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Il mare in rete - anno IV n°. 48 – Luglio-Agosto 2011 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

LA PRODUGAL “RUSKIN”

A cura di Lorenzo Del Veneziano

la devastazione del terremoto di Messina del '908

28 dicembre 1908, ore 5,21, stretto di Messina. La terra trema! A causa di un violentissimo terremoto, nelle profonde acque dello stretto, si muove un’enorme frana, paragonabile come sviluppo a quella che il 9 ottobre 1963, precipitò nelle acque della diga e distrusse la valle del Vajont. Grosse masse di terra che muovono enormi masse d’acqua. In quegli attimi terribili, un maremoto, con onde altissime, si abbatte sulle città di Reggio Calabria e Messina, radendole al suolo. Il bilancio è pesantissimo, migliaia di vittime e due città ridotte ad un ammasso di macerie.

Quel giorno, nel bacino di carenaggio del porto, un grosso piroscafo, il Ruskin, è in secca per delle riparazioni. Il terremoto è così violento che il bacino si spacca, facendo scivolare lo scafo in acqua che affonda in pochi minuti. Le testimonianze raccontano dell’eroico contributo dato alla popolazione civile dai marittimi del naviglio russo, che si è messo immediatamente a disposizione per alleviare le sofferenze degli abitanti della cittadina dello stretto.

Di quei terribili giorni, nella memoria è rimasto solo il ricordo indelebile della tragedia del maremoto, dei crolli, della distruzione e della morte. Il nostro piroscafo è rimasto dimenticato nelle profonde e cristalline acque del porto siciliano.

Con la ricostruzione, l’area interessata dall’affondamento è diventata una base militare, nella seconda guerra mondiale era un rifugio per i sottomarini della Regia Marina. Nel dopoguerra è diventata una base operativa della marina, ancora oggi tutta la zona è controllata dal nostro ministero della difesa. È solo grazie alla lungimiranza e alla tenacia di Domenico Maiolino, preparato e appassionato sommozzatore Messinese, che oggi possiamo scrivere di un bel relitto ritrovato nelle acque del porto di Messina.

la base militare nel porto di Messina

Della Produgal, così si chiamava quando è stata varata, se ne sentiva parlare solo dai racconti dei palombari della base, mai nessun civile vi si era immerso. Questa affascinante storia, Domenico, me l’ha raccontata confidenzialmente durante lo scorso Eudi Show. Dalle sue parole, subito trapelava l’emozione di una grande scoperta e la possibilità di partecipare attivamente ad una importante esplorazione. Quando mi ha chiesto se potevo dargli una mano, ho accettato immediatamente.

Domenico e i suoi ragazzi sono sommozzatori preparati e affidabili, sarà un piacere lavorare con loro. Insieme abbiamo già esplorato con successo, in queste acque, il relitto del Valfiorita. Dividiamo i compiti, a lui l’ardua impresa di localizzare lo scafo, io mi occuperò di richiedere i permessi. Non sarà facile ottenerli, l’area è zona militare e se non bastasse è anche acqua di manovra per i numerosi traghetti che ormeggiano nel porto.

Decido di intraprendere la via più regolare e tranquilla, scrivo una lettera all’alto comando della marina in Sicilia, spiegando che vorrei immergermi nelle acque della base per riportare alla luce, con documentazioni foto-video i resti di un antico naviglio che riposa nelle loro acque. La risposta non tarda ad arrivare, è positiva, a patto che si rispettino i giorni e gli orari che ci verranno imposti e che vengano mantenute le più alte condizioni di sicurezza possibili.

pronti all'immersione

Ci viene concesso di immergerci il 20 e 21 di Gennaio, la marina ci mette a disposizione anche un locale da utilizzare per il deposito delle attrezzature. Decido di portare con me Lorenzo Stucchi che si occuperà delle riprese video, Roberto Liguori e Alberto Marconi, espertissimi sommozzatori e compagni di tante avventure.

Il viaggio per raggiungere Messina è lunghissimo, non si arriva mai, l’automobile viaggia sulle strade dello stivale percorrendolo tutto. Quando si scende dalla Sila e si vedono in lontananza i grossi tralicci dell’Enel che contraddistinguono lo stretto, verrebbe voglia di urlare “ terra” come facevano i migranti che raggiungevano le americhe a bordo dei grossi piroscafi che attraversavano l’oceano ad inizio secolo. Attraversiamo lo stretto che ormai è pomeriggio inoltrato, sbarchiamo sulla sponda siciliana a sole ormai tramontato.

Raggiungiamo subito la base, dove ad attenderci ci sono i ragazzi dell’ecosfera diving e il personale della base. Sbrigate le formalità burocratiche, ci rechiamo al deposito per sistemare le attrezzature, preparare i rebreather e tutto l’occorrente per le immersioni. Anche se la giornata di sole è corta, comunque non voglio perdere l’occasione di fare due discese. Mentre sistemiamo tutto, ci raggiunge Domenico che aiutato dal personale militare ha posizionato un pedagno sul relitto, in modo da renderci più agevole il lavoro.

Con un bel sorriso sulle labbra, carico di soddisfazione, mi comunica che lo scafo sembra molto bello, in assetto di navigazione, e che l’ormeggio è stato messo a centro nave, ad una profondità di circa sessantacinque metri. Sono meravigliato e incuriosito, non pensavo che dentro un porto ci potesse essere un fondale così profondo. L’indomani, raggiungiamo la base alla mattina presto, l’occhio mi cade nello specchio d’acqua davanti al molo e subito distinguo il grosso pallone rosso posizionato il pomeriggio seguente.

i piani costruttivi del Produgal

È vicinissimo, se non si corresse il rischio di essere travolti da uno dei tanti traghetti che incrociano sulla verticale, ci si potrebbe andare a nuoto direttamente dalla banchina. Saliamo sul gommone già pronti per l’immersione, appena ormeggiamo mi accorgo che una motovedetta della guardia costiera ci è accanto, mi comunicano che resterà lì con noi per tutto il tempo delle operazioni. Troppo rischioso immergersi al centro del porto senza la loro protezione.

Il programma è semplice, quarantacinque minuti di fondo alla mattina e trenta al pomeriggio, l’indomani ci resta la possibilità di fare un’altro tuffo per rifare qualche scatto non venuto bene e dedicarci agli interni. Dopo qualche minuto, per radio arriva l’OK del comandante, dolcemente mi lascio cadere di schiena e entro nell’acqua, seguito da Alberto che sarà per l’occasione il mio compagno di immersione. Lorenzo Stucchi e Roberto Liguori si immergeranno dopo dieci minuti e si occuperanno delle riprese video.

Il filo dell’ormeggio corre veloce davanti alla mia maschera, sto scendendo dentro un porto, profondissimo, con l’acqua cristallina alla ricerca di un naviglio dimenticato lì da oltre cento anni. Già da trenta metri distinguo nitida la sagoma della nave, sembra molto grande, man mano che mi avvicino noto subito dei particolari interessanti.

la prua, sotto sessantacinque metri di un'acqua limpidissima nel porto di Messina

Incontro lo scafo a sessantacinque metri, aspetto che il mio compagno posizioni le bombole di emergenza da venti litri e iniziamo l’esplorazione, pinneggiando verso poppa. Un grosso cerchio si apre dinnanzi a me, è il foro lasciato dal fumaiolo, lo supero e incontro una serie di casseri dove c’era il ponte di comando. Supero una serie di porte, proseguendo sul lato di sinistra, oltre, un boccaporto aperto si affaccia direttamente alla sala macchine.

Riesco a fatica a vincere la tentazione di entrare, la nave è molto grande e gli interni li ho programmati per il giorno successivo. Dietro di me due grosse stive si aprono davanti ai miei occhi, vedo chiaramente che sono comunicanti, lascio l’esplorazione del ponte per il ritorno e entro a dare un’occhiata. Non mi sorprende che siano vuote, la nave è affondata mentre era in bacino di carenaggio, avanzando mi accorgo che tra i due enormi stanzoni, appoggiata su un ponte c’è la grossa elica di rispetto, stando attento a non sporcare l’acqua scatto foto una dietro l’altra per non perdere nemmeno un piccolo dettaglio.

Sto quasi completando il giro del grosso manufatto che Alberto attira la mia attenzione, appoggiata ad una paratia, si distingue una carriola, utilizzata quasi certamente per portare il carbone alle potenti caldaie che muovevano la Ruskin.

All’esterno, la poppa fa bella mostra di se, arrotondata, dal classico profilo dei piroscafi di fine ottocento. Sul ponte incontro una grossa ancora ammiragliato, con ancora la catena attaccata, sono sorpreso, è insolito, cosa ci fa lì? Mi basta guardare fuori per vederne altre, appoggiate qua e la sulla sabbia bianca del fondo, servono per tenere ferme le banchine galleggianti, sono gli ormeggi del porto e non centrano niente con il nostro relitto.

Nella poppa resiste ancora una grossa vasca da bagno in ghisa, probabilmente è ciò che resta degli alloggi del comandante. Dall’esterno la visione è fiabesca, tutto intatto, tutto al proprio posto, tutto si è fermato quel 28 dicembre del 1908. Elica, timone, battagliola, nell’acqua cristallina, sembra di guardare un film d’animazione tanto è nitido e reale ciò che si materializza dinnanzi ai miei occhi.

il vuoto lascaito dal fumaiolo

Rimango qualche minuto a godermi lo spettacolo sospeso a mezz’acqua, purtroppo per il mio compagno, in circuito aperto, il tempo è finito e deve rientrare. Risaliamo sui ponti, mentre lui si dirige rapidamente verso la cima di risalita, io utilizzo i dieci minuti che mi rimangono per immortalare tutto quello che incontro, bitte, passacavi, argani e tutti gli strumenti di coperta.

Inizio la risalita, ho più di un’ora di decompressione, vedo il mio amico sopra di me, un rassicurante ok e mi rilasso nell’acqua limpida. L’unico fastidio è il rumore, praticamente continuo, delle eliche dei traghetti che manovrano sopra le nostre teste. Usciamo dall’acqua che è quasi mezzo giorno, ci dirigiamo rapidamente a terra, dobbiamo risistemare tutto entro le 16, ora prevista per la seconda immersione.

Riusciamo a fare tutto in tempo, siamo in acqua addirittura qualche minuto in anticipo, purtroppo il sole è già basso, anche se l’acqua è bella, non c’è più la luminosità della mattina. Mi dirigo subito verso prua, è imponente e maestosa, la profondità raggiunge i settantacinque metri, ma è meno conservata della poppa.

le latrine

Qui la battagliola è sparita e le cubie sono vuote, anche il grosso argano salpa ancore non è più al proprio posto ma spostato di qualche metro sul lato di sinistra. Rientrando incontriamo una serie di casseri, illuminati ancora da un buon numero di oblò in bronzo con ancora i vetri intatti.

In uno, basta mettere la testa dentro per scoprire che erano le latrine di bordo. Anche a prora nelle stive non vi è traccia del carico o di mercanzie varie. Quello che salta subito agli occhi è l’eccezionale stato di conservazione della nave, il fatto che sia affondata dolcemente, senza la violenza di un evento bellico e le acque calme, protette dai marosi, del porto la hanno cristallizzata sul fondo, mantenendo praticamente intatte le strutture.

A terra, dedichiamo parecchie ore a visionare il materiale foto video, confrontandolo con i piani costruttivi della nave, pianifichiamo con attenzione l’immersione del giorno seguente, dove tenteremo di svelare i segreti che sono custoditi gelosamente nel ventre della sfortunata nave.

Come primo obiettivo, decido di entrare nella sala macchine, il boccaporto è largo, ciò agevola notevolmente l’ingresso. Dentro si incontrano le testate dei cilindri a triplice espansione che fornivano la necessaria potenza per muovere il piroscafo. Su di esse resistono ancora alcuni strumenti, molto bello sulla parete di sinistra un grosso contatore alfanumerico, si notano ancora i cilindretti dei numerini al suo interno.

quello che doveva essere l'alloggio del Comandante vista la presenza della vasca da bagno

Molto più impegnativo scendere sotto, nella vera sala macchine, sono riuscito a farlo, strisciando tra i motori e le passerelle crollate. Sotto il locale è splendido, saltano subito agli occhi alcuni grossi manometri, delle lampade e un bel telegrafo di macchine. Impossibile fotografare, l’acqua si è subito intorbidata, impedendomi quasi di ritrovare la strada per l’uscita.

Dal ponte è semplice entrare nel locale delle cucine, una stanza stretta e lunga, sulla sinistra troviamo i banconi dei fornelli e il grosso lavandino. Sullo scolapiatti ci sono ancora alcune stoviglie, a terra abbiamo trovato un boccale da birra e una bottiglia ancora tappata.

Come già detto in precedenza le stive sono vuote e di poco interesse, gli alloggi, a poppa erano con paratie in legno, ormai crollate e sparite. Degli interni, esplorabili, interessanti restano solo quelli descritti.

Dopo due giorni di immersioni, salutiamo gli amici dell’ecosfera diving, un lunghissimo viaggio ci aspetta per tornare alle nostre case. Lasciamo la Sicilia a malincuore, come sempre l’ospitalità è stata a dir poco imbarazzante, gente semplice, cordiale, ma anche molto seria e professionale sul lavoro. Nei nostri cuori rimane il ricordo di una bella avventura, un’esplorazione originale, difficilmente ripetibile, su una nave che ha mantenuto intatto il suo fascino, un’indelebile testimonianza di un evento tragico, legato alla natura, che ha ferito gravemente la popolazione di quelle terre meravigliose ormai quasi centotredici anni fa.

l'argano salpaancore

Un ringraziamento particolare all’alto comando della Marina Militare, a Domenico Maiolino e ai suoi ragazzi, al personale della base militare di Messina. Con questa nuova avventura ci hanno permesso di riportare alla memoria, grazie all’esplorazione della Produgal – Ruskin, una storia fatta di uomini generosi che non si sono risparmiati nel prestare aiuto ad una popolazione colpita da una terribile calamità naturale, lontani dalla loro patria.

Un grazie anche a loro, una goccia nel mare, ma che certamente in quei terribili momenti avrà alleviato le sofferenze di qualche sfortunato Messinese.

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