CHE COPPIA. IL GHISO E LA GHISA
eccomi qui io a scrivere di te.
Che non è proprio facile, eh. Tanto per cominciare, per ispirarmi dovrei iniziare con una delle tue risate spettacolari, poi dovrei fischiettare mentre faccio la barba, e infine dovrei fare tutti quei versi di giubilo nell’erogatore perché hai visto una super cernia, e poi magari tirare anche un qualche accidenti perché il flash non è scattato.
Eri uno spettacolo. Sempre allegro, di buonumore.
Beh tranne quella volta che ci siamo presi male, su Paperoga.
Eravamo in Corsica, tu sei entrato in barca con un muso lungo così, io ti ho seguito e con aria seria seria ti ho detto: “Raccoglilo.”
Tu hai guardato per terra cercando cosa dovessi raccogliere. E io:” Il muso…Dai, facciamo pace…” E siamo scoppiati a ridere.
Che coppia. Il Ghiso e la Ghisa.
Al diving, per i nostri allievi tu eri il Capo. Carismatico, forte, sicuro. E severo, urca se eri severo! Io da brava assistente mi prendevo cura degli allievi attapirati, li consolavo con té e biscotti. Poi, un giorno, hanno scoperto il trucco. Bastava un megabarattolone di Nutella da 5 chili per far sciogliere l’inossidabile Capo in un bambino goloso capace di fare indigestione se non lo si fermava in tempo!
Eri proprio bravo con i motori, la meccanica e tutte quelle cose che vanno smontate e rimontate per farle funzionare. Beh, rimaneva sempre fuori una vite alla fine. Però, accipicchia qualsiasi cosa fosse, ripartiva come nuova!
Come quella volta, in piena traversata notturna tra Marittimo e la Sardegna, noi due soli su Paperoga, il motore che perde colpi e poi, basta. Fermo. Onda lunga, coda di una brutta maestralata, luci di navi container all’orizzonte. Oddio e adesso?
“E adesso passami i ferri”, ed eri già a testa in giù nel vano motore a smontare il motore, mentre ti tenevo la torcia indirizzata dove indicavi tu.
Dopo mezzora risali, unto di morchia fino alle orecchie, e come se fosse stata la cosa più ovvia del mondo mi dici “come immaginavo, c’era solo da sostituire il filtro del motore….è pronta la cena?”
Tu eri proprio così. Sempre positivo. Anche nelle peggiori situazioni. Una capacità rara di infondere serenità, di essere guida e compagno, di esserci, sempre, con tutto il tuo cuore.
Quindici anni. Certo a stare in ciabatte in poltrona non passano mai. Noi li abbiamo divorati. E di questo ti ringrazio.
Ti ringrazio, Ghiso, di avermi fatto vivere la mia Grande Storia d’Amore.
Tua Ghisa
Ps: Ieri notte ti ho sognato: ero al computer a selezionare alcune tue foto. Tu eri in piedi dietro di me.
Ecco, resta lì Ghiso. Guai a te se ti muovi!
CIAO ANDREA, CIAO AMICO!
Dire “Andrea era un amico” può essere banale e riduttivo, di molti lo si dice, nel nostro ambiente, ma per chi scrive lo è stato davvero, non solo compagno di sporadiche immersioni ma anche compagnone di cene con il quale ho anche condiviso un periodo di lavoro in comune, come istruttore nel suo diving di Portofino e come fotografo e pubblicitario, nell’epoca in cui mi muovevo in questo ambito, per preparare la comunicazione di IMASUB prima e di HUGYFOT poi.
Di seguito troverete la pubblicazione di due pezzi che dedicai ad Andrea, uno nel primo numero di SOTTACQUA per raccontare a chi non ha avuto il bene di conoscerlo di persona chi fosse e cosa abbia fatto come fotografo, un secondo nel quale lo intervistai nella sua veste di cronista “di penna”, visto che è stato un rappresentante di quei fotografi che oltre al grandangolare sanno maneggiare anche il congiuntivo, nei molti libri che ha fatto.
In altra parte di questo spazio ci sono i ricordi di chi l’ha conosciuto, personaggi noti e meno noti del nostro ambiente che hanno avuto la fortuna di incrociare le proprie vite con quella di un uomo che, amante del Mare, della Natura e della Vita, mai ha perso il sorriso e l’ottimismo nonostante le molte prove che nel suo cammino ha dovuto affrontare.
Ciao Andrea, ciao amico!!!
Da SOTTACQUA, numero 1, marzo 2007:
Nasce il 20.08.1951 e inizia ad andare sott’acqua prestissimo, negli anni ’50 in apnea, con la prima mascherina Ostrica Baby Cressi e le pinne Rondine. Prova per la prima volta le bombole a soli 15 anni e inizia negli stessi anni gli esperimenti fotosub, cercando di impermeabilizzare in un sacchetto di plastica la sua Comet Bencini. Nel 1967 riceve in regalo dai genitori un apparecchio 6×6 Siluro Nemrod, progettato dalla SOS di Torino. E’ un’attrezzatura poco eclettica, in quanto le regolazioni sono tutte fisse: tempo di scatto, diaframma, messa a fuoco. Inoltre il trascinamento della pellicola rovina spesso un lato del film e non sono rare le infiltrazioni d’acqua all’interno. Ciò nonostante, con molte prove e tanta pazienza riesce ad adattare una serie di accessori, quali prolunga per il flash a lampadine, secondo flash per la macro, lenti addizionali con relativi distanziatori e delimitatori, che gli permettono di ottenere qualche foto decente, soprattutto nella macro. Non disponendo ancora di bombole proprie, in quegli anni fotografa con il narghilé Aquanaut della Evinrude, che pompa aria a due subacquei fino a 10-12 metri di profondità, oppure, per le foto più fonde, fotografa in apnea.
Nel 1970 arriva finalmente la prima Nikonos, modello Calypso-Nikkor II, con flash a lampadine originale. Stufo della complessità e lentezza della foto al magnesio, scafandra un primo flash elettronico in una custodietta GAGI e costruisce una serie di tubi di prolunga, con l’aiuto di un tornitore. A questo primo elettronico ne segue un secondo, molto più sofisticato, che utilizza come punto di partenza un Philips 38CT, un flash molto utilizzato dai fotosub in quegli anni.
Vedendo però tutti i limiti della Nikonos, riesce a trovare a poco prezzo una custodia Ikelite usata per la Nikon F e, dopo averla accessoriata per bene, autocostruendo tutto il necessario, inizia a fotografare finalmente con soddisfazione, gettando le basi del suo ampissimo archivio fotosub.
Siamo a metà degli anni ’70 e decide di vivere di mare.
Nel 1974 lavora come subacqueo al villaggio Vacanze di Favignana, nel 1975 diventa istruttore FIPS e nel 1977 istruttore CMAS.
Terminato il servizio militare, organizza con 3 amici un’estate di corallo, in Sardegna, che finisce tragicamente per Andrea, con una terribile embolia che lo lascia paraplegico. Dopo vari mesi di ospedale riesce a rimettersi in piedi e inizia a lavorare nell’importazione di attrezzature fotosub dalla Francia (Imasub) e dalla Svizzera (Hugyphot), lavoro che svolgerà fino al 1985. Contribuisce alla progettazione di molte attrezzature fotosub e suoi sono i prototipi dei flash Dolpin e Super Dolphin e delle varie custodie Minibox per flash Philips e Metz.
Contemporaneamente si afferma come fotografo e nel 1977 vende il suo primo servizio a Mondo Sommerso, estendendo in seguito le collaborazioni foto-giornalistiche a numerose riviste di subacquea, viaggi, natura, fotografia, vela, tempo libero, specializzandosi soprattutto nella fotografia subacquea e naturalistica e nei reportage di viaggio.
Nel 1978 pubblica il suo primo libro, Fiabasub, un libro per ragazzi ambientato sott’acqua.
Dal 1992 al 2000 lavora come responsabile della fotografia subacquea alla rivista Aqua.
In seguito, fino al 2003, riveste l’incarico, presso la Casa Editrice Mursia, di responsabile di una collana di libri dedicati al mondo sommerso e continua, come freelance, la collaborazione con numerose riviste del settore.
Negli ultimi anni ha abbracciato la subacquea tecnica, diventando istruttore e trainer della P.T.A./CMAS ed estendendo il range operativo come fotografo oltre i 100 metri di profondità.
La sua grande passione sono i relitti, dei quali è non solo documentarista, ma anche appassionato ricercatore, insieme a storici ed esperti di chiara fama, coi quali collabora e ha stretto amicizia.
Il suo curriculum si è pertanto esteso a spedizioni ed esplorazioni importanti, quali il relitto dell’Andrea Doria, la torpediniera Chinotto, il traghetto Espresso Trapani, la scoperta dell’incrociatore Diaz e, recentemente, quello del piroscafo Lombardo, nave della Spedizione dei 1000 di Garibaldi.
Nel 1995 ha ricevuto la Platinum Card 5000 SSI e nel 2003 è stato insignito del Tridente d’Oro di Ustica per: “l’opera divulgatrice svolta come fotoreporter in campo subacqueo”.
Parla Andrea:
Le attrezzature che ho usato fino ad oggi:
Siluro 6×6 Nemrod-SOS (1967); Calypso-Nikkor II (1970); Flash elettronici autostruiti (1976-77); Ikelite per Nikon F (1977); Flash Electrobox per Vivitar 283 Imasub (1978); Flash CP150 Soilsub (1979); Custodia Hugyphot per Nikon F motorizzata (1980); Flash Dolpin e Super Dolphin Imasub (1980); Flash Sea&Sea YS 150 (1981); Flash Master Imasub (1983); Flash S-100 Subatec (1987); Flash Sea&Sea YS 200 (1988); Custodia Subal per Nikon 801F (1991); Custodia Sealux per Nikon 801 (1992); Custodia Sealux per Nikon F90 (1994); Nikonos RS (2 corpi e tutte le ottiche) (1993); Flash SB 104 e SB 105 Nikonos (1993)
I miei Maestri
Sono per natura un autodidatta in tutto quello che faccio, per cui i maestri sono indiretti, ma comunque importanti. Primo fra tutti Victor de Sanctis, con la sua rubrica e i suoi articoli su Mondo Sommerso degli anni d’oro. I suoi consigli sono stati per me preziosissimi e inoltre mi ha trasmesso una grande passione, che non è mai venuta meno in tanti anni. Poi Cesco Ciapanna, col suo meraviglioso libro Tecnica della fotografia subacquea, che mi ha insegnato molto, soprattutto sulla tecnica costruttiva delle attrezzature. Sotto questo aspetto non posso non citare Gaetano Gianni, meglio noto con il nome di Gagi, che in verità era il nome della sua ditta. Oltreché geniale costruttore è stato per me amico carissimo. Con Aldo Invernizzi ha costituito una coppia formidabile come costruttore di attrezzature fotosub negli anni ’60 e ’70. Ho trascorso infinite ore nella loro officina e devo loro moltissimo se oggi sono in grado di costruire, riparare o modificare attrezzature per conto mio, un requisito a mio avviso indispensabile nella fotosub.
Infine un po’ tutti i pionieri, da Hans Hass a Cousteau, da Dumas a Gianni Roghi, da Maurizio Sarra a Roberto Merlo e a Claudio Ripa, che hanno acceso in me la passione.
Quello che ho fatto
A concorsi non ho quasi mai partecipato. Per me la fotografia è lavoro, quindi la parte ludica o hobbistica non interessa. Ho tenuto moltissimi corsi di fotografia subacquea (sono anche istruttore di fotografia Fips e Padi) e continuo a tenerne, di tanto in tanto. Ho scritto e pubblicato parecchio, qualcosa come 700 articoli e sto scrivendo il 24° libro, ma ho ancora tanto da fare in futuro …
Poi ho cominciato con i corsi FIPS quando ho finito il liceo – classico, Manzoni, a Milano, bello, mi è piaciuto molto come corso di studi – ho fatto i corsi sotto la scuola di Vernetti: 1°grado, 2°grado, aiuto istruttore, tutte quelle cose che facevamo allora, e poi via, ho cominciato con la carriera, ho insegnato nel ’74 all’approdo di Ulisse, a Favignana, ho fatto là l’estate come istruttore anche se non lo ero ancora, e poi nel ’75 sono andato da Marcante e sotto le sue grinfie ho fatto il corso Istruttori. Poi sai che sono passato presto alla PADI, nell’81, perché mi sembrava fossero un po’ più avanti se non altro nella libertà di insegnamento – io sono sempre stato un po’ insofferente alla burocrazia e nella FIPS ce n’era un po’ troppa all’epoca, anche se riconosco che è stata una scuola fantastica – poi, ma questo in anni molto più recenti, sono passato ad abbracciare didattiche tecniche, quindi la PSA, poi la PTA, e gli ultimi dieci anni sono un po’ tutti dedicati alla subacquea tecnica, quindi alla scoperta delle miscele, quindi alla fine del rebreather, che è arrivato in questi anni…
Guardo poco indietro, a quello che ho fatto. Preferisco guardare avanti, a quello che farò domani, ma in ogni caso sono orgoglioso di alcuni libri, che hanno avuto notevole successo, sono orgoglioso del mio Tridente d’oro, sono orgoglioso di aver fotografato per primo la torpediniera Chinotto a 100 metri di profondità e l’incrociatore Diaz, che mi hanno regalato emozioni indicibili.
Da SOTTACQUA, numero 14, aprile 2008:
ANDREA GHISOTTI, UN FOTOGRAFO”DI PENNA”
di Paolo Bastoni
È buffo, a volte, andare ad intervistare un amico che conosci da oltre un quarto di secolo, ma poi, parlando – in fondo un’intervista come questa si traduce immancabilmente in una chiacchierata – riesci a scoprire cose nuove che, certo, si attagliano perfettamente alla persona con la quale stai parlando e che conosci da tanto tempo.
Andrea lo conosco – e lo apprezzo – davvero da circa venticinque anni, ho fatto il salto da “mamma” FIPS ad una PADI ancora “baby” in Italia, esattamente ventun anni fa, dietro suo invito ad andare a lavorare con lui nel suo diving di Portofino. Gli ho visto testare flash e custodie nel periodo in cui importava attrezzature fotosub, ho discusso con lui di fotografia e di immersioni, immersioni che abbiamo fatto, insieme, qua e là per il promontorio.
E, una sera, qualche settimana fa, abbiamo trascorso insieme qualche ora, lui a raccontare ed io ad ascoltare. È bello chiacchierare con Andrea, è un conversatore piacevole ed abbiamo anche comuni modi di vedere le cose, riguardo alla vita della subacquea.
Una sua caratteristica, da grande affabulatore: andare ad immergersi con lui significa non limitare l’immersione ad un breve tuffo di venti-trenta minuti. L’immersione inizia almeno un’oretta prima, con la descrizione dettagliata di quanto si vedrà e si farà sott’acqua. E qui viene fuori lo spirito del giornalista che indaga, scopre quel che c’è da scoprire su un relitto, su una storia dimenticata. Finita l’immersione il piacere di quel che si è appena finito di vedere viene prolungato e fissato nella memoria grazie alla sua spiegazione dello spettacolo cui abbiamo assistito, “debriefing” ci hanno insegnato a chiamarlo gli americani, capacità di appassionare utilizzando tutti i sensi, secondo me.
E Andrea ha sempre saputo appassionare i suoi ascoltatori, con pacatezza e con precisione.
Nell’intervista racconta che ha intenzione di trovare il tempo per dedicarsi di più alla scrittura per raccontare, trasformare le esperienze di una vita di mare in parole. Aspetto solo di vedere quelle esperienze trasformarsi in scritti: certamente sarò tra i primi ad andare in libreria a cercarle.
Come terrestre nasco il 20 agosto del ’51 – leone – come dice mia mamma sono nato pesce: mia mamma era una pioniera subacquea in apnea, come tu sai, io sono nato il 20 agosto e fino al 10 agosto lei era a Portofino a nuotare con il suo bel pancione, scendendo anche sott’acqua, anche fondo in apnea, e dice che io sicuramente l’ho sentito. Passa un anno e l’anno dopo, a giugno, quindi quando avevo già dieci mesi, sono già a Portofino nella casa di famiglia dove si passavano tre mesi in estate, a sguazzare in acqua – abbiamo anche dei filmati divertenti di quell’epoca, io con una mano sotto la pancia tenuto dalla mamma mentre sguazzo in acqua… – per cui in mare ci ho giocato fin da piccolo subito, ho preso confidenza, a quattro anni nuotavo senza salvagente, a cinque la mia prima mascherina – la Ostrica baby della Cressi – che ho ancora e che mi ha accompagnato fin quando avevo quattordici anni. Una maschera stupenda perché ha un volume piccolino e quindi riuscivo a scendere anche fondo senza compensare.
Io, pur non essendo della generazione dei pionieri subacquei ho vissuto molte cose da pioniere, nel senso che per me la subacquea è iniziata negli anni ’50, con tutte le non-conoscenze di quegli anni, quindi quando scendevamo sott’acqua non sapevamo cosa fosse la compensazione e ci si sforzava – come si faceva allora – giorno dopo giorno a cercare di raggiungere un metro in più fino a quando arrivavi a fine estate, e con grande rischio e ispessimento della membrana timpanica arrivavi magari a quegli otto, dieci, dodici metri addirittura senza compensare, difatti – come tutti i vecchi subacquei – da un orecchio ci sento poco…
Mi piaceva molto, moltissimo, nella mia vita, il mare: io vivacchiavo a Milano il resto dell’anno per i tre mesi che passavo al mare e quando ero a Milano sognavo quei mesi.
Poi ho fatto un po’ tutto quello che si fa… non mi piaceva per niente nuotare in piscina, difatti andavo qui a Milano alla Cozzi a fare i corsi di nuoto della FIN – da cui ho preso solo il primo brevetto “cavalluccio marino” mentre mia sorella, che aveva solo un anno più di me, nuotava molto bene, lei ha fatto tutte le gare.
Poi ho fatto qualche anno di tuffi, poi avevamo la barca a vela in famiglia per cui ho imparato ad andare a vela fin da piccolo… Insomma, il mare l’abbiamo sempre vissuto in prima persona. Non ultimo perché i miei erano… mio padre, seguendo le orme di mia madre era un appassionato malacologo, uno dei più grandi malacologi italiani, presidente per tanti anni dell’Unione Malacologia, Società Italiana di Malacologia… Mia mamma era una sportivona, quindi andava sott’acqua, praticava molti altri sport, e quindi il mare l’abbiamo vissuto sotto tutti gli aspetti.
Poi le cose hanno cominciato a cambiare: a quattordici anni ho provato le prime bombole di un amico di famiglia, un giretto cercando di raggiungere un metro in più per dire “ho toccato i dieci metri”… però fin da quando avevo quattordici anni mio papà aveva comprato l’Aquanaut, della Evinrude (un piccolo compressore posizionato su un ciambellone giallo con una manichetta lunga otto-dieci metri che consentiva ad un subacqueo di scendere fino a quella profondità respirando collegato alla superficie, una sorta di “narghilé” amatoriale che veniva proposto sistematicamente su tutte le riviste di mare dell’epoca N.d.R), con il quale con un litro di miscela scendevi fino a sette metri, poi con le prolunghe arrivavi a dieci-dodici e slacciavamo l’imbragatura per toccarli con il profondimetro. E con quello tutta la famiglia andava sott’acqua, per cui per anni l’abbiamo usato, in ogni caso le immersioni più fonde le facevo in apnea, poi sviluppandomi ho scoperto, quasi per magia, che a un certo punto bastava provare e riuscivi a scendere, il fiato è venuto da un anno all’altro e questo è stato bellissimo: intorno ai sedici anni a un certo punto ti accorgi che “qui è fondo – quanto sono? – diciotto metri – beh proviamo a scendere” poi ci arrivi, allora un po’ di più, ventiquattro, ventisette… ed era la scoperta della profondità… molto bello…
E invece alla parte giornalistica come ci sei arrivato?
La parte giornalistica è venuta fuori da un colpo di testa, cioè, dopo il liceo classico mi ero iscritto a ingegneria – meccanica – ho fatto tutto il corso di studi di cinque anni ma ero molto indietro con gli esami perché nel frattempo mi ero anche goduto molto la vita: corsi di vela… vacanze che durano tre mesi… e ingegneria è una facoltà che richiede molta dedizione. Poi venendo dal classico non avevo una formazione matematica molto forte… … c’è questa strana discrasia tra i due corsi di studi… … ma perché bene o male la mia famiglia aveva una impostazione scientifica, quindi ero portato un po’ verso il mondo scientifico, però poi ingegneria era molto matematica e mi sono un po’ scontrato: a me piaceva smontare i motori, i fuoribordo, le moto e da lì pensare che fosse la mia facoltà, mi sono scontrato contro giornate passate su una pagina di numeri, questo non mi piaceva per niente. Allora ad un certo punto – complice anche una fidanzata che avevo allora – mi sono detto “qui, se in cinque anni ho dato metà degli esami, non posso passare altri cinque anni sui libri…” e quindi dall’oggi al domani ho smesso di studiare, sono andato a fare il servizio militare, sono andato a vivere tre mesi in Inghilterra, mi sono detto “cosa faccio nella vita?”.
Poi ho avuto una parentesi, visto che del mare volevo provare tutto, ho fatto anche un po’ di anni la pesca del corallo, prima part time, poi un’estate da corallaro “serio”, in Sardegna, professionalmente impegnata…
… quando ancora si poteva essere liberi e non c’erano tutte le pastoie burocratiche attuali…
… quando ancora si poteva, che però poi è finita tragicamente perché sono svenuto sott’acqua, mi sono preso un’embolia terribile, sono rimasto paraplegico… la prima parte della mia vita è finita lì… avevo ventisei anni compiuti da otto giorni e tutta una serie di cose non l’ho più potute fare: correre, sciare… tutta una serie di sport, di attività, ho sempre avuto problemi a cercare di fare una vita – fra virgolette – “normale” e sono riuscito a farla, tra l’altro scegliendomi un lavoro faticoso come quello del fotoreporter, con pesi da portarmi in giro, è stata in pratica una sfida personale che ho portato avanti con entusiasmo e che tutt’ora vivo quotidianamente. Per certi versi ti cambia, ti matura, ti fa pensare a certe cose…
… mi hai anticipato in una domanda che ti volevo fare e che non sapevo se ti sarebbe più o meno piaciuta…
… mah, io ne parlo tranquillamente perché dal momento che le accetti… non riusciresti a conviverci se non le accettassi. Per cui dal momento in cui le accetti e dici ok, la vita non è solo per chi è “sano” ma anche per chi ha dei problemi e poi ti accorgi che nella vita c’è ben altro, c’è una testa, c’è uno spirito, un entusiasmo e se anche poi certe cose non le puoi fare fisicamente non vuol dire che sei di serie “B”…
E per tornare al tuo lavoro: tu ti senti più fotografo o più giornalista “di penna”?
Giornalista “di penna”, sicuramente. E me ne vanto nel senso che, secondo me, ci sono molti bravi fotografi sulla piazza e pochissime persone che sanno tenere la penna in mano. Ti dico una cosa che diceva Ninì Cafiero – quindi non la dico io – diceva “in Italia ci sono tre persone che sanno scrivere: io, tu e Stefano Navarrini”. Questo lo diceva anni fa, però ho avuto fiducia, e di questo devo ringraziare molto Antonio Soccol quando muovevo le prime ali come giornalista, che mi diceva “sei bravo, scrivi bene…” quindi mi ha dato fiducia, e ci ho creduto. Sono convinto di avere un certo talento per lo scrivere mentre quando sfoglio le riviste leggo a volte certe cose per le quali mi metto le mani fra i capelli, perché è più facile essere un bravo fotografo che un bravo giornalista. Fare il fotografo è una cosa tecnica, se impari la tecnica sai farlo, il giornalista è molto di più… … beh, io su questo avrei qualcosa da ridire: fotografare e scrivere sono ambedue espressioni che implicano anche una sensibilità e un’abilità, oltre alla tecnica che oggi, tra automatismi e digitale è alla portata di tutti… d’altra parte l’intervistato sei tu… … io lo penso così, per cui mi sento più giornalista, però il meglio è abbinare le due cose, fornire un prodotto completo…
… e qui torno ad essere d’accordo con te…
… sì, se sei in grado di farlo, perché racconti una storia completa, la illustri e ti permette di fare la cosa più bella, cioè di raccontare delle storie. Storie che possono riguardare relitti, un viaggio, temi biologici o l’andar sott’acqua, però il bello è coronare il tutto: dire “ti do un buon testo con delle buone foto, ma anche un buon lavoro di ricerca, di approfondimento”. Questo, secondo me, è quello che manca un po’. Io non ti dico quando ricevo le varie riviste subacquee, le sfoglio, c’è pochissimo…
Non mettermi nei guai con i concorrenti…
No, no, non ti metto nei guai con i concorrenti, però questa è la realtà: molti dovrebbero fare una buona scuola di giornalismo, e non solo nel nostro settore…
Ma tu hai operato, come giornalista, sempre e soltanto nel nostro specifico ambito subacqueo o più genericamente sportivo oppure hai anche avuto altre esperienze in altri settori…
No, non mi sono mai occupato per esempio di cronaca, di politica… io sono sempre stato molto determinato in questo: quando ho deciso di smettere di studiare ho detto “io voglio vivere di mare” e, in ogni caso, fare solo un mestiere è molto difficile, difatti poi ho abbinato l’importazione di macchine fotografiche, i corsi tecnici, il diving, cercavo cioè di differenziare un po’ l’attività, però sempre legate al mare…
Ma questa esigenza nasceva da un’esigenza economica o proprio per non “annoiarti” occupandoti di una sola cosa?
Un po’ per tutte e due le ragioni, direi. Un po’ perché mi piace tutto l’ambiente mare in senso lato: mi piace la parte della produzione, mi piace collaborare con le aziende, mi piace la parte didattica, mi piace la parte giornalistica… ma mi piace anche la biologia… insomma, è un discorso molto globale. In questo direi che non ho mai abbandonato nessuno dei vari settori che compongono in maniera eterogenea la sfera della subacquea.
Come può essere la tua partecipazione a trasmissioni televisive (Abissi, la scorsa estate su Rai2 N.d.R) e poi accompagnare i subacquei negli stessi luoghi organizzando workshop.
Sì, perché ognuno ti dà un sapore diverso. Per esempio, nonostante siano tantissimi anni che insegno non ho perso il gusto di vedere la gioia negli occhi di un allievo quando ha fatto la sua prima immersione piuttosto di quando sei riuscito a trasmettergli qualcosa. È un momento bellissimo quello dell’apprendimento, del passaggio di consegne, insomma. E lo stesso gusto ho avuto, e ho tuttora, nei confronti della parte produttiva, sia per quel che riguarda le attrezzature fotografiche, sia per le attrezzature subacquee… Poter dire “ci ho messo lo zampino io e quest’idea che ho avuto funziona” piuttosto che “no, non va bene”, anche quello è molto bello. E, forse, qui c’è la mia passione per la meccanica…
Ecco, facciamo un passo indietro: questa passione per la meccanica ti è stata indotta perché comunque l’imprinting è quello di una famiglia con interessi a sfondo scientifico, e, tra l’altro, come mai ti hanno permesso di fare il classico e non lo scientifico e poi però andare a finire con il fare ingegneria?
Perché… beh, ne abbiamo parlato in famiglia, il classico sembrava dare una formazione complessivamente più completa, ed io, tutto sommato, sono contentissimo di aver fatto il classico. Poi è stata una mia libera scelta: in quegli anni mi sembrava che ingegneria fosse la mia facoltà anche perché confondevo un po’ la meccanica spicciola con la meccanica teorica. Difatti ci sono tantissimi ingegneri che non sanno tenere in mano nemmeno un cacciavite. Io l’opposto: ero molto bravo a smontare qualunque apparecchiatura meccanica però poi ero un disastro con i numeri…
Torniamo ad andare un po’ più avanti, parliamo di Andrea Ghisotti scrittore: quando scrivi lo fai con un progetto di comunicazione perché pensi, a livello più o meno concreto e conscio a qualcosa che vuoi trasmettere agli altri o è qualcosa che ti viene di getto?…
No, mi viene di getto. Io penso un attimo prima di scrivere, magari fatico un po’ ad iniziare un pezzo, poi quando attacco non mi fermo più, divento un torrente in piena, andrei avanti fino ad ore impossibili della notte… mi piace scrivere, mi piace molto. E in quei momenti lo faccio per me, so che devo trasmettere qualcosa e lo sto facendo, ma mi prende un entusiasmo… io vivo molto di sensazioni e quando scrivo rivivo quello che ho vissuto, cerco di trasmetterlo ma nello stesso tempo il più goduto di tutti sono io che le sto scrivendo. Infatti quando finisco un pezzo torno a casa che ho un sorriso che va da un orecchio all’altro, per la gioia di avere rivissuto delle cose belle.
Ma tu il mare, l’ambiente subacqueo lo vivi così com’è, per l’immediatezza di quello che vedi e che percepisci o lo vivi come una sorta di metafora?
Mah, lo vivo per quello che mi dà, però dentro di me esiste molto di più… ti faccio un esempio: il rumore di una giornata tranquilla in cui senti lo sciacquettio dell’acqua sugli scogli… a me muove “dentro” delle cose, cose che mi porto dietro probabilmente dall’infanzia, se non addirittura da ancor più indietro, ricordi prenatali… e mi dà una serenità enorme, per esempio, una cosa del genere. Però poi è difficile trasmetterle…
… e si trasmettono attraverso la metafora che è il racconto… ecco, parlando di racconti: tu sei partito con il tuo primo libro – mi pare si intitolasse “La Fiaba Sub” – che era un racconto…
Sì, la Fiaba Sub… me ne vergogno quasi un po’, oggi, di quel libro… …no, era tenero… … sì, era tenero… io poi ho fatto più che altro la parte fotografica, il testo l’aveva fatto una ragazza, io poi mi ero occupato delle schede biologiche alla fine… però la parte fotografica l’avevo fatta tutta io con i mezzi di allora, molto rudimentali, io all’epoca usavo una Nikon F con una custodia Ikelite che avevo comprato d’occasione perché il proprietario l’aveva allagata e con quella avevo fatto tutto il libro, però oggi le foto fanno un po’ pena… Insomma sono passati tanti anni, però all’epoca è stata una cosa molto bella: anche lì, ci abbiamo creduto, l’abbiamo voluto fare, siamo andati a casa di gente che era in altri mondi, quello dell’editoria che non conoscevamo, abbiamo pestato i piedi, siamo andati a cercare sponsor, alla fine eravamo in due, io e il mio amico Giorgio Cittelli, e ce l’abbiamo fatta, e questo ti dà anche certe sicurezze, ti fa dire “beh, se voglio ce la faccio!…”
Ha venduto quel libro?
Sì, ha venduto, poi rispetto alle cifre di oggi ha venduto un casino perché era stata fatta una tiratura iniziale di 10.000 copie delle quali ne abbiamo vendute 6/7000, rispetto agli standard di oggi è un numero spaventoso.
E poi quanti libri hai fatto?
Sto chiudendo in questi giorni il mio 24°… però non tutti fatti in toto da me, vorrei sottolinearlo. Alcuni sì, completamente, testo e foto, didascalie…
Per esempio, citami qualche titolo…
Quelli che ho fatto sul Mar Rosso, sulle Maldive, con Bonecchi, “Pesci del Mediterraneo” – l’ultimo che è uscito – “Snorkeling in Mediterraneo” con la Mursia… Poi ne ho fatti tanti solo come fotografo, i testi per esempio li scriveva Angelo Mojetta – abbiam fatto “Flora e Fauna del Mediterraneo”, “Pesci e Coralli del Mar Rosso” e tanti altri, per la Mondadori… – altre volte davo soltanto dei capitoli, oppure ho dato le foto, poi si è usato molto, in passato, fare libri con vari fotografi insieme. Io di solito facevo un po’ la parte del leone se no non li consideravo miei, cioè, tutti i capitoli introduttivi poi tutta una serie di schede e a quel punto però usciva a nome di parecchi. E adesso il 23° lo stanno impaginando e il 24° lo devo consegnare. Però poi vado avanti, non finisce lì…
Con chi lavori, come case editrici?
adesso lavoro molto con Bonecchi di Firenze, però ho lavorato con la White Star, ho lavorato con Mursia, con Mondadori, con Idea Libri… con vari editori, insomma.
E dopo quella prima esperienza di narrativa ne hai avute altre…
No, è stata l’unica, perché poi le richieste sono sempre state rivolte verso cose pratiche, quindi manuali di varia natura, libri di relitti, libri di biologia… in verità io vorrei tornare a quello negli anni futuri. Adesso che ho maturato quarant’anni di esperienze subacquee ho tanta voglia di raccontarli e quindi nel mio futuro mi piacerebbe passare a libri più… più autobiografici che romanzi, nei quali però racconto quello che ho fato in questi anni visto che di esperienze ne ho accumulate tante…

una piccola parte della ricca collezione di Andrea di macchine fotografiche e di attrezzature subacquee nel suo studio
Raccontaci qualche cosa, qualche episodio, qualche aneddoto…
… mah, un fatto che ricordo sempre, e questo tanti anni fa, ero andato con il mio primo gommoncino comprato con i miei risparmi sudatissimi a quindici anni, il primo gommone da 2,80 che andava con il 6 hp di famiglia, e con quello – avevo già la mia prima “Siluro”, la mia prima macchina fotografica – me ne ero andato al Cristo degli Abissi che era un po’ una palestra perché si scendeva, si vedeva quanto tempo si stava giù a leggere tutte le targhe… … nota del redattore: in apnea, ovviamente… … in apnea, ovviamente, faccio tre discese e nell’ultima ero un po’ affannatino, torno a galla un po’ presto, e trovo una persona in acqua, che nuota, che mi dice “però sono sempre 18 metri alla base, dovresti risalire un po’ più piano…” io lo guado e mi dico “chi è questo qua!”, poi lo guardo meglio e mi dico “porc… ma sai che mi sembra proprio Duilio Marcante…”, ed era proprio lui, il quale dopo mi chiede “vuoi che ti faccia una foto quando sarai sott’acqua?” io lì avevo finita la pellicola, ne avevo una di scorta, ma un po’ imbarazzato, un po’ timido com’ero in queli anni gli ho detto “no, grazie…” e oggi ci terrei moltissimo ad avere una foto fattami da Duilio Marcante. Però mi ricordo che c’era questo sommo Vate che mi osservava andare su e giù al Cristo degli Abissi…
Quando poi sei andato a Nervi glielo hai ricordato?
No, no… non glielo ho ricordato perché io odio qualunque possibilità di clientelismo, corruzione, favoritismo, per cui – ero molto amico dell’editore Ceschina, Dante Ceschina che poi ha stampato “Scendete sott’acqua con me” (il libro più celebre di Duilio Marcante N.d.R), e mi aveva detto di portargli i saluti quando fossi andato a Nervi, io glieli ho portati, ma l’ultimo giorno, dopo che ho finito il corso…
E tu quanto leggi e cosa leggi?
Leggo tanto, anzi, è una delle cose che mi piace di più in assoluto, compre tantissimi libri e, prima o poi, li leggo tutti. Non mi piace avere libri non letti anche se a volte se ne accumulano un po’. Negli ultimi anni leggo tantissimo di mare, tutto quello che trovo, sotto tutti gli aspetti: vela… regate… tempeste…
… saggi o narrativa?
Tutti e due, mi piace un po’ tutto. Mi piacciono poi i vecchi libri di subacquea, quando li trovo. Purtroppo ormai molto rari e costosi, e quelli me li centellino, magari nell’intervallo di mezzogiorno, dopo pranzo me ne leggo un paio di capitoli. Poi ho letto in passato moltissima letteratura, moderna o non moderna, però oggi molto meno. Direi che oggi tendo un po’ a finalizzare le letture su cose che mi servono, per cui leggo molto di storia militare, di relitti – tu sai che adesso mi occupo molto di relitti, argomento che richiede un grosso approfondimento che va preparato leggendosi anche dei bei saggi, dei bei libri storici…
Quanti libri leggi all’anno?
Ne leggo trenta, trentacinque, circa, qualche anno un po’ di più, qualche anno un po’ di meno, dipende dal tempo che ho…
… una buona media…
Eh ma sai, se non la alimenti con la lettura si esaurisce anche la vena giornalistica. È solo leggendo, ma non leggendo le riviste, leggendo i libri che ti arricchisci…
Tu quando scrivi hai qualche cosa che ti ispiri, che ti aiuti, che ti dia concentrazione, o che ti guidi come sensazioni, emozioni verso la direzione che vuoi prendere con il tuo scritto… o no?!?…
Nello stato d’animo ci entro rileggendo gli appunti… io ho molti appunti, sono famoso tra gli amici per avere decine e decine di libricini di appunti nei quali io scrivo tutti i viaggi che faccio, le immersioni, gli stati che passo che mi servono più che altro per ricordarmi le cose che faccio ma anche come ricordo personale. Allora molte volte entro “in palla” rileggendomi i miei appunti, allora lo rivivo e a quel punto sono pronto per attaccare a scrivere. Però non scrivo con musica di sottofondo, anzi, i rumori mi danno abbastanza fastidio, anche se poi, quando parto, fuori può succedere di tutto e io non lo sento più. Quindi è l’entrarci con i ricordi più che con un’atmosfera attorno.
Quindi tu scrivi molto a mano, ancora…
No no, solo al computer. Gli appunti, quando sono in giro, per forza devo scriverli a mano, ma non mi piace scrivere a mano, non mi piace perché è molto più lento, sono molto più veloce al computer e visto che ho fretta, quando scrivo voglio buttare giù in fretta le idee sennò mi scappano… con la scrittura a mano mi fa male il polso, è molto più lenta… poi è chiaro che quando sono in giro va benissimo, poi è molto romantico, è molto “Chatwin”, il “moleskine” riempito di appunti… macchiati col caffè… mi affascina molto l’atmosfera perché poi mi piace il mondo del giornalismo, però, francamente, con il computer scrivo meglio.
Infatti tra i miei sogni del futuro, non ancora realizzati, c’è quello di comperarmi un piccolissimo portatile da viaggio per averlo sempre con me…
Ultimissime domande: definisci Andrea Ghisotti: tu come andavi a scuola, per esempio?…
Non molto bene. Non mi piaceva andare a scuola. Il mio mondo era tutto fuori, sempre proiettato verso sport, vita all’aria aperta, soprattutto mare. Quindi elementari normali, medie non eccellevo, ma ero nella media. Liceo inizialmente un grosso rifiuto perché il mio mondo era tutto là: io passavo la giornata a fare i disegni di fucili subacquei che mi progettavo io sui miei quaderni, attrezzature particolare, studiavo erogatori… i mondo della scuola lo sentivo molto distante… Poi ho scoperto che si faceva molto meno fatica a studiare e ad essere bravi anche a scuola, così gli ultimi anni di liceo sono diventato anche bravino. Però poi la stessa cosa si è riproposta all’Università. Cioè, alla fine… … indisciplinato… … indisciplinato, sono un animo libero, in tutti i sensi.
Ultimissima: vuoi concentrare il Ghisotti-pensiero…
Il Ghisotti-pensiero… ti posso dire – invecchiando si diventa un pochettino filosofi – che le nuove generazioni di subacquei dovrebbero cercare di avere degli ideali e tanto entusiasmo. Quello che più mi piace nella gente è l’entusiasmo, a prescindere da quello che fai, in qualunque campo: credi in quello che fai e fallo bene e soprattutto mettici tanto entusiasmo, perché è il segreto della vita: se no la vita è noiosa. Per me la vita è divertente tutti i giorni. Ovviamente è piena di ostacoli, di difficoltà, io mi sono scelto un lavoro che economicamente è difficile da portare avanti, però questo mi dà sempre nuovi stimoli… È bello così. Io non sopporto la noia, non sopporto la ripetitività, non sopporto tutto quello che in qualche modo è inquadrato. Il Mare mi piace perché è libertà.
… e tu cosa pensi di avere trasmesso al mondo della subacquea?
Spero e penso di aver trasmesso entusiasmo. Entusiasmo per questo mondo subacqueo, di averlo fatto vedere, vivere come sensazioni, soprattutto. Quello per cui oggi mi arrabbio molto con la tendenza che ha preso oggi la subacquea attuale dove tutto è fatto di numeri, di tecnicismi ma poco di entusiasmo. Io, nella vita, sono un idealista e un entusiasta, e questo è quello che mi dà la forza di andare avanti a vivere anche con certi handicap fisici ed è quello che vorrei trasmettere agli altri. E che, in genere, riesco a farlo, mi sembra. Ed è quello che ho trasmesso agli allievi durante i corsi… bisogna credere a qualcosa, nella vita. A me piace credere e cercare di trasmettere valori che sono la bellezza, la natura, in un ambiente bello com’è quello subacqueo sotto mille aspetti…
I GHISOBRACCI…
La tristezza che ho addosso non mi da tregua, sono proprio a terra, non ce la faccio a smettere di pensare a Lui e alla sua bellezza d’animo.
Anche se lo porterò sempre con me nel mio girovagare subacqueo mi mancherà la possibilità di scrivergli o parlargli o il consigliarci a vicenda su quale attrezzatura usare o meno per quelle riprese piuttosto che con la macchina fotografica, il suo perenne sorriso mi mancherà.
Oggi non ci sarò alla cerimonia di commemorazione, non credo serva la presenza fisica, io come per i miei genitori che non ho più, non faccio visite al cimitero, mio padre era un uomo di mare e tutte le mattine quando vedo la sua barca al porto è come se lui fosse ancora tra noi, così voglio ricordare anche Andrea.
Mi scrisse quello che segue, quando se ne andò suo papà e così voglio che sia anche per lui.
……ora invece lo penso come piace a me, bello, giovane e sorridente, quel bel papà in gamba che era negli anni ruggenti. Già, perché pensarlo vecchietto, in fase ormai declinante? E’ vero che mi manca la sua presenza, ma se ben guardo, è molto più importante la valanga di belle cose che mi ha dato e che ora sono dentro di me. Insomma, da eterno ottimista quale mi accorgo di essere, vedo il tutto in un’ottica decisamente positiva, sia pure con gli inevitabili
momenti di tristezza.
Marco
Centro Sub Monte Conero
Io lo ricordo così :
………..quel giorno era stato a provare i bracci di mia produzione per la macchina fotografica che gli avevo regalato e la cui idea di produrli era nata tra le mille nostre chiacchiere durante la nostra crociera assieme in Mar Rosso.
(scherzando a quei tempi gli avevamo dato il nome di ” GHISOBRACCI”)
Caro Marco…………………
……………………………………………………………..
non posso esimermi dal raccontarti cosa ho fotografato:
un pesce luna bello grosso, che si faceva pulire da alcuni labridi,
foreste di paramuricee meravigliose, uova di gattuccio,
candide e magnifiche Funicella verrucosa,
una delle specialità di Portofino, corallo e poi,
in decompressione, centinaia di saraghi fasciati, pizzuti e maggiori e un’intero rullo a dei maestosi branzini
che si sono lasciati avvicinare e fotografare
fino a mezzo metro di distanza.
Ero solo, mare piatto, acqua blu
e limpida fino a 30 metri, torbidina sotto.
Un bel trimix sulle spalle, per essere bello lucido, un Ean 40 a sinistra e ossigeno puro a destra.
Il tutto per un totale di 85 minuti d’immersione.
Poi relax al sole, focaccia con prosciutto e un libro da leggere,
cullato dal mare.
Ero in paradiso e ancora adesso svolazzo, se ci penso.
Andrea
PER UN GRANDE AMICO CHE HA LASCIATO UN GRANDE VUOTO
Ciao Andrea. In questi giorni, dove adesso ti trovi, te lo sei sentito dire infinite volte. Eppure che cosa dovevamo dirti? Che cosa potevo dirti? Addio? Non riesco. Forse sarebbe più opportuno dirti arrivederci, ma un ciao è più da amici. Andrea, aiutami a credere che sia vero e che le lacrime che non riesco a trattenere in questi giorni, quando ti penso e ripenso a tutto ciò che ci ha uniti, hanno una loro funzione e mi aiuteranno anche loro a capire. Ma soprattutto c’è una domanda egoista che mi viene alla mente: E adesso? Con chi sognerò, progetterò e soprattutto con chi farò quello che dovevamo fare insieme? Chi riuscirà a sorprendermi e a entusiasmarmi come hai fatto tu con la Lappanella fasciata quel lontano giorno in cui mi hai mostrato la foto presa a Portofino e che avevi portato in redazione di AQVA in via Chiossetto. Nessuno capiva cosa ci fosse da entusiasmarsi per un pesce, ma noi sì perché era rarissima e da allora non l’ho più vista. Veramente non l’ho neanche cercata e poi, se anche fosse stata comunissima e tutti l’avessero fotografata, la vera e unica Lappanella sarebbe stata sempre la tua.
Caro Andrea, sei stato unico e mi accorgo adesso che sei stato una meteora. Troppo presto sei passato nonostante oltre venti anni di sodalizio, sempre più stretto tanto da essere ormai, come ti avevo scritto, uno di famiglia. Caro Andrea, ti ricordi? È strano quando scrivo “ti ricordi” i ricordi svaniscono. Non si può isolare un granello di polvere in una tempesta di sabbia. Ci sono troppe cose nella mia memoria per trovare un episodio singolo. Non sono fotogrammi, ma immagini che confluiscono le une nelle altre e che si compongono a vicenda. Caro Andrea, sento ancora la tua voce, rivedo la tua camminata così caratteristica, ricordo di quella brutta avventura che ti aveva fatto rinascere e che ci aveva fatto pensare che un nuovo miracolo della tua straordinaria volontà e forza ci avrebbe restituito l’Andrea di sempre con il quale ripartire a sognare. Era bello sognare che un giorno sarei tornato anch’io a seguirti in un viaggio, a spiegarti quello che tu vedevi e che facevano di te i miei occhi preferiti sotto il mare. Ma intanto ti seguivo, aspettavo i tuoi ritorni per sapere che cosa avevi visto e farmi raccontare, come tu sapevi, luoghi, sensazioni emozioni che facevi rivivere con la straordinaria passione che mettevi in ogni cosa.
Caro Andrea, se dove sei puoi sentire l’affetto di tutti quelli che ti hanno conosciuto, siine contento e aspettaci. Esplora questi nuovi mari e trova i siti migliore dove andare. A poco a poco i tuoi amici arriveranno. Non è un viaggio charter e dovrai avere pazienza. Ma il gruppo Ghisotti prima o poi si riformerà e tu e Betti ci guiderete. Tieni pronte cose buone e qualche dolce. Non so quando arrivo.
Un abbraccio.
Angelo
CIAO ANDREA! CIAO AMICO!
A guardarsi indietro non mi sembra neanche siano passati tutti questi anni… Di Andrea ho due ricordi, in particolare: quando lo conobbi – sarà stato il 1980, più o meno – nel mitico-storico negozio di Alberto Reda, nel quale lavorai da adolescente: ero andato a trovarlo e lui mi parlò di Andrea magnificandolo, poi mi invitò ad andarti a trovare nel magazzino-laboratorio, e lui stava trafficando con un flash che mostrava le budella e che avrebbe ripreso a funzionare di lì a poco. Mi colpirono il sorriso, gli occhi vivi e l’entusiasmo che sprizzava da tutti i pori…
Un po’ di anni dopo mi convinse a seguire la stessa strada che anche lui aveva percorso abbandonando una FIPS sempre più pachidermia e in dissoluzione dal punto di vista della qualità per seguire la strada del nuovo, la PADI, magnificando il fatto che questa nuova didattica fosse una costruzione da plasmare adattandola alle nostre capacità e alla nostra inventiva, partendo dagli esercizi baso, obbligatori, per integrarli con quelli che la nostra passione e la nostra competenza ci suggerivano. Lavorai due anni con lui, a Milano e a Portofino, e le immersioni “di ricognizione” fatte con lui le considero tra le più belle che io abbia fatto.
Poi ci fu il diving a Ustica e ci perdemmo di vista. Ci siamo ritrovati quando sono stato chiamato a creare una nuova rivista cartacea: nella rubrica destinata ad ospitare i portfolii dei fotografi del nostro mondo il primo numero volli dedicarlo a lui, e lo stesso feci quando nacque SOTTACQUA.
E il secondo ricordo vivo che ho è proprio di pochi anni fa quando, partendo da un’intervista che gli feci – la sua malattia già nota – arrivammo a parlare dei massimi sistemi, della vita, della morte, e ancora una volta fui colpito dalla sua voglia di vivere, dalla sua gioia di vivere, e mi ritrovai a pensare che Andrea no, non poteva essere vinto da quella brutta roba.
E invece…
Parlare di dolore è fin troppo banale e scontato, ma non era banale e scontato in quella sala gremita dove si sono raccolti i suoi amici – volti noti, meno noti e sconosciuti ma tanti, e altrettanti occhi rossi – per salutarlo un’ultima volta.
In ogni caso, sia per chi crede che Andrea sia andato a fare immersioni in un mondo che pensiamo migliore di questo, dove scopriremo alte consapevolezze, sia per chi pensa che la nostra vita si esaurisca in questo passaggio terreno, io credo (e vale soprattutto per me, che sto scrivendo di lui) che anche da queste parti quel che ha fatto e come ha vissuto, possano essere di grande lezione, io credo che un po’ del suo grande amore per la vita, del suo grande entusiasmo lo abbia diffuso un po’ in giro, certamente me ne ha regalato qualche scheggia della quale cercherò di fare buon uso.
Grazie Andrea, mi manchi ma so che ci rincontreremo, ciao amico mio!…
L’OCCHIO DI TUTTI NOI
Venerdì 19 febbraio 2010 è mancato all’affetto, all’ammirazione, alla stima, anche all’invidia per chi, come lui, si guadagna da vivere facendo quel che più gli piace, Andrea Ghisotti. Era nato a Milano il 20 agosto 1951. “Era il mio occhio” ha scritto, icasticamente, Angelo Mojetta che a quattro mani con lui aveva pubblicato un paio di libri: “Pesci e coralli del Mar Rosso” e “Flora e Fauna del Mediterraneo”. Angelo Mojetta giornalista e biologo, studioso e divulgatore, che a me ha insegnato a guardare sott’acqua con le lente d’ingrandimento. Del resto, le immagini e la prosa di Andrea Ghisotti, scaturivano così belle da un istintivo grande amore e da una cultura vera e profonda per il mare. Lo dimostrano i titoli di alcuni suoi libri: “Snorkeling nel Mediterraneo”, Mursia, 2001; “Pesci alle Maldive”, 1997, Bonechi; “Mar Rosso” 1996, Bonechi: un altro straordinario “Mar Rosso” lo aveva realizzato per le edizioni White Star insieme con il grandissimo fotografo americano del “National Geographic Magazine” David Doubilet. Quando l’editore Mursia gli affidò il compito di ricreare una collana d’argomento subacqueo, nel 2000 fece ristampare due libri ormai introvabili: “Dahlak” di Gianni Roghi e Cesco Baschieri Salvadori, cronaca della Spedizione Nazionale Italiana in Mar Rosso e il mio “Vita da sub”, edito la prima volta dalla SEI di Torino nel 1977.
Con Andrea Ghisotti scompare una delle figure più significative del mondo sub. La HDS – la Historical Diving Society – gli aveva conferito il suo prestigioso “award” con questa motivazione: “Centinaia di articoli su riviste di tutto il mondo e almeno una ventina di libri, scritti in una lingua fluida e immaginifica, illustrati da fotografie spesso strepitose. Con questi strumenti – e con l’insegnamento via via più avanzato delle tecniche d’immersione – Andrea Ghisotti ha dato e continua a dare un contributo personale di assoluto rilievo alla diffusione e al progresso del turismo subacqueo.”
Nel 2003 era stato insignito del Premio Tridente d’0ro dell’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee per la sua grande professionalità di fotografo subacqueo – uno dei migliori del mondo – e di scrittore eccellente. Quanto alla sua pratica subacquea, Andrea Ghisotti vantava più quarant’anni di immersioni ed era stato istruttore, prima FIPSAS-CMAS, poi PADI, infine (poiché nella sua esperienza accumulata “sul campo” c’era pure quella di aver fatto il corallaro) si era dato all’immersione “tecnica” ed era diventato istruttore e quindi trainer della PSA e come tale aveva preso parte a spedizioni sui relitti famosi alla portata dei respiratori di miscele: l’Andrea Doria, il transatlantico italiano affondato nel 1956 a poche miglia da New York, la torpediniera Chinotto, la Loreto, l’Espresso Trapani, l’Ischia.
QUESTE FOTO – Le foto che pubblichiamo risalgono a molto tempo fa, al 1986 e furono fatte in Australia nel corso della spedizione organizzata dal GRSTS (Gruppo Ricerche Scientifiche e Tecniche Subacquee) di Firenze per la realizzazione del documentario di Paolo Notarbartolo di Sciara sullo “spawning” – la riproduzione sessuata – delle madrepore che la RAI-TV mandò in onda con il titolo “La notte d’amore dei coralli” in una punta di “Quark” di Piero Angela.
RIEMERGE, IN SARDEGNA, DALLE ACQUE DELLA STORIA UN SOMMERGIBILE AFFONDATO NELLA 2^ GUERRA MONDIALE, FORSE SI TRATTA DEL VENIERO 2°

il Veniero 2° sul suo invaso in arsenale
Riceviamo, e pubblichiamo, dal nostro collaboratore Ivan Lucherini questa importante notizia riguardante il ritrovamento di un relitto di sommergibile che, probabilmente, mette la parola fine alle incognite sulla sparizione di una unità della nostra Marina Militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Lasciamo alle parole di Ivan ogni spiegazione anticipando che, prossimamente, saremo in grado di raccontare diffusamente, con un reportage, la storia di questo ritrovamento.
Paolo Bastoni
Il 17 maggio del 1942 il sommergibile italiano Veniero 2° della classe “Marcello”, al comando del capitano di corvetta Elio Zappetta, partiva da Cagliari per una missione al largo delle isole Baleari. Le ultime notizie che si hanno dell’unità navale risalgono alla sera del 29 maggio quando alle 16.45 lanciò un messaggio radio con la notizia di un attacco in corso. Poi più nulla. Da successive notizie di origine alleata, più precisamente inglesi, si seppe che un sommergibile italiano, nelle prime ore della mattina del 7 giugno del 1942 era stato attaccato da un aereo Catilina, riportando gravi danni alle strutture. Negli elenchi della Marina Militare il sommergibile Veniero 2° della classe “Marcello” risulta ad oggi disperso con tutti gli uomini dell’equipaggio, che qui in calce citiamo.

ecco com'è apparsa ai subacquei la torretta del sommergibile
Tutto questo, probabilmente, fino a pochi giorni fa. Infatti la scorsa settimana, durante una normalissima immersione di addestramento su un fondale di soli 11 metri al largo della spiaggia di Is Arenas nella Sardegna occidentale in provincia di Oristano, una gruppo di subacquei, Marco Montanari, Ivan Savorani e Cesare Lochi si sono imbattuti in quello che sembrava uno scherzo della natura: uno strano scoglio a forma di sommergibile si stagliava nel blu totalmente coperto dalla concrezione. Una serie successiva di immersioni ha potuto appurare che il relitto sommerso è effettivamente un sommergibile e probabilmente proprio il Veniero 2°. Ovviamente utilizzare il condizionale è d’obbligo considerata la delicatezza della notizia. Nei prossimi giorni ulteriori indagini, che si auspicano della Marina Militare, o da altra struttura da essa delegata potranno chiarire il mistero e confermare nel caso, il ritrovamento dell’ultimo sommergibile Italiano della classe “Marcello” ancora dato per disperso. Ci corre l’obbligo in queste note ricordare i nomi dei componenti dell’equipaggio tutti scomparsi che hanno immolato la loro vita per servire un ideale di appartenenza e di difesa dell’unità d’Italia

il Veniero 2° in navigazione. Per la Marina Militare era disperso dal 29 maggio 1942 con tutto l'equipaggio
il 7 giugno 1942 sono caduti nell’espletare il loro dovere:
- Ten. Vasc. Elio ZAPPETTI, Comandante
- S.Ten.Vasc. Mario TOVO, Ufficiale in 2ª
- Cap. (GN) Paolo MUHLBERGER, Direttore di Macchina
- Ten. (GN) Mario MANCIOTTI
- Guardiamarina Federico VARRATI
- Guardiamarina Eugenio VERGANI
- C°3ª cl. Giuseppe DE BENEDET
- C°3ª cl. Luigi BIGNOTTI
- C°3ª cl. Angelo IPPOLITO
- 2°C° Lorenzo DELLA PIAZZA
- 2°C° Enzo DOMENICHINI
- 2°C° Alfonso ILLIANO
- 2°C° Elios LA ROSA
- 2°C° Ardito MENEGHELLI
- 2°C° Raffaele PORCELLI
- 2°C° Aurelio SAVOI
- 2°C° Elio TESSAROLO
- Sgt. Adelmo CAMPRINCOLI
- Sgt. Renato CERIOLO
- Sgt. Angelo DE PIERO
- Sgt. Antonino LICCIARDELLO
- Sgt. Ferdinando LUCIANI
- Sgt. Curzio LUDOVISI
- Sgt. Narciso MALON
- Sc. Vincenzo BELMONTE
- Sc. Giuseppe LUCARINI
- Sc. Pierino LUCONI
- Sc. Emilio LUDDI
- Sc. Giuseppe MAJERNA
- Sc. Alfonso MORINARI
- Sc. Osvaldo MECHINI
- Sc. Rino SARTORI
- Sc. Salvatore SETZU
- Sc. Paolo TORRES
- Sc. Oslavio TUCCI
- Com. Antonino ARENA
- Com. Oreste BASSI
- Com. Salvatore BRIGUGLIO
- Com. Carlo BRONDONI
- Com. Piero CABRILLA
- Com. Mario CAGNASSONE
- Com. Livio CONNESTARI
- Com. Domenico CONVERTINI
- Com. Pasquale CURCIO
- Com. Michele CUTRÌ
- Com. Giuseppe DI SERIO
- Com. Renato DURONI
- Com. Raffaele IANNIELLO
- Com. Giuseppe LENA
- Com. Aristide MAESTRI
- Com. Elio MAZZELLA
- Com. Alfredo MONETA
- Com. Ernesto NAZZARI
- Com. Luigi ROTOLO
- Com. Carlo ROVITO
- Com. Eduardo SCLAUNICH
- Com. Raimondo SOLAZZO
- Com. Luciano VALLI
DALLE ACQUE CALABRESI UN RELITTO-SANTABARBARA, USATO IN PASSATO DA MAFIA E ‘NDRANGHETA, FA ANCORA PARLARE DI SE’

la parte terminale dell'albero del Laura C emerge dal fondo sabbioso a 18 metri di profondità
Francesco Pacienza, già vincitore del concorso organizzato con NIKON lo scorso anno per lo IYOR, è un subacqueo molto attivo sul piano della tutela ambientale. Ci invia questo contributo relativo alle vicende di un relitto diventato tristemente famoso, alcuni anni fa, perché “magazzino” di esplosivi utilizzati dalle associazioni mafiose siciliane e calabresi per attentati che hanno scosso l’Italia, si sospetta infatti che l’esplosivo che tolse la vita a Falcone e Borsellino, per esempio, venisse da questo fondale, da questo relitto. In attesa di un servizio più approfondito che Francesco ci ha promesso leggiamo intanto cosa ci dice a proposito della attuale situazione della Laura C.
Relitto viene considerato quanto rimane di un natante o velivolo o altro mezzo dopo l’affondamento a seguito di guasto, incidente o azione di guerra in mare.
La Calabria, stupenda Regione che si affaccia sul Mediterraneo, abbracciata dai due Mari che la cingono, lo Ionio ed il Tirreno, da sempre crocevia delle rotte navali commerciali e militari, custodisce nei suoi fondali i segreti di tanti relitti, che vi giacciono silenti.
Nelle acque Joniche della provincia di Reggio Calabria, il 3 luglio del 1941 la motonave “Laura Couselich”, salpata dal porto di Venezia e diretta in Africa per rifornire le truppe italiane, incrociò sulla sua rotta il sommergibile inglese “Upholder” che, silurandola, l’affondò. La nave “Laura Couselich”, ribattezzata “Laura C”, nel giro di pochi minuti, si adagiò sul fondo sabbioso antistante il litorale di Saline Joniche, nel Comune di Montebello Ionico. Scomparve così una delle più importanti navi della Regia Marina Italiana. Sin qui nulla di insolito se non fosse che tra le oltre 5000 tonnellate di merce trasportata dalla motonave, tra cui bottiglie di Chianti, bottiglie di Campari, calamai contenenti l’inchiostro per scrivere ed altro, vi era presente una gran quantità di esplosivo, per l’esattezza 1500 tonnellate di tritolo (TNT).

l'ancora del Laura C
I relitti, se opportunamente bonificati, diventano delle vere e proprie oasi di ripopolamento e sviluppo per la biodiversità dei fondali marini svolgendo un ruolo importantissimo, quasi un polo d’attrazione, per una gran moltitudine di specie viventi. Importante è, pertanto, che l’intero ecosistema sia preservato e tutelato affinché la vita possa trovare dimora tra le sue strutture. Questo relitto giace su un fondale situato vicino a due zone SIC (Siti di Interesse Comunitario), ossia aree che contribuiscono in modo significativo a mantenere o ripristinare le tipologie di habitat o a mantenere in uno stato di conservazione soddisfacente una delle specie tipiche della zona, contribuendo in modo significativo al mantenimento della biodiversità della Regione in cui si trova.
Sulla base di queste premesse, la presidenza regionale calabra dell’Associazione Fare Verde Onlus ha promosso un Progetto teso al monitoraggio ambientale sul relitto della Motonave “LauraC” e sui fondali ad esso circostanti al fine di valutarne gli effetti sull’ecosistema marino e sullo sviluppo della biodiversità. Tale progetto è stato autorizzato dalla Capitaneria di Porto di Reggio Calabria e si avvale della fattiva collaborazione del diving Megale Hellas di Marina di Gioiosa Ionica per il supporto logistico necessario allo svolgimento delle immersioni di monitoraggio e rilevamento scientifico. A tale campagna di monitoraggio hanno aderito, condividendo appieno le finalità istituzionali e scientifiche proposte da FARE VERDE Onlus, l’Università degli Studi del Piemonte Orientale “Amedeo Avogadro”, istituzione dalla indiscussa professionalita, nel settore, che si avvale dell’esperienza scientifica del professor Aldo Viarengo preside della Facoltà di Scienze Matematiche, fisiche e Naturali e l’ARPACAL, l’Agenzia Regionale Calabrese per la Protezione dell’Ambiente. Il Professor Aldo Viarengo, dell’Università del Piemonte Orientale “A. Avogadro” sottolinea ed evidenzia come: “Il monitoraggio ambientale sul relitto della motonave “Laura C.” cosituisce un’evoluzione dell’analogo studio effettuato sulla petroliera Haven che giace nei fondali di Arenzano in Liguria. I dati che saranno reperiti, grazie ai volontari di Fare Verde ed agli esperti di questa università, potranno fotografare l’incidenza sull’ecosistema marino prodotta da eventi fortemente impattanti come l’affondamento di navi di grosse dimensioni trasformando gli stessi da catastrofi in eventi forieri di riproduzione e conservazione della biodiversità marina”.

nuotando lungo i corridoi laterali
Anche le dichiarazioni di intenti che hanno portato alla compartecipazione dell’Arpacal, espresse congiuntamente dal Direttore Generale Prof. Vincenzo Mollace e dal Direttore Scientifico, a tale iniziativa sono tese a sottolineare come tale iniziativa “…sia scientificamente in linea con le attività svolte nel monitoraggio marino costiero dall’Agenzia, con particolare attenzione ai relitti sommersi studiati anche come nuovi ecosistemi marini.”. Anche la sede provinciale di Reggio Calabria dell’associazione Marevivo ha aderito alla campagna di monitoraggio condividendo con Fare Verde l’impegno e le finalità di tale campagna di monitoraggio ambientale.
Tra i partner tecnici che hanno deciso di aderire al progetto vi sono: la Easydive, azienda leader nella fabbricazione di custodie subacquee per telecamere e macchine fotografiche, le cui custodie sono state scelte per la realizzazione delle riprese documentali sul relitto; la Underwater Film, casa di produzione dei noti documentari “Missione Relitti”, distribuiti e messi in onda sui maggiori network internazionali, che ha aderito al progetto impegnandosi a realizzare un documentario su questo affascinante relitto e sulla sua importante funzione nell’ecosistema dei fondali marini.

gli oblò: occhi ormai vuoti verso il mare aperto
Immergersi su un relitto è come immergersi nella Storia che ne ha contrassegnato la vita fino all’istante stesso del suo affondamento; immergersi sulla “Laura C” è un’esperienza a cui molti subacquei, appassionati di relitti, vorrebbero partecipare. Il relitto della “Laura C” rappresenta un vero e proprio ambiente a se stante, quasi un’oasi di vita isolata e diversa su questo che è un fondale sabbioso; un luogo ideale per lo studio e la conoscenza del mondo sommerso e della fauna marina a cui il relitto offre molte opportunità. Dai dati raccolti dai subacquei, che hanno volontariamente aderito al progetto, sono state compilate circa cento schede di rilevamento oltre ad essere scattate decine di foto e realizzate alcune riprese video, emerge che le sue strutture sono ricoperte da madreporari e spugne di vario genere, oltre a tunicati; gli Anthias (Anthias anthias) ed i Saraghi (Diplodus sp.) insieme alle Castagnole (Cromis cromis) creano delle vere e proprie nuvole che avvolgono e circondano l’intera struttura della nave. Nelle zone buie è facile scorgere gli occhietti furtivi di centinaia di Gamberetti (Pleionska narval) che ci osservano timidamente da questi loro nascondigli. La prima cosa che sorprende il subacqueo, dopo l’ingresso in acqua, è il fondale privo di Posidonia oceanica e con qualche masso ricoperto da forme di vita unicellulari come l’Ombrellino di mare (Acetabularia acetabulum) e qualche Coda di pavone (Padina pavonica). Sul fondo, nonostante l’intera area sia interdetta a qualunque forma di attività, esclusa la ricerca scientifica ed ambientale, vi sono nasse disseminate sia davanti la riva a pochi metri di profondità sia in prossimità delle strutture del relitto oltre alla presenza costante di imbarcazioni di ogni genere: insomma, la sistematica violazione dell’ordinanza di interdizione n°
17/2005 del 05/05/2005.

i relitti rappresentano oasi abitative per la fauna marina
Le strutture del relitto sono colonizzate da una gran quantità e varietà di forme di vita sessili come le spugne nere (Spongia agalicina, Spongia officinalis, Cocospongia sp), idrozoi plumulari (Eudendrium, Aglaophenia), sulla fiancata di dritta della nave vi sono dei madreporari a cuscino (Cladocora caespitosa). L’ambiente circostante il relitto risulta essere quasi desertico ed il substrato è ricoperto da una sottilissima polvere che, secondo noi, impedisce il proliferare della vita sessile. Questa polvere, presumibilmente residuo dei lavori di cementificazione delle stive, la si trova fin dai primi metri, in modo particolare dove ancora giacciono i resti delle tubature e dei supporti alle stesse, fino alla quota più profonda a cui si trova la parte poppiera del relitto.
Di certo l’esperienza del Progetto promosso da FARE VERDE Onlus della Calabria permette di unire fascino della Natura e scienza, Idea ed Azione, Uomo e Natura in sensazioni uniche di difficile narrazione. Emozioni da provare per crescere e …. contribuire a conoscere e difendere il Creato dai vari “inquinamenti”, riscoprendo la tranquillità e la capacità di stupirsi.
PRIMO PIANO – PROGETTO PLANCTON GELATINOSO
Ecco un progetto che può interessare i nostri lettori e che ha tutte le caratteristiche per riuscire a coinvolgerli e e trasformarli in attivi informatori scientifici.
La CIESM (la commissione internazionale per l’esplorazioone del Mar Mediterraneo) che raccoglie gran parte dei biologi marini europei ha lanciato il Jellywatch Programme (Programma Plancton Gelatinoso) e la fase pilota si svolgerà in Italia. Questo tipo di plancton sta assumendo un ruolo sempre più rilevante negli ecosistemi marini e, purtroppo, mancano progetti di ricerca dedicati allo studio del fenomeno.
Il poster preparato dalla CIESM raffigura le principali specie macroscopiche di plancton gelatinoso mediterraneo (e vi aiuta a riconoscerle) e fornisce una modalità di stima visuale della loro abbondanza.
Chi dovesse vedere aggregati di queste specie è pregato di mandare la segnalazione a boero@unisalento.it in modo da allestire un database sulla presenza di aggregati gelatinosi nei nostri mari.
Quello che può sembrare un aneddoto (la singola osservazione) può diventare storia (osservazioni ripetute dello stesso aneddoto). Perciò se ricordate anche avvistamenti passati segnalateli pure all’indirizzo sopra indicato non dimenticandovi di indicare che siete lettori di SOTTACQUA.
Se andate in mare per ricerca o per diletto, e vedete plancton gelatinoso, perdete qualche minuto in più e mandate le vostre segnalazioni. Se il fenomeno persiste, non limitatevi alla prima segnalazione ma, invece, cercate di stabilire per quanto tempo quel “banco” ha continuato ad essere presente nelle località da voi frequentate.
Grazie a tutti e buona caccia.





















