzando una particolare tecnica di caccia: si “limitano” ad azzannare la preda (bufali, cervi, piccoli cavalli, maiali selvatici, scimmie) infettandola con la sessantina di batteri contenuti nella loro saliva e aspettano che muoia a causa dell’infezione prodotta. Poi, attirati dal prodigioso olfatto, banchettano le carni, preferibilmente putrescenti.
Cri.
In realtà la guida mi riferisce che l’attacco è del tutto
imprevedibile e che può avvenire, a volte, anche quando sono sazi. “Sei
stato attaccato?” “Sì, più volte”
Sono degli animali maestosi e affascinanti che sprigionano una sensazione di forza atavica e prepotente: i più grossi quando stanno alzati sugli arti inferiori con il collo teso verso l’alto sembrano proprio dei dinosauri. Mentre camminano è impressionante soprattutto il movimento di fuoriuscita ritmica e veloce della lunga lingua biforcuta che serve a fiutare gli odori (sentono il sangue a 5 km di distanza), e lo “sbatacchiamento” in avanti delle grandi “manone” munite di robusti artigli. Comunque mi inquietano e mi sono fatta anche un bell’incubo notturno a tema, mentre Gigi, come dimostrato in altre occasioni, è sempre infantilmente superficiale rispetto ai pericoli.
Gigi. Depongono le uova in buche (tipo Jurassic Park) che devono nascondere dai propri simili perché sono pure cannibali ed i piccoli, che nascono dopo 9 mesi e sono lunghi una trentina di centimetri, passano i primi anni di vita sugli alberi per sfuggire alla morte.
E’ un esempio di selezione atipica: di solito negli ambienti “isolati”
si sviluppano specie più piccole della norma, qui invece troviamo i più
grandi varani del mondo. Arrivano infatti fino a tre metri di lunghezza.
Ma come hanno fatto a giungere fino ai nostri giorni visto che vivono
solo a Flores? Due i motivi principali: il primo che la loro pelle non
vale niente ed il secondo che sono stati protetti dalle popolazioni
locali perché credevano che in essi si incarnassero gli antenati.
Nonostante questo gli incidenti non sono rari. Il mese prima della
nostra visita un bambino indigeno, probabilmente appartatosi per fare
pipì, venne mangiato da un varano. Durante il trekking, nei pressi di
una pozza di acqua naturale, ritrovo di tutti gli animali per
abbeverarsi, assistiamo ad un “mordi e fuggi” di un varano di medie
dimensioni nei confronti di un bufalo.
La natura è molto bella con una vegetazione caratterizzata da alberi piuttosto radi. Siamo in fascia equatoriale ma non nella “foresta pluviale”. Il clima non è monsonico. Ci spiegheranno, poi, che il motivo deriva dai venti freschi ed asciutti che spirano da Sud, dall’Australia, e che rendono questo stupendo arcipelago fruibile per il turismo e per le IMMERSIONI praticamente tutto l’anno con esclusione dei due/tre mesi Gennaio, Febbraio e Marzo quando il mare è un po’ troppo agitato dal vento.
FINALMENTE LE IMMERSIONI A LUNGO AGOGNATE
Gigi. Tornati a Labuanbajo è ora, per chi può, di dedicarsi alle immersioni. Io lotto abitualmente contro la mia sinusite cronica e il raffreddore che me la intensifica irrimediabilmente, non mi permette più di farle in questo viaggio. Cri è molto giù di morale perché è stata colpita dall’indisposizione nel momento più importante ed è gelosa perché io potrò “andar giù” e lei no. Me lo fa pesare ad ogni piè sospinto ritenendomi responsabile della sua situazione. Mi difendo come posso, ma con scarsi risultati. Facciamo nuovamente tappa al Gardena hotel perché strategicamente posizionato davanti a tutti i dive shops. Ne consulto almeno 4 e poi scelgo i ReefSeekers che mi danno l’ìmpressione di maggior professionalità e sicurezza. Sono anche gli unici ad avere gli adattatori DIN, così finalmente potrò usare l’erogatore che mi sto scarrozzando inutilmente da parecchio tempo, subendo, anche per questo motivo, i rimbrotti di Cri. Come si può vedere dalla cartina i siti delle immersioni sono distribuiti in tutto il piccolo arcipelago compreso tra Sumbawa ad Ovest e Flores ad Est. Ogni mattina si parte su una grossa barca da pesca di puro stile locale, adattata però alle esigenze dei subacquei.
Il direttore del diving è uno scozzese e le guide (maschi e femmine)
provengono da vari paesi europei. La pianificazione delle immersioni è
meticolosa ed i briefings esaurienti. Veniamo suddivisi in base alle
nostre esperienze pregresse. Miei “compagni” saranno una riservata
coppia di inglesi, marito e moglie, molto più giovani di me ed avremo
come guida Simon un dive master inglese, un tipo alla George Clooney,
molto simpatico, gentile e preparato. Cri ,imbarcata come snorkeler,
dimostra di apprezzare e le passa il broncio!!!
Cri. Alla prima
uscita osservo con molta invidia tutte le preparazioni per le immersioni
e, dopo la discesa nel blu dei fortunati, rimasta sola a bordo, penso di
consolarmi con lo snorkeling. I marinai mi invitano a buttarmi nelle
vicinanze di un isolotto avvisandomi però di non oltrepassare un certo
punto perché se no la corrente mi porta via. Non avendo capito bene qual
è il punto mi tuffo speranzosa di cavarmela: la corrente è fortissima e,
nonostante mi impegni con il massimo delle mie forze, a numerose
bracciate e pinnate corrispondono pochi centimetri di spostamento. Mi
chiedo cosa può essere la corrente nel famoso ignoto punto, tanto più se
non lo individuo, e, un po’ incavolata, torno indietro. Riproverò nel
pomeriggio, in compagnia di uno svizzero che lavora a Bajo in un
progetto di aiuti alla popolazione locale. La barca ci lascia soli in
mezzo al mare e ovviamente alle correnti, questa volta un po’ meno
forti, e io sto perennemente incollata al mio buddy: facciamo una bella
“scorpacciata” di tartarughe, di pesci Napoleone,
Gigi. Nelle varie immersioni che si succedono da quel momento in poi ho la possibilità di vedere di tutto, tranne lo squalo balena ed il dugongo (che però ho incontrato sul Mar Rosso). Squali pinna nera, squali leopardo, mante, tartarughe, aquile di mare sono veramente di ordinaria amministrazione. Grande emozione mi da l’incontro con il mio primo pesce Mandarino che avevo espressamente richiesto a Simon. Molte volte incrociamo le mante nella stazione di pulizia chiamata “airstrip” cioè pista d’atterraggio. E’ una lunga spianata brulla, sassosa e battuta dalle correnti ma dove si fanno sempre gli incontri più eccitanti. Rimango anche 5/10 minuti sul fondo, in ginocchio, ad osservare gruppi di tre o quattro squaletti fermi, contro corrente a una distanza di non più di tre metri.. Un posto fantastico!!!
C’è un però… Tutte le immersioni sono molto ma molto impegnative, causa
le correnti, i mulinelli e la risalita di acque fredde dai fondali.
Indossiamo mute pesanti ed utilizziamo sempre la tecnica dello “straight
on” che consiste nel passo del gigante con il jacket scarico e discesa
immediata senza risalire in superficie per l’ultimo check. Per informazioni più dettagliate consiglio di consultare Gli amici del diving ci hanno inoltre assicurato l’apertura a breve di un loro proprio resort situato su Angel Island (Bidadari in Indonesiano) che fungerebbe da base da cui partire in giornata per le brevi crociere aventi come meta i vari siti di immersioni sparsi nella vasta zona. La bellezza di questo isolotto e la comodità di partire da una bella spiaggia invece che dal molo del porto renderà in futuro ancora più accattivante l’idea di affrontare il lungo viaggio che separa questo luogo affascinante dall’Italia.
SERAYA Cri. L’ultima tappa è un’altra isoletta dell’arcipelago più piccola della prima. Seraya ha una spiaggia relativamente stretta, soprattutto con l’alta marea, frequentata da diversi cervi che brucano le foglie degli alberi sul bagnasciuga. Il capobranco ha le corna più sviluppate e attacca se ci si avvicina troppo ai piccoli e alle femmine. In realtà i suoi assalti sono solo spintoni e alcuni turisti, fra cui Gigi, si divertono a provare l’ebbrezza dello scontro. I bungalows, sempre nel solito stile ultrabasic,
sono tutti pieni e infatti non è facile trovare posto se non prenotando
in anticipo al Gardena hotel, di cui è una dependance.
Seraya, insieme a
Bajo è il posto dove abbiamo incontrato la più alta, si fa per dire,
concentrazione di turisti che a Flores si contraddistin
Gigi. Trascorrono così spensieratamente gli ultimi giorni alternando la lettura alle nuotate nel mare davanti al bungalow. Il bagno più bello è sempre quello appena sveglio alle 7 di mattina quando, nella pace assoluta, calzate le pinne ed indossata la maschera, ti mescoli alle creature affascinanti che popolano la barriera. Si riesce a rimanere a lungo a stretto contatto con placide tartarughe per nulla intimorite dalla presenza umana che ahimè non tarda a farsi sentire. Vengo infatti riportato alla cruda realtà dallo scoppio, per fortuna lontano, di una carica di dinamite che mi rintrona le orecchie.
Cri.
In questo viaggio la dimensione più interessante, oltre
al godimento delle bellezze naturali intatte, di terra e di mare, e alla
scoperta di tradizioni vive e radicate, è stata quella dell’incontro con
molte persone coinvolte in progetti di collaborazione,
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