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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.

 

Una cartolina postale venduta da e-bay, il primo d’una serie di documentari sulla caccia subacquea d’antan di un “figlio di papà” ed ecco che s’apre la cornucopia delle rimembranze…

 

L’annullo postale recita: “Poste Italiane Campionato Mondiale Pesca Subacquea – Ustica 22-8-960-10”. Poi, sempre sul verso della cartolina, c’è l’indirizzo del destinatario: Direzione MC Film Viale Augusto 9 (Fuorigrotta) Napoli; e ci sono il breve testo e la firma del mittente: “Cari saluti a tutti Claudio Ripa”. E ora veniamo al recto di questa cartolina postale illustrata. Riproduce il poster della manifestazione evocata dall’annullo: Campionato del Mondo di Pesca Subacquea, è scritto in alto e, sotto, Palermo – Eolie – Ustica 19 – 23 agosto 1960. Il disegno rappresenta un cacciatore subacqueo senza muta, in costume da bagno e cuffia di gomma, ai piedi le pinne asimmetriche della SALVAS, sul viso una maschera rotonda con il suo boccaglio, in pugno il fucile a molla. La superficie del mare che si è richiusa sulla capovolta del subacqueo è increspata da piccole onde che tracciano i cinque cerchi olimpici (il 1960 è l’anno delle Olimpiadi di Roma: Livio Berruti che vince l’oro nei 200 m piani, l’etiope Abebe Bikila che trionfa nella Maratona corsa a piedi scalzi…). Il subacqueo col fucile si immerge in un branco di pesci, ciascuno dei quali è la bandiera d’uno dei Paesi partecipanti.

Questo cimelio storico, questo pezzo da museo qualcuno l’ha offerto in vendita su e-bay e qualcuno – un amico di Claudio Ripa – lo ha acquistato per € 8,50 e regalato all’incanutito campione che me l’ha mostrato: «Ti ricordi?…»

E come se mi ricordo! Una cascata di ricordi. In quella lontana era geologica della subacquea io avevo 23 anni e Claudio Ripa 27. Mancava poco a che lasciassi Napoli per andarmene a Roma a fare il giornalista, ma nel frattempo collaboravo: “Alieutica”, “Pescasport”, cronache delle competizioni di pesca subacquea per le pagine sportive de “Il Mattino” dirette dal mitico Gino Palumbo. Claudio mi aveva investito del ruolo di “cronista personale”: mi procurava inviti formali alle manifestazioni, io mi pagavo il viaggio, e scrivevo, e pubblicavo. Avevo esordito nel 1959, al Campionato del Mondo di Almeria, in Spagna e ora ero al seguito del “mondiale” italiano che si sarebbe concluso a Ustica in concomitanza con la seconda Rassegna Internazionale delle Attività Subacquee, la prima in cui sarebbe stato assegnato il Premio Tridente. Quello che sarebbe diventato il “Nobel del mare” nel 1960 fu assegnato “per le attività scientifiche subacquee e iperbariche” a Nino Lamboglia, pioniere dell’archeologia subacquea, a Giorgio Bini, tra i primissimi biologi che compresero l’enorme potenziale dell’immersione libera per la ricerca, a PierNicola Gargallo, fondatore dell’Istituto Internazionale di archeologia subacquea; per lo sport al brasiliano Bruno de Otero Hermanny, che aveva vinto proprio quel “mondiale” (il quarto). A Raimondo Bucher fu assegnato un premio speciale perché operava in tutti i campi della subacquea e non gli si poteva dare un Tridente per lo sport, uno per la fotografia, uno per l’archeologia eccetera. Proprio in quell’occasione Claudio Ripa convinse la allora direttrice dell’allora EPT di Palermo, la leggendaria dottoressa Caterina LaRosa dell’assoluta necessità di invitare sempre il ragazzo Cafiero dall’avvenire giornalistico sicuramente radioso. E da quel momento cominciai la mia storia d’amore con la Sicilia. Che ancora dura: ai Siciliani io rimprovero soltanto lo sbarco di Garibaldi, agevolato oltre misura al solo scopo di liberarsi di noi napoletani.

La nave Caralis, fungeva da albergo, era la base mobile del campionato, una sorta di “villaggio olimpico” galleggiante. Io occupavo il quarto posto disponibile nella cabina a quattro letti che ospitava la squadra italiana: Ruggero Jannuzzi, Alessandro Olschki, Claudio Ripa.

Che galleria di personaggi, quel “Mondiale”! I brasiliani, oltre al vincitore della classifica individuale Hermanny, avevano nell’equipo “verde e ouro” anche João Borges Neto, che abitava in avenida João Borges in una piccola città che si chiamava João Borges sorta al centro d’un territorio vasto quanto la Sicilia: la “fazenda” di famiglia. Borges, naturalmente. Nei fiumi che attraversavano quel fazzoletto di terra João si esercitava alla “caça submarina” arpionando pesci piranha e (soprattutto) jacaré, che in portoghese vuol dire caimano, alligatore ossia il coccodrillo americano. Un giorno gli cadde dalle mani il profondimetro di un altro atleta e finì in mare. «Mi tocca ripagarglielo – disse João Borges – costa quanto una mucca!» E non è chiaro se nel Brasile del 1960 una mucca valesse tanto poco o un profondimetro così tanto… Nella nazionale a stelle e strisce gli Americani avevano l’oriundo Don DelMonico che pescava con la “hawaian sling”, la fionda hawaiana, in pratica un segmento di bambù con due grossi elastici da arbaléte fissati ai lati; quando la preda era a tiro si tendeva l’elastico – con le mani, in apnea! Il che richiedeva una forza fuori dal comune – e la freccia partiva. Don DelMonico, sicuramente per le origini italiane, sembrava avere molto a cuore le sorti del nostro Paese, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario e suggeriva soluzioni che richiedevano un insolito uso del patrimonio monumentale italiano: grattar via tutto l’oro dai mosaici del duomo di Monreale e venderlo, ricostruire il Colosseo e farne il cinema al’aperto più grande del mondo, spianare l’Altare della Patria e farne un grande parcheggio (molto previdente, bisogna ammetterlo: nel 1960 circolavano in tutt’Italia poco più di 2 milioni di veicoli a quattro o più ruote a motore, oggi credo che siano 34 milioni).

Comunque quel “Mondiale” con i suoi retroscena è raccontato da Claudio Ripa in persona nel DVD a lui intitolato, primo della serie “Storia della pesca in apnea” realizzata dal noto “apneomane” Danilo Coscione (www.sospensioneblu.com). Il documentario, prodotto dall’Apnea Film, è stato sponsorizzato anche dall’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee di Ustica.  Suggerisco di dare un’occhiata al “trailer”, potrebbe indurre l’appassionato del genere all’acquisto e non se ne pentirebbe…

 

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