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GLI SPECIALI DI SOTTACQUA: INTERNATIONAL YEAR OF THE REEF (IYOR) - ANCORAMARE NAVIGA L'ITALIA |
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copertina: il sub del terzo millennio di Paolo Bastoni INDICE DEL MESE
RUBRICHE Gocce di Storia I SERVIZI le VETRINE UTILITA' |
di Gaetano "Ninì" Cafiero Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.
E PER CUSTODIA UNA BORSA DEL GHIACCIO
Franco Harrauer, uno dei più geniali yacht designer del mondo, rievoca i suoi trascorsi di subacqueo con attrezzature che fanno venire brividi di raccapriccio a quanti credono che l’immersione libera sia una creatura molto giovane di origine americana…
PER INGRANDIRE I DISEGNI DI FRANCO HARRAUER CLICCARE SULLE IMMAGINI
Franco Harrauer mi scrive una lettera dal Brasile. Venne a Milano, all’Acquario, alla presentazione del mio libro “Il principe delle immagini”. Lo comprò, lo ha letto, lo loda: “soprattutto perché ha fatto affiorare in me un monte di ricordi”, mi scrive.
Franco Harrauer è quel
che si dice “un grosso personaggio”. Nato a Milano, anzi nel cuore chic
di Milano, in via Cerva, pochi passi da San Babila, ha quasi sempre
vissuto a Roma. Ultimamente a Rio de Janeiro, dopo una lunga parentesi al
Cairo e in precedenza ancora a Rio. Architetto, è un grande designer di barche famose, molte “in combutta” con Renato “Sonny” Levi, l’inventore delle eliche di superficie. Dopo essersi dedicato all'architettura industriale è passato alla progettazione di imbarcazioni da diporto a vela e a motore realizzando, per primo in Europa, dei catamarani a motore di notevole dimensione. La lunga esperienza di navigazione ha contribuito a influenzare i suoi disegni con idee nuove anche di derivazione aeronautica come nella serie di scafi in lega leggera Tiger Shark. Suoi sono i Trawler Yachts della serie Orca e Otaria nonché varie realizzazioni in ferro per ricerche oceanografiche e numerosi progetti per importanti cantieri italiani e stranieri, in Brasile e in Egitto. È titolare di numerosi brevetti tra cui uno sui timoni retrattili per le alte velocità e uno relativo a un anfibio veloce.
Continua Harrauer: “Allora non ci si poteva immergere in quanto il litorale era “verboten”, ma con Dario Gonzatti (lui aveva un fucile Cressi lungo perlomeno due metri) nel ’46 cominciammo a randeggiare le scogliere di Portofino. Nel ’47 o ’48 volli sperimentare la foto sub e mi costruii, con residuati bellici (campi ARAR) un casco a campana che non so perché chiamavamo “cappuccio Belloni”.
Mi accorgo che gli anni
passano e che devo spiegare molte espressioni di Harrauer altrimenti
incomprensibili a chi è venuto al mondo tanto dopo di me.
E dunque, 1) i Campi
Arar: erano immensi depositi all’aperto di materiale logistico della forze
alleate, quantitativi incommensurabili di pezzi di ricambio e di ogni
altro ben di Dio, il furto dei quali consentì a numerosi italiani di
sfangarla e uscire vivi dalla seconda guerra mondiale. Che il nostro Paese
perse in due tranche: la prima, combattuta dal 10 giugno 1940 –
giorno della dichiarazione di guerra a Francia e Gran Bretagna – all’8
settembre 1943, quando ottenemmo un armistizio (di fatto una resa
incondizionata agli anglo-americani); e la seconda, combattuta dal 12
settembre 1943 (liberazione di Mussolini dal confino sul Gran Sasso a
opera delle SS) al 25 aprile 1945 (occupazione di Milano da parte delle
truppe alleate). 2) il “cappuccio Belloni”. Probabilmente il nome era
ispirato dal “vestito Belloni”, quella sorta di scafandro alleggerito o
muta ancestrale che si chiamava come il suo inventore, ufficiale di
Marina, e che proteggeva gli incursori subacquei sui “maiali” –
Procede Harrauer nella
descrizione della sua precaria attrezzatura per l’immersione: “Manichetta
da giardinaggio, pompa da pneu US Army, casco ricavato dal tessuto di un
battello di salvataggio dell’US Air Force con grande vetro anteriore, la
valvola di non ritorno era quella dell’impianto pneumatico di un caccia
P38 Lightning e sul Con l’incoscienza che mi ha sempre contraddistinto “sottrassi” a mio padre la sua Leica (obiettivo Zeiss Elmar 1:3,5) e la misi in una specie di borsa da ghiaccio in tela gommata alla quale avevo sostituito il tappo con un vetro trattenuto da anelli elastici da camera d’aria di bicicletta. Riuscivo a mettere a fuoco e a scattare senza un mirino ma l’errore di parallasse tra obiettivo e vetro non mi permise mai di ottenere grandi risultati anche perché mio padre “incazzato” rivolle giustamente il suo gioiello. Mi pare di ricordare che uno dei miei figli possa avere un paio di foto dell’epoca nelle quali si vede il cappuccio Belloni in funzione e credo che possano essere recuperate. Sono documenti storici!”.
E questo fu il contributo
dato da Franco Harrauer alla fotografia subacquea, il suo ruolo di
pioniere. Harrauer scrive su riviste nautiche e di sport articoli
corredati da bellissimi disegni (ne offriamo un saggio) e, a quattro mani
con
La storia ipotizza che la
nave regia Mercurio fosse salpata da Bordeaux per svolgere una
missione realmente programmata dai tedeschi ma non eseguita per difficoltà
di ordine tecnico. Tutti i protagonisti sono immaginari, non così i mezzi,
le navi e gli aerei. Le situazioni strategica e politica rispecchiano
quelle dell'epoca e la loro dinamica rientra nel campo delle possibilità e
dei piani studiati, ma non portati a compimento, dalla Regia Marina e
dalla Kriegsmarine tedesca. Infatti l'operazione Pelikan prevedeva il
bombardamento della diga del lago di Gatun, invaso che collega le chiuse
del canale di Panama e ne costituisce la riserva idrica indispensabile al
suo funzionamento.
Per inciso: il libro può essere chiesto a Edizioni IRECO, via dei Frassini 3, 00060 Formello, Roma, telefono 069088454 |
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