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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

MO.S.E. LE SCOGLIERE COME AI CARABI?

A cura di SILVIA MARFATTO e GIOVANNI VIO Commenti disabilitati


Venezia e il mare, una simbiosi che dura da oltre un millennio

Hanno collaborato:




Dottoressa Mazzoldi Carlotta

Dottoressa Chimento Nicole

Dottor Pizzolon Matteo


Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato.

Ma non solo.

Un corpo, immerso in un liquido, in qualsiasi mare del mondo, trasforma l’utilità per la quale è stato creato in un occasionale supporto alla vita marina.

Ne sono un esempio le costruzioni dell’esperimento di vita sottomarina Precontinente Secondo, risalenti al 1964. Una volta abbandonate dall’equipe di Cousteau vennero colonizzate da spugne e coralli. La gabbia anti squalo, un tempo rifugio per gli uomini, ora ospita i pesci ed è un solido appoggio per gli alcionari.

Lo stesso accade nei relitti di navi affondate, divenuti veri e proprio reef artificiali. La loro originaria funzione è cessata con il naufragio, donando così l’ennesima occasione al mare per esercitare la sua straordinaria forza invasiva.

Gli spazi chiusi si trasformano rapidamente in rifugio per i pesci e così la nave può vivere ancora.

Questa colonizzazione avviene in tutti i mari del mondo ed anche nel mare Adriatico.

la foto aerea evidenzia la presenza dei bassi fondali e dei banchi di sabbia che contornano gli accessi alla laguna veneta

I relitti delle navi Evdokia Seconda al largo di Chioggia e Villach di fronte al litorale di Jesolo ne sono l’ennesimo esempio.

 Quindi anche nei sedimentosi e prevalentemente piatti fondali dell’alto Adriatico, con la posa di un qualunque substrato artificiale, avviene un rapidissimo processo di colonizzazione che non risparmia nessun oggetto sia esso appoggiato sul fondo o in prossimità della superficie.

Anche le numerose dighe, allineate lungo i lidi turistici, o quelle più imponenti poste all’ingresso dei porti sottostanno al fenomeno.

Approfittando della recente posa di una di queste costruzioni decidiamo di fare delle osservazioni sugli effetti che conseguono al posizionamento di un nuovo substrato.

La laguna di Venezia, collegata col il mare aperto attraverso le tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, è soggetta a forti escursioni di marea. Il progetto MO.S.E., Modulo Sperimentale Elettromeccanico, si pone l’obiettivo di difendere la laguna e le città di Venezia e Chioggia dagli allagamenti. L’opera prevede delle paratoie mobili che attraversino ogni bocca di porto da una parte all’altra. Queste si innalzeranno al presentarsi di casi eccezionali di alta marea fino ad emergere, isolando così la laguna dal mare, per poi scendere nuovamente sul fondo al cessare dell’alta marea. Inoltre, apposite dighe, cosiddette lunate, avranno lo scopo di ridurre gli effetti della corrente di marea e del moto ondoso. Queste strutture di sassi e cemento costituiscono delle nuove scogliere artificiali.

nella ricostruzione al computer i pannelli del MOSE in apertura

Un articolo apparso sul Corriere della Sera, titolato “Mose, le scogliere come ai Caraibi”, ha catturato la nostra attenzione incuriosendoci.

Ma davvero un ammasso di sassi e calcestruzzo può essersi trasformato in un pezzo di Carabi in alto Adriatico?

La nuova lunata veramente pullula di vita ospitando alghe rigogliose, spugne, stelle marine, meduse giganti, anemoni di mare, e pesci di ogni tipo?

Decidiamo di verificare quanto descritto raggiungendo la bellissima città lagunare di Chioggia avvalendoci del prezioso supporto dei ricercatori del dipartimento di biologia marina dell’università di Padova presso la sede della stazione idrobiologica.

Situata sull’isola di San Domenico dal 1940 la stazione è costituita da un edificio adibito a foresteria e da un altro più grande adibito a laboratori, riunioni e stanze acquari dove vengono condotte le numerose osservazioni su specie mantenute temporaneamente in cattività.

Per le attività esterne la struttura è dotata di un’imbarcazione con la quale vengono effettuate frequenti uscite in laguna e in mare. Il mezzo, così come le attrezzature per le immersioni, è indispensabile in quanto parte degli studi si svolgono direttamente sul campo, oltre ad osservazioni ed esperimenti condotti in acquario.

un granchietto, tipico rappresentante di questo delicato ecosistema

Le ricerche, che vengono condotte avvalendosi delle strutture della stazione idrobiologica, hanno come specie di studio pesci, molluschi, crostacei, ascidiacei ed alghe, considerando i diversi aspetti della biologia ed ecologia delle specie, sia lagunari che marine.

I ricercatori conducono l’intero ciclo delle ricerche catturando personalmente quanto necessario nelle zone di mare o di laguna antistanti Chioggia. Ogni soggetto prelevato viene osservato nelle varie fasi previste dal progetto della ricerca e mantenuto nel miglior modo possibile fino alla liberazione nel suo ambiente naturale.

La nuova lunata, recentemente posizionata di fronte alle bocche di Porto di Chioggia si presenta come un’ottima occasione per verificare le ottimistiche informazioni lette sul Corriere della Sera.

il "pezzo" delcorriere dove si parla in termini ottimistici del contributo positivo che i lavori per il MOSE hanno offerto all'ecosistema

Dopo un’attenta programmazione stabilita con i ricercatori della stazione idrobiologica, tenendo conto dei flussi di marea che in questa zona possono essere molto intensi, ci imbarchiamo e iniziamo una breve navigazione che ci porterà sul punto di immersione.

Uscendo dalla zona portuale della città sulla sinistra vediamo in lontananza la diga di Cà Roman e più vicina, sul lato destro la diga di Sottomarina, caratterizzata dalla presenza di alcune piccole costruzioni a sostegno di bilance usate per la pesca. Durante la navigazione stabiliamo di immergerci nella parte più esterna della lunata, dove dovremmo trovare le migliori condizioni di visibilità. Superata l’estremità della diga di Sottomarina raggiungiamo la lunata poco più al largo. La struttura misura circa cinquecento metri ed è posizionata in modo da proteggere l’imboccatura del porto.

La posa di un nuovo substrato duro in un ambiente dal fondale quasi esclusivamente sabbioso-fangoso, come l’Adriatico Nord-Occidentale, crea naturalmente nuovi habitat per specie che qui trovano i loro ambienti ottimali.

Le fasi della colonizzazione di un nuovo substrato sono diverse. Si passa da una prima colonizzazione da parte di specie dette pioniere, all’arrivo mano a mano di altre specie sino ad arrivare ad una situazione di maggiore stabilità. Questo processo, in ambienti temperati quali appunto il Nord Adriatico, richiede diversi anni.

I ricercatori della stazione idrobiologia, come riferisce la dottoressa Mazzoldi, hanno studiato per due anni, 2005 e 2006, la colonizzazione della nuova lunata da parte dei pesci. [la lunata è stata costruita fra il 2003 e il 2006].

I pesci di substrato duro possono essere strettamente legati al substrato e stanziali, di solito con scarse capacità di nuoto, oppure specie che attraversano facilmente tratti sabbiosi per spostarsi da un ambiente roccioso ad un altro.

Al primo gruppo appartengono specie quali le bavose, i ghiozzi, ma anche i tordi, che, pur essendo migliori nuotatori, di solito non compiono grandi spostamenti. Al secondo gruppo appartengono specie quali i saraghi, le boghe, le occhiate, i branzini.

l'ambiente oggetto dello studio dei ricercatori della stazione idrobiologica

Questi due tipi di specie possono colonizzare un nuovo ambiente con modalità diverse. Saraghi, boghe, e specie più mobili possono semplicemente spostarsi fra un substrato roccioso e l’altro. Nel caso della lunata, quindi, possono spostarsi facilmente fra le dighe, le dighette di Pellestrina e gli altri substrato duri pre-esistenti, e appunto il nuovo ambiente.

Per le specie più sedentarie, invece, la colonizzazione di solito implica il loro arrivo come larve. Nella maggior parte dei pesci, infatti, dalle uova schiudono delle larve trasparenti che passano un periodo più o meno lungo in mare aperto, trasportate dalle correnti. Questa fase pelagica consente loro la colonizzazione anche di nuovi ambienti.

Le 42 specie di pesci che, sino ad ottobre 2006, avevano colonizzato la lunata sono quasi tutte specie già presenti nelle vicine dighe di Ca’ Roman e Sottomarina. Da un anno all’altro non abbiamo osservato variazioni nel numero di individui delle specie più mobili, mentre si è osservato un netto aumento delle specie più sedentarie, indicazione dell’arrivo di nuove larve. Il processo di colonizzazione nel 2006 non era ancora completo.

I due lati della lunata presentano differenze nella fauna ittica, con il lato verso terra meno ricco di specie, principalmente abitato da ghiozzi neri, che prediligono gli ambienti sabbioso-fangosi misti a sassi presenti appunto nel lato interno. Nel lato verso mare, invece, sono maggiormente presenti le bavose, in particolare la bavosa pavone, la bavosa mediterranea e la bavosa cornuta, ma anche i saraghi, le occhiate e le salpe. Occasionalmente si possono incontrare anche orate, branzini e, nei buchi fra i massi, corvine e gronghi.

Le bavose e i ghiozzi utilizzano questo ambiente anche per riprodursi. Le bavose utilizzano come nidi conchiglie vuote di ostriche, di mitili o buchi nei massi, mentre i ghiozzi cavità al di sotto dei sassi. In entrambi i casi sono i maschi ad occuparsi delle uova deposte dalle fine, fino alla schiusa delle larve

Uscendo dagli angusti spazi la copertura delle alghe è quasi totale sulle superfici rocciose soleggiate. La loro presenza è fondamentale per l’ossigenazione delle acque, al pari di alberi e piante terrestri. Inoltre costituiscono la base della catena alimentare dell’ambiente acquatico. Le alghe sono diffusissime e molto varie, basti pensare che solo del genere Ulva ne sono state identificate più di 100 specie in tutto il mediterraneo.

l'Ulva, l'alga la cu ipresenza è fondamentale per l'ossigenazione delle acque

L’Ulva è un’alga molto presente in questa zona, sopratutto durante la stagione primaverile durante la quale avviene la fioritura. Numerose forme di vita si insediano sulle verdi foglie lamellari cercando nutrimento o più semplicemente un momentaneo supporto.

Constatata la forte colonizzazione sulla lunata cosa può essere variato nelle vicine dighe di Sottomarina e Cà Roman?

La diga di Sottomarina ha subito una diminuzione della profondità molto consistente ed è presente una forte concentrazione di sedimentazione. La minore trasparenza dell’acqua ha favorito l’insediamento di moltissimi anemoni, fin dai primi metri. La diga di Cà Roman non sembra invece essere stata influenzata dalla presenza della nuova diga.

Come abbiamo constatato la lunata è stata velocemente resa parte integrante dell’ambiente tipico delle dighe, con il raggiungimento di un equilibrio che comunque si modificherà nel tempo.

Dopo l’iniziale insediamento delle specie pioniere, molto rapidamente sono giunte in massa tutte le forme di vita presenti anche nelle due dighe dell’imboccatura del porto. Questo è avvenuto per quanto riguarda i pesci, ma anche per molte specie di crostacei, anemoni e molluschi, in particolare bellissimi nudibranchi dalle sgargianti livree.

L’aumento di ricchezza e diversità conseguenti all’inserimento del nuovo substrato solido ha coinvolto probabilmente anche le zone sabbiose limitrofe alla lunata, in particolare il lato verso il mare aperto, creando zone di transizione fra i due ambienti. Allontanandosi dalla scogliera artificiale e applicando un’attenta paziente osservazione del fondale apparentemente insignificante, è possibile osservare molti soggetti tipici di questo ambiente.

In definitiva: Mose, scogliere come ai Carabi?

Dipende dai punti di vista, ed è comunque presto per dirlo. Il prevedibile, temporaneo aumento di ricchezza e diversità è una caratteristica frequente dopo l’inserimento di un nuovo substrato.

un branco di salpe. Pur senza i colori sgargianti dei mari tropicali gli aspetti biologici e paesaggistici di questi ambienti non sono affatto da sottovalutare

L’occasione non è comunque da perdere: bastano maschera e pinne unite ad un po’ di curiosità per esplorare un mare che viene spesso erroneamente sottovalutato.

Dalla superficie fino al basso fondale sabbioso, passando tra le rocce delle dighe, in ogni punto è possibile individuare soggetti bellissimi.

E’ immaginabile che terminati i lavori e dopo un periodo di assestamento privo di disturbo tutto l’ambiente raggiungerà uno stabile equilibrio che rispecchierà le caratteristiche tipiche di queste acque precedentemente la posa della lunata. E’ più difficile prevedere gli effetti sulle batimetriche in prossimità delle dighe, in particolare quella di Sottomarina, la più influenzata dalla lunata, dove in due anni la profondità è diminuita consistentemente. Relativamente all’efficacia del MO.S.E i pareri sono discordi. Studi e sperimentazioni condotti prima dell’inizio dei lavori sostengono la bontà del progetto, mentre gli ambientalisti sono scettici sull’efficacia e pessimisti sull’impatto ambientale che ne potrebbe conseguire.

Adriatico come il mare dei Carabi?

Ma no! Questo piccolo mare è bello così com’è e non ha bisogno di paragoni altisonanti per far emergere la sua grande bellezza, con o senza MO.S.E.


DAUIN-DUMAGUETE-ISOLA DI NEGROS GRUPPO VISAYAS MAGGIO 2009

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati


l'Airbus della Cebu Pacific Airlines

foto di Luca Borello, Walter Scotti, Elsio Balestrino e Luigi Del Corona

Gigi. Dopo aver trascorso la prima parte del viaggio nelle Filippine a Puerto Galera-Sabang all’estremo Nord dell’isola di Mindoro si fa rotta verso Sud per raggiungere la località di Dauin, situata a pochi chilometri dalla graziosa cittadina di Dumaguete nella vulcanica isola di Negros. Oltre a noi due il gruppo è composto dagli amici Walter ed Elsio, nonché da Luca, l’istruttore sub che ci scorta anche in questa trasferta. La struttura dove alloggiamo, l’“Atlantis Resort“, dispone di due sedi, per l’appunto a Puerto Galera ed a Dumaguete, offerte in un unico pacchetto. Per Cri ed il sottoscritto è un “ritorno” in questi luoghi già visitati nel 2003. I sentimenti sono contrastanti: la gioia di rivedere località dove eravamo stati benissimo ma contemporaneamente il timore che qualcosa sia cambiato, ovviamente, in peggio.

Arrivo

Cri. Il colorato Airbus 320 della Cebu Pacific Airlines, proveniente dalla capitale, sorvola la costa occidentale di Negros e, superata la punta a Sud, compie un’ampia virata per allinearsi alla pista ed atterrare dolcemente. Palme e giganteschi alberi delimitano il piccolo aeroporto di Dumaguete che si affaccia proprio sul mare.

Gigi. Mettiamo il naso fuori dall’aereo accolti da un benaugurante caldo sole: gran bella differenza dalla pioggia che ci aveva dato il benvenuto a Manila. Il tempo atmosferico nelle Filippine ci ha sempre un po’ condizionati. Se dovessi dare un consiglio ai lettori direi che Marzo ed Aprile sono sicuramente i mesi migliori per venire quaggiù. Nelle Visayas ( Cebu-Bohol-Negros-Siquijor) si può tentare anche di venire in estate.

Cri. Ci attende lo sfavillante jeepney giallo facente funzione di minivan per l’albergo. Si passa per il centro della cittadina brulicante di tricicli a motore e di botteghe che mancano completamente della parete anteriore. Pochi minuti di tragitto e siamo arrivati.

 

il minibus dell'albergo: un "jeepney" giallo

Dauin Atlantis Resort

Gigi. Dal parcheggio si diparte un viottolo che, snodandosi fra le diverse costruzioni distribuite in un giardino lussureggiante, fiancheggia una deliziosa piscina: il suo azzurro turchese crea dei bei contrasti con il verde denso delle palme e delle piante ornamentali fiorite che la circondano. Di fianco sorge la raffinata zona Spa. Più verso il mare troviamo la reception, il diving ed il bar ristorante con una terrazza che si affaccia sulla spiaggia dal colore ambrato. Ci viene presentato l’intero staff diretto da una ragazza tedesca con l’ottima l’organizzazione che ne consegue. Di primo acchito, e ne avremo conferma, anche questo resort Atlantis è decisamente dedicato ai subacquei;  tra le “chicche” vi è la sala riservata alle foto/videocamere. Gli altri ospiti sono quasi tutti americani o inglesi. Il servizio bar-ristorante si rivelerà squisito: una vera e propria oasi di pace e tranquillità e… niente discoteche nei dintorni!

Cri. Tra i personaggi del resort non possiamo dimenticare tre bellissimi cani, tutte femmine, che allieteranno con la loro vivacità le nostre, purtroppo ridotte, pause tra un’immersione e l’altra. Dalla più giovane alla più adulta troviamo una cucciolotta di dalmata, una meticcia di spinone ed una golden retriver rapata a zero per meglio affrontare il caldo clima tropicale. Curiosamente la meticcia, in perenne inzigamento con la dalmata, è l’esatta fotocopia di Bimba, una cagnetta appartenente a nostri amici, che abbiamo avuto in affido per 40 giorni poco prima di partire.

 

 

un angolo del delizioso resort con la piscina

Ritorno ad Apo Island



Gigi. Avendo a disposizione solamente tre giorni e mezzo per scandagliare la zona, ci viene proposta subito la gita ad Apo Island, una deliziosa, minuscola, basaltica isoletta che si erge di fronte a poche miglia dalla costa di Negros. È il luogo che abbiamo amato di più nel primo viaggio del 2003 e che in assoluto ci è rimasto nel cuore. Ci eravamo arrivati casualmente e, come spesso capita, la scoperta inattesa di qualcosa di bello te la fa apprezzare ancora di più. Spiaggette incastonate tra le rocce, magnifici coralli ed il “santuario marino” con la “clown fish town” ovvero la città dei pesci pagliaccio: una distesa di anemoni pullulanti dei simpatici pesciolini striati grande come un campo da tennis. Un posto adattissimo anche per fare soltanto snorkeling.

Cri.  I fondali a Chapel e a Mamsa point riappaiono come nel ricordo: smisurate estensioni di alcionari, giganteschi coralli a tavola, spugne ed alghe multicolori testimoniano l’ottimo stato di salute del mare in questo parco naturale. Ci accoglie un bel granchio orangutang chiaro su un anemone a bolle, una murena dal musetto bianco (snowflate) e, in una caverna, delle murene dal nastro blu. Un’altra se ne sta attorcigliata dentro un enorme corallo morbido.

una curiosa, coloratissima Blue Ribbon

Nelle nicchie, nelle cavità, negli anfratti scorgiamo mimetici pesci scorpione, un pesce pagliaccio rosso pomodoro con bande nere sul suo bell’anemone di uguale tonalità, un nudibranco scuro con righe sottili bianche e ciuffetti rossi, due gobi pinna a vela, serpenti a righe. Numerose tartarughe ci nuotano intorno o si riposano incastonate fra i coralli in compagnia delle inseparabili remore perfettamente parallele fra loro e ai disegni del carapace. Luca mi immortala con uno scatto souvenir in cui lascio il mio solito buddy a favore di una placida testuggine. Poi ancora cetrioli di mare bianchi maculati di beige, gamberi dei coralli a frusta, jack fish ed un enorme pesce istrice.

Gigi. Non scendiamo oltre i 21 metri rimanendo a librarci nelle calde e limpide acque per più di un’ora  trasportati da una leggera e piacevole corrente. Per il pranzo gettiamo l’ancora ed una cima in spiaggia ormeggiando la “banka” poco distante dal piccolo albergo che ci aveva ospitato sei anni prima. Faccio un salto a terra per chiedere notizie di gente conosciuta allora. Rebbeca, che avevamo lasciato adolescente con il suo sogno di continuare gli studi nonostante la povertà della famiglia, si è nel frattempo sposata ed è già mamma. Nel pomeriggio ci dedichiamo ad una snorkellata di gruppo: una volta tanto Walter ha un po’ di compagnia.

Notturna al Pier

Cri. Verso le 18 ci presentiamo, come stabilito, al briefing per la notturna e scopriamo che la nostra compagna di immersione, un’inglese un po’ attempata, se ne sta beata e ridacchiante in tenuta da spiaggia a guardare una proiezione, del tutto incurante di quei quattro italiani in muta che se stanno a braccia conserte ad aspettarla. Una volta che si è decisa a prepararsi si mette a fare i capricci sulla scelta del luogo in cui immergersi.

Gigi. “The Pier” altro non sono che alcuni moli di cemento sostenuti da lunghi piloni dove attraccano navi mercantili per svuotare le stive piene di noci di cocco successivamente lavorate nello stabilimento che si erge di fronte. La carampana inglese, che pareva sortire bella fresca da un romanzo di Agatha Christie, pretendeva di tuffarsi in un certo punto mentre Luca ne consigliava un altro. Calzava una muta con tanto di cappuccio, guanti e calzari neri. Era talmente improbabile che riusciva ad essermi persino simpatica. Non appena in acqua ci lasciò di stucco estraendo un’utilissima lente di ingrandimento ed esibendo contemporaneamente una eccellente stabilità di assetto. My best compliments madame!

 

 

i piloni del molo: la ricchezza di questo mare è anche sotto l'attracco delle navi...

Cri. Ci immergiamo, un po’ eccitati, armati delle nostre pilette: le notturne hanno sempre un fascino incredibile ma c’è una particolare attesa rispetto a questo sito perché Luca ce l’ha decantato particolarmente e… devo dire che la sua bellezza è stata per noi superiore alle aspettative! Nel percorso per raggiungere  i piloni del molo, sul fondo sabbioso, si staglia una bella seppia trasparente con macule blu iridescente, e un piccolo pesce pietra che salta. All’interno di un copertone, in cui sono infrattati numerosi gamberetti, un juvenile sweetlips nuota sinuosamente imitando, nel suo perfetto mimetismo difensivo, un verme velenoso. Arrivati al molo principale rischiamo di perdere l’erogatore per lo stupore: i pilastri sono densamente ricoperti di alghe, ascidie, crinoidi, gorgonie, alcionari in una fantasmagoria di colori e fra di essi si annidano gamberetti, granchi, cavallucci, nudibranchi, incredibili pesci scorpione dalle tinte accese. Ci muoviamo fra le strutture ravvicinate assolutamente rapiti dall’incanto ed è forse inevitabile distrarsi al punto da tralasciare tutto il resto. Succede così che Gigi si dimentica completamente di me! Sto lì a guardare per un po’, poi spengo la pila per gustarmi la sua faccia preoccupata quando una volta tornato in sé mi cercherà e non mi vedrà, ma dopo alcuni minuti mi rassegno… i pesci, o le pesce, sigh, sono più importanti di me e della regola principale del buon subacqueo di non perdere mai di vista il proprio buddy!





Gigi. Ero troppo affascinato da “Arsenico e vecchi merletti” che pinneggiava lentamente, rasente al fondo spulciando con la lente un granello di sabbia alla volta, sempre perfettamente bilanciata, quando non lontano da lei venne avvistato un cavalluccio marino su un  fondale di una decina di metri. In un attimo tutto il gruppo converge sul bersaglio con il risultato di sollevare una bella nuvola di sedimenti e di farci di conseguenza maledire nella lingua resa immortale dal Bardo. Battute a parte, rientriamo alla base molto soddisfatti anche pensando che “abbiamo scientificamente verificato che ci si può immergere con soddisfazione fino a tarda età”.

Come ad Antibes ( Festival dell’Immagine Sottomarina)

Cri. Anche il secondo giorno effettuiamo le tre immersioni previste, a Car Wreck, Dauin Nord e ancora al Pier, rivelatesi tra le più straordinariamente ricche di bio-diversità tra quelle mai compiute. Appassionati da sempre di documentari e reportage subacquei, nonché frequentatori del famoso Festival che si svolgeva in Costa Azzurra (ora trasferito a Marsiglia), eravamo abituati a rimanere a bocca aperta osservando “sullo schermo” lo scorrere delle immagini che qualche fortunato ed abile operatore era riuscito a catturare nei più reconditi e disagiati angoli del globo.

un piccolo "frog" nella sua incredibile livrea

Gigi. In quel fortunato giorno riuscimmo ad ammirare i più strani e rari esemplari che pensavamo, appunto, fossero patrimonio riservato a pochi eletti. “Car wreck”, come dice la parola, è il sito in cui sono deposte le carcasse di due auto ed alcuni serbatoi aperti su un fondale di sabbia ed alghe e dove, tutt’intorno, pullula un universo di biodiversità: seppie a banda larga, pesci fantasma ornati di aculei, pesci vespa cacatua, pesci ago arancio striati, pesci fantasma “robusti” , topi marini (vermi policheti pelosi), granchi scatola, il pesce piatto (fleunder), tante “garden eel” che fanno capolino dalla sabbia, il gambero boxer striato, pesci pagliaccio con le uova da cui spuntano gli occhiettini  ed il fantastico, incredibile, superlativo “fingered dragonet”, curioso pesce strisciante con le ali e due creste sul dorso come fossero randa e fiocco ed enormi piume raggiate sulla coda. Neanche il tempo di riprenderci dallo stupore che ci spostiamo a “Dauin Nord”. Fra gli anemoni giganteschi e le impensabili estensioni di coralli ammiriamo, fra gli altri, il verde, mimetico granchio halimeda, il granchio ragno, un minuscolo giallo pesce rana, la galatea della spugna violetta (pink squat lobster), il barracuda coda gialla, un pesce scorpione foglia, un grossissimo lion fish nero ed il granchio porcellana.  Ma la cosa sorprendente è che “esternamente” questi siti d’immersione non suscitano particolari aspettative trovandosi i primi due a pochi metri da una comunissima spiaggia ed il terzo, come già descritto, sotto un per niente romantico molo di cemento.

Cri. Nel pomeriggio torniamo al “Pier “. Anche con la luce diurna regna una certa penombra che rende più evanescenti gli spettacolari ventagli delle gorgonie e le morbide arborescenze degli alcionari di tutte le tonalità del rosa e dell’arancio fra cui fanno capolino pesci istrice, nudibranchi neri e rossi e bianco-grigi, diverse varietà di pesci pipistrello, lion fish, cavallucci. Ai piedi dei piloni Luca scorge una seppia flamboyant. All’inizio ha un colore marroncino uniforme che la camuffa con il fondo poi quando le appoggia di fianco una mano mette in atto il suo mimetismo: compaiono le vivaci strisce in scorrimento e le estroflessioni del dorso mentre il “tentacolo-lingua” fuoriesce rapido e lunghissimo per accalappiare le minuscole prede.


forme e colori tropicali nella livrea della seppia “flamboyant”

Gigi.  Era il momento che attendevo da anni dopo aver visto per la prima volta in un documentario questo straordinario mollusco “fiammeggiante”. Lo avevo inserito in quell’elenco di cose mai viste e che speravo tanto di colmare. Immaginate l’emozione, quindi, di poterlo osservare comodamente, ad un metro di distanza, per almeno 10 minuti. A malincuore ce ne stacchiamo per risalire quando incrociamo una famigliola di tre pesci scorpione diavolo a passeggio sul fondo a non più di tre metri di profondità che, illuminati dai faretti, esibiscono la loro livrea rosso sgargiante. Anche qui ci fermiamo rapiti da questo inverosimile esempio di adattamento evolutivo in cui le pinne ventrali si sono trasformate in zampe a tutti gli effetti.

Arrivederci Negros

Cri. L’ultima immersione è al Marine Sanctuary di “Masaplod”. Ci accoglie un pesce scorpione neonato giallo talmente piccolo che, nonostante tutti gli indici puntati, non riesco inizialmente a mettere a fuoco, poi dei pesci fantasma ornati, neri con le punte sfumate in giallo, che con le loro diramazioni si confondono su crinoidi dall’aspetto del tutto identico. Alcuni pesci pagliaccio beige con la bandina bianca guizzano su un bell’anemone dello stesso colore che ha le estremità blu chiaro e, accanto, su un corallo morbido a campanula sfrangiata con i profili bianchi si mimetizza un pesce lima raggiato. Un jawfish salta da una buca all’altra: entra dal davanti e si rigira in un batter d’occhio mostrando il musetto con gli occhi obliqui da diavolo giallo-arancio. Su un fungide (mushroom coral) sono adagiati dei gamberi fantasma.

Cristina e la tartaruga...

Alla fine dell’immersione ci dirigiamo verso un reef artificiale formato da un’architettura di copertoni: non dà un’impressione sgradevole anzi sembra che la vita sottomarina bentonica si amalgami tranquillamente con questi manufatti umani. Una remora si attacca alla bombola della nostra guida, perfettamente allineata, e si fa trasportare a lungo. L’ultima immagine prima di risalire è quella di una gigantesca bellissima madrepora rosa da cui esce una nube di pesci gatto striati mentre, sopra di essa, un gruppo di pesci rasoio nuotano in orizzontale e poi, in un guizzo impercettibile, con perfetta sincronicità, si orientano verticalmente.

Gigi. Terminiamo questa tappa del viaggio senza aver, sfortunatamente, avuto il tempo di visitare l’interno, ma d’altronde l’unicità delle immersioni non permetteva ulteriori distrazioni. Ci dobbiamo accontentare, per accomiatarci da Negros, di una rapida visita al mercato di Dumaguete con il suo caleidoscopio di suoni e colori. Fuori dalla Cattedrale assistiamo alla benedizione di un taxi e non ci è chiaro se venga fatta per proteggere il mezzo, piuttosto vecchiotto, o l’autista. Rientrati in albergo, mentre passeggiamo sul bagnasciuga fotografando i/le bagnanti locali, la nostra attenzione è attirata da un contadino che conduce due mucche a fare toeletta in mare. I mansueti ruminanti dimostrano notevole scioltezza e dimestichezza nell’arte natatoria. Ci congediamo con dispiacere e malinconia da Luca che non ci seguirà nel rientro a Manila.


PUERTO GALERA E DUMAGUETE: BIODIVERSITÀ A CINQUE STELLE (seconda parte)

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati


un pesce mandarino

una coppia di pesci mandarino

Mandarini “a la carte”



Gigi. Una delle specialità più ghiotte offerte dal menù di Atlantis è la “Notturna al Mandarino”, non un sonata di Luwdwig Van bensì un’immersione crepuscolare alla ricerca del piccolo, timido, iridescente, raro pesciolino che si infratta tra lo sfasciume dei coralli morti, quasi davanti al resort. La finezza delle nostre guide raggiunge l’apice quando ci consegnano, prima del via, delle torce opportunamente schermate di rosso per non infastidire le creaturine. Non altrettanto vedremo comportarsi altri diving che pattuglieranno la zona con fari alogeni degni di una contraerea. Oltre a noi questa volta c’è un americano con un’apparecchiatura fotografica stile NASA. Ci disponiamo in cerchio a pancia in giù a 6 m di profondità ed aspettiamo che i mandarini facciano capolino. Pian piano escono ed inizia la mitragliata di fotografie. Sul più bello mi accorgo che un serpente a strisce sta sfilando sotto il corpo di Cri nel verso piedi-testa e che di lì a qualche istante la mia coraggiosa mogliettina se lo sarebbe visto spuntare sotto il mento. Panico. Le tocco una spalla ed ancor oggi mi meraviglio dello stile molto “british” con cui reagisce: si sposta lateralmente con nonchalance senza tradire la minima emozione. Che donna!!! Dopo quasi un’ora, infreddoliti dall’immobilità tenuta per tutto il tempo facciamo segno alla guida che, forse, è il caso di andare a cena.

Cri. Altro che nonchalance! Il brivido c’è stato, eccome! Forse ero troppo esterrefatta e poi oltre che guardare e tenere indentro la pancia che altro potevo fare?

un "ghost"

un "ghost"

Gigi. La mattina del terzo giorno si ritorna a Giant clams perché possa vedere le tridacne giganti e i deliziosi cavallucci che mi ero perso; ne incontriamo diversi mimetizzati fra le alghe e i coralli o che nuotano con il loro elegante moto a testa china. Anche questa volta scorgiamo i pesci fantasma ornati che simulano perfettamente le braccia dei crinoidi, i pesci foglia e diverse cicale: due hanno un delicato color sabbia e le spatoline viola, un’altra dai colori più vivaci scava e pulisce la tana usando le tenaglie a mo’ di pale, difesa da un gobi simbionte di guardia. Colpo di teatro finale: sul fondale sabbioso tre “pegasus” ad ali dispiegate procedono in fila indiana incuranti di quegli strani esseri che fanno le bolle. Sembrano tre piccoli carri-armati “Africa Korp” che avanzano nel deserto con il bel rostro anteriore a mo’ di cannone. Rimaniamo incuriositi ad osservarli per diversi minuti. Anche questa è una “prima” assoluta per tutti noi.

Cri. Scendiamo lungo una cima ad Alma Jane wreck a 31 metri. Il relitto, una piccola nave mercantile lunga 30 m, compare già a metà discesa, nell’evanescenza del plancton. Pur con il castello e lo scafo ben conservati, presenta delle ampie aperture. Le strutture di ferro sono coperte da ciuffi bianchi di coralli morbidi, crinoidi, alghe di svariati colori che alla luce danno dei bei contrasti cromatici. A prua, sotto lo scafo stazionano degli enormi rabbit fish, mentre lungo un montante obliquo sono disposti in una fila ordinata dei pesci pipistrello. Luca ci guida all’interno attraverso dei larghi passaggi nella tolda da uno dei quali si affaccia una murena anche lei di casa.

 


 

una piccola murena si sporge dalla sua tana

una piccola murena si sporge dalla sua tana

Svaghi serali




Cri. La sera, per recuperare l’energia esaurita dal ritmo frenetico delle immersioni, io ed Elsio, non possiamo proprio fare a meno di godere di un ritemprante massaggio. Nei pochi giorni disponibili riusciamo a provarne solo alcuni tipi dei molti proposti. Sdraiati nelle due accoglienti salette di fronte alla piscina, avvolti dalla soffice penombra e da una profusione di profumi delicati, ci lasciamo sfiorare e frizionare abilmente la schiena con il viso inserito in un foro del lettino al di sotto del quale è posta una ciotola piena di fiori colorati. Delizie ed incanti dell’oriente!

Gigi. Il consueto ritrovo per la cena è una goduria per gli occhi e per la pancia. Apprezziamo la forma e la sostanza: eleganza nell’apparecchiatura, squisita gentilezza del servizio ed ottimi piatti che oserei definire “fusion”. Lo chef, infatti, è un belga che vive laggiù da tempo e sa unire sapientemente oriente ed occidente. L’animazione serale è affidata… ad un gruppo di ospiti russi! Già a tavola si erano distinti nelle libagioni che continuano imperterrite nel dopo cena quando ci si trasferisce tutti al ” 50 BAR”, in riva al mare. Troneggia sul bancone un distributore di Jagermeister ghiacciato alla spina che dispensa il noto amaro in provette alte e strette. Si unisce alla compagnia Richard, il manager del resort, ed anche lo chef. Birra, whisky e whiskey (mi prendo una tirata d’orecchie per aver ordinato un Jameson chiamandolo scotch!), vodka e soprattutto Jager scorrono a fiumi. Siamo incalzati a seguire i loro ritmi e ne esco malconcio. Cri, Walter ed Elsio sono praticamente astemi e non mi aiutano certo a tenere alto il Tricolore con le 4 Repubbliche Marinare, quello che, ovviamente, amo di più.

 


 

l'area dei massaggi

l'area dei massaggi

Cri.

Per chi avesse ancora un po’ di ATP da bruciare la serata può proseguire nel villaggetto attiguo, contraddistinto da stretti vicoli tortuosi su cui si aprono negozi di souvenirs, baretti ed almeno quattro discoteche. Non sono esattamente quelle a cui siamo abituati: di solito a ballare ci si va in compagnia; qui la compagnia, almeno per i maschi, la trovi già dentro che attende… in modo non del tutto disinteressato. Vi sono anche sale biliardo e Luca si dimostra non meno abile con la stecca che con pinne e maschera.


 Una bufala di nome Cristina

Gigi. Il pomeriggio del penultimo giorno è dedicato ad una escursione nei dintorni da compiere in Jeepney, i caratteristici, coloratissimi veicoli adibiti al trasporto di persone e di cose, autentico simbolo delle Filippine. Siamo noi quattro più “Luca custode”. La giornata è bellissima e calda. Usciti da Sabang si imbocca la strada panoramica che si snoda a mezza costa aprendosi il varco in mezzo ad una vegetazione rigogliosa. Ci fermiamo una prima volta su un “belvedere”. Dall’alto si scorgono bianche spiagge isolate raggiungibili unicamente in barca: il verde intenso della foresta contrasta con il blu turchese del mare, lo sguardo spazia lontano fino alle prospicienti isole ed isolette dello stretto. Il secondo stop è dedicato alle Tamaraw Falls, splendide cascate che formano diversi salti e pozze lungo il cammino dove la gente trova refrigerio dalla calura: “tamaraw” è il nome indigeno del “bubalus mindorensis”, piccolo bufalo autoctono ormai quasi estinto, mentre “carabao” è il bufalo comune. Poco dopo aver oltrepassato distese di campi di riso si prosegue a piedi.

 


 

... di guardia al "diverscafè"

... di guardia al "diverscafè"

Cri.

Attraversiamo il Tukuran river su un lunghissimo ponte pedonale sospeso, molto arrugginito e con il fondo sforacchiato. Anche se non è altissimo devo confrontarmi con il mio rapporto di terrore-attrazione per il vuoto che mi sforzo ogni volta, inutilmente, di superare. Gigi si fa aspettare perché, nel frattempo, si è calato sulla sponda per fotografare una ragazza che lava i panni in un’ansa del fiume; accanto a lei c’è un bufalo che se ne sta tranquillamente immerso con l’occhio a mezz’asta. Tutti si chiedono a cosa sia realmente interessato: all’animale o alla femmina? Io lo so ma non lo dico. Entriamo nel poverissimo villaggio Mangyan, un’etnia locale. Le capanne più vecchie, di paglia e bambù intrecciato, a palafitta, sono soltanto dei rifugi vuoti, per dormire o per la pioggia. La vita si svolge tutta fuori. C’è una zona di casette più nuove colorate in cui risiedono sicuramente i meno indigenti. La gente per strada, sorridente e cordiale come sempre, è indaffarata a legare dei tronchi di bambù per allestire delle strutture per una festa. I bambini saltellano ovunque e si assembrano a gruppi mettendosi in posa per farsi fotograre.


le Tamaraw falls

le Tamaraw falls

Gigi. Fuori dal villaggio ci attende un carretto al cui giogo è attaccato proprio un tamaraw (così viene prospettato). Veniamo invitati a salire tutti quanti: noi cinque più il “driver” ed una donna che porta le provviste per la merenda. Tentiamo invano di far capire che qualcuno di noi potrebbe tranquillamente andare a piedi: sette persone per quella povera bestia ci sembrano troppe. Sono irremovibili. “Avete pagato per fare la gita… dovete stare sul carro!” Si parte ballonzolando sullo sterrato. In un tratto più impervio ci viene concesso di scendere per dar modo al carretto di superare l’ostacolo. Domandiamo notizie sulla vita che conduce il nostro bufalino. “È femmina. Troppo giovane per lavorare nei campi. Ha cinque anni. Solo trasporto turisti”. Se sette persone sono meglio che lavorare nei campi… chissà che fatica fanno ad arare immerse nel fango! “Ma come si chiama?” domando io. “No name” è la risposta. “Allora la chiamiamo Cristina” propongo. “ Yes,yes” tutta la diligenza ridacchia approvando. Detto fatto il driver incita subito il mansueto bovino con quel nome a me tanto caro… (modica vendetta per essere calunniato come maniaco sessuale)

Cri. Non mi offendo: da una vita mi chiama bufala a causa della cronica sinusite, che, talvolta, mi fa soffiare dalle narici come se fossi, appunto, un bufalo infuriato. Lei poi è tenerona e, fra l’altro, secondo l’oroscopo cinese, io e Gigi siamo nati entrambi sotto quel segno.

Gigi. Arriviamo finalmente alle rapide che formano piscine balneabili nel fiume. Lo chiamano “Hidden Paradise” e non fa una grinza. Facciamo il bagno fra spruzzi e lazzi. Un po’ di free climbing sulle rocce lisce e bagnate, scivolo e mi “insacco” un dito, niente di grave. Una carovana di donne del villaggio, che ci aveva seguito silenziosamente nella scampagnata, dispone prodotti dell’artigianato locale nel greto del fiume. Tutti siamo ben disposti all’acquisto di un souvenir grazie alla simpatica, bucolica gita e alla dolcezza e cordialità delle venditrici.

 


 

Cristina ha trovato una... omonima...

Cristina ha trovato una... omonima...

Cri.

Nonostante la pressante scansione delle attività nei pochi giorni a disposizione, la ricchezza e la peculiarità dell’ambiente marino e la tranquillità con cui venivano compiute le immersioni hanno ampiamente compensato la fatica. Mai prima di allora ci era capitato di apprezzare una così accurata attenzione alla sicurezza e ad ogni minimo particolare. Dal briefing iniziale al ritorno a terra, tutto è nel segno della professionalità e dell’eccellenza e in più… ci sono la supervisione e i coccolamenti di Luca che segue specificamente gli italiani ed i latini in genere. Ma non c’è tempo per farsi prendere dai sentimentalismi, domani si parte per Manila e Dumaguete-Dauin: chissà quali altre meraviglie ci attendono.



PUERTO GALERA E DUMAGUETE: BIODIVERSITÀ A CINQUE STELLE (prima parte)

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati
 
la tartaruga riemerge

la tartaruga riemerge

foto di Luca Borello, Walter Scotti, Elsio Balestrino e Luigi Del Corona

 

 

Filippine che passione!

  

 

Gigi. Benvenute le coincidenze! Un invito a Roma nel Febbraio scorso, da parte di cari amici ritrovati, ci aveva spinto ad approfittare dell’occasione per visitare l’EUDI e tenere un po’ di compagnia al nostro amico Direttore nello stand di SOTT’ACQUA. Girellando tra i vari padiglioni ci imbattiamo nell’Ente del Turismo delle Filippine, cui siamo legati da grande affetto e nostalgia per il suo mare e la sua gente. Si fa avanti un affabile giovanotto che ci chiede se eravamo mai stati a Puerto Galera. “Veramente no” rispondiamo, scusandoci. Detto fatto ci riempie di pieghevoli e DVD.

  

 

Cri. Luca si rivela da subito una persona molto aperta e disponibile e si instaura con lui un rapporto di reciproca simpatia che amplieremo nei giorni seguenti, confidandoci vicendevolmente viaggi ed esperienze, di mare, ma non solo. Si parla della sua scelta di lasciare l’Italia e di cambiare radicalmente la propria vita trasferendosi nelle Filippine; prospetta infine l’allettante possibilità di andare a trovarlo ed immergerci insieme a Sabang (Puerto Galera-Mindoro) e Dauin ( Dumaguete-Negros).

 

la rotta del volo sulla mappa

la rotta del volo sulla mappa

Gigi. Tutto il mese di Marzo, Aprile e metà Maggio li passo covando la speranzella di accogliere l’invito di Luca, “una proposta che non si può rifiutare” come direbbe Il Padrino, ma rendendomi altresì conto che la situazione familiare di Cri mi impone di non pressarla troppo. Curiosamente, mentre non facevo che desiderare di partire, più di un amico mi rivolgeva la domanda: “Ma volete andare ancora nelle Filippine?” Come se una nazione con 7000 isole la si potesse considerare archiviata nei due viaggetti svolti in precedenza

  

 

Cri. Una sera a cena Gigi mi stringe ad una decisione definitiva ” to go or not to go”. Rinunciare è difficile così mi arrampico sui vetri ad organizzare i rimpiazzi per una mia assenza e alla fine salta fuori una “finestra” di quasi due settimane a patto di partire pressoché immediatamente.

  

 

Gigi. Adesso tocca a me! Chiamo i due amici in “stand by” Elsio e Walter che sorprendentemente confermano la loro adesione a questo viaggio super precipitoso. In due giorni riesco a trovare i posti sui voli per Manila ad un buona tariffa con ETIHAD AIRWAYS (690€ www.etihadairways.com), a contattare Luca e ad avere l’OK per la sistemazione alberghiera nonché per i due voli interni Manila-Dumaguete e ritorno con CEBU PACIFIC AIR (70 € http://www.cebupacificair.com/)

  

 

Cri. Ed eccoci qui, nel tardo pomeriggio di una calda giornata di maggio, all’aeroporto ormai semideserto di Malpensa, pronti per un tuffo nel mare delle Filippine. Alle 22 si parte: sul monitor incastonato nello schienale del sedile davanti, la telecamera esterna posta a prua dell’AIRBUS 330, inquadra la pista di decollo che sfreccia sotto di noi con le sue linee bianche che scorrono sempre più veloci. Il pulviscolo sull’obiettivo crea riflessi punteggiati nel buio che simulano un cielo stellato, poi le luci della pianura in un orizzonte inclinato mostrano un’ormai gigantesca metropoli senza soluzione di continuità. Si cambia aereo ad Abu Dhabi. L’aeroporto è nuovo nuovo nello stile di lusso debordante degli scali moderni, con pavimenti bianchi a specchio, corridoi con prospettive interminabili, palme in giganteschi vasi. Dopo qualche ora di attesa trascorsa a dormicchiare su una “chaise long” ci si imbarca su un BOEING 777 per l’ultima tratta.

 


 

il "777" della tratta finale

il "777" della tratta finale

Sighing in the rain (sospirando sotto la pioggia)

  

 

Gigi. A notte inoltrata tocchiamo terra al Ninoy Aquino International Airport. Manila ci accoglie con una pioggia fitta e nubi cariche che non lasciano presagire niente di buono. Il nostro pensiero non può non correre al tifone Caloy che ci ha spaventato tre anni addietro. No, per fortuna questa volta è solo una brutta perturbazione. Certo che se ci fosse bel tempo… Una caotica, consueta, confusione ci attende all’esterno dell’aerostazione dove peniamo a rintracciare il taxi inviatoci dall’albergo. Stracarichi di bagagli ed equipaggiamento a stento riusciamo ad entrarvi tutti e quattro.

  

 

Cri. Si ritorna alla Malate Pensionne, in Mar Adriatico Street, con i suoi legni di mogano un po’ scricchiolanti ovunque: nei pavimenti, nelle scale, nelle porte e sovraporte, nei mobili in stile coloniale. Si respira un’aria un po’ rétro. Le stanze, sobrie e pulite, sono piccole e piene del rumore che viene dalla strada fino all’alba. Siamo in una zona centralissima della megalopoli, caratterizzata dalla presenza di molti bar e locali equivoci e così la nostra notte sarà per lo più insonne. Chiarisco: per il frastuono e non perché Gigi (come forse vorrebbe) mi trascina nella dolce vita notturna “alla filippina”. www.mpensionne.com.ph

 

la receptionist non conosce il Mar Adriatico

la receptionist non conosce il Mar Adriatico

Gigi. Mentre aspettiamo il minivan che ci porterà a Batangas, il punto d’imbarco per Puerto Galera, mi diverto a chiedere alle impiegate della reception se hanno un’idea di cosa sia il ” Mar Adriatico” ricevendo per risposta solo sguardi perplessi… Il traffico in uscita dalla città è intenso e la pioggia ci accompagna inesorabilmente. Una classica “banka” con i due bilancieri laterali ci traghetta in poco meno di un’ora nel breve tratto di mare che separa l’isola principale Luzon da Mindoro (Verde Island Passage). Attracchiamo sulla spiaggia di Sabang dove ci attende Luca e, sorseggiando l’aperitivo di benvenuto, ci viene presentato tutto lo staff. Intuiamo subito l’ottimo livello organizzativo e la cura che Atlantis Hotel mette in ogni particolare. Addirittura esiste una sala dedicata dove maneggiare le cine/fotocamere, dotata di pistole ad aria compressa e di prese elettriche multiple per la ricarica delle batterie. Un vero resort per appassionati di subacquea. http://www.atlantishotel.com/ (per info gruppi, diving club e famiglie scrivere a luca.borello@atlantishotel.com)

 

 

Cri. L’albergo è una struttura piacevole in stile un po’ greco-mediterraneo: immersa nel verde lussureggiante tropicale, di un lusso sostanziale ma non ostentato, è distribuita su una collinetta terrazzata con le camere che si affacciano su ampi patii vista mare. Le stanze sono allegre, con letti e mensole in muratura bianca. Per scherzo dico a Gigi che nel bagno la luce si accende con la fotocellula e lui, credulone, rimane a lungo chiuso dentro al buio prima di protestare per un supposto malfunzionamento.

 


 

l'albergo è avvolto dalla vegetazione lussureggiante

l'albergo è avvolto dalla vegetazione lussureggiante

Verde Island Passage: centro della biodiversità mondiale

 

 

Gigi. Un’autorevole equipe internazionale di Biologi marini dichiarò nel 2006 le Filippine al centro della biodiversità marina mondiale ed in particolare lo Stretto di Verde Island il “centro del centro”. Seppur non siano rari gli avvistamenti di grossi pelagici, questo tratto di mare è caratterizzato dalla presenza di una fauna rara e curiosa che fa sì che ogni immersione sia diversa dall’altra. Anche il subacqueo giramondo (un po’ come noi) ha la certezza di risalire in superficie sorridente e soddisfatto e soprattutto mai annoiato. Ci sono ben 37 siti d’immersione in zona che, ovviamente, non abbiamo potuto visitare tutti ma, al ritmo di 3 – 4 tuffi al dì per i quattro giorni di permanenza, abbiamo campionato in numero significativo. Non si riscontra, inoltre e per fortuna, il fenomeno dello sbiancamento dei coralli, che anzi godono di ottima salute. Una bella mappa della zona con tutti i siti d’immersione la si trova sul web:

http://www.teambuilderph.com/teambuilderph.com/puertogalera.biz/images/pgmap2%20.jpg

 

i mimetici "pigmei"

i mimetici "pigmei"

Cri. Dopo due notti quasi insonni, si fa la prima immersione di assaggio, nel pomeriggio, a Monkey beach (18m). Pur nella penombra legata alla pioggia riusciamo ad assaporare le distese di crinoidi, gialli e neri, di morbidi coralli violetti e i numerosi lionfish, murene, trivally, jackfish, consolati dal più che gradevole tepore dell’acqua.

 

Gigi. Anche i fondali di Sinadingan (26m) sono ricoperti da incredibili distese di coralli morbidi e di crinoidi fra i cui inquilini c’è un ragguardevole granchio orangotang, pelosissimo, molti nudibranchi con ciuffetti sgargianti, serpenti a strisce, pesci foglia. Il pezzo forte è costituito da un cavalluccio marino pigmeo bianco e rosso perfettamente mimetizzato su un ramo di corallo. Il barometro per fortuna è risalito e la luce del sole ci regala una buona visibilità. Siamo ormai entrati nello “schema ” della giornata tipo: briefing del dive-master (il preferito è Ambo) con lavagnetta molto ben disegnata, equipaggiamento già pronto a bordo, pochi minuti di barca per raggiungere il sito, capovolta e via. Di solito siamo solo in 5: la guida davanti, io e Cri, poi Elsio e Luca che chiudono il gruppo. Si riescono a fare due tuffi in mattinata, pausa pranzo, un po’ di siesta ed il terzo nel pomeriggio. La quarta immersione serale è opzionale. Adesso nel pacchetto delle attività proposte si parla, addirittura, di cinque al giorno!!!

 

 

 

Cri. A Hole in the wall (21m) ci accoglie uno squaletto pinna bianca che sguscia veloce da sotto una roccia e si procede a fare una scorpacciata di bellissimi scorfani supermimetizzati; uno, dai delicati toni pastello, è disteso sopra una spugnona barile (o portaombrelli) rosa.

 

 

Gigi. Stupendi anche qui i lionfish, i nudibranchi, i granchi orangotang e porcellana, i mantis shrimps, i gamberetti, le murene. Molto suggestiva una gigantesca gorgonia bianca interamente ricoperta da crinoidi neri. Si passa in un tunnel abbastanza stretto e basso, lungo 3 m mentre Rob, il cineasta che ci accompagna, ci riprende. Quando rivediamo il filmino qualche amico ci fa notare che l’unica passata senza toccare le pareti è Cri che, ovviamente, poi la rimenerà a lungo!

 

Cristina con un segnale internazionale...

Cristina con un segnale internazionale...

Cri. Non sono mai stata particolarmente attratta dai relitti perché vivevo la presenza dentro il blu di un qualsiasi manufatto umano come un’intrusione, un artificio che disturbava la mia relazione con la natura sottomarina. È stata proprio l’immagine della prima imbarcazione di Sabang wrecks, adagiata su un luminoso fondo di sabbia bianca, con i suoi fasciami di legno esplosi e nello stesso tempo composti in un’architettura ordinata, ad esercitare su di me una fascinazione talmente forte da farmi guardare poi con altri occhi le strutture sommerse.

 

 

Gigi. Le tre barche, una di acciaio e due di legno, sono a una profondità fra i 17m e i 21m. Fra gli inquilini più frequenti dei relitti e delle aree circostanti ci sono dei pesci leoni piuttosto grossi, splendido in particolare uno nero, numerosi pesci fantasma ornati e non, gruppi di pesci pipistrello, pesci pietra, pesci rana e, naturalmente, murene. Il fondale sabbioso circostante è poi un ottimo terreno per studiare la simbiosi tra il mantis shrimp (cicala verde-rossa) ed il pesciolino gobi che funge da sentinella.

 

 

  

Cri. L’immersione a Giant clams (17m) è un altro “must” da non perdere! Raggiungiamo il sito con la guida Rusty ed Elsio costeggiando la bellissima, frastagliata insenatura di Puerto Galera, eccezionale porto naturale utilizzato un tempo dalla Grande Armada. La folta vegetazione della baia è avvolta nella luce calda del pomeriggio. Purtroppo Gigi, il mio buddy preferito, per problemi di orecchie, si perde subito nella corrente con Luca. Nel prato di posidonie facciamo un’indigestione di cavallucci, grossi, neri, a strisce, color ruggine, ecc., pesci fantasma, pesci foglia, nudibranchi e vediamo un minuscolo pesce rana perfettamente mimetizzato su un corallo arancio. Ad un certo punto Rusty ci fa segno che abbiamo mancato la clam-city e si scusa inchinandosi a mani giunte, ma, dopo poco, abbassando gli occhi appaiono le enormi tridacne dai bordi di velluto colorato e ci mettiamo a ridere. A fianco due serpentoni (qui abbondano) e una tartarugona scivolano fra i coralli morbidi con stelo a campanula sfrangiata. Un pesce scorpione diavolo cammina tranquillo sul fondo.

 

un "pipe fish"

un "pipe fish"

Gigi. La bella gita a Verde Island, molto adatta anche a chi non fa sub, dura un’intera giornata. Si fa base su una spiaggia attrezzata per il picnic. Le immersioni a 27 e 21m sono su due splendide pareti verticali densamente ricoperte di coralli, spugne, crinoidi, gorgonie in cui si insediano fra gli altri i consueti pesci scorpione (non manca anche questa volta “il diavolo”) e fantastici nudibranchi in quantità impensabili: per la prima volta ne ammiriamo alcuni di un bel verde mugo, piuttosto grossi, direi un po’ ciccioni, maculati con i ciuffi più scuri. Intorno pullulano piccoli e grandi pesci di barriera (anthias, sweetlips, balestra cuccioli, farfalla, jack fish e naturalmente… serpenti).

 

Cri. Ci autodispensiamo dalla terza immersione a Washing machine dato che ce ne tocca un’altra la sera. Al posto dei su e giù fra i pinnacoli e lo zig zag fra le correnti che la caratterizzano (da cui il nome) ci dedichiamo ad una bella nuotata di snorkeling. Oltre alle consuete notevoli bellezze scopro delle sorprendenti costruzioni a “castello delle fiabe” bianco-azzurre mai viste prima. Le foto, ahimè, sono andate perdute e non sono riuscita a tutt’oggi a classificarle, nonostante le lunghe ricerche nel web.


BEST SHARK DIVING

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

  

 

carlo puligheddu

carlo puligheddu

Carlo Puligheddu. Questo il nome del responsabile di questo diving. Questa una delle maggiori garanzie della qualità delle immersioni effettuate con questo diving collocato in una casettina di fronte al mare sita in uno dei punti più belli della costa maddalenina, il promontorio di Punta Tegge.

Tutto lo staff è figlio dell’Isola e vanta, ovviamente, una grande conoscenza di questi fondali. Il diving è dotato di due grandi gommoni ben motorizzati che consentono, appunto, rapidi spostamenti partendo dal piccolo pontile proprio di fronte alla sede del diving.

L’esperienza personale mi ha fatto registrare una buona organizzazione anche nelle notturne che ho effettuato con questo diving che gode anche della presenza di due Alicia mirabilis in un’immersione a poche centinaia di metri dalla partenza.

 

SCHEDA BEST SHARK DIVING CENTER 

 

STAFF  

CARLO PULIGHEDDU: titolare 

DAVID, MARIA, LUCIANO, FRANCESCO, ANGELO, ADRIANO, MARIATERESA

 

didattiche adottate SSI – PADI – HSA 

 

tipi di brevetti rilasciati TUTTI I LIVELLI, DALL’OPEN WATER DIVER A ISTRUTTORE PIÙ I CORSI DA ASSISTENTE BAGNANTE 

 

costo immersione singola / pacchetto 10 immersioni IMMERSIONE SINGOLA 40 €

 

imbarcazioni utilizzate 1 GOMMONE BWA 740 CON 200 HP YAMAHA – 1 GOMMONE MASTER 660 CON 115 HP MARINER

capacità di ricarica (quanti mc./ora)

 

quante/quali attrezzature a noleggio 20 ATTREZZATURE SEAC SUB

 

 

 


 

le imbarcazioni del diving

le imbarcazioni del diving

IMMERSIONI PROPOSTE




San Sivino: In questa zona, particolare per la splendida parete che comincia da 18 e arriva a -80 metri è possibile effettuare più immersioni con diversi percorsi e profondità, sia ricreative che tecniche.

 

NOTE IL DIVING E’ OPERATIVO TUTTO L’ANNO

 

COMMENTI DEL DIVING

Il Diving Center Best Shark nasce il 10 novembre 2003 all’interno di un albergo di La Maddalena. Il primo gennaio 2005 viene approvato dalla Regione Autonoma Sardegna lo spostamento e la nuova apertura in località Punta Tegge. Il Diving Center è aperto tutto l’anno. Tutto il nostro staff è locale, iscritto all’elenco delle guide e istruttori riconosciuto dalla regione Sardegna. Tutti colore che frequentano il nostro Centro possono seguire corsi svolti con didattica SSI, PADI, HSA (Handicapped Scuba Association) con la copertura assicurativa DAN.

Gli allievi all’interno della nostra struttura possono usufruire di aula didattica, spogliatoi, servizi igienici, possibilità di deposito e risciacquo attrezzatura.

Il Diving Center è dotato di attrezzature specifiche per immersioni e per le attività autorizzate, conformi alle prescrizioni in materia di antinfortunistica, in perfetto stato di funzionamento e in possesso di idonee dotazioni di pronto soccorso.

Il Diving Center BEST SHARK è riconosciuto ed è conforme alle attuali normative richieste dall’Ente Parco per operare all’interno dell’Arcipelago de La Maddalena. 

Le immersioni si svolgono all’interno del Parco Marino de La Maddalena-Corsica e il loro livello è per tutti, dai neofiti ai più esperti sempre accompagnati da esperte guide locali, in multi livello e senza decompressione. Per i non sub possibilità di snorkeling.

Grazie alla caratteristica del fondale di origine granitica, spesso a parete, in tutte le immersioni è possibile trovare una visibilità eccezionale e rocce piene di fessure e tane dove i pesci trovano facilmente rifugio. Grazie alle correnti che caratterizzano il nostro mare è possibile inoltre notare un po’ dappertutto grosse formazioni di gorgonie. La favorevole posizione delle isole dell’Arcipelago rende sempre possibili le immersioni a prescindere dalla direzione del vento.

Oltre a conoscere i più famosi punti di immersione della zona, ogni anno, stimolati dalla nostra passione per il mare andiamo alla scoperta di nuovi siti sui quali immergersi.

 

Per informazioni

BEST SHARK

Via Maggior Leggero, 21

07024 La Maddalena (OT)

telefoni: 392-6209273 – 0789-1876565

 

LA MADDALENA, UN’ISOLA SOPRA E SOTTO IL MARE

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati
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le due cernie sembrano essere in attesa dei subacquei

 Su un mensile di settore (AQUA N.d.R.), pochi anni fa, in un servizio dedicato a La Maddalena, l’esordio recitava più o meno così: “Ci si imbarca per la Maddalena a Palau… Appena fuori dal piccolo porto l’isola di Santo Stefano si nota subito, sulla sinistra, e la nave la costeggia…” se mai dovesse esserci una prova provata di quanto questo meraviglioso arcipelago sia in effetti sconosciuto (anche a molti di noi che, almeno, non dovremmo cadere in questi marchiani errori) questo credo sia l’esempio più lampante.

Non starò qui ad esaminare le ragioni di questa ignoranza troppo spesso diffusa, voglio allora raccontare cosa sia in effetti questa isola e le isole che la circondano: ormai il pubblico in genere, dalle testate generaliste, sa tutto di Porto Cervo, delle follie e della dislocazione delle case di VIP sulla vicina Costa Smeralda ma poco o nulla sa de La Maddalena, se non che fino ad un paio di anni fa ospitava una molto discussa base per i sottomarini nucleari USA o che – cronache recenti – avrebbe dovuto ospitare quest’estate il tanto atteso summit per il G8, evento del quale i maddalenini, senza per questo volerne agli abitanti dell’Aquila, si sono sentiti scippati confidando proprio nell’attenzione mediatica che ne avrebbe sortito per rilanciare l’economia dell’isola che, incentrata nella presenza della base americana, finché c’è stata, oggi cercano una nuova certezza reddituale.

Qui e ora non voglio affrontare un discorso di politica e di economia che ci porterebbe lontano e, soprattutto, non renderebbe giustizia a quest’isola che possiede, realmente, l’essenza degli scorci più belli della Sardegna.  

 

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la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

La Maddalena è un’isola, ora dirò un’ovvietà, che va vista essenzialmente dalla barca: a fronte delle spiagge più celebri – Bassa Trinita, Cala Lunga, Spalmatore, su La Maddalena, e poi Cala Coticcio, Cala Brigantina, la spiaggia del Relitto a Caprera – ce ne sono decine di altre raggiungibili solo dal mare, con uno dei gommoni che numerosi noleggiatori mettono a disposizione dei turisti in diversi punti dell’Isola. Oppure con una propria imbarcazione (ricordando che ci troviamo all’interno di un Parco e alcune zone sono off limits oltre ad una navigazione sottocosta che può essere problematica per il navigante inesperto e distratto a causa di scoglietti affioranti e qualche secchetta sparse qua e là. Ma niente paura: il sottoscritto ha navigato per parecchi mesi in queste acque con uno sloop di 47’ senza alcun problema, basta porre – appunto! – attenzione alle carte e ai fondali.







Certo è che questo arcipelago, un po’ per la relativa vicinanza tra le varie isole che ne fanno parte, un po’ per la stessa morfologia, è un territorio da esplorare assolutamente via mare.

Alt. Un attimo di pausa: è vero che La Maddalena va assolutamente vista dal mare, ma senza dimenticare di dedicare tempo anche ad un approfondito giro a terra, sia sull’isola che da il nome all’arcipelago, sia su Caprera, collegata da un ponte, sia sulle altre isole, raggiungibili, ovviamente, solo via mare: Spargi, Budelli e la sua mitica spiaggia rosa (ormai da lungo tempo off limits per i numerosi turisti che, incuranti del danno biologico ed estetico che compivano, si portavano regolarmente a casa un souvenir costituito da un boccettino della sua sabbia mista ai residui dei crostacei che, dissolvendosi nel tempo, conferiscono le particelle rosa che la rendono così particolare), Santa Maria, Razzoli…

 Quando arrivi a Palau – una quarantina di chilometri a nord di Olbia, dove si sbarca con i traghetti “dal continente” – e ti rovi l’Isola lì di fronte ti sembra di averla già tutta in mano, dispiegata davanti ai tuoi occhi. In realtà quando sbarchi e inizi a girarla, alla scoperta delle spiagge dove poter fare il semplice bagnante, ti trovi ad entrare in una natura ancora realmente selvaggia e che offre una infinità di spunti al fotografo, ma anche al trekker.

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

Personalmente considero La Maddalena un’isola “per caso” in quanto la relativa vicinanza a terra (solo una ventina di minuti di ferry per raggiungerla da Palau, e in gommone ci si mettono poco più di dieci minuti) e la vicinanza con le altre isole dell’arcipelago la allontanano, ovviamente, dalla classica icona dell’isola che appare improvvisamente dal mare deserto, ma questa situazione morfologica anziché essere un limite costituisce in realtà un pregio in quanto offre un ventaglio ancor più ampio di possibilità di immersioni, oltre alle altre attività – spesso legate al vento e alla vela che qui sono di casa – che in queste acque si possono esercitare.


Quando poi passi il ponte con Caprera e inizi a percorrere qualche sentiero, risali ai forti eretti qua e là sulla skyline dell’isola, scendi alle spiagge più belle dell’isola, Cala Coticcio (che qui chiamano, con discutibile esterofilia, “Tahiti”, e mi piacerebbe sapere se nell’isola polinesiana esiste qualche baia intitolata a questa, splendida, che non teme il confronto con nessun’altra tropicale…), Cala Brigantina, o, senza la fatica di una camminata su e giù per sentieri più o meno scoscesi, ai “Due Mari” o a Punta Rossa o a Porto Palma, sede anche del Centro Velico Caprera, allora realmente ti rendi conto di quanto la natura qui la faccia ancora da padrona.

 Prima osservazione: la pesca subacquea (ovviamente rigorosamente in apnea!) è concesso solo e soltanto ai residenti, qui come in molti altri Parchi Marini (non sono informato sulla situazione di TUTTI i Parchi, ma ho il sospetto che certe regolamentazioni siano fotocopia l’una dell’altra…), il che significa che l’apneista milanese, o bolzanino, o torinese, o romano o, insomma, di qualunque altra parte d’Italia, non avrà mai il diritto di esercitare l’attività che ama di più e dovrà appendere il fucile al chiodo perché, è evidente, che se io nasco in città non potrò mai pescare da nessuna parte, in Italia, visto che la “parchizzazione selvaggia” – a mio avviso molto spesso solo una formula per creare posti di lavoro per i locali (e, lo ripeto, non mi riferisco solo alla situazione dell’Arcipelago della quale, peraltro, da questo punto di vista non posso dir nulla) – sta arrivando a coprire praticamente tutte le coste, anche quelle dall’interesse biologico e naturalistico veramente scarso…

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

Ma per noi il fascino vero inizia appena mettiamo il naso sott’acqua, va detto subito che La Maddalena è situata nel Parco Marino che dall’Isola prende il nome e che è esteso a tutto l’Arcipelago. Prima di iniziare a parlare nello specifico di quello che offrono alla vista del subacqueo queste acque spendiamo due parole sul Parco, due parole che non sono da intendersi legate solo all’istituzione maddalenina ma, piuttosto, all’ordinamento generale dei Parchi Marini in Italia, delle Aree Marine Protette e, insomma, di tutte le forme di protezione ambientale e territoriale che riguardano il mare.


Con, in più, il danno e la beffa dovuti al fatto che, invece, la pesca di superficie professionale (ma anche quella amatoriale) è assolutamente consentita, e non serve a nulla aver dimostrato in anni di verifiche, dibatti e battaglie che il prelievo ittico di un peschereccio in un giorno supera di gran lunga quello di numerosi sub nell’arco di un anno.

Non sono un amante degli sterminii, personalmente ho appeso il fucile al chiodo una decina di anni fa (ma ogni tanto me ne torna la voglia) per ragioni emotive, personali. Non sono quindi direttamente interessato alla faccenda, ma devo dire che l’unico Parco Marino che ho visto funzionare bene all’epoca in cui ci ho vissuto e operato con un diving mio, sia per la zonazione sia per la lungimiranza delle leggi che ne regolavano il funzionamento, e mi riferisco a Ustica dove, finché ci sono rimasto io, a metà degli anni ’90, le tre zone “A”, “B” e “C” erano state studiate in maniera di non togliere ai subacquei le zone più belle, senza nulla togliere all’efficienza della zona di ripopolamento, e la possibilità di pesca per tutti non limitava affatto la presenza di pesce che, al massimo, si faceva più smaliziato e si spostava nella zona di tutela parziale, la zona “B”.

 

 


 


 

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

Ora smetto questo discorso generale e ritorno a La Maddalena e a quello che trovi nelle sue acque. Alcune immersioni verranno descritte in altra parte di questo articolo, più in generale devo dire che, dal punto di vista faunistico, l’Arcipelago offre degli incontri davvero esaltanti, magari complice la particolare posizione geografica, all’uscita delle Bocche di Bonifacio e di fronte alle acque profonde del Mediterraneo che separano Sardegna e Corsica dal “continente”, magari anche per il buon funzionamento dei meccanismi del Parco, sta di fatto che in certi momenti (ma agosto, va detto, non è nemmeno qui, come nel resto dei mari, il mese più felice) ci si può imbattere in specie particolari o in esemplari dalla taglia “king size” di razze magari un po’ più comuni.






Personalmente, tra gli incontri di questa estate 2009, sono incappato nela leccia, parente stretta della ricciola, che erano molti (tanti davvero!) anni che non vedevo più; in un’altra immersione ho trovato quello che probabilmente è il più grosso trigone  che abbia mai visto in vita mia: io mi sono avvicinato a 50 centimetri per fotografarlo, finché lui, annoiato dalla mia presenza, ha deciso di andarsene con eleganza con una sorta di “carezza” della sua pancia sulle mie mani ma senza intenzioni aggressive nei miei confronti, da questa distanza l’avevo stimato grande, più di un metro, forse un metro e mezzo, i compagni di immersione che hanno assistito alla scena da qualche metro più in alto asserivano invece che era grande più o meno come me, forse un po’ di più, sui due metri di diametro, per intenderci (poi, in barca, mi è venuto fatto di pensare all’aculeo della coda che, per mia fortuna, ha deciso di non utilizzare a mio danno, brrr….). nella stessa immersione abbiamo incontrato anche un altro trigone  grande (ma non come il primo!) e una bella aquila di mare.

 

 


 


 

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

Aquila di mare che è peraltro facile incontrare in diversi siti di immersione nelle acque dell’Arcipelago, così come branchi di quei pesci che, conosciuti inizialmente come “lucci di mare, gli è stato attribuito più correttamente il nome che è loro più proprio; “barracuda” visto che questi – Sphyrena sphyrena – sono parenti stretti di quelli, più grandi, tropicali, gli Sphyrena zigana.






Ma le sorprese non si fermano qui: pesci più comuni come i saraghi (ma non solo il classico Diplodus vulgaris caratterizzato dalle due strisce ma anche il sarago pizzuto – o puntazzo – o altre specie meno consuete i cui nomi sfuggono anche a me, che biologo non sono) o le corvine, o le orate tutti in dimensioni che garantirebbero – per ogni esemplare – una cena soddisfacente come piatto unico per tre-quattro commensali di buona forchetta, e scusate il parametro da (ex) cacciatore subacqueo, ma non trovavo nulla di meglio per magnificarne le dimensioni.

E, naturalmente, incontri con la regina del Mediterraneo, sua maestà la cernia, dalla classica Epinephelus guaza alle varie altre specie della famiglia, pure loro ai massimi traguardi che in media possono raggiungere, come dimensioni e peso, gli appartenenti alla loro razza, e poi ancora dentici, ma anche – ovviamente un po’ più immobili – esemplari di Alicia mirabilis o di cavallucci marini, magari a poche decine di metri di distanza dalla spiaggia dove i bimbi fanno il bagno, ad un paio di metri di profondità (i cavallucci).

Dal punto di vista morfologico questi fondali non sono – per gli appassionati dei “luna park subacquei” come il sottoscritto che ama grotte e passaggi e passeggini vari – il massimo ma, tra alcuni bei drop off, la costituzione del fondo spesso in panettoni vari, alcuni canyon alla cui uscita, o circumnavigandoli, a volte ti trovi di fronte la “sorpresa” come tre belle orate da sette-otto chili l’una o tritoni come quello che mi è stato dato in sorte di incontrare, anche questo aspetto, in fondo, può superare abbondantemente la sufficienza.

I diving sull’isola sono quattro dei quali ne ho personalmente provati due, e ne parlerò in altra parte dell’articolo, e, in generale, sono tutti bene attrezzati e competenti.

 

 


 

un sarago pizzuto disturbato in tana

un sarago pizzuto disturbato in tana

L’unico problema – e scusate se torno ad un argomento non strettamente legato a La Maddalena ma che riguarda le norme dei Parchi Marini in generale – riguarda i limiti che i diving sono costretti a far rispettare perché imposti loro, in questo caso, dalle ordinanze delle locali Capitanerie di Porto che impongono il rispetto dei limiti di immersione relativi al brevetto di cui si è in possesso, per cui non conta nulla se un Open Water abbia effettuato in carriera centinaia o, addirittura, migliaia di immersioni in tutti i mari e in tutte le condizioni: nelle zone di mare italiane dove vigono queste norme liberticide, dovranno limitarsi a scendere sempre e solo entro i diciotto-metri-diciotto della loro abilitazione. Anche in assenza di una legge quadro che regolamenti e sancisca questi limiti a livello nazionale. Se non è un arbitrio questo vorrei sapere a quale livello sia necessario arrivare per dare questa definizione!


Più in generale trovo assurdo che un limite di profondità consigliato dall’agenzia certificatrice venga assunto come limite obbligatorio da enti e istituzione che, oltretutto, non possiedono nemmeno le competenze tecniche per fare queste valutazioni. È, in fondo, anche questo un segno di una mentalità che l’Uomo sta acquisendo e che lo sta sempre più allontanando dall’originale (e benefico!) impulso alla scoperta, alla ricerca, alla sfida ai propri limiti ma, soprattutto, all’anelito ad andare più in là, a vedere ciò ancora non è stato visto.





Mi si può dire che i pionieri hanno corso rischi (secondo alcuni inaccettabili) e che, in ogni caso, un incidente ad un subacqueo ha un costo rilevante, in termini economici, per la comunità. Mi sento di rispondere che, per chi ama la ricerca e l’esplorazione, nessun prezzo da pagare è troppo alto per quello che può riportare dalle proprie immersioni (anche se, ovviamente, non conosco nessun autolesionista tra coloro che amano le immersioni profonde o impegnative, in grotte, relitti, ecc…) e per quel che riguarda l’aspetto economico posso solo rilevare, con amarezza, che se una società arriva a monetizzare la passione “imbalsamando” coloro che accettano in proprio il rischio per offrire alla società tutta una nuova scoperta – anche piccola – o anche solo un germe in più di passione, è una società destinata a non osare più, a chiudersi sui propri allori (conquistati da coloro che, invece, le sfide le hanno accettate e affrontate!). 

 


 

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

In ogni caso le immersioni nell’Arcipelago possono essere condotte a quote di assoluta sicurezza, per tutti i livelli di brevetto, e gli incontri non mancano di certo: le grandi cernie, in certi siti, le puoi trovare già dai sei-sette metri (e ti vengono pure incontro…), il trigone – se non ricordo male – l’ho incontrato intorno ai trenta metri, la leccia ad una decina così come i grandi saraghi e le orate…

Ancora poche parole sull’Isola, per concludere: La Maddalena ha anche una vita di animazione piuttosto ricca, soprattutto in estate, non è un luogo nel quale a parte la vita di mare non ci sia null’altro, le giornate qui – se uno lo desidera – si possono concludere, come in altre località note magari solo per questa caratteristica, alle prime luci dell’alba, con un intermezzo, magari, a mezzanotte per andarsi a mangiare la focaccia appena sfornata – 1 euro al pezzo e il manipolo di aficionados seduti sui gradini ad aspettare l’apertura della porta del forno – o l’ultimo drink nel bar affacciato sul mare con il gruppo musicale (trovi di tutto, dal jazz, al rock anni ’60, al metal, house e chi più ne ha…) dal vivo che ti fa da sottofondo più o meno romantico.

Questi, più o meno, ma più “meno” che “più” perché non è qui possibile riportare il profumo del sottobosco sardo o l’emozione delle stellate delle quali si può godere dai punti più bui (e romantici…), sono le ragioni che invitano ad una visita a questo Arcipelago, sarà forse banale dirlo ma questo è veramente tutto.

Se vi sembra poco…












LUGLIO 2009: IL PRIMO “TIGRE NON SI SCORDA MAI

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati

la "spiaggia del dugongo"

la "spiaggia del dugongo"

foto di Walter Scotti e Luigi Del Corona

 

 

 

Mar Rosso

 

Gigi. Non abbiamo mai descritto viaggi ed immersioni nel Mar Rosso: una vera e propria contraddizione. Sia Cri che il sottoscritto ci siamo infatti brevettati laggiù ed è il mare che in assoluto abbiamo più frequentato per dar sfogo alla comune passione. Ho sempre ritenuto molto semplice recarsi in quei luoghi, tra i pochi al mondo dove conviene acquistare un “pacchetto all inclusive” piuttosto che praticare i “turisti fai da te”, e che pertanto non ci fosse bisogno di fornire consigli di viaggio. Un’emozionante avventura capitataci lo scorso mese di Luglio ci ha fatto cambiare idea decidendo che valesse la pena raccontarla.

 

Cri. Quando Gigi mi propone di tornare in Egitto sono molto perplessa. I ricordi sono bellissimi proprio perché l’abbiamo frequentato soprattutto molti anni fa, fra l’altro discendendo il Nilo fino ad Assuan e circumnavigando il Sinai in moto nel ‘90, quando le sue coste erano quasi intatte. Ho un po’ paura della delusione del ritorno, ma, avendo solo una settimanella di vacanza libera da impegni familiari, decidiamo di accogliere la proposta del nostro abituale amico fotosnorkel Walter e di trascorrerla ad Abu Dabbab, nelle vicinanze di Marsa Alam, sulla meglio conosciuta “spiaggia del dugongo”.

 

Gigi. Un salto in un’Agenzia sotto casa e tutta l’organizzazione del viaggio, che di solito richiede un sacco di tempo, viene risolta in pochi secondi. L’unica cosa che mi infastidisce è lo scoprire che non solo la compagnia aerea AIR ITALY non concede nessun bonus extra per l’equipaggiamento ai subacquei ma che sarebbero stati molto fiscali nel pesare il bagaglio a mano (5 kg) e quello imbarcato (15 kg). Gli orari di partenza e di arrivo a Malpensa sono nel cuore della notte. Poco male: lasceremo la vecchia auto in un parcheggio scoperto il cui costo è concorrenziale con l’andata e ritorno di tre persone in autobus, che per altro in quegli orari non funziona.

 

Cri. Dopo quattro ore di volo si atterra nell’aeroporto privato di Marsa Alam. Sbrigate le formalità doganali, il pullman della Swan Tour ci deposita all’ingresso del Abu Dabbab Diving Lodge, un semplice ma essenziale albergo a tre stelle composto da soli 60 bungalows di legno. Basta attraversare la strada litoranea e ti trovi sulla omonima, bella spiaggia attrezzata di lettini ed ombrelloni. L’atmosfera dell’albergo è familiare, anche perché gli ambienti comuni sono quasi intimi e non c’è animazione. Tutto è a misura di un turismo tranquillo e quindi più tarato sulle nostre esigenze. Il personale è gentilissimo, la cucina assolutamente accettabile. http://www.swantour.it/inside.asp?idPag=20&id=dest02&tab=prodotto&dest=Marsa+Alam&idDett=323

 

Gigi. Dopo aver consumato un rapido pranzo a buffet ci dirigiamo alla volta dell’ORCA DIVECLUB per prendere i necessari contatti. È a gestione tedesca ma quasi tutto il personale, ad eccezione del capo e della sua compagna, è di nazionalità egiziana. Conosciamo subito Ibrahim, il giovane e simpatico dive master che diventerà il nostro punto di riferimento ufficiale (parla un ottimo italiano) anche se avremo modo di frequentare o immergerci con Bob, Hassan, Michael, tutti estremamente cordiali.

 http://www.orca-diveclub-abudabab.com/english/divecenter.php

 

Cri. Le immersioni si svolgono così:

a) direttamente dalla spiaggia quando si vuole, basta segnarsi sul foglio e prendere una bombola. Si esplorano i due reef a Nord o a Sud della baia.

b) con un minivan che ti porta su altre spiagge, nel raggio di una trentina di chilometri, da cui si entra in acqua “a piedi”. Sia di mattina che di pomeriggio.

c) in gommone con partenza la mattina intorno alle 9 per visitare dei reef (shaab in arabo) prospicienti la baia.

d) in gommone per Elphinstone Reef, con partenza la mattina presto alle 5.30, per fruire delle migliori condizioni di mare. Distante una ventina di minuti è la meta più ambita e famosa!

e) su una grande barca da crociera che, partendo dal porto di Marsa Alam tutti i martedì, offre un’escursione di un’intera giornata con due immersioni ed il pranzo.

 

Gigi. Veniamo, giustamente, obbligati a fare un “check dive” dove abbiamo il dispiacere di ri-scoprire che

quelle acque sono molto salate e che di conseguenza dovremo aggiungere la bellezza di 4 Kg alla cintura dei pesi rispetto a quelli recentemente utilizzati nei mari delle Filippine. Io, in particolare, che mi son portato una muta da 5mm dovrò scendere con addirittura 10 kg e Cri raddoppia da 3,5 a 7 kg. Mi sento goffo come un astronauta ma non c’è niente da fare o così o… galleggio come un sughero. Poi finalmente sgonfiamo il giubbetto e sprofondiamo dolcemente nelle calde acque della baia.

 

una tartaruga che "bruca" sul fondo

una tartaruga che "bruca" sul fondo

Cri.

Ci hanno già informato che, purtroppo, il mitico dugongo quest’anno se n’è andato in ferie da qualche altra parte. La delusione è mitigata dall’incontro con una nutrita colonia di tartarughe stabilitasi nel piccolo golfo grazie alle posidonie, ormai piuttosto spelacchiate, che fanno da tappeto al fondale sabbioso. Ed è proprio nascosto in un ciuffo verde che un esperto sub tedesco che ci accompagna scova un delizioso cavalluccio marino, piuttosto raro da quelle parti al contrario dei “cugini” pesci ago che osserviamo in quantità. Subito a seguire ci relazioniamo a lungo con una bella seppia che volteggia a mezz’acqua per nulla intimorita dalla nostra presenza.

 

 

 

Gigi. Tra gli ospiti fissi dei due reef, Nord e Sud, che delimitano il piccolo golfo non manca mai il pesce coccodrillo, lo squalo chitarra ed una piccola aquila di mare che svolazza tranquilla spingendosi fin quasi a riva. Si incontrano comunemente trigoni a macchie blu, branchi di triglie, di trombetta, fucilieri e chirurgo, oltre a lion fish, calamari, murene, pesci palla, pesci pagliaccio e altri più comuni ma non meno belli pesci di barriera. Le tartarughe sono così numerose che non fanno più notizia. Un luogo molto adatto anche per lo snorkeling.

 

giocando con i delfini

giocando con i delfini

Corso Nitrox

 

 

 

Cri. Immersioni e diving sono l’elemento assolutamente centrale della nostra vacanza. Ci facciamo per di più convincere a fare il corso Nitrox per cui il tempo di non immersione, reale o mentale, da dedicare a snorkeling e spiaggia, è ulteriormente ridotto. Data la mia indubbia pigrizia e il mio desiderio di spazi di vuoto diciamo meditativo, mi sembra di essere troppo al di sotto della giusta soglia di inattività vacanziera. Per Gigi è un po’ l’opposto perché lui ama di più i ritmi intensi senza eccessive pause.

Il corso, che decido di frequentare con l’obiettivo di diminuire la stanchezza da immersioni plurime, mi provoca una certa apprensione quando leggo della pericolosità dell’ossigeno nel caso di eventuali inadeguatezze nel caricamento della bombola o nella misurazione della pO2. Anche Giovanni, un simpaticissimo istruttore italiano conosciuto laggiù, mi conferma questo elemento negativo.

 

Gigi. Le ansie di Cristina non l’abbandonano mai… Personalmente ero solo preoccupato di dover studiare il manuale di notte e rispolverare le vecchie tabelle ormai in disuso. Michael, l’istruttore che ci tiene il corso, è estremamente gentile e paziente, ma l’esamino finale consta principalmente di problemi matematici piuttosto impegnativi che ci fanno grondare sudore, anche per i tempi ristrettissimi di preparazione. Promossi!

 

i delfini in branco

i delfini in branco

Delfini a tu per tu

 

 

 

Gigi. La gita in barca a Shaab Marsa Alam, un reef a circa 10 miglia dalla omonima brutta cittadina, occupa piacevolmente tutta la giornata. Arrivati al porto, privo di moli d’attracco, si deve trasbordare armi e bagagli, tramite un gommone, sulla bella imbarcazione da crociera che ci attende alla fonda. Appena raggiunta la nostra meta e mentre il “briefing” di Ibrahim è in pieno svolgimento viene avvistato un branco di delfini che sfila non lontano dalla barriera corallina semi sommersa cui siamo ormeggiati.

 

 Cri. L’eccitazione pervade l’intero gruppo. Le nostre guide, con grande tempismo e sensibilità, ci invitano a saltare alla svelta sul gommone appoggio muniti di sole pinne e maschere per tentare di raggiungere gli amici mammiferi marini. Ovviamente lo Zodiac non può contenere tutti i gitanti ma noi siamo abbastanza lesti. L’emozione è palpabile per l’incontro inatteso ed insperato. Un minuto di navigazione, si spegne il motore e ci catapultiamo in acqua pinneggiando come forsennati.

 

Gigi. Ci sono due coppie di stenelle (probabilmente due cuccioli con le rispettive mamme) che si avvicinano sempre di più. Io mi trovo un po’ più avanti rispetto agli altri ed ho la fortuna di avere una bella interazione con un “adolescente” che prima dà ampio sfoggio delle sue abilità natatorie, inabissandosi e risalendo più volte con il capo rivolto verso di me, poi decide di approfondire la conoscenza e mi gira ripetutamente attorno a distanza di una carezza che, a stento, mi trattengo dal dare. Sono commosso dal constatare, ancora una volta, come questi simpatici cetacei cerchino il contatto con gli esseri umani con cosi tanta naturalezza venendone invece ricambiati con le spadare che ne uccidono in quantità ogni anno!

 

Cri. Rientrati a bordo ci infiliamo la muta e saltiamo in acqua per la prima immersione della giornata che risulterà essere una delle più “anarchiche” che ci siano mai capitate. Oltre a me, Gigi ed Ibrahim che ci guida il gruppo è formato da due simpatici romani, fratello e sorella e da una coppia di svizzeri che invece “sembrano” madre e figlio ma non lo sono (pettegolezzi a ruota libera). In sintesi mentre il mio buddy ed io seguiamo ordinatamente la guida, le altre due coppie se ne vanno letteralmente per conto loro: i romani per inesperienza e gli svizzeri per supponenza. I coralli sono molto belli e formano dei fantastici canyon. Il pesce è invece scarso: vediamo un pesce leone, una grossa murena ed una tartaruga. Durante un “time out” chiesto da Ibra per riassemblare il gruppo giochiamo a lungo con un curioso pesce pipistrello. Il ragazzo romano alla fine del suo yo-yo rimane ovviamente senz’aria. Segue cazziata del dive master.

 

un "porcupine"

un "porcupine"

Gigi.

Consumato il pranzo a bordo, mentre siamo intenti a far la siesta, viene avvistato un consistente gruppo di stenelle che si era nel frattempo ridossato sottovento al reef semicircolare a trecento metri da noi. Pronti, via! Seconda spedizione in gommone in cui lasciamo spazio ad altri. Questa volta si tratta di almeno una ventina di stenelle che si fanno sì fotografare, a lungo e abbastanza da vicino, ma che non desiderano giocare ed esibirsi in acrobazie. Probabilmente il capo branco pretende più disciplina quando sono in “formazione”.

 

 

 

 Cri. Nella seconda immersione sorvoliamo delle maestose cattedrali di corallo, passiamo in un tunnel, ma il pesce è sempre scarso. Verso la fine veniamo ricompensati da un Napoleone che ci gira a lungo intorno e si mette a fare le “boccacce” estroflettendo notevolmente le labbra come e più di talune attricette nostrane “botulinizzate” in modo spaventoso.

 

Suspence ad Elphinstone Reef

 

Cri. Ci eravamo tenuti “il meglio ed il più impegnativo” delle immersioni giustamente per ultimo, per arrivarci più preparati. Poi un crescendo di combinazioni e di casualità lo ha reso parecchio stressante.

 

Gigi. Andiamo per ordine e cerchiamo di ricostruire le tappe. Nel Luglio 2001 feci le mie prime due immersioni su quel reef senza Cri perché ai tempi non era ancora “advanced”. Ebbi la fortuna di non trovare sostanzialmente corrente e mi ricordo di aver ammirato, come top, uno splendido squalo grigio a -34 metri sullo zoccolo Nord. Marsa Alam era stata aperta da poco al turismo e c’erano molti meno sub di adesso.

 

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

Cri.

Non abbiamo mai avuto timore degli squali, anzi appoggiamo la campagna a difesa di queste magnifiche creature. Poi in primavera c’è stato l’incidente della turista francese morsicata da un Longimanus e morta dissanguata. Arrivati ad Abu Dabbab una sera, dopo cena, in hotel ci viene raccontata la storia dei 4 sub russi dispersi in mare dopo essersi immersi ad Elphinstone e mai più ritrovati. http://www.viaggierelax.it/viaggi/index.php?option=com_content&task=view&id=200&Itemid=102

 

 

A seguire le nostre guide ci mostrano sullo schermo di un PC un video realizzato da un turista dove parecchi Longimanus girano freneticamente attorno ad un gommone, con i sub in acqua, andando a sbattere ripetutamente contro l’obiettivo della telecamera nell’intento di curiosare. Per ultimo ci informano che proprio quella mattina – per la prima volta- sono stati avvistati DUE SQUALI TIGRE (2!) ad ELPHINSTONE REEF!!! Inoltre il simpatico Ibrahim continua a ripetere, tra il serio ed il faceto, che secondo lui ci saranno prossimamente altri incidenti in quel luogo. Può bastare???

 

Gigi. Riceviamo un SMS di amici italiani che ci chiedono quando rientriamo in Italia ed io a questo punto rispondo: ”se domani non veniamo pappati dagli squali… lunedì prossimo”. Quando li incontrerò successivamente mi diranno che avevano giudicato quel messaggio ” una delle tue solite battute” ignorando

il fondo di verità nascosto.

 

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

Cri.

Il mio gene dell’ansia lavora nella notte in attesa del briefing delle 5,30 del mattino. Penso soprattutto alla corrente che mi può disperdere chissà dove e al contatto con questi squali che sembrano aver cambiato il comportamento nei confronti dell’uomo grazie al sempre più frequente shark-feeding. Mentre il gommone sfreccia sulle acque calme dell’alba i pensieri turbinano nel cervello. C’è ancora poca luce. Siamo in cinque: noi due, due tedeschi con l’aria molto “navigata” e la guida Hassan con 6000 immersioni all’attivo. Arrivati a destinazione, prima di immergerci, Hassan verifica la direzione della corrente e dà le ultime istruzioni: niente ritrovo in superficie, si va giù a GAV sgonfio, ci si incontra a 5m e poi rapidamente ci si porta sul versante W per costeggiarlo. Date le profondità preventivate di 35-40m, noi optiamo per le bombole ad aria, per non arrivare ai limiti di pO2 da “contingenza”, mentre i due tedeschi il nitrox, ed infatti staranno sempre qualche metro sopra di noi. Alla fine il prodotto della mia agitazione è che scendo da sola per ultima e raggiungo in ritardo il punto di riunione; gli altri sono già avanti che pinneggiano veloci mentre io sono alle prese, fra l’altro, con i miei soliti problemi di compensazione. Si scende rapidamente a 36m e si continua a starci nuotando controcorrente e consumando di conseguenza un bel po’. Sono lì che arranco nella penombra quando avvisto ad una decina di metri sulla sinistra uno squalo tigre e lo segnalo agli altri che stanno guardando altrove. Uhauu!! Che morsichi o non morsichi la sua affascinante sagoma sullo sfondo del blu mi lascia senza fiato!

 

 

 

Gigi. Il mio “database” cerebrale non aveva la certezza che fosse proprio un TIGRE, come ci venne successivamente garantito dalla guida, anche se dopo tutti i discorsi della sera prima ne ero piuttosto convinto. Comunque era lungo almeno 4 metri ed aveva un colore striato sul giallo che non avevo mai visto prima. A differenza di Cri tenevo nel frattempo molto sotto controllo il computer che mi diceva: 3min NO DECO, 2min NO DECO, 1min NO DECO cercando di attirare l’attenzione di Hassan che mi ripeteva OK, OK, OK. Avendo però nuotato troppo a lungo contro corrente a 35 e passa metri il manometro segnò i 100 bar poco prima che giungessimo all’estremità Nord del reef. Prima di iniziare la risalita sul lato Est scorgemmo, sì, un bel Napoleone ma mi sembra di poter dire che anche lì la quantità di pesce è molto diminuita negli anni. Terminata la consueta safety stop, Hassan che aveva già gonfiato il pedagno, ci fa segno di star sotto mentre lui emerge in cerca del gommone. Strana procedura, pensiamo noi. Poi, con lo Zodiac a perpendicolo sulle nostre teste, fa gesti di risalire rapidamente e di saltare a bordo. La spiegazione di Hassan su queste inconsuete manovre è che con dei “tigre” nei paraggi è meglio non mettere in evidenza le nostre sagome in superficie per non dare spunto (o meglio spuntino) agli zebrati pesci cartilaginei di attaccare dal basso verso l’alto com’è loro abitudine. Si rientra alla base contenti per l’esperienza vissuta e ancor di più per poterla raccontare agli affezionati lettori. Non credo che torneremo presto ad Elphinstone. Il mio motto rimane: IL BRIVIDO MA NON IL RISCHIO.

 

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Unica nota stonata

 

 

 

Si riparte in piena notte, l’aeroporto è gremitissimo di turisti italiani che rientrano a casa. Arrivati al bancone

del check-in abbiamo la sgradita sorpresa di risultare complessivamente in eccesso di 6 Kg. Nessuna tolleranza. L’eccedenza ci viene fatturata ben 10€ al Kg per un totale di 60€ che uno scortesissimo ed aggressivo funzionario ci intima di pagare seduta stante e senza fare storie. Rimaniamo esterrefatti. Mai ci era capitata una cosa simile. Al di là dell’esborso pecuniario… è la sensazione di essere trattati come dei malfattori che ci disturba assai. Tra l’altro questo odioso balzello non può che ritorcersi contro la stesso indotto turistico locale. Quale vacanziero (dovendo già fare i conti con i 15+5 Kg) si permetterà di acquistare ancora souvenir? Quanti subacquei come noi non rimpiangeranno le compagnie aeree (specie quelle dirette ad oriente) che concedono 30 Kg più un bagaglio a mano che non viene nemmeno pesato???

 

 

 

gigi&cri@sottacqua.info





SEA WORLD SCUBA CENTER

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


l'ingresso del diving di fronte alla banchina di Cala Gavetta

l'ingresso del diving di fronte alla banchina di Cala Gavetta

La posizione è certo invidiabile così come l’imbarcazione di appoggio: il SEA WORLD SCUBA CENTER di Gianluca Casaccio è sito nella posizione più centrale per coloro che frequentano il mare, a meno di venti metri dalla banchina di Cala Gavetta, il principale porto – turistico e non – dell’Isola. Gianluca, romano transfuga per le acque cristalline di questo Arcipelago, oggi opera con una barca in vetroresina di 11 metri, chiusa per il maggior comfort dei sub, e ha nei progetti per il 2010 l’acquisto di un catamarano di 14 metri per crociere subacquee nell’Arcipelago ma anche più a lungo raggio.


Il diving offre il noleggio, la possibilità di accompagnamento in barca anche per i non sub (mogli o – perché no?!? – mariti non ancora contagiati dal virus dell’immersione), giornate “full day” premiate da un aperitivo finale a base di salsiccia sarda e pane carasau in una delle baie più affascinanti dell’Arcipelago ma, soprattutto, competenza, passione e precisione che ho personalmente avuto modo di apprezzare (anche salsiccia e carasau…) nelle immersioni fatte con loro…

 

SCHEDA DIVING SEA WORLD SCUBA CENTER 

 

 


 

Gianluca al timone dell'imbarcazione del diving

Gianluca al timone dell'imbarcazione del diving

STAFF



 

 

GIANLUCA CASACCIO (titolare, istruttore PSS E PADI)


ALESSANDRO PONTEGGI (istruttore PSS E PADI)

SERENA BOTTARO (istruttrice PSS)

 

PERIODO DI APERTURA aprile-ottobre 

 

DIDATTICHE ADOTTATE PSS (PADI SU RICHIESTA)

 

TIPI DI BREVETTI RILASCIATI DA OWD A DIVEMASTER, CORSI DI SPECIALITA’ PSS E PADI

 

COSTO IMMERSIONI IMMERSIONE SINGOLA 40 €, PACCHETTO 6 IMMERSIONI 200€, PACCHETTO 14 IMMERSIONI 350 €

 

 


 

con il diving tra le rocce di Razzoli

con il diving tra le rocce di Razzoli

IMBARCAZIONI UTILIZZATE

 Per quanto riguarda il trasporto dei subacquei il diving dispone di una considerevole flotta. Fiore all’occhiello del diving è sicuramente la nuovissima barca progettata da subacquei per i subacquei. La Sea World II è un imbarcazione dotata di tutti i confort per trascorrere indimenticabili escursioni garantendo praticità e funzionalità. La Sea World II, varata il 05/07/2005, è sicuramente quanto di meglio si possa trovare oggi sul mercato. Lunga mt 11,30 e larga ben mt 3,70 con due motori turbo diesel in linea d’asse da cv 270 permette di trasportare 15 sub comodi alla velocità di 25 nodi.



L’imbarcazione dispone di un grande zona diving dove riporre tutta l’attrezzatura, ampia spiaggetta di poppa a livello pozzetto con due comodissime scalette per entrate e risalite dall’acqua, bagno, cucina, cabina con due posti letto, ampio prendisole portante sopra il pozzetto e di prua dove potersi rilassare al sole prima e ,dopo le immersioni, impianto acqua dolce di lt 300 e 2 doccette di poppa.

Per quanto riguarda la sicurezza in navigazione la barca dispone di GPS cartografico, ecoscandaglio, radioVHF, quattro pompe di sentina, impianto antincendio e quant’altro previsto dalle normative in vigore. A bordo in inoltre è sempre a disposizione un kit di pronto soccorso e bombola di ossigeno di emergenza.

È previsto, per l’estate 2010, l’arrivo di un nuovissimo catamarano Lagoon 400 che effettuerà crociere subacquee in Sardegna e Corsica.

 

 

capacità di ricarica (quanti mc./ora) 1 compressore Bauer verticus silenziato da 16.000 Lt/H aria nitrox 

 

 


 

il briefing prima dell'immersione

il briefing prima dell'immersione

quante/quali attrezzature a noleggio



 

Un fornito e  parco attrezzature è a disposizione per tutti i clienti, il diving:

20 erogatori completi

20 gav

50 bombole da lt 6,10,12,15,18 tutte biattacco din e int

25 mute uomo donna bambino

20 set pinne maschera boccaglio

 6 illuminatori

 4 computer subacquei aria nitrox

  

IMMERSIONI PROPOSTE (10 immersioni:  – Profondità massima – Tipo di fondale – Visibilità – Difficoltà)

Immersioni nel parco nazionale della Maddalena

 

SECCA DI WASHINGTON Secca con cappello a 6 mt sempre caratterizzata da una ricca presenza faunistica, come cernie, barracuda, dentici, orate e la particolare presenza di aquile di mareProfondità massima 35mt. Difficoltà medio-alta, immersione svolta anche in corrente con barca che segue  


 

PUNTA COTICCIO E ANCORE  2 siti di immersione, la prima caratterizzata da canyon e fauna stanziale come murene, cernie e nudibranchi e l’altra più profonda dove è possibile vedere 2 antiche ancore romane poggiate sul fondaleProfondità massima 18 mt e 40 mt. Difficoltà facile la prima e alta la seconda

 

 


 

inizia la discesa

inizia la discesa

I PICCHI DI PUNTA COTICCIO 2 pinnacoli sommersi con 2 panettoni esterni che consentono 2 differenti immersioni caratterizzati da cocci d’anfore a fauna stanziale e per la presenza di un grongo (Pippo)Profondità massima 20 e 42 mt. Difficoltà facile e medio alta


 

SECCA DI SPARGIOTTELLO  2 panettoni divisi da un canyon, offre punti spettacolari per la fotosubProfondità massima 38 mt. Difficoltà media

  

PUNTA MARGINETTO promontorio esposto percorso da correnti, presenza di pesce pelagico, come dentici e barracuda anche di grandi dimensioniProfondità massima 30 mt. Difficoltà bassa e medio alta in presenza di corrente

 

SECCA DEI MONACI (LONG DISTANCE) Secca con vari cappelli a 6/10 mt, caratterizzata da grande ricchezza di fauna bentonica e pelagica, con la particolare presenza nel mese di luglio di moltissimi trigoni per l’accoppiamento, ottima per fotosubProfondità massima 35. Difficoltà media bassa  

 

ARCIPELAGO DI LAVEZZI (LONG DISTANCE)

 

SECCA DEL CORALLO NERO Secca in mezzo alle Bocche di Bonifacio, caratterizzata da un bellissimo ramo di Gerardia Savallia (Corallo Nero) e per la presenza di aquile di mare e grandi trigoni – Profondità massima 42. Difficoltà alta  

 

 

un grande trigone scivola in una spaccatura

un grande trigone scivola in una spaccatura

SECCA DI MAESTRALE Secca caratterizzata dalla presenza di molti passaggi e molto pesce pelagico di stazza (anche cefali e spigole a poca profondità), e dall’assenza di correnteProfondità massima 15-20 mt. Difficoltà bassa  


 

SECCA DEL PILONE Una serie di panettoni caratterizzati da molti passaggi, cernie, grandi saraghi, dentici, corvine e pesce pelagico, ricchezza di fauna bentonica che favorisce la fotosub, è possibile farla in “drift” (in corrente) seguiti dalla barcaProfondità massima 35 mt. Difficoltà media, alta in presenza di corrente  

 

 MEROUVILLE – CITTÀ DELLE CERNIE Secca caratterizzata da numerosi panettoni e, soprattutto, da una moltitudine di cernie dai cinque ai trenta chili che si avvicinano confidenti, inoltre grandi saraghi pizzuti, murene, dentici, barracuda (Sphirena sphirena)Profondità massima 35-40 (si può fare con soddisfazione anche a 20 mt, circondati dalle cernie). Difficoltà media  


 

 


 

in immersione alla città delle cernie

in immersione alla città delle cernie

SPECIAL LONG DISTANCE

Su richiesta immersioni alle Isole Cerbicali (il “Toro” e la “Vacca”) 


 

 

 NOTE possibilità di organizzare il soggiorno completo in case o appartamenti. Grazie alla barca chiusa è possibile venire accompagnati dalle famiglie che, soprattutto nelle immersioni full day, possono trascorre le giornate sulle spiagge di Lavezzi, Cavallo… si parla inglese e francese. Il diving è sito a dieci metri dalla banchina di Cala Gavetta, il principale porto turistico de La Maddalena. Prenotazioni anche dal sito internet. Possibilità di andare a prendere i clienti anche dalle proprie barche, possibilità di prenotazioni del posto barca.

 

COMMENTI DEL DIVING il diving esiste da 10 anni, fin dalla nascita siamo stati caratterizzati dalla convinzione che si debba offrire un servizio ai massimi livelli al cliente per fidelizzarlo, i nostri sforzi sono sempre stati diretti in questa direzione: sull’Isola siamo gli unici ad essere dotati di una barca chiusa e veloce che ci permette con facilità e comfort di portare i subacquei con regolarità anche sui siti più lontani, inoltre nelle giornate full day questa imbarcazione ci consente di offrire piccoli rinfreschi a bordo. 

 

Per informazioni:

NOME COMPLETO SEA WORLD snc

INDIRIZZO         P.zza XXIII febbraio, 11 – Cala Gavetta – La Maddalena – 07024 OT

tel. 0789737331

cell. 3496190711

fax 0789737331

e-mail info@seaworldscuba.com

sito web www.seaworldscuba.com



DAHLAK 1991, 2009: E CON QUESTO, FANNO 10! (SULLE TRACCE DI GIANNI ROGHI)

A cura di Vincenzo Meleca Commenti disabilitati

Un amore nato sui resoconti di Gianni Roghi e proseguito nell’arco di diciotto anni fino ad arrivare alla decima replica….rep_07_09_strilli_Flamingo

foto di Vincenzo Meleca e di Federico Pellissone

 

Era il dicembre del 1991 quando coronavo il mio sogno di visitare questo arcipelago del Mar Rosso Eritreo, reso mitico d al libro di Gianni Roghi e dal documentario di Folco Quilici, che narravano le vicende della Spedizione Nazionale Subacquea del 1953.

È maggio 2009 e questo è il mio decimo viaggio.

 


 

il gruppo in partenza

il gruppo in partenza

Dice il proverbio “poca brigata, vita beata”, e così è stat o per i miei primi nove (nel 2000, la brigata era davvero “poca”, soltanto io e Paola, la mia fidanzata…), ma non sempre i proverbi corrispondono alla realtà. Eh, già, perché questa volta siamo ben in 24, e ciò nonostante la crociera è stata un successo. Il gruppone, come diceva Adriano De Zan al Giro d’Italia, è davvero ben assortito: come età, siamo in sette dai sessanta in su, cinque sopra e sette sotto i cinquanta, tre ventenni, due under 10. Come mestieri, sei commerciali (tutte donne!), tre sanitari (utilissimi, anche se non ce n’è stato fortunatamente bisogno), tre ingegneri (sempre utili), due avvocati ed un giudice (essendo uno dei due avvocati, posso permettermi di dire “inutili” in questi viaggi…), tre studenti,  un bancario, poi impiegati, casalinghe e persino un noto attore di teatro e televisione! Per gli amanti delle statistiche, siamo, bambini esclusi, undici “ragazze” ed undici “ragazzi”, tre coppiette, una famigliola con due ragazzini, il resto single, almeno in viaggio…


Già, il viaggio! Lungo, lunghissimo quello per arrivare al mare! Praticamente un’intera giornata in ballo per arrivare ad Asmara, via Il Cairo, poi un’altra per raggiungere Massawa (senza ammazzarsi, però!). Per un tratto, scendiamo dai 2400 metri di Asmara fino ai 1500 di Nefasit con una littorina Fiat 1930. Proseguiamo con un classico minibus Toyota, fermandoci a Ghinda per pranzare e a Dogali per ricordare i caduti italiani della battaglia del 1887. L’arrivo a Massawa è terrificante: siamo a fine aprile, la temperatura è attorno ai 40 gradi e l’umidità alle stelle! Dopo l’ormai classica cena al “ristorante” dancalo Sallam (citato in tutte le guide turistiche, ma non certo in quella Michelin…), una buona dormita.

 


 

un sambuco, il Nya

un sambuco, il Nya

Al mattino -di buon mattino!- finalmente si parte per le Dahlak!


L’amico Gian Marco Russo, titolare dell’agenzia Afronine di Milano, che ha curato in modo perfetto tutta la parte logistica, mi ha affidato il compito di guidare questa piccola flotta di due sambuchi –il Tesfa ed il Niya- e di una lancia veloce.

Il giro in questo arcipelago, attualmente Parco marino, in attesa del riconoscimento dell’UNESCO di Patrimonio dell’umanità, è condizionato dalla burocrazia, che ci impedirà di approdare in talune isole. Meno male che ce ne sono più di 200!

L’itinerario, in breve, è questo: Massawa-Madote-Assarca-Shumma-Enteara-Dahlak Kebir-Dur Ghella-Dohul-Dahret-Massawa

Tempo splendido per tutta la settimana, mare calmo, temperatura dell’acqua decisamente gradevolissima: che volete di più dalla vita?

Volete uccelli? Eccovi serviti! Falchi pescatori, pellicani, flamingos, sterne, drome…

 


 

clown fish

clown fish

Volete pesci? Come dice sempre mio cugino Antonio, i pesci si dividono in due grandi generi, quelli che si mangiano e tutti gli altri…Fra i primi, barracuda, dentici (un paio davvero enormi), saraghi, palamite, carangidi, ricciole e, naturalmente, cernie. Fra i secondi, farfalla  ed angeli di vario tipo, trigoni a macchie blu e panterini, pesci palla e scorpione (per la verità, pochi di questi ultimi due), squali chitarra baby  ed un solo pinne bianche.


Naturalmente, anche delfini, ma come tutti ben sanno, non sono pesci…

Come negli ultimi viaggi, inizio anche questo con un po’ di paura: il mare sarà ancora vergine? Le isole saranno ancora deserte? Sarà arrivato anche qui l’inquinamento umano, in tutte le sue forme? Dopo un paio di giorni, tiro un sospiro di sollievo, l’arcipelago è ancora in buone condizioni, anche se…

…anche se sull’isola maggiore, Dahlak Kebir, dove ci viene vietato di approdare nel grande golfo interno, una società del Qatar sembra stia costruendo un megalbergo con annesso casinò…

…anche se è oramai la terza volta che non incontro più squali di barriera, segno inequivocabile che la pesca indiscriminata che ne stanno facendo per rifornire il mercato asiatico di pinne per la stramaledetta zuppa afrodisiaca li sta portando all’estinzione…

 


 

il Mar di Dahlak

il Mar di Dahlak

… anche se i delfini non si avvicinano più come una volta, forse non è una leggenda che qualcuno gli ha sparato…


…anche se abbiamo assistito alla disperata “transumanza” di una dozzina di scheletrici vitelli, portati su una delle isole sin dalla costa dancala con una specie di piroga a motore (perché “disperata”? perché le Dahlak sono del tutto aride e quasi del tutto prive di vegetazione, ma evidentemente la siccità della Dancalia è anche peggio…)

Comunque, il viaggio ci ha dato anche tante belle sensazioni, come…

…aver nuotato per un quarto d’ora in mezzo ad una fiumana contromano di grugnitori…

…essere scelto -ed è già la seconda volta che mi capita!- da un minuscolo -non più di tre centimetri- pesce pilota come “suo” natante preferito (salvo essere miseramente abbandonato appena arrivato al sambuco)…

…aver fatto un bagno di gruppo a mezzanotte (mezzanotte? macché! erano tutt’al più le dieci…) con tante, tantissime stelle sopra la testa (tutta la Via Lattea, decine di stelle cadenti, le ammiccanti Stella Polare e Croce del Sud…) e tante, tantissime stelline -quelle del plancton luminiscente- attorno ad i nostri corpi…

…essersi trovati, nel bel mezzo di un’isola disabitata di fronte ad un’incredibile, piccola ed isolata costruzione in pietre e mattoni  con una nitida incisione “Panificio Moderno – Shumma – 4.1.1911”…

 


 

l'insegna del "Panificio Moderno" a Shumma

l'insegna del "Panificio Moderno" a Shumma

…aver osservato la sagoma di un grande fenicottero rosa che si stagliava contro il disco del sole al tramonto…


… aver riscoperto il piacere di “essere gruppo”, con tutti che davano il loro contributo aiutando a rizzare le tende, preparare la tavola, dividendo la cena…

…a proposito di cena (e di pranzo), ovviamente abbiamo mangiato tanto pesce, tutto pescato da noi, ma occorre una precisazione: si sa che la pesca traina dipende più dall’attrezzatura (lenza, esca) e da un’andatura non troppo veloce che non dall’abilità del pescatore. Qualche dubbio però mi è venuto, se, quando la lenza era affidata a noi adulti, pesci quasi non ne abboccavano, mentre quando erano le tenere manine di Alessandro e Mattia -10 anni il primo, 7 il secondo- a reggere il filo dentici, bonitos e barracuda facevano a gara ad essere ferrati…

 


 

Cundabil, l'Isola del Diavolo

Cundabil, l'Isola del Diavolo

…e riassaporato il gusto del lento scorrere del tempo in navigazione (i sambuchi filano 6 o 7 nodi), in acqua (ho visto qualcuno fermarsi incantato per una decina di minuti ad osservare un branco di pesci di vetro nel loro condominio di corallo…) e persino a terra (l’orario di partenza la mattina era molto, molto elastico…d’altronde, “che fretta c’è: ci facciamo un’altra snorkellata qui e non la faremo stasera sull’altra isola…”)…


…aver osservato il visetto emozionato di Mattia, mentre spegneva le sette candeline del suo compleanno, e lo sguardo commosso di Liliana, mentre spegneva anche lei -la stessa sera!- …beh, non proprio sette candeline!

Ciao Dahlak, alla prossima!

 


LA NOSTRA STORIA: IL MUSEO DELL’HDS A MARINA DI RAVENNA

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

servizi_07_09_hds_strilliAnche noi subacquei abbiamo una storia, anche se, nella moderna accezione della nostra attività, breve, nei sessant’anni trascorsi dai primi “turisti” sub. Italiani. E questo è il “nostro” Museo, quello dove possiamo riscoprire, con orgoglio, che, in fondo, la subacquea moderna è nata in Italia.

 

La parola “museo” non sempre è apprezzata da tutti: a volte – è vero – puzza un po’ di polvere e di vecchie cose ammuffite prive di un reale interesse che, invece di finire in qualche discarica sono state esposte in una bacheca per l’ipotizzabile gioia di qualche – raro – appassionato.

Non voglio addentrarmi in un discorso che nulla ha a che vedere con la mia visita, a Marina di Ravenna, del “Museo” – e mi vengano scusate le virgolette – dell’HDS, dirò soltanto che, in generale e secondo me, questi spazi espositivi vanno valutati volta per volta, in funzione dei temi che stanno alla base della loro costituzione e del modo in cui questi vengono trattati. 

l'ingresso del museo

l'ingresso del museo

In ogni caso qui, a due passi dal Mar Adriatico, possiamo trovare una cosa molto più importante di un semplice “museo”, una cosa della quale le nuove generazioni di subacquei sembrano proprio essersi scordate, complice una atavica esterofilia tipica di noi italiani: qui, tra queste mura, in un contesto per nulla vecchio e polveroso, è presente la storia della subacquea, la nostra storia, nostra nel senso che, anche se se sembriamo tendere a dimenticarcene, i più importanti primi passi nello sviluppo della scoperta di quanto nasconde il sesto continente sono stati mossi dall’italica terra che, ancor oggi, risulta essere forse la più importante produttrice di attrezzature per l’esplorazione ed il lavoro subacquei.



Chi mi conosce sa che io non sono particolarmente patriota o innamorato delle cose di casa nostra, semplicemente perché mi rifaccio al vecchio detto “date a Cesare quello che è di Cesare”, e in questo caso il subentro delle agenzie didattiche di oltreoceano – portandone con sé l’inevitabile retroterra culturale – ci ha fatto dimenticare che, appunto, la subacquea è nata nel Mediterraneo, che i primi limiti considerati invalicabili cinquant’anni fa sono stati valicati proprio qui e che, da un punto di vista più professionale e sconosciuto al grande pubblico, i primi importanti studi sull’iperbarismo, sul lavoro in saturazione, sulle problematiche create dalle alte profondità, sono stati affrontati (e risolti) a casa nostra, ricordiamo un paio di nomi per tutti: Cesare Barnini e Piergiorgio Data. Se a qualcuno venisse la curiosità di sapere chi siano stati e quali benefici abbiano portato alla nostra attività lascio l’incombenza di cercarlo su Google visto che, per ognuno di questi personaggi, un solo servizio sarebbe insufficiente a spiegarne le benemerenze.

 
 


 

un diorama nel quale viene mostrata la procedura per il lavoro di un palombaro

un diorama nel quale viene mostrata la procedura per il lavoro di un palombaro

E, sempre per onorare quell’antico detto, devo comunque annotare che, se in Italia c’è stata la fucina della subacquea che oggi viene definita “ricreativa” altre figure e istituzioni – pur sempre mediterranee – hanno portato fondamentali contributi, dallo svizzero Hannes Keller con le sue immersioni profonde con miscele sperimentali – che gli sono anche costata la vita – alla francese Comex che negli anni ’80 ha stabilito un record di immersione operativa a 530 metri e, più tardi, all’inizio degli anni ’90, il record assoluto e tuttora ineguagliato di immersione in campana a 701 metri.



Ma tutto questo discorso mi ha portato lontano da quello che era lo scopo principale: accompagnare il lettore nella visita virtuale del “museo” – e riecco le virgolette – di Marina di Ravenna. In realtà forse questo dipende dal fatto che mi sembra strano ritrovare in un “museo” (e ridaije!!!) molte attrezzature che ho avuto personalmente l’opportunità di usare da nuove, e questo, ahimè, denuncia il dato anagrafico. D’altra parte ricordiamo che le prime crociere dell’allora neonato turismo subacqueo datano tra il 1947 e il 1948.

Allora, ovviamente, non c’ero, avrei iniziato a mettere la testa sott’acqua solo vent’anni dopo, ma molte delle attrezzature esposte le ho scoperte nelle letture che mi hanno portato a questa passione e un numero rilevante le ho anche – appunto! – possedute o anche soltanto provate nei primi lontani anni della mia pratica.

Dicevo del fatto che questo museo è lontano dall’immagine polverosa che a volte queste istituzioni possono dare, un po’ per la sua localizzazione e per la struttura urbanistica che lo ospita, un po’ per il modo in cui gli oggetti sono esposti e, soprattutto, un po’ perché realmente su buona parte di questi oggetti non ha ancora fatto in tempo a depositarsi la polvere.

 
 


 

il gesso originale sul quale è stata fatta la fusione del bronzo per il Cristo degli Abissi

il gesso originale sul quale è stata fatta la fusione del bronzo per il Cristo degli Abissi

Appena entrati, superate un paio di scaffalature dedicate alla bibliografia, c’è subito una chicca preziosa, preziosa almeno per chi, come me, ha avuto il suo battesimo del mare nelle acque del Promontorio di Portofino, a San Fruttuoso: in tutta la sua imponenza fa bella mostra di sé la matrice in gesso della statua bronzea del Cristo degli Abissi che i “ragazzi” dell’HDS hanno scoperto qualche anno fa, abbandonata e pronta alla definitiva demolizione, in maniera assolutamente accidentale, parzialmente “smontata”, sepolta sotto altri rottami.



Una serie di pannelli racconta la storia di questo fortunoso ritrovamento, attorno bacheche che ospitano praticamente la storia della fotosub attraverso diversi modelli di Rolleimarin e di Nikonos variamente predisposte e nei vari modelli prodotti, su un lato, dietro al maestoso Cristo, un’antica camera iperbarica monoposto, dalla parte opposta dell’ambiente un’antica pompa a mano per i palombari che fa da base al libro delle firme dei visitatori, quindi, proprio dietro i due-metri-e-mezzo della statua, la ruota di un timone intagliato e istoriato, come ex voto.

La stanza successiva è una delle più interessanti: oltre a diverse custodie fotografiche e cinematografiche di produzione industriale  e artigianali  tra le quali una replica della prima “macchina fotografica subacquea” di Boutan ricostruita da Danilo Cedrone, Giancarlo Bartoli, Federico De Strobel negli anni ’80 ed utilizzata per una serie di dimostrazioni tra le mani di un palombaro, e la custodia cinematografica di Folco Quilici con la quale girò “Sesto Continente”.

Ma la cosa più interessante di questa sala è rappresentata dai due diorami a grandezza naturale che raffigurano due situazioni di lavoro subacqueo, una ottocentesca con il palombaro che lavora ad un taglio con il cannello ossiacetilenico mentre due marinai sono impegnati alla pompa a mano e l’assistente passa i tubi per la respirazione e per il telefono.

Il secondo invece raffigura una scena di lavoro come la si incontrava negli anni ’90 del secolo scorso, mostrando il lavoro in piattaforma con un sub in assetto leggero ma con il Kirby Morgan (un tipo di casco rigido utilizzato degli OTS N.d.R) impegnato al lavoro su una pipeline mentre dalla piattaforma due assistenti tengono sotto controllo il flusso dei gas e il sommozzatore di assistenza in stand by aspetta, già pronto ad intervenire.

 
 


 

un sommozzatore al lavoro sulla pipeline

un sommozzatore al lavoro sulla pipeline

Un’altra scenetta mostra due subacquei, uno ricreativo degli anni ’70 con il GAV anulare ed un professionista, dello stesso periodo, collegato al narghilè. Questa sala, per chi non ha mai visto né conosciuto le tecniche di immersione professionale, è più esplicativa di mille libri di testo e, soprattutto la ricostruzione ottocentesca, riesce anche a dare per un attimo l’impressione di trovarsi lì, ad osservare dal vero le tecniche di lavoro e, in una società ormai legata soprattutto all’immagine e a vedere, spesso in diretta, lo svolgersi degli avvenimenti questo modo di “spiegare” le cose della subacquea risulta essere davvero efficace.



La sala successiva presenta altre custodie e accessori per la fotosub – tra le altre va ricordata quella di Victor de Santis – oltre a fucili e, soprattutto, antichi erogatori, nomi mitici per i pionieri della subacquea: “Slip”, Air King”, “Explorer Standard” – con il quale, tra l’altro, Ennio Falco, Alberto Novelli e Cesare Olgiaj se ne andarono, sul finire degli anni ’50, a conquistarsi il record di immersione in ARA a -131,35 metri (salvo poi scoprire che gli americani due anni dopo, nel 1961, dichiaravano record un’immersione a – 106 metri e il record dei tre italiani lo avrebbero superato solo nove anni dopo, nel 1968! ) –.

L’Explorer era costruito dalla Pirelli che, allora, alla tradizionale produzione di pneumatici affiancava la costruzione di gommoni (belli!) e di attrezzature subacquee (chi scrive ha avuto, come prima muta, proprio una Pirelli “Panarea SM Professional”, 3,5 mm. di “copertone subacqueo”… N.d.R.) tra le quali spiccava, per la qualità e l’eccellenza della progettazione (dovuta allo stesso Alberto Novelli, medico, e al tecnico dell’Italsider Pietro Buggiani) proprio l’Explorer, primo erogatore bistadio mai realizzato (sempre da italiani!!!) e con soluzioni che anticipavano di quasi mezzo secolo i concetti del rebreather: una delle tre versioni in cui era costruito questo gioiellino possedeva una capsula di calce sodata che permetteva parzialmente il recupero dei gas.

 
 


 

l'Explorer Standard

l'Explorer Standard

Altra soluzione ingegnosa di questo erogatore era legata alla disposizione di una valvola che fungeva da secondo stadio e da “polmone”: posizionata anteriormente, agganciata agli spallacci, era spostabile in su o in giù per permettere di variare i volumi d’aria offerti in funzione del tipo di lavoro che il subacqueo doveva effettuare e della posizione che doveva assumere in acqua, insomma, un erogatore studiato da un fisiologo!…



L’ultima sala del museo ci porta un po’ di Storia con la “S” maiuscola: a parte una camera iperbarica monoposto che è stata autocostruita da uno dei fondatori dell’HDS ITALIA e di questo museo, troviamo un’altra pompa a mano per i palombari e ricordi di Teseo Tesei, il mitico comandante degli uomini Gamma, quelli che sono oggi gli incursori del COMSUBIN, che per portare a termine una missione con il suo “maiale” nel porto de La Valletta, decise di far esplodere senza ritardi l’esplosivo che doveva far saltare le ostruzioni al porto per permettere ai barchini esplosivi di penetrare morendo così insieme al suo secondo, Alcide Pedretti. Tesei va ricordato anche perché fu lui, Maggiore del Genio Navale, ad inventare il “maiale”, il Siluro a Lenta Corsa (SLC).

 
 


 

il Maggiore del Genio Navale Teseo Tesei nello scafandro da palombaro

il Maggiore del Genio Navale Teseo Tesei nello scafandro da palombaro

Oltre ai ricordi personali di Teseo Tesei in questa sala  vi è anche una ricca documentazione di come funzionavano i maiali, di foto e documenti dell’epoca su questi mezzi bellici ma anche disegni e fotografie sui primi scafandri rigidi.



Questa la visita al Museo Nazionale delle Attività Subacquee, questi, in sintesi, i “reperti” custoditi ma, sopra a tutto, quello che a parole non si può trasmettere e che anche le fotografie possono rendere solo in modo parziale, è – per chi ama la subacquea, per chi vuol conoscere e sapere, per chi è curioso e non un semplice utente passivo “della domenica” – la sensazione che questa “È” la nostra storia e che, di questa storia, anche noi ne facciamo parte e che, in fondo, in questo inizio di terzo millennio, noi siamo ancora dei pionieri rispetto a coloro che praticheranno la nostra stupenda attività anche solo tra venti, cinquant’anni quando i rebreather o qualche altra diavoleria tecnologica che ancora non conosciamo permetterà una sempre maggiore e approfondita conoscenza del mondo del Blu.

Di ciò che si cela SOTTACQUA….

DA DIECI ANNI CANON È IL BRAND PIÙ AFFIDABILE TRA I PRODUTTORI DI MACCHINE FOTOGRAFICHE

I lettori di 14 paesi europei su 16 hanno votato Canon come “marchio più affidabile” e Reader’s Digest conferma: da dieci anni Canon è il brand più affidabile tra i produttori di macchine fotografiche

DA PANASONIC DUE IMPORTANTI NOVITA’

PANASONIC presenta due nuovi prodotti di grande interesse: la reflex LUMIX DMC-G2 dotata della possibilità di comandarne le funzioni tramite il touch screen sul grande monitor, e la serie di camcorder 700 che si differenziano per il tipo di dispositivo di memoria ma tutti e tre con grandi capacità, fino alle 102 ore della SD/HDD

PROSSIMI CORSI DEL CEDIFOP

Date dei prossimi corsi OTS organizzati da CEDIFOP

BIOLOGIA MARINA CON GREENPEACE

Ad aprile e a ottobre 2010 il MARINA DI CAMPO DIVING organizza due seminari di Biologia Marina in collaborazione con GREENPEACE ITALIA.
Il dott. Alessandro Giannì, [...]

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