Anche noi subacquei abbiamo una storia, anche se, nella moderna accezione della nostra attività, breve, nei sessant’anni trascorsi dai primi “turisti” sub. Italiani. E questo è il “nostro” Museo, quello dove possiamo riscoprire, con orgoglio, che, in fondo, la subacquea moderna è nata in Italia.
La parola “museo” non sempre è apprezzata da tutti: a volte – è vero – puzza un po’ di polvere e di vecchie cose ammuffite prive di un reale interesse che, invece di finire in qualche discarica sono state esposte in una bacheca per l’ipotizzabile gioia di qualche – raro – appassionato.
Non voglio addentrarmi in un discorso che nulla ha a che vedere con la mia visita, a Marina di Ravenna, del “Museo” – e mi vengano scusate le virgolette – dell’HDS, dirò soltanto che, in generale e secondo me, questi spazi espositivi vanno valutati volta per volta, in funzione dei temi che stanno alla base della loro costituzione e del modo in cui questi vengono trattati.

l'ingresso del museo
In ogni caso qui, a due passi dal Mar Adriatico, possiamo trovare una cosa molto più importante di un semplice “museo”, una cosa della quale le nuove generazioni di subacquei sembrano proprio essersi scordate, complice una atavica esterofilia tipica di noi italiani: qui, tra queste mura, in un contesto per nulla vecchio e polveroso, è presente la storia della subacquea, la nostra storia, nostra nel senso che, anche se se sembriamo tendere a dimenticarcene, i più importanti primi passi nello sviluppo della scoperta di quanto nasconde il sesto continente sono stati mossi dall’italica terra che, ancor oggi, risulta essere forse la più importante produttrice di attrezzature per l’esplorazione ed il lavoro subacquei.
Chi mi conosce sa che io non sono particolarmente patriota o innamorato delle cose di casa nostra, semplicemente perché mi rifaccio al vecchio detto “date a Cesare quello che è di Cesare”, e in questo caso il subentro delle agenzie didattiche di oltreoceano – portandone con sé l’inevitabile retroterra culturale – ci ha fatto dimenticare che, appunto, la subacquea è nata nel Mediterraneo, che i primi limiti considerati invalicabili cinquant’anni fa sono stati valicati proprio qui e che, da un punto di vista più professionale e sconosciuto al grande pubblico, i primi importanti studi sull’iperbarismo, sul lavoro in saturazione, sulle problematiche create dalle alte profondità, sono stati affrontati (e risolti) a casa nostra, ricordiamo un paio di nomi per tutti: Cesare Barnini e Piergiorgio Data. Se a qualcuno venisse la curiosità di sapere chi siano stati e quali benefici abbiano portato alla nostra attività lascio l’incombenza di cercarlo su Google visto che, per ognuno di questi personaggi, un solo servizio sarebbe insufficiente a spiegarne le benemerenze.

un diorama nel quale viene mostrata la procedura per il lavoro di un palombaro
E, sempre per onorare quell’antico detto, devo comunque annotare che, se in Italia c’è stata la fucina della subacquea che oggi viene definita “ricreativa” altre figure e istituzioni – pur sempre mediterranee – hanno portato fondamentali contributi, dallo svizzero Hannes Keller con le sue immersioni profonde con miscele sperimentali – che gli sono anche costata la vita – alla francese Comex che negli anni ’80 ha stabilito un record di immersione operativa a 530 metri e, più tardi, all’inizio degli anni ’90, il record assoluto e tuttora ineguagliato di immersione in campana a 701 metri.
Ma tutto questo discorso mi ha portato lontano da quello che era lo scopo principale: accompagnare il lettore nella visita virtuale del “museo” – e riecco le virgolette – di Marina di Ravenna. In realtà forse questo dipende dal fatto che mi sembra strano ritrovare in un “museo” (e ridaije!!!) molte attrezzature che ho avuto personalmente l’opportunità di usare da nuove, e questo, ahimè, denuncia il dato anagrafico. D’altra parte ricordiamo che le prime crociere dell’allora neonato turismo subacqueo datano tra il 1947 e il 1948.
Allora, ovviamente, non c’ero, avrei iniziato a mettere la testa sott’acqua solo vent’anni dopo, ma molte delle attrezzature esposte le ho scoperte nelle letture che mi hanno portato a questa passione e un numero rilevante le ho anche – appunto! – possedute o anche soltanto provate nei primi lontani anni della mia pratica.
Dicevo del fatto che questo museo è lontano dall’immagine polverosa che a volte queste istituzioni possono dare, un po’ per la sua localizzazione e per la struttura urbanistica che lo ospita, un po’ per il modo in cui gli oggetti sono esposti e, soprattutto, un po’ perché realmente su buona parte di questi oggetti non ha ancora fatto in tempo a depositarsi la polvere.

il gesso originale sul quale è stata fatta la fusione del bronzo per il Cristo degli Abissi
Appena entrati, superate un paio di scaffalature dedicate alla bibliografia, c’è subito una chicca preziosa, preziosa almeno per chi, come me, ha avuto il suo battesimo del mare nelle acque del Promontorio di Portofino, a San Fruttuoso: in tutta la sua imponenza fa bella mostra di sé la matrice in gesso della statua bronzea del Cristo degli Abissi che i “ragazzi” dell’HDS hanno scoperto qualche anno fa, abbandonata e pronta alla definitiva demolizione, in maniera assolutamente accidentale, parzialmente “smontata”, sepolta sotto altri rottami.
Una serie di pannelli racconta la storia di questo fortunoso ritrovamento, attorno bacheche che ospitano praticamente la storia della fotosub attraverso diversi modelli di Rolleimarin e di Nikonos variamente predisposte e nei vari modelli prodotti, su un lato, dietro al maestoso Cristo, un’antica camera iperbarica monoposto, dalla parte opposta dell’ambiente un’antica pompa a mano per i palombari che fa da base al libro delle firme dei visitatori, quindi, proprio dietro i due-metri-e-mezzo della statua, la ruota di un timone intagliato e istoriato, come ex voto.
La stanza successiva è una delle più interessanti: oltre a diverse custodie fotografiche e cinematografiche di produzione industriale e artigianali tra le quali una replica della prima “macchina fotografica subacquea” di Boutan ricostruita da Danilo Cedrone, Giancarlo Bartoli, Federico De Strobel negli anni ’80 ed utilizzata per una serie di dimostrazioni tra le mani di un palombaro, e la custodia cinematografica di Folco Quilici con la quale girò “Sesto Continente”.
Ma la cosa più interessante di questa sala è rappresentata dai due diorami a grandezza naturale che raffigurano due situazioni di lavoro subacqueo, una ottocentesca con il palombaro che lavora ad un taglio con il cannello ossiacetilenico mentre due marinai sono impegnati alla pompa a mano e l’assistente passa i tubi per la respirazione e per il telefono.
Il secondo invece raffigura una scena di lavoro come la si incontrava negli anni ’90 del secolo scorso, mostrando il lavoro in piattaforma con un sub in assetto leggero ma con il Kirby Morgan (un tipo di casco rigido utilizzato degli OTS N.d.R) impegnato al lavoro su una pipeline mentre dalla piattaforma due assistenti tengono sotto controllo il flusso dei gas e il sommozzatore di assistenza in stand by aspetta, già pronto ad intervenire.

un sommozzatore al lavoro sulla pipeline
Un’altra scenetta mostra due subacquei, uno ricreativo degli anni ’70 con il GAV anulare ed un professionista, dello stesso periodo, collegato al narghilè. Questa sala, per chi non ha mai visto né conosciuto le tecniche di immersione professionale, è più esplicativa di mille libri di testo e, soprattutto la ricostruzione ottocentesca, riesce anche a dare per un attimo l’impressione di trovarsi lì, ad osservare dal vero le tecniche di lavoro e, in una società ormai legata soprattutto all’immagine e a vedere, spesso in diretta, lo svolgersi degli avvenimenti questo modo di “spiegare” le cose della subacquea risulta essere davvero efficace.
La sala successiva presenta altre custodie e accessori per la fotosub – tra le altre va ricordata quella di Victor de Santis – oltre a fucili e, soprattutto, antichi erogatori, nomi mitici per i pionieri della subacquea: “Slip”, Air King”, “Explorer Standard” – con il quale, tra l’altro, Ennio Falco, Alberto Novelli e Cesare Olgiaj se ne andarono, sul finire degli anni ’50, a conquistarsi il record di immersione in ARA a -131,35 metri (salvo poi scoprire che gli americani due anni dopo, nel 1961, dichiaravano record un’immersione a – 106 metri e il record dei tre italiani lo avrebbero superato solo nove anni dopo, nel 1968! ) –.
L’Explorer era costruito dalla Pirelli che, allora, alla tradizionale produzione di pneumatici affiancava la costruzione di gommoni (belli!) e di attrezzature subacquee (chi scrive ha avuto, come prima muta, proprio una Pirelli “Panarea SM Professional”, 3,5 mm. di “copertone subacqueo”… N.d.R.) tra le quali spiccava, per la qualità e l’eccellenza della progettazione (dovuta allo stesso Alberto Novelli, medico, e al tecnico dell’Italsider Pietro Buggiani) proprio l’Explorer, primo erogatore bistadio mai realizzato (sempre da italiani!!!) e con soluzioni che anticipavano di quasi mezzo secolo i concetti del rebreather: una delle tre versioni in cui era costruito questo gioiellino possedeva una capsula di calce sodata che permetteva parzialmente il recupero dei gas.

l'Explorer Standard
Altra soluzione ingegnosa di questo erogatore era legata alla disposizione di una valvola che fungeva da secondo stadio e da “polmone”: posizionata anteriormente, agganciata agli spallacci, era spostabile in su o in giù per permettere di variare i volumi d’aria offerti in funzione del tipo di lavoro che il subacqueo doveva effettuare e della posizione che doveva assumere in acqua, insomma, un erogatore studiato da un fisiologo!…
L’ultima sala del museo ci porta un po’ di Storia con la “S” maiuscola: a parte una camera iperbarica monoposto che è stata autocostruita da uno dei fondatori dell’HDS ITALIA e di questo museo, troviamo un’altra pompa a mano per i palombari e ricordi di Teseo Tesei, il mitico comandante degli uomini Gamma, quelli che sono oggi gli incursori del COMSUBIN, che per portare a termine una missione con il suo “maiale” nel porto de La Valletta, decise di far esplodere senza ritardi l’esplosivo che doveva far saltare le ostruzioni al porto per permettere ai barchini esplosivi di penetrare morendo così insieme al suo secondo, Alcide Pedretti. Tesei va ricordato anche perché fu lui, Maggiore del Genio Navale, ad inventare il “maiale”, il Siluro a Lenta Corsa (SLC).

il Maggiore del Genio Navale Teseo Tesei nello scafandro da palombaro
Oltre ai ricordi personali di Teseo Tesei in questa sala vi è anche una ricca documentazione di come funzionavano i maiali, di foto e documenti dell’epoca su questi mezzi bellici ma anche disegni e fotografie sui primi scafandri rigidi.
Questa la visita al Museo Nazionale delle Attività Subacquee, questi, in sintesi, i “reperti” custoditi ma, sopra a tutto, quello che a parole non si può trasmettere e che anche le fotografie possono rendere solo in modo parziale, è – per chi ama la subacquea, per chi vuol conoscere e sapere, per chi è curioso e non un semplice utente passivo “della domenica” – la sensazione che questa “È” la nostra storia e che, di questa storia, anche noi ne facciamo parte e che, in fondo, in questo inizio di terzo millennio, noi siamo ancora dei pionieri rispetto a coloro che praticheranno la nostra stupenda attività anche solo tra venti, cinquant’anni quando i rebreather o qualche altra diavoleria tecnologica che ancora non conosciamo permetterà una sempre maggiore e approfondita conoscenza del mondo del Blu.
Di ciò che si cela SOTTACQUA….



