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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

COLLABORARE A SOTTACQUA

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


 

al lavoro su SOTTACQUA

al lavoro su SOTTACQUA

Quando iniziai a lavorare per i giornali avevo già alle spalle una dozzina di anni di lavoro come fotografo per la moda e la pubblicità, e con un buon nome che mi ero costruito sulla piazza di Milano. Oltre a questo avevo anche alcune collaborazioni saltuarie con alcune riviste del settore subacqueo. Eravamo alla fine degli anni ’80 e avevo preso appuntamento con il photo editor di una delle maggiori riviste di viaggi allora edite in Italia (pubblicata anche oggi), gli portai un servizio su Ponza che ritenevo bello, le immagini ben costruite, una scheda di spiegazione del “taglio” che avrei dato a quel servizio, insomma, mi sembrava che io, buon fotografo in ambiti impegnativi quali erano quelli in cui mi muovevo, avessi tutte le carte in regola per cambiare genere e settore.


Il photo editor mi accolse con molta gentilezza, io sfoderai i plasticoni (per chi nasce oggi con la tecnologia digitale i plasticoni sono dei fogli A4 in plastica trasparente con il dorso opalino e con venti tasche per le diapositive 24×36 in maniera da poterle osservare rapidamente su un visore) e glieli porsi.

Rimasi lì a guardare quel personaggio che doveva decidere del mio futuro nel campo della stampa con una certa tranquillità perché – appunto – sicuro della bontà del materiale che gli stavo proponendo.

“Belle foto, molto belle alcune…” mi disse quando alzò lo sguardo dall’esame dei plasticoni, e io mi ritrovai stampato sulla faccia, in automatico, un sorriso di soddisfazione “… ma il servizio dov’è?!?…”. Il sorriso mi si congelò sul viso “prego?” mi trovai a chiedere cercando di capire.

Malaysia, il centro di Kuala Lumpur

Malaysia, il centro di Kuala Lumpur

Bene, quel personaggio, con un atteggiamento secondo me un po’ perfido, mi aveva voluto dare una lezione, e c’era riuscito! In buona sostanza mi spiegò – con un sorrisetto furbo – che se volevo avrebbe potuto acquistare qualche singola fotografia perché – appunto – le singole foto erano effettivamente belle, ma da lì a comprare il servizio completo c’era così tanta strada che, in effetti, non era percorribile. In sostanza mi spiegò che per fare un buon servizio giornalistico non è sufficiente portare un malloppo di fotografie stratosferiche: queste devono raccontare una storia, la stessa storia del pezzo scritto che deve essere letta anche dalle immagini, senza dover ricorrere al testo.

 

Quella fu la prima lezione di giornalismo che ricevetti, e non ne faccio una differenza tra giornalismo scritto o giornalismo fotografato: esiste solo Il giornalismo. Qualunque sia l’argomento trattato è necessario che alla base di quanto stiamo descrivendo (in parole o immagini) ci sia una storia, e non è facile identificare come costruirla con le immagini: mentre con le parole è più semplice costruire un racconto le immagini devono essere interpretate, bisogna capire come utilizzarle, quali realizzare e come.

Ogni tanto in redazione riceviamo qualche e-mail di qualcuno che si propone come collaboratore, in linea di massima rispondo (ma non sempre ci riesco, lo confesso…) che siamo d’accordo e che ci proponga qualcosa, quasi sempre ci vengono inviate poche foto e, come mi disse quel lontano photo editor, sempre slegate tra di loro, insomma: niente servizio.

Ho deciso allora, in un certo senso per dare una risposta unica ed uniforme a tutti, di scrivere questo pezzo per dare le indicazioni precise di quello che, come direttore di questa testata, come fotografo e come giornalista, mi aspetto da chi vuole collaborare con un giornale, in generale, e con SOTTACQUA in particolare.

Il primo suggerimento, visto che si parla di servizi completi, testo e fotografie, è una semplice norma da osservare quando si decide di realizzare un reportage, non importa se alle Andamane o a Portofino: “fotografare ciò di cui si parlerà e parlare di quel che si è fotografato”. In definitiva è necessario avere la documentazione completa di ciò che si vuol mostrare con le immagini, in maniera da poterlo descrivere.

Un giornale diffuso via web, oltretutto, non ha i limiti di un suo omologo tradizionale, cartaceo, e mi riferisco alla foliazione, al numero limitato di pagine che possono essere messe a disposizione di un reportage e nelle quali devono starci sia il testo sia le foto, ragion per cui , alla fine, in effetti spesso le foto – se non c’è un bravo photoeditor in redazione – non riescono, alla fine, a raccontare la storia.

Un web magazine, invece, ha il vantaggio di non porre limiti alle immagini pubblicabili. Certo, il piacere di una bella fotografia “sparata” a doppia pagina, il profumo dell’inchiostro mancano nelle fotografie viste su un monitor, ma il vantaggio di poter vedere reportages corredati di sessanta, settanta, cento fotografie è il rovescio positivo della medaglia, e poi non dimentichiamo che i monitor diventano, facilmente, sempre più grandi – ormai per un 21 pollici non è più necessario accendere un mutuo – e le immagini così ci guadagnano…

 

Gigi&Cri al lavoro nella preparazione di un viaggio

Gigi&Cri al lavoro nella preparazione di un viaggio

Ma sono finito fuori tema, torniamo quindi a “come” realizzare un servizio per SOTTACQUA (principi che dovrebbero servire per qualunque periodico che si rispetti).

 

Ho detto del principio fondamentale, ma la cosa importante per fare un buon lavoro è prepararlo “prima” di partire: il viaggio, prima ancora di essere saliti su un aereo (o su un treno, o in auto…), bisogna già averlo fatto, arrivare alla nostra meta con le idee chiare, sapendo tutto quel che c’è da sapere, avendo costruito, sulla carta, una scaletta, una storia, una sceneggiatura.

Un servizio giornalistico – e soprattutto un reportage geografico – per raccogliere interesse deve, prima di tutto, raccontare una storia. I passaggi, quindi, sono questi: prima di tutto conoscere alla perfezione il territorio, quello che offre (soprattutto in funzione dei nostri interessi o di quelli dei potenziali lettori) e tutta la logistica. Quindi: abbondanti consultazioni su internet, “farsi una cultura” sui luoghi che visiteremo (a questo proposito i servizio di Gigi&Cri “Preparando… le Fiji” dà delle interessanti indicazioni); preparare un itinerario da seguire, elaborare – sulla base di quanto ci interesserà vedere – una “storia” da raccontare; individuare, per la più completa descrizione della storia, quali sono i punti salienti da visitare, da descrivere e fotografare, insomma, arrivare a destinazione già con la pianificazione delle cose da vedere e fotografare.

Certo, questa procedura farà storcere il naso agli amanti dell’improvvisazione, di quelli che vogliono scoprire sul posto quanto ci può essere da vedere, queste ricerche tolgono di sicuro la sorpresa ma… Ma due considerazioni: la prima basata sulla mia esperienza personale, ovvero che, nonostante quando arrivo in un paese, in un luogo io lo conosco meglio dei residenti, la sorpresa nel vedere poi davvero quanto ho esaminato in fotografia o sul web resta: le torri di Kuala Lumpur o la cordillera argentina sono comunque affascinanti, anche se le abbiamo passate al microscopio prima della partenza. Ovviamente, per riportare una documentazione completa bisogna avere immagini e testo anche delle location “ovvie”, quelle, appunto, “da cartolina”, e sarà necessario aggiungere la parte delle informazioni pratiche: come arrivare, quali mezzi, quali costi, dove dormire, mangiare, cosa comprare nello shopping, suggerimenti nel cosa vedere ma anche sul come comportarsi nel rapporto con i locali, soprattutto se ci troviamo in un paese orientale dove sui e costumi sono spesso molto lontani dai nostri in molti dettagli. Quando racconterete le immersioni cercate di fare delle descrizioni da log book: più o meno dappertutto nei mari tropicali ci si immerge “in una nuvola di pesciolini colorati”, ma “quella”grotta, “quella” parete, “quella” secca, “quel” relitto sono presenti soltanto nel luogo dove vi siete recati. Quindi le indicazioni sulla difficoltà di immersione, le cartatteristiche orografiche e così via…

 


 

si chiude il numero

si chiude il numero

Seconda considerazione: se vuoi portare a casa un buon reportage DEVI procedere in questa maniera, altrimenti riporterai magari delle belle cartoline ma la storia non l’avrai e non sarai in grado di proporre alcunché di interessante…



 

Ultime indicazioni che riguardano il “come” fotografare: quando si effettua una ripresa in linea di massima cercate di realizzare più di uno scatto: uno in orizzontale e uno in verticale, come minimo, poi cercare punti di vista diversi dello stesso soggetto in maniera da poter poi proporre una maggior varietà di situazioni. È ovvio che prima di presentare un servizio dovrete fare una scrematura, dovrete proporre al massimo 50-100 foto, badando che in quelle immagini ci sia tutta la storia.

Un’altra cosa: le immagini dovranno avere una numerazione progressiva e dovranno essere allegate le didascalie di ogni immagine presentata. Possono essere succinte – perché la spiegazione approfondita si troverà già nel testo – ma devono almeno contenere l’indicazione base per identificare con precisione il soggetto (o i soggetti) ritratti.

Ecco, qui c’è praticamente tutto il necessario per realizzare un buon servizio per SOTTACQUA (ma anche per qualunque altra testata) o per organizzare un pezzo da qualcosa che fa già parte del vostro archivio. Noi valuteremo i materiale che ci invierete e lo commenteremo con voi, in ogni caso, sia che lo si pubblichi sia che non possa venir proposto sulle “pagine” del nostro giornale.

Come abbiamo dichiarato fin dalla nascita di SOTTACQUA uno degli obbiettivi del giornale è quello di far nascere una nuova generazione di “reporter del blu”, oggi, con questa nuova veste grafica, con una serie di innovazioni che pian piano andranno ad arricchire il nostro periodico, iniziamo davvero in questa iniziativa, questa “scuola” che speriamo possa dare nuovi talenti, nuove “penne”, nuovi punti di vista al reportage geografico subacqueo.

Buon lavoro!

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