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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

LA MADDALENA, UN’ISOLA SOPRA E SOTTO IL MARE

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati
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le due cernie sembrano essere in attesa dei subacquei

 Su un mensile di settore (AQUA N.d.R.), pochi anni fa, in un servizio dedicato a La Maddalena, l’esordio recitava più o meno così: “Ci si imbarca per la Maddalena a Palau… Appena fuori dal piccolo porto l’isola di Santo Stefano si nota subito, sulla sinistra, e la nave la costeggia…” se mai dovesse esserci una prova provata di quanto questo meraviglioso arcipelago sia in effetti sconosciuto (anche a molti di noi che, almeno, non dovremmo cadere in questi marchiani errori) questo credo sia l’esempio più lampante.

Non starò qui ad esaminare le ragioni di questa ignoranza troppo spesso diffusa, voglio allora raccontare cosa sia in effetti questa isola e le isole che la circondano: ormai il pubblico in genere, dalle testate generaliste, sa tutto di Porto Cervo, delle follie e della dislocazione delle case di VIP sulla vicina Costa Smeralda ma poco o nulla sa de La Maddalena, se non che fino ad un paio di anni fa ospitava una molto discussa base per i sottomarini nucleari USA o che – cronache recenti – avrebbe dovuto ospitare quest’estate il tanto atteso summit per il G8, evento del quale i maddalenini, senza per questo volerne agli abitanti dell’Aquila, si sono sentiti scippati confidando proprio nell’attenzione mediatica che ne avrebbe sortito per rilanciare l’economia dell’isola che, incentrata nella presenza della base americana, finché c’è stata, oggi cercano una nuova certezza reddituale.

Qui e ora non voglio affrontare un discorso di politica e di economia che ci porterebbe lontano e, soprattutto, non renderebbe giustizia a quest’isola che possiede, realmente, l’essenza degli scorci più belli della Sardegna.  

 

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la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

La Maddalena è un’isola, ora dirò un’ovvietà, che va vista essenzialmente dalla barca: a fronte delle spiagge più celebri – Bassa Trinita, Cala Lunga, Spalmatore, su La Maddalena, e poi Cala Coticcio, Cala Brigantina, la spiaggia del Relitto a Caprera – ce ne sono decine di altre raggiungibili solo dal mare, con uno dei gommoni che numerosi noleggiatori mettono a disposizione dei turisti in diversi punti dell’Isola. Oppure con una propria imbarcazione (ricordando che ci troviamo all’interno di un Parco e alcune zone sono off limits oltre ad una navigazione sottocosta che può essere problematica per il navigante inesperto e distratto a causa di scoglietti affioranti e qualche secchetta sparse qua e là. Ma niente paura: il sottoscritto ha navigato per parecchi mesi in queste acque con uno sloop di 47’ senza alcun problema, basta porre – appunto! – attenzione alle carte e ai fondali.







Certo è che questo arcipelago, un po’ per la relativa vicinanza tra le varie isole che ne fanno parte, un po’ per la stessa morfologia, è un territorio da esplorare assolutamente via mare.

Alt. Un attimo di pausa: è vero che La Maddalena va assolutamente vista dal mare, ma senza dimenticare di dedicare tempo anche ad un approfondito giro a terra, sia sull’isola che da il nome all’arcipelago, sia su Caprera, collegata da un ponte, sia sulle altre isole, raggiungibili, ovviamente, solo via mare: Spargi, Budelli e la sua mitica spiaggia rosa (ormai da lungo tempo off limits per i numerosi turisti che, incuranti del danno biologico ed estetico che compivano, si portavano regolarmente a casa un souvenir costituito da un boccettino della sua sabbia mista ai residui dei crostacei che, dissolvendosi nel tempo, conferiscono le particelle rosa che la rendono così particolare), Santa Maria, Razzoli…

 Quando arrivi a Palau – una quarantina di chilometri a nord di Olbia, dove si sbarca con i traghetti “dal continente” – e ti rovi l’Isola lì di fronte ti sembra di averla già tutta in mano, dispiegata davanti ai tuoi occhi. In realtà quando sbarchi e inizi a girarla, alla scoperta delle spiagge dove poter fare il semplice bagnante, ti trovi ad entrare in una natura ancora realmente selvaggia e che offre una infinità di spunti al fotografo, ma anche al trekker.

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

Personalmente considero La Maddalena un’isola “per caso” in quanto la relativa vicinanza a terra (solo una ventina di minuti di ferry per raggiungerla da Palau, e in gommone ci si mettono poco più di dieci minuti) e la vicinanza con le altre isole dell’arcipelago la allontanano, ovviamente, dalla classica icona dell’isola che appare improvvisamente dal mare deserto, ma questa situazione morfologica anziché essere un limite costituisce in realtà un pregio in quanto offre un ventaglio ancor più ampio di possibilità di immersioni, oltre alle altre attività – spesso legate al vento e alla vela che qui sono di casa – che in queste acque si possono esercitare.


Quando poi passi il ponte con Caprera e inizi a percorrere qualche sentiero, risali ai forti eretti qua e là sulla skyline dell’isola, scendi alle spiagge più belle dell’isola, Cala Coticcio (che qui chiamano, con discutibile esterofilia, “Tahiti”, e mi piacerebbe sapere se nell’isola polinesiana esiste qualche baia intitolata a questa, splendida, che non teme il confronto con nessun’altra tropicale…), Cala Brigantina, o, senza la fatica di una camminata su e giù per sentieri più o meno scoscesi, ai “Due Mari” o a Punta Rossa o a Porto Palma, sede anche del Centro Velico Caprera, allora realmente ti rendi conto di quanto la natura qui la faccia ancora da padrona.

 Prima osservazione: la pesca subacquea (ovviamente rigorosamente in apnea!) è concesso solo e soltanto ai residenti, qui come in molti altri Parchi Marini (non sono informato sulla situazione di TUTTI i Parchi, ma ho il sospetto che certe regolamentazioni siano fotocopia l’una dell’altra…), il che significa che l’apneista milanese, o bolzanino, o torinese, o romano o, insomma, di qualunque altra parte d’Italia, non avrà mai il diritto di esercitare l’attività che ama di più e dovrà appendere il fucile al chiodo perché, è evidente, che se io nasco in città non potrò mai pescare da nessuna parte, in Italia, visto che la “parchizzazione selvaggia” – a mio avviso molto spesso solo una formula per creare posti di lavoro per i locali (e, lo ripeto, non mi riferisco solo alla situazione dell’Arcipelago della quale, peraltro, da questo punto di vista non posso dir nulla) – sta arrivando a coprire praticamente tutte le coste, anche quelle dall’interesse biologico e naturalistico veramente scarso…

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

Ma per noi il fascino vero inizia appena mettiamo il naso sott’acqua, va detto subito che La Maddalena è situata nel Parco Marino che dall’Isola prende il nome e che è esteso a tutto l’Arcipelago. Prima di iniziare a parlare nello specifico di quello che offrono alla vista del subacqueo queste acque spendiamo due parole sul Parco, due parole che non sono da intendersi legate solo all’istituzione maddalenina ma, piuttosto, all’ordinamento generale dei Parchi Marini in Italia, delle Aree Marine Protette e, insomma, di tutte le forme di protezione ambientale e territoriale che riguardano il mare.


Con, in più, il danno e la beffa dovuti al fatto che, invece, la pesca di superficie professionale (ma anche quella amatoriale) è assolutamente consentita, e non serve a nulla aver dimostrato in anni di verifiche, dibatti e battaglie che il prelievo ittico di un peschereccio in un giorno supera di gran lunga quello di numerosi sub nell’arco di un anno.

Non sono un amante degli sterminii, personalmente ho appeso il fucile al chiodo una decina di anni fa (ma ogni tanto me ne torna la voglia) per ragioni emotive, personali. Non sono quindi direttamente interessato alla faccenda, ma devo dire che l’unico Parco Marino che ho visto funzionare bene all’epoca in cui ci ho vissuto e operato con un diving mio, sia per la zonazione sia per la lungimiranza delle leggi che ne regolavano il funzionamento, e mi riferisco a Ustica dove, finché ci sono rimasto io, a metà degli anni ’90, le tre zone “A”, “B” e “C” erano state studiate in maniera di non togliere ai subacquei le zone più belle, senza nulla togliere all’efficienza della zona di ripopolamento, e la possibilità di pesca per tutti non limitava affatto la presenza di pesce che, al massimo, si faceva più smaliziato e si spostava nella zona di tutela parziale, la zona “B”.

 

 


 


 

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

Ora smetto questo discorso generale e ritorno a La Maddalena e a quello che trovi nelle sue acque. Alcune immersioni verranno descritte in altra parte di questo articolo, più in generale devo dire che, dal punto di vista faunistico, l’Arcipelago offre degli incontri davvero esaltanti, magari complice la particolare posizione geografica, all’uscita delle Bocche di Bonifacio e di fronte alle acque profonde del Mediterraneo che separano Sardegna e Corsica dal “continente”, magari anche per il buon funzionamento dei meccanismi del Parco, sta di fatto che in certi momenti (ma agosto, va detto, non è nemmeno qui, come nel resto dei mari, il mese più felice) ci si può imbattere in specie particolari o in esemplari dalla taglia “king size” di razze magari un po’ più comuni.






Personalmente, tra gli incontri di questa estate 2009, sono incappato nela leccia, parente stretta della ricciola, che erano molti (tanti davvero!) anni che non vedevo più; in un’altra immersione ho trovato quello che probabilmente è il più grosso trigone  che abbia mai visto in vita mia: io mi sono avvicinato a 50 centimetri per fotografarlo, finché lui, annoiato dalla mia presenza, ha deciso di andarsene con eleganza con una sorta di “carezza” della sua pancia sulle mie mani ma senza intenzioni aggressive nei miei confronti, da questa distanza l’avevo stimato grande, più di un metro, forse un metro e mezzo, i compagni di immersione che hanno assistito alla scena da qualche metro più in alto asserivano invece che era grande più o meno come me, forse un po’ di più, sui due metri di diametro, per intenderci (poi, in barca, mi è venuto fatto di pensare all’aculeo della coda che, per mia fortuna, ha deciso di non utilizzare a mio danno, brrr….). nella stessa immersione abbiamo incontrato anche un altro trigone  grande (ma non come il primo!) e una bella aquila di mare.

 

 


 


 

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

Aquila di mare che è peraltro facile incontrare in diversi siti di immersione nelle acque dell’Arcipelago, così come branchi di quei pesci che, conosciuti inizialmente come “lucci di mare, gli è stato attribuito più correttamente il nome che è loro più proprio; “barracuda” visto che questi – Sphyrena sphyrena – sono parenti stretti di quelli, più grandi, tropicali, gli Sphyrena zigana.






Ma le sorprese non si fermano qui: pesci più comuni come i saraghi (ma non solo il classico Diplodus vulgaris caratterizzato dalle due strisce ma anche il sarago pizzuto – o puntazzo – o altre specie meno consuete i cui nomi sfuggono anche a me, che biologo non sono) o le corvine, o le orate tutti in dimensioni che garantirebbero – per ogni esemplare – una cena soddisfacente come piatto unico per tre-quattro commensali di buona forchetta, e scusate il parametro da (ex) cacciatore subacqueo, ma non trovavo nulla di meglio per magnificarne le dimensioni.

E, naturalmente, incontri con la regina del Mediterraneo, sua maestà la cernia, dalla classica Epinephelus guaza alle varie altre specie della famiglia, pure loro ai massimi traguardi che in media possono raggiungere, come dimensioni e peso, gli appartenenti alla loro razza, e poi ancora dentici, ma anche – ovviamente un po’ più immobili – esemplari di Alicia mirabilis o di cavallucci marini, magari a poche decine di metri di distanza dalla spiaggia dove i bimbi fanno il bagno, ad un paio di metri di profondità (i cavallucci).

Dal punto di vista morfologico questi fondali non sono – per gli appassionati dei “luna park subacquei” come il sottoscritto che ama grotte e passaggi e passeggini vari – il massimo ma, tra alcuni bei drop off, la costituzione del fondo spesso in panettoni vari, alcuni canyon alla cui uscita, o circumnavigandoli, a volte ti trovi di fronte la “sorpresa” come tre belle orate da sette-otto chili l’una o tritoni come quello che mi è stato dato in sorte di incontrare, anche questo aspetto, in fondo, può superare abbondantemente la sufficienza.

I diving sull’isola sono quattro dei quali ne ho personalmente provati due, e ne parlerò in altra parte dell’articolo, e, in generale, sono tutti bene attrezzati e competenti.

 

 


 

un sarago pizzuto disturbato in tana

un sarago pizzuto disturbato in tana

L’unico problema – e scusate se torno ad un argomento non strettamente legato a La Maddalena ma che riguarda le norme dei Parchi Marini in generale – riguarda i limiti che i diving sono costretti a far rispettare perché imposti loro, in questo caso, dalle ordinanze delle locali Capitanerie di Porto che impongono il rispetto dei limiti di immersione relativi al brevetto di cui si è in possesso, per cui non conta nulla se un Open Water abbia effettuato in carriera centinaia o, addirittura, migliaia di immersioni in tutti i mari e in tutte le condizioni: nelle zone di mare italiane dove vigono queste norme liberticide, dovranno limitarsi a scendere sempre e solo entro i diciotto-metri-diciotto della loro abilitazione. Anche in assenza di una legge quadro che regolamenti e sancisca questi limiti a livello nazionale. Se non è un arbitrio questo vorrei sapere a quale livello sia necessario arrivare per dare questa definizione!


Più in generale trovo assurdo che un limite di profondità consigliato dall’agenzia certificatrice venga assunto come limite obbligatorio da enti e istituzione che, oltretutto, non possiedono nemmeno le competenze tecniche per fare queste valutazioni. È, in fondo, anche questo un segno di una mentalità che l’Uomo sta acquisendo e che lo sta sempre più allontanando dall’originale (e benefico!) impulso alla scoperta, alla ricerca, alla sfida ai propri limiti ma, soprattutto, all’anelito ad andare più in là, a vedere ciò ancora non è stato visto.





Mi si può dire che i pionieri hanno corso rischi (secondo alcuni inaccettabili) e che, in ogni caso, un incidente ad un subacqueo ha un costo rilevante, in termini economici, per la comunità. Mi sento di rispondere che, per chi ama la ricerca e l’esplorazione, nessun prezzo da pagare è troppo alto per quello che può riportare dalle proprie immersioni (anche se, ovviamente, non conosco nessun autolesionista tra coloro che amano le immersioni profonde o impegnative, in grotte, relitti, ecc…) e per quel che riguarda l’aspetto economico posso solo rilevare, con amarezza, che se una società arriva a monetizzare la passione “imbalsamando” coloro che accettano in proprio il rischio per offrire alla società tutta una nuova scoperta – anche piccola – o anche solo un germe in più di passione, è una società destinata a non osare più, a chiudersi sui propri allori (conquistati da coloro che, invece, le sfide le hanno accettate e affrontate!). 

 


 

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

In ogni caso le immersioni nell’Arcipelago possono essere condotte a quote di assoluta sicurezza, per tutti i livelli di brevetto, e gli incontri non mancano di certo: le grandi cernie, in certi siti, le puoi trovare già dai sei-sette metri (e ti vengono pure incontro…), il trigone – se non ricordo male – l’ho incontrato intorno ai trenta metri, la leccia ad una decina così come i grandi saraghi e le orate…

Ancora poche parole sull’Isola, per concludere: La Maddalena ha anche una vita di animazione piuttosto ricca, soprattutto in estate, non è un luogo nel quale a parte la vita di mare non ci sia null’altro, le giornate qui – se uno lo desidera – si possono concludere, come in altre località note magari solo per questa caratteristica, alle prime luci dell’alba, con un intermezzo, magari, a mezzanotte per andarsi a mangiare la focaccia appena sfornata – 1 euro al pezzo e il manipolo di aficionados seduti sui gradini ad aspettare l’apertura della porta del forno – o l’ultimo drink nel bar affacciato sul mare con il gruppo musicale (trovi di tutto, dal jazz, al rock anni ’60, al metal, house e chi più ne ha…) dal vivo che ti fa da sottofondo più o meno romantico.

Questi, più o meno, ma più “meno” che “più” perché non è qui possibile riportare il profumo del sottobosco sardo o l’emozione delle stellate delle quali si può godere dai punti più bui (e romantici…), sono le ragioni che invitano ad una visita a questo Arcipelago, sarà forse banale dirlo ma questo è veramente tutto.

Se vi sembra poco…












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