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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

DA SAN PIETROBURGO AL CIRCOLO POLARE ARTICO: DAGLI ZAR AI BELUGA

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

il fascino di un'immersione sotto ghiaccio al Circolo Polare Artico

il fascino di un'immersione sotto ghiaccio al Circolo Polare Artico

Se citiamo la definizione “circolo polare artico” subito l’immagine che ci si forma nella mente è quella di un caldo piumino dal quale poter ricavare quella temperatura che ci serve per sopravvivere, e questa era anche l’immagine che avevo anch’io e alla quale stavo pensando quando, in costume da bagno, sopra – appunto – il famoso “circolo polare artico”, sotto la pioggia toglievo gli erogatori dalla bombola e sciacquavo l’attrezzatura dopo un’immersione in quelle acque (queste sì, fredde!).


 

Cercheremo di trasmettervi, nel ristretto spazio di questo servizio, le emozioni e le sensazioni di un viaggio che non è, non può essere solo un viaggio subacqueo.

La meta: la Russia. Prima tappa, della quale si parlerà in altra parte, San Pietroburgo, la città degli zar. Qui diremo solo, immediatamente, che un viaggio a queste latitudini non può essere solo un viaggio subacqueo, non può prescindere da una – seppur breve – visita a questa che è una delle città più belle del mondo.

Da questa coloratissima città, alla quale si può arrivare con un volo diretto di poco più di tre ore, bisogna ancora prevedere un viaggio (comodo) in treno fino alla destinazione finale: le zone del circolo polare artico, 66°33’ latitudine nord, mille chilometri più a nord, una notte trascorsa nei vagoni letto che riportano con la mente al Dottor Zivago o a molti altri capolavori della letteratura russa. Dai finestrini vediamo sfilare un paesaggio in continuo mutamento: dalle ampie (per noi “occidentali”, per i russi – queste – non lo sono poi molto…) foreste di betulle che circondano San Pietroburgo fino alla taiga del Mar Bianco caratterizzata da vegetazione bassa e ambienti paludosi.

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added: 24/09/2009
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description: reportage di viaggio di Paolo Bastoni: da San Pietroburgo al Circolo Polare Artico, ovvero dagli zar ai beluga nel grande nord della Russia


I FANTASTICI PINNACOLI DELLA BAIA DI KIMBE (Papua Nuova Guinea)

A cura di Alberto Muro Pelliconi Commenti disabilitati


tra i "fans" a Papua

tra i "fans" a Papua

Molte ore di viaggio separano l’Italia dalla Papua, ma l’inevitabile disagio viene ripagato non appena ci si immerge nella natura selvaggia e in questi straordinari fondali.

La tratta più logica è il volo Roma o Milano – Singapore, dove è necessario continuare per raggiungere Port Moresby, la capitale, con la compagnia di bandiera Air Niugini. Si prosegue poi con un volo interno per Hoskins capoluogo di New Britain. All’arrivo un pick.up -fuoristrada o pulmino a seconda del numero degli ospiti – accompagna il gruppo nel Walindi Plantation Resort. Normalmente è preferibile trascorrere una notte a Singapore per avere gli altri voli in coincidenza. Spesso si approfitta dell’opportunità per fermarsi in questa metropoli anche un giorno in più, ne vale la pena sia per visitare la città che per fare shopping, per la convenienza e la varietà dei prodotti.

Noi abbiamo volato da Roma con la Singapore Airlines, una dei migliori Compagnie, i cui aerei offrono un comfort davvero notevole. I nuovissimi vettori sono comodi e rendono molto più piacevole trascorrere le undici ore di volo: estrema gentilezza dell’equipaggio, pasti squisiti e continui snacks, possibilità di vedere oltre cinquanta film nella lingua preferita, rendono il viaggio estremamente confortevole. L’aeroporto di Singapore è uno dei più moderni, all’avanguardia e accoglienti del mondo: sono state create oasi naturalistiche all’interno con riproduzione dei diversi habitat, veri alberi, meravigliose orchidee e fiori di ogni specie, laghetti con pesci enormi, zone di sosta davvero ricreanti e rilassanti. In alternativa salotti con avveniristici megaschermi e opportunità di giochi elettronici, oltre a duty free per fare shopping. Il tempo di attesa scorre rapidamente per il successivo volo di circa sei ore se si prosegue per Port Moresby.

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added: 23/09/2009
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description: reportage di Alberto Muro Pelliconi su Papua


CARCARIO, SQUALETTO SOLITARIO – UN INCONTRO… SIMPATICO

A cura di Enrico Malanima Commenti disabilitati

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BEST SHARK DIVING

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

  

 

carlo puligheddu

carlo puligheddu

Carlo Puligheddu. Questo il nome del responsabile di questo diving. Questa una delle maggiori garanzie della qualità delle immersioni effettuate con questo diving collocato in una casettina di fronte al mare sita in uno dei punti più belli della costa maddalenina, il promontorio di Punta Tegge.

Tutto lo staff è figlio dell’Isola e vanta, ovviamente, una grande conoscenza di questi fondali. Il diving è dotato di due grandi gommoni ben motorizzati che consentono, appunto, rapidi spostamenti partendo dal piccolo pontile proprio di fronte alla sede del diving.

L’esperienza personale mi ha fatto registrare una buona organizzazione anche nelle notturne che ho effettuato con questo diving che gode anche della presenza di due Alicia mirabilis in un’immersione a poche centinaia di metri dalla partenza.

 

SCHEDA BEST SHARK DIVING CENTER 

 

STAFF  

CARLO PULIGHEDDU: titolare 

DAVID, MARIA, LUCIANO, FRANCESCO, ANGELO, ADRIANO, MARIATERESA

 

didattiche adottate SSI – PADI – HSA 

 

tipi di brevetti rilasciati TUTTI I LIVELLI, DALL’OPEN WATER DIVER A ISTRUTTORE PIÙ I CORSI DA ASSISTENTE BAGNANTE 

 

costo immersione singola / pacchetto 10 immersioni IMMERSIONE SINGOLA 40 €

 

imbarcazioni utilizzate 1 GOMMONE BWA 740 CON 200 HP YAMAHA – 1 GOMMONE MASTER 660 CON 115 HP MARINER

capacità di ricarica (quanti mc./ora)

 

quante/quali attrezzature a noleggio 20 ATTREZZATURE SEAC SUB

 

 

 


 

le imbarcazioni del diving

le imbarcazioni del diving

IMMERSIONI PROPOSTE




San Sivino: In questa zona, particolare per la splendida parete che comincia da 18 e arriva a -80 metri è possibile effettuare più immersioni con diversi percorsi e profondità, sia ricreative che tecniche.

 

NOTE IL DIVING E’ OPERATIVO TUTTO L’ANNO

 

COMMENTI DEL DIVING

Il Diving Center Best Shark nasce il 10 novembre 2003 all’interno di un albergo di La Maddalena. Il primo gennaio 2005 viene approvato dalla Regione Autonoma Sardegna lo spostamento e la nuova apertura in località Punta Tegge. Il Diving Center è aperto tutto l’anno. Tutto il nostro staff è locale, iscritto all’elenco delle guide e istruttori riconosciuto dalla regione Sardegna. Tutti colore che frequentano il nostro Centro possono seguire corsi svolti con didattica SSI, PADI, HSA (Handicapped Scuba Association) con la copertura assicurativa DAN.

Gli allievi all’interno della nostra struttura possono usufruire di aula didattica, spogliatoi, servizi igienici, possibilità di deposito e risciacquo attrezzatura.

Il Diving Center è dotato di attrezzature specifiche per immersioni e per le attività autorizzate, conformi alle prescrizioni in materia di antinfortunistica, in perfetto stato di funzionamento e in possesso di idonee dotazioni di pronto soccorso.

Il Diving Center BEST SHARK è riconosciuto ed è conforme alle attuali normative richieste dall’Ente Parco per operare all’interno dell’Arcipelago de La Maddalena. 

Le immersioni si svolgono all’interno del Parco Marino de La Maddalena-Corsica e il loro livello è per tutti, dai neofiti ai più esperti sempre accompagnati da esperte guide locali, in multi livello e senza decompressione. Per i non sub possibilità di snorkeling.

Grazie alla caratteristica del fondale di origine granitica, spesso a parete, in tutte le immersioni è possibile trovare una visibilità eccezionale e rocce piene di fessure e tane dove i pesci trovano facilmente rifugio. Grazie alle correnti che caratterizzano il nostro mare è possibile inoltre notare un po’ dappertutto grosse formazioni di gorgonie. La favorevole posizione delle isole dell’Arcipelago rende sempre possibili le immersioni a prescindere dalla direzione del vento.

Oltre a conoscere i più famosi punti di immersione della zona, ogni anno, stimolati dalla nostra passione per il mare andiamo alla scoperta di nuovi siti sui quali immergersi.

 

Per informazioni

BEST SHARK

Via Maggior Leggero, 21

07024 La Maddalena (OT)

telefoni: 392-6209273 – 0789-1876565

 

INCIDENTI SUBACQUEI & CONCETTO DI BACK-UP

A cura di Nanni Cozzi Commenti disabilitati

cozzi_miniDopo esserci occupati per quattro volte di computer sub, con qualche scivolata nella tecnica, e comunque affrontando un argomento in qualche caso molto tecnico, ritorniamo verso concetti ugualmente pratici ed importanti, ma più …… meccanici.

 

Per introdurre il concetto di cui al titolo, devo fare una premessa importante, di cui mi assumo la massima responsabilità, ma che per fortuna è condivisa dalle principali didattiche e dai più importanti personaggi, che oggi fanno opinione nel campo della medicina iperbarica.

 

L’incidente subacqueo

L’attività ricreativa subacquea è assolutamente sicura. Da fig 1, con dati cortesemente forniti da DAN Europe, si vede come il rapporto tra incidenti e partecipanti sia di 0,04. In parole povere, vuol dire che le statistiche del DAN, su 2.500.000 partecipanti, hanno registrato 1.000 incidenti. O, per semplificare ancora, significa 1 incidente ogni 2.500 partecipanti. Se questi subacquei fanno almeno 40 immersioni all’anno, con una banale operazione aritmetica si intuisce che la probabilità di avere un incidente è 1 ogni 100.000 immersioni. Come si vede dal grafico siamo al livello del bowling, sport notoriamente rischiosissimo, da praticare con casco, ginocchiere, stivali rinforzati e quant’altro.

Gli eventi negativi, quali che essi siano, possono derivare da uno stato fisico non idoneo, da attrezzatura sbagliata o poco mantenuta, da condizioni meteo marine avverse, da non rispetto di velocità di risalita o parametri oggettivi di immersione, ma è sempre tutto collegato ad errori umani, tecnici, di comportamento, di scelta in generale.

 

 

lo studio del DAN sulla percentuale degli incidenti subacquei

lo studio del DAN sulla percentuale degli incidenti subacquei

Dunque affermo con decisione che i rarissimi casi di emergenza, non si configurano come incidenti. Sott’acqua praticamente l’incidente non esiste, almeno nell’esercizio ricreativo dell’attività. L’incidente è un evento imprevisto ed incontrollato, che ci può causare danni fisici  (e psicologici), senza la nostra diretta responsabilità, ma, anzi, avendo un comportamento prudente. Una tegola sradicata dal vento, il ghiaietto dietro una curva, il treno di gpl che salta, questi sono incidenti, sia pure con delle responsabilità altrui, ma che sfuggono alla nostra capacità di controllo e prevenzione, e quindi alla nostra capacità di scelta.

Ma nella  (discutibile) accezione moderna del termine, si identifica come incidente qualsiasi evento che metta a rischio l’incolumità dell’individuo, indipendentemente dalla causa.

Anche in questo secondo  (discutibile) senso, gli “ incidenti “ sott’acqua sono rarissimi, e sono comunque collegati con “ errori “.

 

 

Incidenti connessi con l’attrezzatura.

 

Immersione ricreativa entro i no decompression limit.

Definiti come rarissimi gli incidenti subacquei, quelli connessi con la rottura o il malfunzionamento dell’attrezzatura sono comunque una piccola parte del totale degli incidenti stessi. Ciò non toglie che detti malfunzionamenti debbano essere previsti ed affrontati.

E quali sono gli elementi dell’attrezzatura che possono condurre a questo tipo di inconveniente?

In prima istanza sono solo 3: la maschera, l’erogatore, il computer. Una seconda istanza, anch’essa importante, può riguardare gli strumenti da taglio.

Una terza istanza si manifesta con le situazioni particolari.

Desidero che il lettore abbia la visione chiara dell’argomento. Ci stiamo occupando di quei possibili problemi di attrezzatura in immersione, luogo dove una banale rottura può costituire la fine dell’immersione stessa e la creazione di uno stato di stress, ben rappresentato nei corsi, che potrebbe, e dico potrebbe, portare ad una situazione di disagio e di incidente.

Il lacciolo della pinna che salta, mentre ce le infiliamo in barca, non fa ovviamente parte, come simili inconvenienti, della trattazione.

 

Maschera.

Le maschere qualche rara volta sott’acqua si rompono. Sia perché un…………… disattento compagno ci ha messo sopra un piede, incrinando la ghiera e non dicendoci nulla, sia perché le abbiamo stivate male e non protette, sia perché abbiamo tirato troppo il cinghiolo, sia perché non lo abbiamo sostituito in tempo, pur avendolo visto un po’… stanco..

Premesso che comunque è meglio andare al mare con due maschere nella borsa, sempre, non ha molto senso portare la maschera di riserva e lasciarla sulla barca. Uno dei primi esercizi che vengono insegnati ai corsi è lo svuotamento della stessa. Se sott’acqua abbiamo un impedimento ad usare quella che abbiamo indossato, prendiamo quella di riserva.

Alcune domande di puro pragmatismo:

1)                   Dove la metto? In tasca del jacket, a condizione che ci stia non troppo “ accartocciata “. Se non ci sta nel jacket  (mi verrebbe di dirvi……: cambiate jacket), assicuratela ad uno spallaccio con un anello di tubo di gomma ed un moschettone di sicurezza  (quelli che non si impigliano) o con un velcro, che prenda spallaccio e cinghiolo, o qualsiasi altro metodo che vi venga in mente, purché la renda facilmente raggiungibile  (senza dover guardare dov’è) e facilmente rimovibile.

2)                   Che tipo di maschera è quella di riserva? Qualsiasi maschera che vi vada bene. Basta che sia “ stivabile “ e che abbia le stesse caratteristiche della primaria. P.es. la correzione ottica.

3)                   Ma la devo “ disappannare “ prima di entrare in acqua, come la primaria? Assolutamente sì. L’antiappanante, usato, sia esso chimico o naturale, ha una certa resistenza al risciacquo. Comunque questo vi fa capire che la maschera di riserva sta meglio riposta in una bella tasca, al riparo da un eccessiva pulitura meccanica continua.

 

Erogatore

L’erogatore è uno strumento molto amichevole, che si guarda bene dal rompersi in immersione, se lo abbiamo trattato con un minimo di rispetto. Se vuole fare le bizze, le fa al momento del montaggio e prova, dunque può essere subito sostituito “ a secco “.

La probabilità che in immersione si manifestino problemi che non si sono evidenziati in superficie è veramente irrisoria.

Comunque un doppio erogatore rende la cosa praticamente impossibile. Con due primi stadi e due secondi stadi montati, la probabilità di rottura di entrambi i sistemi è di una su parecchi milioni di immersioni.

A questo punto è bene chiarire un concetto. Un erogatore è costituito da un primo ed un secondo stadio. Due pezzi meccanici, abbastanza semplici, che hanno ciascuno la loro  (bassa) probabilità di registrare una avaria. Allora la sicurezza sarà data da un doppio apparato, cioè due primi stadi separati, ciascuno con il suo secondo stadio.

L’octopus, cioè un primo stadio con due secondi stadi non aumenta quasi di nulla la sicurezza del sub. Infatti il più delicato è il primo stadio, e qui ce n’è uno solo.

E’ pero un ottimo strumento per soccorrere gli altri, che fossero in carenza di aria o con erogatori che non funzionano.. Infatti i primi stadi moderni possono sopportare tranquillamente la respirazione di due sub.

Per la verità esistono norme europee che mi contraddicono, affermando che un primo stadio è omologato per la respirazione di una singola persona. Un conto è la burocrazia un conto è la realtà. Con un primo stadio buono si può respirare anche in 6 o 7 contemporaneamente, ma la norma ha ragione sulla sicurezza in generale. Come ripeto, un octopus non aumenta la sicurezza propria. Molto meglio un doppio erogatore completo.

Le solite domande di puro pragmatismo:

1)                   Dove lo metto? Fissati i due primi stadi sulle torrette della rubinetteria, il secondo stadio primario, con frusta di lunghezza normale, finisce ovviamente in bocca, il secondo stadio secondario, con frusta più lunga, può essere legato al collo con un lacciolo di gomma apposito, oppure legato a una ritenuta sul fianco del jacket. Come per la maschera il secondo stadio secondario deve essere raggiungibile in fretta e rimovibile con facilità.

2)                   Che tipo di erogatore deve essere il secondario? Purtroppo per voi non ci sono dubbi. La qualità del secondario deve essere uguale o superiore a quella del primario. Se mi deve fare sicurezza, deve poter funzionare al meglio subito, e devo potermi fidare. Mettendomi al collo un carciofo, magari anche un po’ rugginoso ed ammaccato, non aumenta la sicurezza. In questo caso devo solo sperare che il primario non si rompa mai. La frusta deve essere più lunga, per poter rendere agevoli eventuali soccorsi, diciamo almeno 90 cm. Di derivazione tecnica, la frusta da 1,5/2 m, è un ottimo strumento, ma il sub deve essere in grado di prepararla e configurarla in modo che non crei più problemi di quelli che vuole risolvere.

3)                   Primario in uso e secondario pronto per il soccorso o viceversa? Io non starei troppo a discutere. La maggioranza dei corsi  (anche quelli dell’agenzia per cui insegno) consiglia di tenere quello con la frusta più lunga in bocca, pronto per passarlo in caso di emergenza,. Questo perché funziona sicuramente, e chi lo riceve accetta meglio l’approvvigionamento di aria da una fonte alternativa. Anche fare il contrario a mio avviso va bene, ma l’importante è che le due unità siano di pari livello, con pari stato di manutenzione, ed entrambe funzionanti perfettamente.

 

Computer

Il discorso si fa leggermente più complicato. In generale diciamo che per la subacquea ricreativa il back up risiede nella programmazione di una immersione in curva, non trascurando le necessità di aria. Esistono 3 diverse opzioni:

1)                   Ho solo il mio computer, che sto seguendo e che mi sta testimoniando un certo numero di minuti, prima di sconfinare nella necessità di decompressione. Se il maledetto smette di funzionare, interrompo l’immersione risalendo dunque PRIMA di quanto avevo stabilito, rispettando “ approssimativamente “ la velocità e la tappa di sicurezza a 5 m. E’ un metodo veramente minimalista di affrontare le difficoltà ed è una maniera molto imprecisa di reagire ad un problema. In questo caso, per la velocità di risalita e la quota di sosta mi posso avvalere dei dati che il computer del compagno fornisce. Ma se ho programmato bene e seguito quello che avevo pianificato, i rischi reali sono pari a zero. Però….. che non vi venga in mente di continuare l’immersione fidandovi del computer del compagno. Questo non va bene, perché lo strumento è individuale, la sua validità risiede proprio nel fatto che mi segue in ogni mio spostamento. Dunque, come posso essere sicuro che il mio buddy abbia fatto proprio il mio profilo? Questo introduce un errore che, se ci troviamo vicino alla curva, diventa un rischio. La conclusione è che devo interrompere l’immersione, nei modi e tempi dovuti.

2)                   Anche se ho il computer, scendo comunque con un profondimetro ed un orologio, e le tabelle che mi dicono cosa fare. In questo caso ho un vero back up, ma ci sono delle controindicazioni. Infatti, con lo strumento rotto, devo considerare tutto il tempo passato alla massima profondità, per leggere le tabelle, e se ero in risalita di una multilivello, questo mi potrebbe portare teoricamente fuori curva. Un esempio in fig 2. Ho fatto un tuffo con una puntata di qualche minuto a 35 m. In risalita, perfettamente controllata, il computer mi pianta dopo 24 min ed a 14 m. In quel momento sono a 50 min dalla curva, in tutta sicurezza. didattica_09_09_01Perdendo i contatti con lo strumento, devo guardare le tabelle per 24 min a 36 m, ed esse, inesorabili, mi dicono che sono fuori curva, e che devo fare 6 min di decompressione. Pertanto, anche se sono in possesso di un vero back up, in realtà faccio ancora delle cose approssimative, senz’altro nella direzione della sicurezza, ma senza controllare esattamente quello che sto facendo. Come ho detto molte volte, i metodi misti non funzionano. Se si scende con computer, si usa il computer, se si scende a tabelle si usano le tabelle.

3)                   La soluzione migliore: Vivaddio, 2 computer. E’ veramente la soluzione più logica, moderna, precisa e sicura, e soprattutto mi consente di continuare l’immersione tranquillamente, portando a termine quanto deciso e programmato in precedenza. Questo è il vero back up.

 

Visto che è il modo migliore di affrontare il problema, vediamo solo rispetto a questo le domande pragmatiche:

1)                   Dove lo metto? Ma dove vi pare, basta che sia prontamente leggibile. Al polso di fianco all’altro, sull’altro braccio, in consolle, appeso al jacket, mettetelo dove è comodo.

2)                   Che tipo di computer deve essere? Devo rispondervi che, come per l’erogatore, la qualità dovrebbe essere la stessa del primario. Dal punto di vista tecnico non ci sono dubbi. Però, se avete scelto come primario un ottimo computer decisamente costoso, può darsi che non abbiate voglia di spendere altrettanto per un secondario. Partendo dal presupposto che spesso le differenze tra computer della stessa marca sono soprattutto sulle funzioni e non sull’algoritmo, basta che voi acquisiate uno strumento più economico, ma assolutamente con lo stesso algoritmo che avete sul primario. Questa è una cosa a cui stare attenti, perchè se avete al polso uno strumento primario basato su RGBM, e prendete come riserva uno strumento basato su Buehlmann, rischiate di avere indicazioni ….. diverse. 

 

 

Strumenti da taglio.

Qui me la cavo in fretta. Uno strumento da taglio, coltello p. es., è fondamentale per la rarissima evenienza di rimanere incagliati in una lenza o una rete. Ed il coltello, non necessariamente una sciabola da parata, deve essere soprattutto tagliente, e con una bella seghetta. Può essere utile portarsi dietro come back up anche un taglia sagola, che non occupa spazio, stivato in una tasca del giubbetto.

 

Immersioni con decompressione

Qui il concetto di back up diventa più pressante, e quindi con meno opzioni.

 

Maschera: Dovete sempre avere una maschera di riserva al seguito. Vale tutto quanto detto per la ricreativa.

Erogatore: Dovete avere sempre due primi stadi separati, possibilmente con attacco Din. Per il resto vale quanto detto sopra. Per la decompressiva di solito non si richiede un back up, ma una bella controllata con prova di respirazione prima dell’immersione.

Computer: Avrete comunque fatto una programmazione fine, che va rispettata con precisione. Se decidete, come è giusto e probabile, di affidarvi al computer, ne dovete senz’altro avere due, perfettamente uguali e settati allo stesso modo. Qui più che mai dovete essere coerenti con voi stessi.

Invece se avete programmato una “ quadra “ con tabelle, potete rispettare i tempi e le profondità decise, portando un computer per controllare i dati dell’immersione stressa. Ma anche qui, se si rompe lo strumento, a parte le necessità decompressive che dovrete soddisfare con le tabelle, è necessario avere un compagno con computer che vi faccia da riferimento per velocità di risalita, quote e tempo.

Oppure avete profondimetro ed orologio come back up.

Ma, come vi ho consigliato nelle puntate precedenti, l’utilizzo di un computer, adatto allo scopo, per una immersione con decompressione è un modo molto sicuro e più flessibile di governare le nostre scelte. Ma non potete averne uno solo.

 

Strumenti da taglio.

Due, sempre.

 

 

Immersioni con decompressione utilizzando Trimix Normossico

Non entro nel merito di Maschera ed Erogatore, che devono avere le caratteristiche di cui al capitolo precedente. Per la verità alcune agenzie propongono anche per le decompressive doppio erogatore, e quindi doppia rubinetteria. Ma a me pare un po’ eccessivo. I vantaggi sono inferiori agli svantaggi, almeno se facciamo immersioni entro i 60-70 m, con trimix normossico o lievemente ipossico e due decompressive, che costituiscono già di per loro un back up una dell’altra.

Nella preparazione delle tabelle avrete comunque preparato un gestione dell’emergenza per la perdita di una o tutte e due le decompressive.

 

Computer

Se avete scelto l’opzione di utilizzare il computer multi miscela, con una o due miscele decompressive, i computer è meglio che siano due. Naturalmente uguali e settati allo stesso modo. Andate a rileggervi il mio articolo su questo tema, e ne sarete sempre più convinti.

In ogni caso un ulteriore back up di tabelle scritte è obbligatorio. E soprattutto il rispetto della programmazione raffinata che dovete avere fatto prima costituisce l’elemento più importante per la sicurezza del tutto.

Nel caso voleste comunque affidarvi ad un solo strumento, è necessario avere profondimetro ed orologio, con i quali osserverete le velocità e le tappe programmate, in caso di malfunzionamento dello strumento primario, come da tabelle preparate all’uopo e che avrete con voi.

 

Strumenti da taglio.

Due, sempre.

 

Situazioni particolari

Per l’immersione ricreativa non vedo situazioni particolari, degne di essere segnalate.

 

Immersioni con decompressione

Per le immersioni in decompressione un ulteriore back up potrebbe riguardare l’equilibratore. Avere due sistemi di regolazione dell’assetto è un bel passo verso la sicurezza, anche se le probabilità che il vostro jacket si rompa sono veramente basse.

Allora, per coprire questa esigenza, avete due possibilità:

1)                   Muta stagna. Fornisce tutta una serie di vantaggi, di cui parleremo ampiamente in un futuro prossimo. Nell’ambito della nostra discussione garantisce comunque di avere un altro sistema di regolazione dell’assetto, che può funzionare da solo, anche con il jacket in avaria

2)                   Jacket con due camere d’aria e due sistemi di carico dell’aria. E’ una soluzione molto tecnica, non priva di inconvenienti, quali il prezzo altissimo di questi Jacket, l’ingombro che spesso non è confacente ad una esecuzione ancora turistica dell’immersione, la difficoltà a gestire due sacchi e due carichi, due scarichi ecc. Tuttavia è la soluzione più sicura, in tutti i sensi.

 

Anche i palloni di segnalazione dovrebbero essere due. Di tipo diverso.

1)                   Uno leggero, anche solo con un rocchetto e sagolino leggermente più lungo della massima profondità che raggiungerete. Questo è il vero e proprio pallone di segnalazione, che permette alla barca di raggiungervi se non siete ritornati all’ancora.

2)                   Uno molto più grande e robusto  (20-25 l) , chiamato pallone per decompressione, anche lui da gonfiare al bisogno, con sagola un po’ più spessa, sempre più lunga della profondità massima, ed un bel “ reel “  (rocchetto professionale con maniglia e freno a frizione). Questo serve per poter fare la decompressione senza barca, laddove il comandante della stessa vi avesse perso.

 

Immersioni con decompressione utilizzando Trimix Normossico

Valgono gli stessi punti appena citati. E’ ovvio che assumono un carattere di assoluta obbligatorietà. Senza ripetermi, commento soltanto alcuni punti:

1)                   Fare un’immersione a queste profondità senza due sistemi di controllo dell’assetto è proprio una cattiva idea.

2)                   Fare questo tipo di immersioni con una muta umida, o semistagna, mi pare ancora una idea peggiore. Almeno nei nostri mari.

 

 

Conclusioni

Il concetto di back up distingue certamente il sub evoluto da quello più conservatore. Soprattutto per la ricreativa in curva di sicurezza, certi back up vengono sottovalutati, ma sono importanti. Devo insistere su questo, perché si parla poco di questo concetto nei corsi standard. In fin dei conti vi chiedo di portarvi una maschera in tasca del jacket e due computer. Problemi logistici non ce ne sono, ed i vantaggi sono notevoli, per quella singola, sfortunata volta che ne avremo bisogno.

Il doppio erogatore, sinceramente non dovrebbe neanche essere una opzione. E’ l’unico modo per essere sicuri che non avremo mai problemi di erogazione. Ed anche le normative europee stanno andando in quella direzione.

Aggiungo solo che per i decompression ed i tecnici il concetto di back up è ampiamente praticato, e molto opportunamente, devo dire.

Ricreativi, copiate da loro, molti dei progressi della subacquea più turistica vengono proprio dall’esperienza delle persone che scendono a profondità e per tempi impegnativi. E’ successo così per l’auto. Molte delle cose che usiamo oggi vengono dalla formula 1 o dai rallies.

EDITORIALE OTTOBRE-NOVEMBRE 2009

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati
a Roma, all'hotel Ergife la 4^ Convention ADiSUB

a Roma, all'hotel Ergife la 4^ Convention ADiSUB

EDITORIALE

Stiamo avvicinandoci all’inverno, e con esso iniziano le grandi manovre del mondo della subacquea. Il primo appuntamento cadrà tra pochi giorni, sede un albergo romano famoso per essere un punto di riferimento nella convegnistica italiana, l’hotel Ergife. Sottolineo questa location non già per spirito di promozione dell’albergo medesimo, ma proprio per rilevare – anche nei dettagli – quale sia l’attenzione e l’importanza che la corazzata ADiSUB attribuisca a questo appuntamento, appuntamento che – giusto per fare il ”grillo parlante” – è ahimè saltato nello scorso inverno per una serie di circostanze, certo non volute da nessuno ma che hanno comunque fatto rimandare di un po’ di mesi una presenza mediatica, che va oltre la stessa essenza della Convention, che sarebbe servita ad ADiSUB stessa e alla subacquea in generale.

D’altra parte, come rileva anche l’attuale Presidente di ADiSUB (prima intervista pubblicata sull’argomento, altre seguiranno nei prossimi giorni), non è detto, per forza, che l’aver saltato la precedente occasione sia stato un male assoluto.

Parliamoci chiaro: il mondo della subacquea è un mondo piccolo piccolo. Io inizio questo discorso parlando di “grandi manovre” ma, in effetti, di quanto accade al nostro interno non è che il mondo se ne accorga granché. E questo implica uno scarso potere negoziale sui tavoli che contano, quando dobbiamo andare a battagliare per rivendicare dei diritti o per contrastare tentativi di metterci dei lacciuoli che, prima ancora di non aver nessun senso e nessuna utilità, sono paletti nocivi per lo sviluppo della subacquea, imposti per di più da gente che di subacquea e di mare non ne sa niente.

E per questo, allora, meglio arrivare ad un appuntamento (per noi) importante come quello dell’annuale Convention che vede riunite le “corazzate” della didattica italiana (e che raccoglie attenzione anche a livello europeo, sempre nel nostro piccolo, of course) con uno strumento – la Convention stessa – tirato a lustro anche negli aspetti più marginali e formali che mettere insieme una manifestazione raffazzonata solo per volerla realizzare ad ogni costo.

La subacquea ha bisogno di buoni comunicatori e di buona comunicazione, ma non solo per parlarci tra di noi raccontandoci le nostre immersioni o per dirci quanto siamo bravi e quante cose stiamo facendo. Nossignori. Noi abbiamo bisogno che di mare e di subacquea si cominci a parlare fuori dalle nostre enclave, sulla stampa, cosiddetta, generalista, sulle news che appaiono nei “sottopancia” dei telegiornali, sulle pagine di periodici e quotidiani che con la subacquea non c’entrano per niente, così come spesso capita che si possano occupare di Tiger Woods o, per restare nel nostro Paese, di Costantino Rocca. E sfido i miei lettori ad alzare la mano coloro che conoscono questi nomi e sanno attribuire loro una corretta collocazione.

Sto parlando di golf, uno sport che muove interessi per miliardi di euro. In tutto il mondo. Non voglio fare classifiche di gradimento tra due attività così diverse tra di loro, io stesso, sebbene non sia un appassionato di questo sport, mi sono trovato in maniera assolutamente casuale e discontinua, a cimentarmi nella gestione di bastoni e palline, di “green” e “bunker”, ma mi monta una rabbia pensando a quale impegno significhi – in termini economici, di attenzione alla salute, in cura della propria attrezzatura per la propria sicurezza – e quale differenza qualitativa esista, dal punto di vista dell’integrazione e della conoscenza con l’ambiente e la natura, tra queste due attività, a favore ovviamente dell’attività subacquea, a fronte di un indotto economico e di immagine ad assoluto favore del golf.

Stesso discorso potrei farlo per il tennis o per decine di altre attività che si muovono a cavallo tra sport e attività ludica, un po’ come per noi subacquei.

Bene, la subacquea ha quindi proprio bisogno di visibilità, di attività che ci permettano di uscire dai nostri diving ed entrare nelle case della gente, di manifestazioni che ricordino al pubblico che esistiamo, che il mare non è solo un liquido lenzuolo blu sotto i quale si possono buttare tutte le porcherie che vogliamo ché tanto non si vede più niente, ma è uno degli habitat più importanti – forse IL più importante, insieme alle foreste pluviali, del nostro povero pianeta massacrato.

Dobbiamo creare occasioni per indurre il pubblico che non conosce il Mare, che non conosce la nostra attività, a sentir stimolata la curiosità che può portare nuovi praticanti o anche soltanto un nuovo interesse verso la subacquea e verso quanto è ricoperto da questo benedetto liquido lenzuolo blu.

Salutiamo allora la Quarta Convention di ADiSUB come un evento di importanza sostanziale nell’economia della nostra attività, così come saluteremo nella stessa maniera la prossima edizione di EUDISHOW che vedrà, per la prima volta, anche il nuovo marchio DIVEX sotto la cui campana si raccolgono le aziende che aderiscono a CONFISUB.

E con questo mi piace pensare ch, forse, stiamo assistendo ad un nuovo Rinascimento, nella nostra storia, quello della subacquea. E a noi giornalisti tocca i compito di promuovere e incrementare la passione verso il nostro mondo.

Perché io ho ancora voglia di potermi immergere nei nostri mari con gioia e senza complicazioni. E voi?…


Buon Blu ad ADiSUB e a tutti voi lettori e… arrivederci a ROMA!!!

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LA MADDALENA, UN’ISOLA SOPRA E SOTTO IL MARE

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati
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le due cernie sembrano essere in attesa dei subacquei

 Su un mensile di settore (AQUA N.d.R.), pochi anni fa, in un servizio dedicato a La Maddalena, l’esordio recitava più o meno così: “Ci si imbarca per la Maddalena a Palau… Appena fuori dal piccolo porto l’isola di Santo Stefano si nota subito, sulla sinistra, e la nave la costeggia…” se mai dovesse esserci una prova provata di quanto questo meraviglioso arcipelago sia in effetti sconosciuto (anche a molti di noi che, almeno, non dovremmo cadere in questi marchiani errori) questo credo sia l’esempio più lampante.

Non starò qui ad esaminare le ragioni di questa ignoranza troppo spesso diffusa, voglio allora raccontare cosa sia in effetti questa isola e le isole che la circondano: ormai il pubblico in genere, dalle testate generaliste, sa tutto di Porto Cervo, delle follie e della dislocazione delle case di VIP sulla vicina Costa Smeralda ma poco o nulla sa de La Maddalena, se non che fino ad un paio di anni fa ospitava una molto discussa base per i sottomarini nucleari USA o che – cronache recenti – avrebbe dovuto ospitare quest’estate il tanto atteso summit per il G8, evento del quale i maddalenini, senza per questo volerne agli abitanti dell’Aquila, si sono sentiti scippati confidando proprio nell’attenzione mediatica che ne avrebbe sortito per rilanciare l’economia dell’isola che, incentrata nella presenza della base americana, finché c’è stata, oggi cercano una nuova certezza reddituale.

Qui e ora non voglio affrontare un discorso di politica e di economia che ci porterebbe lontano e, soprattutto, non renderebbe giustizia a quest’isola che possiede, realmente, l’essenza degli scorci più belli della Sardegna.  

 

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la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

La Maddalena è un’isola, ora dirò un’ovvietà, che va vista essenzialmente dalla barca: a fronte delle spiagge più celebri – Bassa Trinita, Cala Lunga, Spalmatore, su La Maddalena, e poi Cala Coticcio, Cala Brigantina, la spiaggia del Relitto a Caprera – ce ne sono decine di altre raggiungibili solo dal mare, con uno dei gommoni che numerosi noleggiatori mettono a disposizione dei turisti in diversi punti dell’Isola. Oppure con una propria imbarcazione (ricordando che ci troviamo all’interno di un Parco e alcune zone sono off limits oltre ad una navigazione sottocosta che può essere problematica per il navigante inesperto e distratto a causa di scoglietti affioranti e qualche secchetta sparse qua e là. Ma niente paura: il sottoscritto ha navigato per parecchi mesi in queste acque con uno sloop di 47’ senza alcun problema, basta porre – appunto! – attenzione alle carte e ai fondali.







Certo è che questo arcipelago, un po’ per la relativa vicinanza tra le varie isole che ne fanno parte, un po’ per la stessa morfologia, è un territorio da esplorare assolutamente via mare.

Alt. Un attimo di pausa: è vero che La Maddalena va assolutamente vista dal mare, ma senza dimenticare di dedicare tempo anche ad un approfondito giro a terra, sia sull’isola che da il nome all’arcipelago, sia su Caprera, collegata da un ponte, sia sulle altre isole, raggiungibili, ovviamente, solo via mare: Spargi, Budelli e la sua mitica spiaggia rosa (ormai da lungo tempo off limits per i numerosi turisti che, incuranti del danno biologico ed estetico che compivano, si portavano regolarmente a casa un souvenir costituito da un boccettino della sua sabbia mista ai residui dei crostacei che, dissolvendosi nel tempo, conferiscono le particelle rosa che la rendono così particolare), Santa Maria, Razzoli…

 Quando arrivi a Palau – una quarantina di chilometri a nord di Olbia, dove si sbarca con i traghetti “dal continente” – e ti rovi l’Isola lì di fronte ti sembra di averla già tutta in mano, dispiegata davanti ai tuoi occhi. In realtà quando sbarchi e inizi a girarla, alla scoperta delle spiagge dove poter fare il semplice bagnante, ti trovi ad entrare in una natura ancora realmente selvaggia e che offre una infinità di spunti al fotografo, ma anche al trekker.

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

Personalmente considero La Maddalena un’isola “per caso” in quanto la relativa vicinanza a terra (solo una ventina di minuti di ferry per raggiungerla da Palau, e in gommone ci si mettono poco più di dieci minuti) e la vicinanza con le altre isole dell’arcipelago la allontanano, ovviamente, dalla classica icona dell’isola che appare improvvisamente dal mare deserto, ma questa situazione morfologica anziché essere un limite costituisce in realtà un pregio in quanto offre un ventaglio ancor più ampio di possibilità di immersioni, oltre alle altre attività – spesso legate al vento e alla vela che qui sono di casa – che in queste acque si possono esercitare.


Quando poi passi il ponte con Caprera e inizi a percorrere qualche sentiero, risali ai forti eretti qua e là sulla skyline dell’isola, scendi alle spiagge più belle dell’isola, Cala Coticcio (che qui chiamano, con discutibile esterofilia, “Tahiti”, e mi piacerebbe sapere se nell’isola polinesiana esiste qualche baia intitolata a questa, splendida, che non teme il confronto con nessun’altra tropicale…), Cala Brigantina, o, senza la fatica di una camminata su e giù per sentieri più o meno scoscesi, ai “Due Mari” o a Punta Rossa o a Porto Palma, sede anche del Centro Velico Caprera, allora realmente ti rendi conto di quanto la natura qui la faccia ancora da padrona.

 Prima osservazione: la pesca subacquea (ovviamente rigorosamente in apnea!) è concesso solo e soltanto ai residenti, qui come in molti altri Parchi Marini (non sono informato sulla situazione di TUTTI i Parchi, ma ho il sospetto che certe regolamentazioni siano fotocopia l’una dell’altra…), il che significa che l’apneista milanese, o bolzanino, o torinese, o romano o, insomma, di qualunque altra parte d’Italia, non avrà mai il diritto di esercitare l’attività che ama di più e dovrà appendere il fucile al chiodo perché, è evidente, che se io nasco in città non potrò mai pescare da nessuna parte, in Italia, visto che la “parchizzazione selvaggia” – a mio avviso molto spesso solo una formula per creare posti di lavoro per i locali (e, lo ripeto, non mi riferisco solo alla situazione dell’Arcipelago della quale, peraltro, da questo punto di vista non posso dir nulla) – sta arrivando a coprire praticamente tutte le coste, anche quelle dall’interesse biologico e naturalistico veramente scarso…

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

Ma per noi il fascino vero inizia appena mettiamo il naso sott’acqua, va detto subito che La Maddalena è situata nel Parco Marino che dall’Isola prende il nome e che è esteso a tutto l’Arcipelago. Prima di iniziare a parlare nello specifico di quello che offrono alla vista del subacqueo queste acque spendiamo due parole sul Parco, due parole che non sono da intendersi legate solo all’istituzione maddalenina ma, piuttosto, all’ordinamento generale dei Parchi Marini in Italia, delle Aree Marine Protette e, insomma, di tutte le forme di protezione ambientale e territoriale che riguardano il mare.


Con, in più, il danno e la beffa dovuti al fatto che, invece, la pesca di superficie professionale (ma anche quella amatoriale) è assolutamente consentita, e non serve a nulla aver dimostrato in anni di verifiche, dibatti e battaglie che il prelievo ittico di un peschereccio in un giorno supera di gran lunga quello di numerosi sub nell’arco di un anno.

Non sono un amante degli sterminii, personalmente ho appeso il fucile al chiodo una decina di anni fa (ma ogni tanto me ne torna la voglia) per ragioni emotive, personali. Non sono quindi direttamente interessato alla faccenda, ma devo dire che l’unico Parco Marino che ho visto funzionare bene all’epoca in cui ci ho vissuto e operato con un diving mio, sia per la zonazione sia per la lungimiranza delle leggi che ne regolavano il funzionamento, e mi riferisco a Ustica dove, finché ci sono rimasto io, a metà degli anni ’90, le tre zone “A”, “B” e “C” erano state studiate in maniera di non togliere ai subacquei le zone più belle, senza nulla togliere all’efficienza della zona di ripopolamento, e la possibilità di pesca per tutti non limitava affatto la presenza di pesce che, al massimo, si faceva più smaliziato e si spostava nella zona di tutela parziale, la zona “B”.

 

 


 


 

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

Ora smetto questo discorso generale e ritorno a La Maddalena e a quello che trovi nelle sue acque. Alcune immersioni verranno descritte in altra parte di questo articolo, più in generale devo dire che, dal punto di vista faunistico, l’Arcipelago offre degli incontri davvero esaltanti, magari complice la particolare posizione geografica, all’uscita delle Bocche di Bonifacio e di fronte alle acque profonde del Mediterraneo che separano Sardegna e Corsica dal “continente”, magari anche per il buon funzionamento dei meccanismi del Parco, sta di fatto che in certi momenti (ma agosto, va detto, non è nemmeno qui, come nel resto dei mari, il mese più felice) ci si può imbattere in specie particolari o in esemplari dalla taglia “king size” di razze magari un po’ più comuni.






Personalmente, tra gli incontri di questa estate 2009, sono incappato nela leccia, parente stretta della ricciola, che erano molti (tanti davvero!) anni che non vedevo più; in un’altra immersione ho trovato quello che probabilmente è il più grosso trigone  che abbia mai visto in vita mia: io mi sono avvicinato a 50 centimetri per fotografarlo, finché lui, annoiato dalla mia presenza, ha deciso di andarsene con eleganza con una sorta di “carezza” della sua pancia sulle mie mani ma senza intenzioni aggressive nei miei confronti, da questa distanza l’avevo stimato grande, più di un metro, forse un metro e mezzo, i compagni di immersione che hanno assistito alla scena da qualche metro più in alto asserivano invece che era grande più o meno come me, forse un po’ di più, sui due metri di diametro, per intenderci (poi, in barca, mi è venuto fatto di pensare all’aculeo della coda che, per mia fortuna, ha deciso di non utilizzare a mio danno, brrr….). nella stessa immersione abbiamo incontrato anche un altro trigone  grande (ma non come il primo!) e una bella aquila di mare.

 

 


 


 

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

Aquila di mare che è peraltro facile incontrare in diversi siti di immersione nelle acque dell’Arcipelago, così come branchi di quei pesci che, conosciuti inizialmente come “lucci di mare, gli è stato attribuito più correttamente il nome che è loro più proprio; “barracuda” visto che questi – Sphyrena sphyrena – sono parenti stretti di quelli, più grandi, tropicali, gli Sphyrena zigana.






Ma le sorprese non si fermano qui: pesci più comuni come i saraghi (ma non solo il classico Diplodus vulgaris caratterizzato dalle due strisce ma anche il sarago pizzuto – o puntazzo – o altre specie meno consuete i cui nomi sfuggono anche a me, che biologo non sono) o le corvine, o le orate tutti in dimensioni che garantirebbero – per ogni esemplare – una cena soddisfacente come piatto unico per tre-quattro commensali di buona forchetta, e scusate il parametro da (ex) cacciatore subacqueo, ma non trovavo nulla di meglio per magnificarne le dimensioni.

E, naturalmente, incontri con la regina del Mediterraneo, sua maestà la cernia, dalla classica Epinephelus guaza alle varie altre specie della famiglia, pure loro ai massimi traguardi che in media possono raggiungere, come dimensioni e peso, gli appartenenti alla loro razza, e poi ancora dentici, ma anche – ovviamente un po’ più immobili – esemplari di Alicia mirabilis o di cavallucci marini, magari a poche decine di metri di distanza dalla spiaggia dove i bimbi fanno il bagno, ad un paio di metri di profondità (i cavallucci).

Dal punto di vista morfologico questi fondali non sono – per gli appassionati dei “luna park subacquei” come il sottoscritto che ama grotte e passaggi e passeggini vari – il massimo ma, tra alcuni bei drop off, la costituzione del fondo spesso in panettoni vari, alcuni canyon alla cui uscita, o circumnavigandoli, a volte ti trovi di fronte la “sorpresa” come tre belle orate da sette-otto chili l’una o tritoni come quello che mi è stato dato in sorte di incontrare, anche questo aspetto, in fondo, può superare abbondantemente la sufficienza.

I diving sull’isola sono quattro dei quali ne ho personalmente provati due, e ne parlerò in altra parte dell’articolo, e, in generale, sono tutti bene attrezzati e competenti.

 

 


 

un sarago pizzuto disturbato in tana

un sarago pizzuto disturbato in tana

L’unico problema – e scusate se torno ad un argomento non strettamente legato a La Maddalena ma che riguarda le norme dei Parchi Marini in generale – riguarda i limiti che i diving sono costretti a far rispettare perché imposti loro, in questo caso, dalle ordinanze delle locali Capitanerie di Porto che impongono il rispetto dei limiti di immersione relativi al brevetto di cui si è in possesso, per cui non conta nulla se un Open Water abbia effettuato in carriera centinaia o, addirittura, migliaia di immersioni in tutti i mari e in tutte le condizioni: nelle zone di mare italiane dove vigono queste norme liberticide, dovranno limitarsi a scendere sempre e solo entro i diciotto-metri-diciotto della loro abilitazione. Anche in assenza di una legge quadro che regolamenti e sancisca questi limiti a livello nazionale. Se non è un arbitrio questo vorrei sapere a quale livello sia necessario arrivare per dare questa definizione!


Più in generale trovo assurdo che un limite di profondità consigliato dall’agenzia certificatrice venga assunto come limite obbligatorio da enti e istituzione che, oltretutto, non possiedono nemmeno le competenze tecniche per fare queste valutazioni. È, in fondo, anche questo un segno di una mentalità che l’Uomo sta acquisendo e che lo sta sempre più allontanando dall’originale (e benefico!) impulso alla scoperta, alla ricerca, alla sfida ai propri limiti ma, soprattutto, all’anelito ad andare più in là, a vedere ciò ancora non è stato visto.





Mi si può dire che i pionieri hanno corso rischi (secondo alcuni inaccettabili) e che, in ogni caso, un incidente ad un subacqueo ha un costo rilevante, in termini economici, per la comunità. Mi sento di rispondere che, per chi ama la ricerca e l’esplorazione, nessun prezzo da pagare è troppo alto per quello che può riportare dalle proprie immersioni (anche se, ovviamente, non conosco nessun autolesionista tra coloro che amano le immersioni profonde o impegnative, in grotte, relitti, ecc…) e per quel che riguarda l’aspetto economico posso solo rilevare, con amarezza, che se una società arriva a monetizzare la passione “imbalsamando” coloro che accettano in proprio il rischio per offrire alla società tutta una nuova scoperta – anche piccola – o anche solo un germe in più di passione, è una società destinata a non osare più, a chiudersi sui propri allori (conquistati da coloro che, invece, le sfide le hanno accettate e affrontate!). 

 


 

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

In ogni caso le immersioni nell’Arcipelago possono essere condotte a quote di assoluta sicurezza, per tutti i livelli di brevetto, e gli incontri non mancano di certo: le grandi cernie, in certi siti, le puoi trovare già dai sei-sette metri (e ti vengono pure incontro…), il trigone – se non ricordo male – l’ho incontrato intorno ai trenta metri, la leccia ad una decina così come i grandi saraghi e le orate…

Ancora poche parole sull’Isola, per concludere: La Maddalena ha anche una vita di animazione piuttosto ricca, soprattutto in estate, non è un luogo nel quale a parte la vita di mare non ci sia null’altro, le giornate qui – se uno lo desidera – si possono concludere, come in altre località note magari solo per questa caratteristica, alle prime luci dell’alba, con un intermezzo, magari, a mezzanotte per andarsi a mangiare la focaccia appena sfornata – 1 euro al pezzo e il manipolo di aficionados seduti sui gradini ad aspettare l’apertura della porta del forno – o l’ultimo drink nel bar affacciato sul mare con il gruppo musicale (trovi di tutto, dal jazz, al rock anni ’60, al metal, house e chi più ne ha…) dal vivo che ti fa da sottofondo più o meno romantico.

Questi, più o meno, ma più “meno” che “più” perché non è qui possibile riportare il profumo del sottobosco sardo o l’emozione delle stellate delle quali si può godere dai punti più bui (e romantici…), sono le ragioni che invitano ad una visita a questo Arcipelago, sarà forse banale dirlo ma questo è veramente tutto.

Se vi sembra poco…












LUGLIO 2009: IL PRIMO “TIGRE NON SI SCORDA MAI

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati

la "spiaggia del dugongo"

la "spiaggia del dugongo"

foto di Walter Scotti e Luigi Del Corona

 

 

 

Mar Rosso

 

Gigi. Non abbiamo mai descritto viaggi ed immersioni nel Mar Rosso: una vera e propria contraddizione. Sia Cri che il sottoscritto ci siamo infatti brevettati laggiù ed è il mare che in assoluto abbiamo più frequentato per dar sfogo alla comune passione. Ho sempre ritenuto molto semplice recarsi in quei luoghi, tra i pochi al mondo dove conviene acquistare un “pacchetto all inclusive” piuttosto che praticare i “turisti fai da te”, e che pertanto non ci fosse bisogno di fornire consigli di viaggio. Un’emozionante avventura capitataci lo scorso mese di Luglio ci ha fatto cambiare idea decidendo che valesse la pena raccontarla.

 

Cri. Quando Gigi mi propone di tornare in Egitto sono molto perplessa. I ricordi sono bellissimi proprio perché l’abbiamo frequentato soprattutto molti anni fa, fra l’altro discendendo il Nilo fino ad Assuan e circumnavigando il Sinai in moto nel ‘90, quando le sue coste erano quasi intatte. Ho un po’ paura della delusione del ritorno, ma, avendo solo una settimanella di vacanza libera da impegni familiari, decidiamo di accogliere la proposta del nostro abituale amico fotosnorkel Walter e di trascorrerla ad Abu Dabbab, nelle vicinanze di Marsa Alam, sulla meglio conosciuta “spiaggia del dugongo”.

 

Gigi. Un salto in un’Agenzia sotto casa e tutta l’organizzazione del viaggio, che di solito richiede un sacco di tempo, viene risolta in pochi secondi. L’unica cosa che mi infastidisce è lo scoprire che non solo la compagnia aerea AIR ITALY non concede nessun bonus extra per l’equipaggiamento ai subacquei ma che sarebbero stati molto fiscali nel pesare il bagaglio a mano (5 kg) e quello imbarcato (15 kg). Gli orari di partenza e di arrivo a Malpensa sono nel cuore della notte. Poco male: lasceremo la vecchia auto in un parcheggio scoperto il cui costo è concorrenziale con l’andata e ritorno di tre persone in autobus, che per altro in quegli orari non funziona.

 

Cri. Dopo quattro ore di volo si atterra nell’aeroporto privato di Marsa Alam. Sbrigate le formalità doganali, il pullman della Swan Tour ci deposita all’ingresso del Abu Dabbab Diving Lodge, un semplice ma essenziale albergo a tre stelle composto da soli 60 bungalows di legno. Basta attraversare la strada litoranea e ti trovi sulla omonima, bella spiaggia attrezzata di lettini ed ombrelloni. L’atmosfera dell’albergo è familiare, anche perché gli ambienti comuni sono quasi intimi e non c’è animazione. Tutto è a misura di un turismo tranquillo e quindi più tarato sulle nostre esigenze. Il personale è gentilissimo, la cucina assolutamente accettabile. http://www.swantour.it/inside.asp?idPag=20&id=dest02&tab=prodotto&dest=Marsa+Alam&idDett=323

 

Gigi. Dopo aver consumato un rapido pranzo a buffet ci dirigiamo alla volta dell’ORCA DIVECLUB per prendere i necessari contatti. È a gestione tedesca ma quasi tutto il personale, ad eccezione del capo e della sua compagna, è di nazionalità egiziana. Conosciamo subito Ibrahim, il giovane e simpatico dive master che diventerà il nostro punto di riferimento ufficiale (parla un ottimo italiano) anche se avremo modo di frequentare o immergerci con Bob, Hassan, Michael, tutti estremamente cordiali.

 http://www.orca-diveclub-abudabab.com/english/divecenter.php

 

Cri. Le immersioni si svolgono così:

a) direttamente dalla spiaggia quando si vuole, basta segnarsi sul foglio e prendere una bombola. Si esplorano i due reef a Nord o a Sud della baia.

b) con un minivan che ti porta su altre spiagge, nel raggio di una trentina di chilometri, da cui si entra in acqua “a piedi”. Sia di mattina che di pomeriggio.

c) in gommone con partenza la mattina intorno alle 9 per visitare dei reef (shaab in arabo) prospicienti la baia.

d) in gommone per Elphinstone Reef, con partenza la mattina presto alle 5.30, per fruire delle migliori condizioni di mare. Distante una ventina di minuti è la meta più ambita e famosa!

e) su una grande barca da crociera che, partendo dal porto di Marsa Alam tutti i martedì, offre un’escursione di un’intera giornata con due immersioni ed il pranzo.

 

Gigi. Veniamo, giustamente, obbligati a fare un “check dive” dove abbiamo il dispiacere di ri-scoprire che

quelle acque sono molto salate e che di conseguenza dovremo aggiungere la bellezza di 4 Kg alla cintura dei pesi rispetto a quelli recentemente utilizzati nei mari delle Filippine. Io, in particolare, che mi son portato una muta da 5mm dovrò scendere con addirittura 10 kg e Cri raddoppia da 3,5 a 7 kg. Mi sento goffo come un astronauta ma non c’è niente da fare o così o… galleggio come un sughero. Poi finalmente sgonfiamo il giubbetto e sprofondiamo dolcemente nelle calde acque della baia.

 

una tartaruga che "bruca" sul fondo

una tartaruga che "bruca" sul fondo

Cri.

Ci hanno già informato che, purtroppo, il mitico dugongo quest’anno se n’è andato in ferie da qualche altra parte. La delusione è mitigata dall’incontro con una nutrita colonia di tartarughe stabilitasi nel piccolo golfo grazie alle posidonie, ormai piuttosto spelacchiate, che fanno da tappeto al fondale sabbioso. Ed è proprio nascosto in un ciuffo verde che un esperto sub tedesco che ci accompagna scova un delizioso cavalluccio marino, piuttosto raro da quelle parti al contrario dei “cugini” pesci ago che osserviamo in quantità. Subito a seguire ci relazioniamo a lungo con una bella seppia che volteggia a mezz’acqua per nulla intimorita dalla nostra presenza.

 

 

 

Gigi. Tra gli ospiti fissi dei due reef, Nord e Sud, che delimitano il piccolo golfo non manca mai il pesce coccodrillo, lo squalo chitarra ed una piccola aquila di mare che svolazza tranquilla spingendosi fin quasi a riva. Si incontrano comunemente trigoni a macchie blu, branchi di triglie, di trombetta, fucilieri e chirurgo, oltre a lion fish, calamari, murene, pesci palla, pesci pagliaccio e altri più comuni ma non meno belli pesci di barriera. Le tartarughe sono così numerose che non fanno più notizia. Un luogo molto adatto anche per lo snorkeling.

 

giocando con i delfini

giocando con i delfini

Corso Nitrox

 

 

 

Cri. Immersioni e diving sono l’elemento assolutamente centrale della nostra vacanza. Ci facciamo per di più convincere a fare il corso Nitrox per cui il tempo di non immersione, reale o mentale, da dedicare a snorkeling e spiaggia, è ulteriormente ridotto. Data la mia indubbia pigrizia e il mio desiderio di spazi di vuoto diciamo meditativo, mi sembra di essere troppo al di sotto della giusta soglia di inattività vacanziera. Per Gigi è un po’ l’opposto perché lui ama di più i ritmi intensi senza eccessive pause.

Il corso, che decido di frequentare con l’obiettivo di diminuire la stanchezza da immersioni plurime, mi provoca una certa apprensione quando leggo della pericolosità dell’ossigeno nel caso di eventuali inadeguatezze nel caricamento della bombola o nella misurazione della pO2. Anche Giovanni, un simpaticissimo istruttore italiano conosciuto laggiù, mi conferma questo elemento negativo.

 

Gigi. Le ansie di Cristina non l’abbandonano mai… Personalmente ero solo preoccupato di dover studiare il manuale di notte e rispolverare le vecchie tabelle ormai in disuso. Michael, l’istruttore che ci tiene il corso, è estremamente gentile e paziente, ma l’esamino finale consta principalmente di problemi matematici piuttosto impegnativi che ci fanno grondare sudore, anche per i tempi ristrettissimi di preparazione. Promossi!

 

i delfini in branco

i delfini in branco

Delfini a tu per tu

 

 

 

Gigi. La gita in barca a Shaab Marsa Alam, un reef a circa 10 miglia dalla omonima brutta cittadina, occupa piacevolmente tutta la giornata. Arrivati al porto, privo di moli d’attracco, si deve trasbordare armi e bagagli, tramite un gommone, sulla bella imbarcazione da crociera che ci attende alla fonda. Appena raggiunta la nostra meta e mentre il “briefing” di Ibrahim è in pieno svolgimento viene avvistato un branco di delfini che sfila non lontano dalla barriera corallina semi sommersa cui siamo ormeggiati.

 

 Cri. L’eccitazione pervade l’intero gruppo. Le nostre guide, con grande tempismo e sensibilità, ci invitano a saltare alla svelta sul gommone appoggio muniti di sole pinne e maschere per tentare di raggiungere gli amici mammiferi marini. Ovviamente lo Zodiac non può contenere tutti i gitanti ma noi siamo abbastanza lesti. L’emozione è palpabile per l’incontro inatteso ed insperato. Un minuto di navigazione, si spegne il motore e ci catapultiamo in acqua pinneggiando come forsennati.

 

Gigi. Ci sono due coppie di stenelle (probabilmente due cuccioli con le rispettive mamme) che si avvicinano sempre di più. Io mi trovo un po’ più avanti rispetto agli altri ed ho la fortuna di avere una bella interazione con un “adolescente” che prima dà ampio sfoggio delle sue abilità natatorie, inabissandosi e risalendo più volte con il capo rivolto verso di me, poi decide di approfondire la conoscenza e mi gira ripetutamente attorno a distanza di una carezza che, a stento, mi trattengo dal dare. Sono commosso dal constatare, ancora una volta, come questi simpatici cetacei cerchino il contatto con gli esseri umani con cosi tanta naturalezza venendone invece ricambiati con le spadare che ne uccidono in quantità ogni anno!

 

Cri. Rientrati a bordo ci infiliamo la muta e saltiamo in acqua per la prima immersione della giornata che risulterà essere una delle più “anarchiche” che ci siano mai capitate. Oltre a me, Gigi ed Ibrahim che ci guida il gruppo è formato da due simpatici romani, fratello e sorella e da una coppia di svizzeri che invece “sembrano” madre e figlio ma non lo sono (pettegolezzi a ruota libera). In sintesi mentre il mio buddy ed io seguiamo ordinatamente la guida, le altre due coppie se ne vanno letteralmente per conto loro: i romani per inesperienza e gli svizzeri per supponenza. I coralli sono molto belli e formano dei fantastici canyon. Il pesce è invece scarso: vediamo un pesce leone, una grossa murena ed una tartaruga. Durante un “time out” chiesto da Ibra per riassemblare il gruppo giochiamo a lungo con un curioso pesce pipistrello. Il ragazzo romano alla fine del suo yo-yo rimane ovviamente senz’aria. Segue cazziata del dive master.

 

un "porcupine"

un "porcupine"

Gigi.

Consumato il pranzo a bordo, mentre siamo intenti a far la siesta, viene avvistato un consistente gruppo di stenelle che si era nel frattempo ridossato sottovento al reef semicircolare a trecento metri da noi. Pronti, via! Seconda spedizione in gommone in cui lasciamo spazio ad altri. Questa volta si tratta di almeno una ventina di stenelle che si fanno sì fotografare, a lungo e abbastanza da vicino, ma che non desiderano giocare ed esibirsi in acrobazie. Probabilmente il capo branco pretende più disciplina quando sono in “formazione”.

 

 

 

 Cri. Nella seconda immersione sorvoliamo delle maestose cattedrali di corallo, passiamo in un tunnel, ma il pesce è sempre scarso. Verso la fine veniamo ricompensati da un Napoleone che ci gira a lungo intorno e si mette a fare le “boccacce” estroflettendo notevolmente le labbra come e più di talune attricette nostrane “botulinizzate” in modo spaventoso.

 

Suspence ad Elphinstone Reef

 

Cri. Ci eravamo tenuti “il meglio ed il più impegnativo” delle immersioni giustamente per ultimo, per arrivarci più preparati. Poi un crescendo di combinazioni e di casualità lo ha reso parecchio stressante.

 

Gigi. Andiamo per ordine e cerchiamo di ricostruire le tappe. Nel Luglio 2001 feci le mie prime due immersioni su quel reef senza Cri perché ai tempi non era ancora “advanced”. Ebbi la fortuna di non trovare sostanzialmente corrente e mi ricordo di aver ammirato, come top, uno splendido squalo grigio a -34 metri sullo zoccolo Nord. Marsa Alam era stata aperta da poco al turismo e c’erano molti meno sub di adesso.

 

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

Cri.

Non abbiamo mai avuto timore degli squali, anzi appoggiamo la campagna a difesa di queste magnifiche creature. Poi in primavera c’è stato l’incidente della turista francese morsicata da un Longimanus e morta dissanguata. Arrivati ad Abu Dabbab una sera, dopo cena, in hotel ci viene raccontata la storia dei 4 sub russi dispersi in mare dopo essersi immersi ad Elphinstone e mai più ritrovati. http://www.viaggierelax.it/viaggi/index.php?option=com_content&task=view&id=200&Itemid=102

 

 

A seguire le nostre guide ci mostrano sullo schermo di un PC un video realizzato da un turista dove parecchi Longimanus girano freneticamente attorno ad un gommone, con i sub in acqua, andando a sbattere ripetutamente contro l’obiettivo della telecamera nell’intento di curiosare. Per ultimo ci informano che proprio quella mattina – per la prima volta- sono stati avvistati DUE SQUALI TIGRE (2!) ad ELPHINSTONE REEF!!! Inoltre il simpatico Ibrahim continua a ripetere, tra il serio ed il faceto, che secondo lui ci saranno prossimamente altri incidenti in quel luogo. Può bastare???

 

Gigi. Riceviamo un SMS di amici italiani che ci chiedono quando rientriamo in Italia ed io a questo punto rispondo: ”se domani non veniamo pappati dagli squali… lunedì prossimo”. Quando li incontrerò successivamente mi diranno che avevano giudicato quel messaggio ” una delle tue solite battute” ignorando

il fondo di verità nascosto.

 

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

Cri.

Il mio gene dell’ansia lavora nella notte in attesa del briefing delle 5,30 del mattino. Penso soprattutto alla corrente che mi può disperdere chissà dove e al contatto con questi squali che sembrano aver cambiato il comportamento nei confronti dell’uomo grazie al sempre più frequente shark-feeding. Mentre il gommone sfreccia sulle acque calme dell’alba i pensieri turbinano nel cervello. C’è ancora poca luce. Siamo in cinque: noi due, due tedeschi con l’aria molto “navigata” e la guida Hassan con 6000 immersioni all’attivo. Arrivati a destinazione, prima di immergerci, Hassan verifica la direzione della corrente e dà le ultime istruzioni: niente ritrovo in superficie, si va giù a GAV sgonfio, ci si incontra a 5m e poi rapidamente ci si porta sul versante W per costeggiarlo. Date le profondità preventivate di 35-40m, noi optiamo per le bombole ad aria, per non arrivare ai limiti di pO2 da “contingenza”, mentre i due tedeschi il nitrox, ed infatti staranno sempre qualche metro sopra di noi. Alla fine il prodotto della mia agitazione è che scendo da sola per ultima e raggiungo in ritardo il punto di riunione; gli altri sono già avanti che pinneggiano veloci mentre io sono alle prese, fra l’altro, con i miei soliti problemi di compensazione. Si scende rapidamente a 36m e si continua a starci nuotando controcorrente e consumando di conseguenza un bel po’. Sono lì che arranco nella penombra quando avvisto ad una decina di metri sulla sinistra uno squalo tigre e lo segnalo agli altri che stanno guardando altrove. Uhauu!! Che morsichi o non morsichi la sua affascinante sagoma sullo sfondo del blu mi lascia senza fiato!

 

 

 

Gigi. Il mio “database” cerebrale non aveva la certezza che fosse proprio un TIGRE, come ci venne successivamente garantito dalla guida, anche se dopo tutti i discorsi della sera prima ne ero piuttosto convinto. Comunque era lungo almeno 4 metri ed aveva un colore striato sul giallo che non avevo mai visto prima. A differenza di Cri tenevo nel frattempo molto sotto controllo il computer che mi diceva: 3min NO DECO, 2min NO DECO, 1min NO DECO cercando di attirare l’attenzione di Hassan che mi ripeteva OK, OK, OK. Avendo però nuotato troppo a lungo contro corrente a 35 e passa metri il manometro segnò i 100 bar poco prima che giungessimo all’estremità Nord del reef. Prima di iniziare la risalita sul lato Est scorgemmo, sì, un bel Napoleone ma mi sembra di poter dire che anche lì la quantità di pesce è molto diminuita negli anni. Terminata la consueta safety stop, Hassan che aveva già gonfiato il pedagno, ci fa segno di star sotto mentre lui emerge in cerca del gommone. Strana procedura, pensiamo noi. Poi, con lo Zodiac a perpendicolo sulle nostre teste, fa gesti di risalire rapidamente e di saltare a bordo. La spiegazione di Hassan su queste inconsuete manovre è che con dei “tigre” nei paraggi è meglio non mettere in evidenza le nostre sagome in superficie per non dare spunto (o meglio spuntino) agli zebrati pesci cartilaginei di attaccare dal basso verso l’alto com’è loro abitudine. Si rientra alla base contenti per l’esperienza vissuta e ancor di più per poterla raccontare agli affezionati lettori. Non credo che torneremo presto ad Elphinstone. Il mio motto rimane: IL BRIVIDO MA NON IL RISCHIO.

 

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Unica nota stonata

 

 

 

Si riparte in piena notte, l’aeroporto è gremitissimo di turisti italiani che rientrano a casa. Arrivati al bancone

del check-in abbiamo la sgradita sorpresa di risultare complessivamente in eccesso di 6 Kg. Nessuna tolleranza. L’eccedenza ci viene fatturata ben 10€ al Kg per un totale di 60€ che uno scortesissimo ed aggressivo funzionario ci intima di pagare seduta stante e senza fare storie. Rimaniamo esterrefatti. Mai ci era capitata una cosa simile. Al di là dell’esborso pecuniario… è la sensazione di essere trattati come dei malfattori che ci disturba assai. Tra l’altro questo odioso balzello non può che ritorcersi contro la stesso indotto turistico locale. Quale vacanziero (dovendo già fare i conti con i 15+5 Kg) si permetterà di acquistare ancora souvenir? Quanti subacquei come noi non rimpiangeranno le compagnie aeree (specie quelle dirette ad oriente) che concedono 30 Kg più un bagaglio a mano che non viene nemmeno pesato???

 

 

 

gigi&cri@sottacqua.info





SEA WORLD SCUBA CENTER

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


l'ingresso del diving di fronte alla banchina di Cala Gavetta

l'ingresso del diving di fronte alla banchina di Cala Gavetta

La posizione è certo invidiabile così come l’imbarcazione di appoggio: il SEA WORLD SCUBA CENTER di Gianluca Casaccio è sito nella posizione più centrale per coloro che frequentano il mare, a meno di venti metri dalla banchina di Cala Gavetta, il principale porto – turistico e non – dell’Isola. Gianluca, romano transfuga per le acque cristalline di questo Arcipelago, oggi opera con una barca in vetroresina di 11 metri, chiusa per il maggior comfort dei sub, e ha nei progetti per il 2010 l’acquisto di un catamarano di 14 metri per crociere subacquee nell’Arcipelago ma anche più a lungo raggio.


Il diving offre il noleggio, la possibilità di accompagnamento in barca anche per i non sub (mogli o – perché no?!? – mariti non ancora contagiati dal virus dell’immersione), giornate “full day” premiate da un aperitivo finale a base di salsiccia sarda e pane carasau in una delle baie più affascinanti dell’Arcipelago ma, soprattutto, competenza, passione e precisione che ho personalmente avuto modo di apprezzare (anche salsiccia e carasau…) nelle immersioni fatte con loro…

 

SCHEDA DIVING SEA WORLD SCUBA CENTER 

 

 


 

Gianluca al timone dell'imbarcazione del diving

Gianluca al timone dell'imbarcazione del diving

STAFF



 

 

GIANLUCA CASACCIO (titolare, istruttore PSS E PADI)


ALESSANDRO PONTEGGI (istruttore PSS E PADI)

SERENA BOTTARO (istruttrice PSS)

 

PERIODO DI APERTURA aprile-ottobre 

 

DIDATTICHE ADOTTATE PSS (PADI SU RICHIESTA)

 

TIPI DI BREVETTI RILASCIATI DA OWD A DIVEMASTER, CORSI DI SPECIALITA’ PSS E PADI

 

COSTO IMMERSIONI IMMERSIONE SINGOLA 40 €, PACCHETTO 6 IMMERSIONI 200€, PACCHETTO 14 IMMERSIONI 350 €

 

 


 

con il diving tra le rocce di Razzoli

con il diving tra le rocce di Razzoli

IMBARCAZIONI UTILIZZATE

 Per quanto riguarda il trasporto dei subacquei il diving dispone di una considerevole flotta. Fiore all’occhiello del diving è sicuramente la nuovissima barca progettata da subacquei per i subacquei. La Sea World II è un imbarcazione dotata di tutti i confort per trascorrere indimenticabili escursioni garantendo praticità e funzionalità. La Sea World II, varata il 05/07/2005, è sicuramente quanto di meglio si possa trovare oggi sul mercato. Lunga mt 11,30 e larga ben mt 3,70 con due motori turbo diesel in linea d’asse da cv 270 permette di trasportare 15 sub comodi alla velocità di 25 nodi.



L’imbarcazione dispone di un grande zona diving dove riporre tutta l’attrezzatura, ampia spiaggetta di poppa a livello pozzetto con due comodissime scalette per entrate e risalite dall’acqua, bagno, cucina, cabina con due posti letto, ampio prendisole portante sopra il pozzetto e di prua dove potersi rilassare al sole prima e ,dopo le immersioni, impianto acqua dolce di lt 300 e 2 doccette di poppa.

Per quanto riguarda la sicurezza in navigazione la barca dispone di GPS cartografico, ecoscandaglio, radioVHF, quattro pompe di sentina, impianto antincendio e quant’altro previsto dalle normative in vigore. A bordo in inoltre è sempre a disposizione un kit di pronto soccorso e bombola di ossigeno di emergenza.

È previsto, per l’estate 2010, l’arrivo di un nuovissimo catamarano Lagoon 400 che effettuerà crociere subacquee in Sardegna e Corsica.

 

 

capacità di ricarica (quanti mc./ora) 1 compressore Bauer verticus silenziato da 16.000 Lt/H aria nitrox 

 

 


 

il briefing prima dell'immersione

il briefing prima dell'immersione

quante/quali attrezzature a noleggio



 

Un fornito e  parco attrezzature è a disposizione per tutti i clienti, il diving:

20 erogatori completi

20 gav

50 bombole da lt 6,10,12,15,18 tutte biattacco din e int

25 mute uomo donna bambino

20 set pinne maschera boccaglio

 6 illuminatori

 4 computer subacquei aria nitrox

  

IMMERSIONI PROPOSTE (10 immersioni:  – Profondità massima – Tipo di fondale – Visibilità – Difficoltà)

Immersioni nel parco nazionale della Maddalena

 

SECCA DI WASHINGTON Secca con cappello a 6 mt sempre caratterizzata da una ricca presenza faunistica, come cernie, barracuda, dentici, orate e la particolare presenza di aquile di mareProfondità massima 35mt. Difficoltà medio-alta, immersione svolta anche in corrente con barca che segue  


 

PUNTA COTICCIO E ANCORE  2 siti di immersione, la prima caratterizzata da canyon e fauna stanziale come murene, cernie e nudibranchi e l’altra più profonda dove è possibile vedere 2 antiche ancore romane poggiate sul fondaleProfondità massima 18 mt e 40 mt. Difficoltà facile la prima e alta la seconda

 

 


 

inizia la discesa

inizia la discesa

I PICCHI DI PUNTA COTICCIO 2 pinnacoli sommersi con 2 panettoni esterni che consentono 2 differenti immersioni caratterizzati da cocci d’anfore a fauna stanziale e per la presenza di un grongo (Pippo)Profondità massima 20 e 42 mt. Difficoltà facile e medio alta


 

SECCA DI SPARGIOTTELLO  2 panettoni divisi da un canyon, offre punti spettacolari per la fotosubProfondità massima 38 mt. Difficoltà media

  

PUNTA MARGINETTO promontorio esposto percorso da correnti, presenza di pesce pelagico, come dentici e barracuda anche di grandi dimensioniProfondità massima 30 mt. Difficoltà bassa e medio alta in presenza di corrente

 

SECCA DEI MONACI (LONG DISTANCE) Secca con vari cappelli a 6/10 mt, caratterizzata da grande ricchezza di fauna bentonica e pelagica, con la particolare presenza nel mese di luglio di moltissimi trigoni per l’accoppiamento, ottima per fotosubProfondità massima 35. Difficoltà media bassa  

 

ARCIPELAGO DI LAVEZZI (LONG DISTANCE)

 

SECCA DEL CORALLO NERO Secca in mezzo alle Bocche di Bonifacio, caratterizzata da un bellissimo ramo di Gerardia Savallia (Corallo Nero) e per la presenza di aquile di mare e grandi trigoni – Profondità massima 42. Difficoltà alta  

 

 

un grande trigone scivola in una spaccatura

un grande trigone scivola in una spaccatura

SECCA DI MAESTRALE Secca caratterizzata dalla presenza di molti passaggi e molto pesce pelagico di stazza (anche cefali e spigole a poca profondità), e dall’assenza di correnteProfondità massima 15-20 mt. Difficoltà bassa  


 

SECCA DEL PILONE Una serie di panettoni caratterizzati da molti passaggi, cernie, grandi saraghi, dentici, corvine e pesce pelagico, ricchezza di fauna bentonica che favorisce la fotosub, è possibile farla in “drift” (in corrente) seguiti dalla barcaProfondità massima 35 mt. Difficoltà media, alta in presenza di corrente  

 

 MEROUVILLE – CITTÀ DELLE CERNIE Secca caratterizzata da numerosi panettoni e, soprattutto, da una moltitudine di cernie dai cinque ai trenta chili che si avvicinano confidenti, inoltre grandi saraghi pizzuti, murene, dentici, barracuda (Sphirena sphirena)Profondità massima 35-40 (si può fare con soddisfazione anche a 20 mt, circondati dalle cernie). Difficoltà media  


 

 


 

in immersione alla città delle cernie

in immersione alla città delle cernie

SPECIAL LONG DISTANCE

Su richiesta immersioni alle Isole Cerbicali (il “Toro” e la “Vacca”) 


 

 

 NOTE possibilità di organizzare il soggiorno completo in case o appartamenti. Grazie alla barca chiusa è possibile venire accompagnati dalle famiglie che, soprattutto nelle immersioni full day, possono trascorre le giornate sulle spiagge di Lavezzi, Cavallo… si parla inglese e francese. Il diving è sito a dieci metri dalla banchina di Cala Gavetta, il principale porto turistico de La Maddalena. Prenotazioni anche dal sito internet. Possibilità di andare a prendere i clienti anche dalle proprie barche, possibilità di prenotazioni del posto barca.

 

COMMENTI DEL DIVING il diving esiste da 10 anni, fin dalla nascita siamo stati caratterizzati dalla convinzione che si debba offrire un servizio ai massimi livelli al cliente per fidelizzarlo, i nostri sforzi sono sempre stati diretti in questa direzione: sull’Isola siamo gli unici ad essere dotati di una barca chiusa e veloce che ci permette con facilità e comfort di portare i subacquei con regolarità anche sui siti più lontani, inoltre nelle giornate full day questa imbarcazione ci consente di offrire piccoli rinfreschi a bordo. 

 

Per informazioni:

NOME COMPLETO SEA WORLD snc

INDIRIZZO         P.zza XXIII febbraio, 11 – Cala Gavetta – La Maddalena – 07024 OT

tel. 0789737331

cell. 3496190711

fax 0789737331

e-mail info@seaworldscuba.com

sito web www.seaworldscuba.com



 

il Veniero 2° sul suo invaso in arsenale

il Veniero 2° sul suo invaso in arsenale

Riceviamo, e pubblichiamo, dal nostro collaboratore Ivan Lucherini questa importante notizia riguardante il ritrovamento di un relitto di sommergibile che, probabilmente, mette la parola fine alle incognite sulla sparizione di una unità della nostra Marina Militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Lasciamo alle parole di Ivan ogni spiegazione anticipando che, prossimamente, saremo in grado di raccontare diffusamente, con un reportage, la storia di questo ritrovamento.

 

Paolo Bastoni 

 

Il 17 maggio del 1942 il sommergibile italiano Veniero 2° della classe “Marcello”, al comando del capitano di corvetta Elio Zappetta, partiva da Cagliari per una missione al largo delle isole Baleari. Le ultime notizie che si hanno dell’unità navale risalgono alla sera del 29 maggio quando alle 16.45 lanciò un messaggio radio con la notizia di un attacco in corso. Poi più nulla. Da successive notizie di origine alleata, più precisamente inglesi, si seppe che un sommergibile italiano, nelle prime ore della mattina del 7 giugno del 1942 era stato attaccato da un aereo Catilina, riportando gravi danni alle strutture. Negli elenchi della Marina Militare il sommergibile Veniero 2° della classe “Marcello” risulta ad oggi disperso con tutti gli uomini dell’equipaggio, che qui in calce citiamo.

 

ecco com'è apparsa ai subacquei la torretta del sommergibile

ecco com'è apparsa ai subacquei la torretta del sommergibile

Tutto questo, probabilmente, fino a pochi giorni fa. Infatti la scorsa settimana, durante una normalissima immersione di addestramento su un fondale di soli 11 metri al largo della spiaggia di Is Arenas nella Sardegna occidentale in provincia di Oristano, una gruppo di subacquei, Marco Montanari, Ivan Savorani e Cesare Lochi si sono imbattuti in quello che sembrava uno scherzo della natura: uno strano scoglio a forma di sommergibile si stagliava nel blu totalmente coperto dalla concrezione. Una serie successiva di immersioni ha potuto appurare che il relitto sommerso è effettivamente un sommergibile e probabilmente proprio il Veniero 2°. Ovviamente utilizzare il condizionale è d’obbligo considerata la delicatezza della notizia. Nei prossimi giorni ulteriori indagini, che si auspicano della Marina Militare, o da altra struttura da essa delegata potranno chiarire il mistero e confermare nel caso, il ritrovamento dell’ultimo sommergibile Italiano della classe “Marcello” ancora dato per disperso. Ci corre l’obbligo in queste note ricordare i nomi dei componenti dell’equipaggio tutti scomparsi che hanno immolato la loro vita per servire un ideale di appartenenza e di difesa dell’unità d’Italia

 

 

 

 

 

il Veniero 2° in navigazione. Per la Marina Militare era disperso dal 29 maggio 1942 con tutto l'equipaggio

il Veniero 2° in navigazione. Per la Marina Militare era disperso dal 29 maggio 1942 con tutto l'equipaggio


 

il 7 giugno 1942 sono caduti nell’espletare il loro dovere: 

 

- Ten. Vasc. Elio ZAPPETTI, Comandante
- S.Ten.Vasc. Mario TOVO, Ufficiale in 2ª
- Cap. (GN) Paolo MUHLBERGER, Direttore di Macchina
- Ten. (GN) Mario MANCIOTTI
- Guardiamarina Federico VARRATI
- Guardiamarina Eugenio VERGANI
- C°3ª cl. Giuseppe DE BENEDET
- C°3ª cl. Luigi BIGNOTTI
- C°3ª cl. Angelo IPPOLITO
- 2°C° Lorenzo DELLA PIAZZA
- 2°C° Enzo DOMENICHINI
- 2°C° Alfonso ILLIANO
- 2°C° Elios LA ROSA
- 2°C° Ardito MENEGHELLI
- 2°C° Raffaele PORCELLI
- 2°C° Aurelio SAVOI
- 2°C° Elio TESSAROLO
- Sgt. Adelmo CAMPRINCOLI
- Sgt. Renato CERIOLO
- Sgt. Angelo DE PIERO
- Sgt. Antonino LICCIARDELLO
- Sgt. Ferdinando LUCIANI
- Sgt. Curzio LUDOVISI
- Sgt. Narciso MALON
- Sc. Vincenzo BELMONTE
- Sc. Giuseppe LUCARINI
- Sc. Pierino LUCONI
- Sc. Emilio LUDDI
- Sc. Giuseppe MAJERNA
- Sc. Alfonso MORINARI
- Sc. Osvaldo MECHINI
- Sc. Rino SARTORI
- Sc. Salvatore SETZU
- Sc. Paolo TORRES
- Sc. Oslavio TUCCI
- Com. Antonino ARENA
- Com. Oreste BASSI
- Com. Salvatore BRIGUGLIO
- Com. Carlo BRONDONI
- Com. Piero CABRILLA
- Com. Mario CAGNASSONE
- Com. Livio CONNESTARI
- Com. Domenico CONVERTINI
- Com. Pasquale CURCIO
- Com. Michele CUTRÌ
- Com. Giuseppe DI SERIO
- Com. Renato DURONI
- Com. Raffaele IANNIELLO
- Com. Giuseppe LENA
- Com. Aristide MAESTRI
- Com. Elio MAZZELLA
- Com. Alfredo MONETA
- Com. Ernesto NAZZARI
- Com. Luigi ROTOLO
- Com. Carlo ROVITO
- Com. Eduardo SCLAUNICH
- Com. Raimondo SOLAZZO
- Com. Luciano VALLI
 

 

la parte terminale dell'albero del Laura C emerge dal fondo sabbioso a 18 metri di profondità

la parte terminale dell'albero del Laura C emerge dal fondo sabbioso a 18 metri di profondità

Francesco Pacienza, già vincitore del concorso organizzato con NIKON lo scorso anno per lo IYOR, è un subacqueo molto attivo sul piano della tutela ambientale. Ci invia questo contributo relativo alle vicende di un relitto diventato tristemente famoso, alcuni anni fa, perché “magazzino” di esplosivi utilizzati dalle associazioni mafiose siciliane e calabresi per attentati che hanno scosso l’Italia, si sospetta infatti che l’esplosivo che tolse la vita a Falcone e Borsellino, per esempio, venisse da questo fondale, da questo relitto. In attesa di un servizio più approfondito che Francesco ci ha promesso leggiamo intanto cosa ci dice a proposito della attuale situazione della Laura C.


 

 

 

Relitto viene considerato quanto rimane di un natante o velivolo o altro mezzo dopo l’affondamento a seguito di guasto, incidente o azione di guerra in mare.

La Calabria, stupenda Regione che si affaccia sul Mediterraneo, abbracciata dai due Mari che la cingono, lo Ionio ed il Tirreno, da sempre crocevia delle rotte navali commerciali e militari, custodisce nei suoi fondali i segreti di tanti relitti, che vi giacciono silenti.

Nelle acque Joniche della provincia di Reggio Calabria, il 3 luglio del 1941 la motonave “Laura Couselich”, salpata dal porto di Venezia e diretta in Africa per rifornire le truppe italiane, incrociò sulla sua rotta il sommergibile inglese “Upholder” che, silurandola, l’affondò.  La nave “Laura Couselich”, ribattezzata “Laura C”, nel giro di pochi minuti, si adagiò sul fondo sabbioso antistante il litorale di Saline Joniche, nel Comune di Montebello Ionico.  Scomparve così una delle più importanti navi della Regia Marina Italiana. Sin qui nulla di insolito se non fosse che tra le oltre 5000 tonnellate di merce trasportata dalla motonave, tra cui bottiglie di Chianti, bottiglie di Campari, calamai contenenti l’inchiostro per scrivere ed altro, vi era presente una gran quantità di esplosivo, per l’esattezza 1500 tonnellate di tritolo (TNT).

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l'ancora del Laura C

I relitti, se opportunamente bonificati, diventano delle vere e proprie oasi di ripopolamento e sviluppo per la biodiversità dei fondali marini svolgendo un ruolo importantissimo, quasi un polo d’attrazione, per una gran moltitudine di specie viventi. Importante è, pertanto, che l’intero ecosistema sia preservato e tutelato affinché la vita possa trovare dimora tra le sue strutture. Questo relitto giace su un fondale situato vicino a due zone SIC (Siti di Interesse Comunitario), ossia aree che contribuiscono in modo significativo a mantenere o ripristinare le tipologie di habitat o a mantenere in uno stato di conservazione soddisfacente una delle specie tipiche della zona, contribuendo in modo significativo al mantenimento della biodiversità della Regione in cui si trova.

Sulla base di queste premesse, la presidenza regionale calabra dell’Associazione Fare Verde Onlus ha promosso un Progetto teso al monitoraggio ambientale sul relitto della Motonave “LauraC” e sui fondali ad esso circostanti al fine di valutarne gli effetti sull’ecosistema marino e sullo sviluppo della biodiversità. Tale progetto è stato autorizzato dalla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria e si avvale della fattiva collaborazione del diving Megale Hellas di Marina di Gioiosa Ionica per il supporto logistico necessario allo svolgimento delle immersioni di monitoraggio e rilevamento scientifico. A tale campagna di monitoraggio hanno aderito, condividendo appieno le finalità istituzionali e scientifiche proposte da FARE VERDE Onlus, l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, istituzione dalla indiscussa professionalita, nel settore, che si avvale dell’esperienza scientifica del professor Aldo Viarengo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, fisiche e Naturali e l’ARPACAL, l’Agenzia Regionale Calabrese per la Protezione dell’Ambiente. Il Professor Aldo Viarengo, dell’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” sottolinea ed evidenzia come: “Il monitoraggio ambientale sul relitto della motonave “Laura C.” cosituisce un’evoluzione dell’analogo studio effettuato sulla petroliera Haven che giace nei fondali di Arenzano in Liguria. I dati che saranno reperiti, grazie ai volontari di Fare Verde ed agli esperti di questa università, potranno fotografare l’incidenza sull’ecosistema marino prodotta da eventi fortemente impattanti come l’affondamento di navi di grosse dimensioni trasformando gli stessi da catastrofi in eventi forieri di riproduzione e conservazione della biodiversità marina”.

 

nuotando lungo i corridoi laterali

nuotando lungo i corridoi laterali

Anche le dichiarazioni di intenti che hanno portato alla compartecipazione dell’Arpacal, espresse congiuntamente dal Direttore Generale Prof. Vincenzo Mollace e dal Direttore Scientifico, a tale iniziativa sono tese a sottolineare come tale iniziativa “…sia scientificamente in linea con le attività svolte nel monitoraggio marino costiero dall’Agenzia, con particolare attenzione ai relitti sommersi studiati anche come nuovi ecosistemi marini.”. Anche la sede provinciale di Reggio Calabria dell’associazione Marevivo ha aderito alla campagna di monitoraggio condividendo con Fare Verde l’impegno e le finalità di tale campagna di monitoraggio ambientale.


 

Tra i partner tecnici che hanno deciso di aderire al progetto vi sono: la Easydive, azienda leader nella fabbricazione di custodie subacquee per telecamere e macchine fotografiche, le cui custodie sono state scelte per la realizzazione delle riprese documentali sul relitto; la Underwater Film, casa di produzione dei noti documentari “Missione Relitti”, distribuiti e messi in onda sui maggiori network internazionali, che ha aderito al progetto impegnandosi a realizzare un documentario su questo affascinante relitto e sulla sua importante funzione nell’ecosistema dei fondali marini.

 

gli oblò: occhi ormai vuoti verso il mare aperto

gli oblò: occhi ormai vuoti verso il mare aperto

Immergersi su un relitto è come immergersi nella Storia che ne ha contrassegnato la vita fino all’istante stesso del suo affondamento; immergersi sulla “Laura C” è un’esperienza a cui molti subacquei, appassionati di relitti, vorrebbero partecipare. Il relitto della “Laura C” rappresenta un vero e proprio ambiente a se stante, quasi un’oasi di vita isolata e diversa su questo che è un fondale sabbioso; un luogo ideale per lo studio e la conoscenza del mondo sommerso e della fauna marina a cui il relitto offre molte opportunità. Dai dati raccolti dai subacquei, che hanno volontariamente aderito al progetto, sono state compilate circa cento schede di rilevamento oltre ad essere scattate decine di foto e realizzate alcune riprese video, emerge che le sue strutture sono ricoperte da madreporari e spugne di vario genere, oltre a tunicati; gli Anthias (Anthias anthias) ed i Saraghi (Diplodus sp.) insieme alle Castagnole (Cromis cromis) creano delle vere e proprie nuvole che avvolgono e circondano l’intera struttura della nave. Nelle zone buie è facile scorgere gli occhietti furtivi di centinaia di Gamberetti (Pleionska narval) che ci osservano timidamente da questi loro nascondigli. La prima cosa che sorprende il subacqueo, dopo l’ingresso in acqua, è il fondale privo di Posidonia oceanica e con qualche masso ricoperto da forme di vita unicellulari come l’Ombrellino di mare (Acetabularia acetabulum) e qualche Coda di pavone (Padina pavonica). Sul fondo, nonostante l’intera area sia interdetta a qualunque forma di attività, esclusa la ricerca scientifica ed ambientale, vi sono nasse disseminate sia davanti la riva a pochi metri di profondità sia in prossimità delle strutture del relitto oltre alla presenza costante di imbarcazioni di ogni genere: insomma, la sistematica violazione dell’ordinanza di interdizione n°

17/2005 del 05/05/2005.

 

i relitti rappresentano oasi abitative per la fauna marina

i relitti rappresentano oasi abitative per la fauna marina

Le strutture del relitto sono colonizzate da una gran quantità e varietà di forme di vita sessili come le spugne nere (Spongia agalicina, Spongia officinalis, Cocospongia sp), idrozoi plumulari (Eudendrium, Aglaophenia), sulla fiancata di dritta della nave vi sono dei madreporari a cuscino (Cladocora caespitosa). L’ambiente circostante il relitto risulta essere quasi desertico ed il substrato è ricoperto da una sottilissima polvere che, secondo noi, impedisce il proliferare della vita sessile. Questa polvere, presumibilmente residuo dei lavori di cementificazione delle stive, la si trova fin dai primi metri, in modo particolare dove ancora giacciono i resti delle tubature e dei supporti alle stesse, fino alla quota più profonda a cui si trova la parte poppiera del relitto.


 

Di certo l’esperienza del Progetto promosso da FARE VERDE Onlus della Calabria permette di unire fascino della Natura e scienza, Idea ed Azione, Uomo e Natura in sensazioni uniche di difficile narrazione. Emozioni da provare per crescere e …. contribuire a conoscere e difendere il Creato dai vari “inquinamenti”, riscoprendo la tranquillità e la capacità di stupirsi.

V° CONCORSO INTERNAZIONALE DI FOTOGRAFIA SUBACQUEA “ORTONAMARE” 2010

L’Associazione Subacquea Ortona Sub, alla luce del successo di pubblico e critica ottenuto nelle precedenti edizioni, presenta il V° Concorso [...]

DA DIECI ANNI CANON È IL BRAND PIÙ AFFIDABILE TRA I PRODUTTORI DI MACCHINE FOTOGRAFICHE

I lettori di 14 paesi europei su 16 hanno votato Canon come “marchio più affidabile” e Reader’s Digest conferma: da dieci anni Canon è il brand più affidabile tra i produttori di macchine fotografiche

DA PANASONIC DUE IMPORTANTI NOVITA’

PANASONIC presenta due nuovi prodotti di grande interesse: la reflex LUMIX DMC-G2 dotata della possibilità di comandarne le funzioni tramite il touch screen sul grande monitor, e la serie di camcorder 700 che si differenziano per il tipo di dispositivo di memoria ma tutti e tre con grandi capacità, fino alle 102 ore della SD/HDD

PROSSIMI CORSI DEL CEDIFOP

Date dei prossimi corsi OTS organizzati da CEDIFOP