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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

Il titolo del famoso saggio di Vincenzo Gioberti pubblicato nel 1845 ben si adatta agli errori e omissioni che  si fanno nel mondo (soprattutto quello anglosassone) dimenticando gli eroici pionieri di casa nostra delle attività  subacquee.

Navigando navigando ho incocciato http://www.triton-ast.co.yu/rekord_e.htm , sito di un club subacqueo montenegrino, cioè del Paese balcanico che fece parte della Federazione Jugoslava fino alla dissoluzione  di questa.

L’indirizzo riportato è quello del club subacqueo Triton, “fondato il 19 dicembre  1988 nel giorno dedicato a San Nicola.”

I sub montenegrini – formazione PADI, IANDT per l’immersione “tecnica” – si raccontano in inglese, con qualche sbavatura (vas invece di was, vent invece di went) e riferiscono  che il 22 agosto 2002 due membri del club, Mirko Bevenja e Vladimir Taleski, stabilirono il nuovo record balcanico d’immersione profonda in acqua dolce con una discesa nel lago macedone di Ohrid fino alla profondità  di 127 m, corrispondenti a 137 a livello del mare dato che il lago si trova a 700 m di altezza.

“Questa disciplina – avvertono – non ufficiale, cominciಠdopo la seconda guerra mondiale. I sub  si spingevano a profondità  sempre maggiori”. E stilano un elenco di recordmen:

Anno 1947       Profondità       Località            Protagonista
1947                   – 93m                 Mar Rosso        Frederic Dumas
1961                   – 106m               Florida              Jean Clarke Samazan
1963                   – 108m               Florida              Hal Watts
1965                   – 109m               Florida              Tom Mount & Frank Martz
1967                   – 118m               Florida              Hal Watts & A.J. Muns
1968                   – 132m               Bahamas           Neil Watson & John Gruener
1990                   – 137m               Roatan              Bret Gilliam
1993                   – 144m               San Salvador   Bret Gilliam
1994                   – 148m               Nassau               Dan Manion
1999                   – 156m               ?                            Mark Andrews

Dati interessanti, sì, e tuttavia incompleti perché omettono l’exploit degli italiani.

“Il 29 agosto 1959, il medico triestino Cesare Olgiay, che esercitava la professione a Napoli, il collega napoletano Alberto Novelli ed Ennio Falco, grandissimi campioni di caccia subacquea raggiunsero la quota di 131,35  metri stabilendo il record di immersione con autorespiratore ad aria.

I tre respirarono con il “polmone erogatore” Explorer, brevetto Novelli-Buggiani,  messo in commercio nel 1956 dalla Pirelli che lo produceva. Dell’erogatore Explorer del dottor Novelli e del tecnico dell’Italsider di Bagnoli Pietro Buggiani (stava a Novelli come l’ingegnere dell’Air Liquide à‰mile Gagnan stava a Jacques-Yves Cousteau) furono prodotti tre modelli: Maior, Standard e Minor.

L’erogatore Explorer fu  il primo “bistadio” al mondo. Fino ad allora, infatti, l’ARA era “monostadio”: una scatola rotonda di lamierino di ottone cromato che si fissava tramite l’apposito attacco riduttore di pressione direttamente alla rubinetteria di una coppia di bombole; da questa scatola, opportunamente sforacchiata, che conteneva il “cuore” dell’autorespiratore – la membrana di gomma che equilibra la pressione dell’aria erogata con quella idrostatica – partiva da destra un tubo corrugato di gomma flessibile l’altra estremità  del quale terminava nel boccaglio; dal lato sinistro del boccaglio un altro corrugato, attraverso una valvola di gomma “a becco d’oca” nascosta nella stessa scatola, serviva allo scarico dell’aria espirata.” Eccetera eccetera con tutto il seguito della storia. Così scrivevo in “Gocce di storia” del mese di giugno di quest’anno e questo, ovviamente, ribadisco.

E navigando navigando basta incocciare il sito http://www.divesafety.net/ScubaHx.html per scoprire l’esistenza di una “history of SCUBA” americocentrica che ignora tutto quanto è stato fatto da noi italiani. Alcuni esempi: tra il 1940 e il 1943 sono citati (giustamente) Jacques-Yves Cousteau ed èmile Gagnan, ma non si fa alcun cenno agli incursori a subacquei della Regia Marina italiana; si riferisce del primo record con ARA (307 piedi, 93m) di Frédéric Dumas nel 1947 ma si tace del primato in apnea di Raimondo Bucher nel 1950; si ricorda il film “Il mondo del silenzio” di Cousteau del 1953, ma nemmeno un accenno a “Sesto continente”, prodotto da Francesco Alliata di Villafranca e diretto da Folco Quilici l’anno precedente, in assoluto il primo lungometraggio a colori del mondo dedicato all’attività  subacquea. Neanche in questo sito il minimo accenno alla mirabile impresa fisio-tecnologica dei tre napoletani. Né, due anni dopo, nel 1961, a quella di Luciana Civico, non  ancora signora Bucher, che i pochi mesi fu preparata dal grande Raimondo a scendere a quota -80 con l’ARA per stringere la mano-pinza di uno scafandro rigido articolato dentro il quale se ne stava al sicuro un palombaro della Marina Militare.

Il fatto è che il diffondersi  delle didattiche USA ha convinto molti neobrevettati che la subacquea sia un’invenzione americana.

Ricordo che quando, nei primi anni ‘80 del ‘900 andai al DEMA a Orlando, in  Florida, mi misi a chiacchierare con i rappresentanti di una famosa agenzia didattica USA. Presentavano i primi corsi di “deep diving”, immersione profonda, qual era considerata ogni discesa che comportasse una decompressione e quindi tutte quelle intorno ai 40 metri. Io dissi: “Noi in Europa quando ci mettiamo bombole sulla schiena come minimo andiamo a 40 metri. Altrimenti non ce le mettiamo. Perché tutti gli Euiropean free divers, almeno quelli che gareggiano, a quote di poco inferiori ci vanno tranquillamente in apnea.” Stentavano a credermi.

Per carità ! è bene che la subacquea abbia preso l’indirizzo che ha preso, con tanti corsi alla portata di tutti che passo dopo passo, tenendo gli allievi per mano, li conducono a godere delle bellezze del mondo subacqueo e persino ai vertici (o agli abissi?) dell’immersione tecnica. Ma bisogna sempre curare di dare a Cesare e a Dio fino all’ultimo centesimo delle loro spettanze. I subacquei montenegrini del Club Triton, nel raccontare la loro impresa lacustre precisano accuratamente: “Noi non suggeriamo a nessuno che non sia fisicamente e psicologicamente attrezzato e che non sia avvertito delle possibili conseguenze di effettuare immersioni simili. Ancora una volta sottolineiamo che il limite massimo dell’immersione ricreativa è 40 metri.” E ancora: “Se immersioni del genere abbiano o no un senso è una questione aperta. Per raggiungere simili profondità  oggi disponiamo di miscele di gas (relativamente) sicure. D’altra parte ogni uomo ha una curiosità  naturale che lo spinge a provare cose che nessuno ha provato. Ciascuno puಠdecidere per sé.” Già . Ma quando incominciarono i record d’immersioni in apnea, da Raimondo Bucher a Enzo Maiorca non cambiಠla convinzione dei medici: sarà  schiacciato dalla massa d’acqua. Poi la sperimentazione condotta con la collaborazione dei grandi apneisti ha potuto stabilire che non esiste una quota di schiacciamento; e che coloro i quali corrono i rischi maggiori in un tentativo d’immersione in apnea a quote oramai largamente superiori ai 150 m sono i sommozzatori dell’assistenza.

Insomma: c’è un tempo per i pionieri. Ed è sicuro che rifare il pioniere immergendosi oggi a quote d’antan  con strumenti aggiornati,  sì, ma concettualmente “d’epoca” (il computer da polso invece del profondimetro e dell’orologio) è una cosa senza senso.

Ma intanto date un pubblico riconoscimento ai nostri eroi, non soltanto ai vostri.

GOCCE DI STORIA – CLAUDIO RIPA GRAFFITI

A cura di Ninì Cafiero Commenti disabilitati

Il nome di questa rubrica lo abbiamo sottratto (con il suo consenso) a Faustolo Rambelli, presidente della Historical Diving Society – Italia, che lo aveva scelto come titolo del suo ultimo libro. Ma ci era assai piaciuto. Rende l’idea. E poi, francamente, lo avevamo pensato prima di vedere il libro omonimo.

 

Una cartolina postale venduta da e-bay, il primo d’una serie di documentari sulla caccia subacquea d’antan di un “figlio di papà” ed ecco che s’apre la cornucopia delle rimembranze…

 

L’annullo postale recita: “Poste Italiane Campionato Mondiale Pesca Subacquea – Ustica 22-8-960-10”. Poi, sempre sul verso della cartolina, c’è l’indirizzo del destinatario: Direzione MC Film Viale Augusto 9 (Fuorigrotta) Napoli; e ci sono il breve testo e la firma del mittente: “Cari saluti a tutti Claudio Ripa”. E ora veniamo al recto di questa cartolina postale illustrata. Riproduce il poster della manifestazione evocata dall’annullo: Campionato del Mondo di Pesca Subacquea, è scritto in alto e, sotto, Palermo – Eolie – Ustica 19 – 23 agosto 1960. Il disegno rappresenta un cacciatore subacqueo senza muta, in costume da bagno e cuffia di gomma, ai piedi le pinne asimmetriche della SALVAS, sul viso una maschera rotonda con il suo boccaglio, in pugno il fucile a molla. La superficie del mare che si è richiusa sulla capovolta del subacqueo è increspata da piccole onde che tracciano i cinque cerchi olimpici (il 1960 è l’anno delle Olimpiadi di Roma: Livio Berruti che vince l’oro nei 200 m piani, l’etiope Abebe Bikila che trionfa nella Maratona corsa a piedi scalzi…). Il subacqueo col fucile si immerge in un branco di pesci, ciascuno dei quali è la bandiera d’uno dei Paesi partecipanti.

Questo cimelio storico, questo pezzo da museo qualcuno l’ha offerto in vendita su e-bay e qualcuno – un amico di Claudio Ripa – lo ha acquistato per € 8,50 e regalato all’incanutito campione che me l’ha mostrato: «Ti ricordi?…»

E come se mi ricordo! Una cascata di ricordi. In quella lontana era geologica della subacquea io avevo 23 anni e Claudio Ripa 27. Mancava poco a che lasciassi Napoli per andarmene a Roma a fare il giornalista, ma nel frattempo collaboravo: “Alieutica”, “Pescasport”, cronache delle competizioni di pesca subacquea per le pagine sportive de “Il Mattino” dirette dal mitico Gino Palumbo. Claudio mi aveva investito del ruolo di “cronista personale”: mi procurava inviti formali alle manifestazioni, io mi pagavo il viaggio, e scrivevo, e pubblicavo. Avevo esordito nel 1959, al Campionato del Mondo di Almeria, in Spagna e ora ero al seguito del “mondiale” italiano che si sarebbe concluso a Ustica in concomitanza con la seconda Rassegna Internazionale delle Attività Subacquee, la prima in cui sarebbe stato assegnato il Premio Tridente. Quello che sarebbe diventato il “Nobel del mare” nel 1960 fu assegnato “per le attività scientifiche subacquee e iperbariche” a Nino Lamboglia, pioniere dell’archeologia subacquea, a Giorgio Bini, tra i primissimi biologi che compresero l’enorme potenziale dell’immersione libera per la ricerca, a PierNicola Gargallo, fondatore dell’Istituto Internazionale di archeologia subacquea; per lo sport al brasiliano Bruno de Otero Hermanny, che aveva vinto proprio quel “mondiale” (il quarto). A Raimondo Bucher fu assegnato un premio speciale perché operava in tutti i campi della subacquea e non gli si poteva dare un Tridente per lo sport, uno per la fotografia, uno per l’archeologia eccetera. Proprio in quell’occasione Claudio Ripa convinse la allora direttrice dell’allora EPT di Palermo, la leggendaria dottoressa Caterina LaRosa dell’assoluta necessità di invitare sempre il ragazzo Cafiero dall’avvenire giornalistico sicuramente radioso. E da quel momento cominciai la mia storia d’amore con la Sicilia. Che ancora dura: ai Siciliani io rimprovero soltanto lo sbarco di Garibaldi, agevolato oltre misura al solo scopo di liberarsi di noi napoletani.

La nave Caralis, fungeva da albergo, era la base mobile del campionato, una sorta di “villaggio olimpico” galleggiante. Io occupavo il quarto posto disponibile nella cabina a quattro letti che ospitava la squadra italiana: Ruggero Jannuzzi, Alessandro Olschki, Claudio Ripa.

Che galleria di personaggi, quel “Mondiale”! I brasiliani, oltre al vincitore della classifica individuale Hermanny, avevano nell’equipo “verde e ouro” anche João Borges Neto, che abitava in avenida João Borges in una piccola città che si chiamava João Borges sorta al centro d’un territorio vasto quanto la Sicilia: la “fazenda” di famiglia. Borges, naturalmente. Nei fiumi che attraversavano quel fazzoletto di terra João si esercitava alla “caça submarina” arpionando pesci piranha e (soprattutto) jacaré, che in portoghese vuol dire caimano, alligatore ossia il coccodrillo americano. Un giorno gli cadde dalle mani il profondimetro di un altro atleta e finì in mare. «Mi tocca ripagarglielo – disse João Borges – costa quanto una mucca!» E non è chiaro se nel Brasile del 1960 una mucca valesse tanto poco o un profondimetro così tanto… Nella nazionale a stelle e strisce gli Americani avevano l’oriundo Don DelMonico che pescava con la “hawaian sling”, la fionda hawaiana, in pratica un segmento di bambù con due grossi elastici da arbaléte fissati ai lati; quando la preda era a tiro si tendeva l’elastico – con le mani, in apnea! Il che richiedeva una forza fuori dal comune – e la freccia partiva. Don DelMonico, sicuramente per le origini italiane, sembrava avere molto a cuore le sorti del nostro Paese, soprattutto dal punto di vista economico-finanziario e suggeriva soluzioni che richiedevano un insolito uso del patrimonio monumentale italiano: grattar via tutto l’oro dai mosaici del duomo di Monreale e venderlo, ricostruire il Colosseo e farne il cinema al’aperto più grande del mondo, spianare l’Altare della Patria e farne un grande parcheggio (molto previdente, bisogna ammetterlo: nel 1960 circolavano in tutt’Italia poco più di 2 milioni di veicoli a quattro o più ruote a motore, oggi credo che siano 34 milioni).

Comunque quel “Mondiale” con i suoi retroscena è raccontato da Claudio Ripa in persona nel DVD a lui intitolato, primo della serie “Storia della pesca in apnea” realizzata dal noto “apneomane” Danilo Coscione (www.sospensioneblu.com). Il documentario, prodotto dall’Apnea Film, è stato sponsorizzato anche dall’Accademia Internazionale di Scienze e Tecniche Subacquee di Ustica.  Suggerisco di dare un’occhiata al “trailer”, potrebbe indurre l’appassionato del genere all’acquisto e non se ne pentirebbe…

 

I MIEI CARISSIMI GIAPPONESI

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati

Tutto cominciò…. Be’ veramente con queste due precise parole comincia il mio libro Vita da sub, prima edizione della SEI di Torino nel novembre del 1977, giusto  trent’anni fa. Vi si racconta di come l’immersione libera, sportiva, ricreativa, la subacquea insomma, fosse nata a Napoli nel 1932 in seguito all’incontro tra il professore di scienze Luigi Miraglia (che lavorava per la Stazione Zoologica Anton Dohrn (l’Acquario) e tre sakanachuki (infilzatori di pesci) giunti nel Golfo dalla loro remota isola di Okinawa.

A essere proprio precisi, di questo singolare quartetto di protopionieri avevo scritto sedici anni prima, sul fascicolo di giugno del 1961 di Mondo sommerso. Grazie a Pasquale Ripa, padre di Claudio, avevo rintracciato il prof. Miraglia in Paraguay, lui mi aveva scritto un lunga lettera raccontandomi la sua storia e io ne avevo tratto l’articolo. Quando poi avevo messo mano al libro, avevo svolto ulteriori ricerche, innanzi tutto rivolgendomi all’ambasciata del Giappone a Roma, ma avevo appurato ben poco di più rispetto a quel che mi aveva raccontato Miraglia.

Questi aveva riferito della propria esperienza con i sakanachuki giapponesi in un breve saggio di una sessantina di pagine apparso nel “Bollettino di Pesca, di Piscicoltura e di Idrobiologia” redatto a cura del Laboratorio Centrale di Idrobiologia Applicata, fascicolo 3, anno XI, marzo-aprile 1935. Il prezioso libretto era stato rintracciato da Alessandro Olschki nella Biblioteca Nazionale di Firenze e ripubblicato nel 2005 – settant’anni dopo! – dalla Editoriale Olimpia per iniziativa della Historical Diving Society Italia.

Ancora Faustolo Rambelli, bibliofilo e grande topo di biblioteca, scopre un bel dì, in un mercatino di Parma, una copia della “Domenica del Corriere” Anno XXXIV – N. 25, 5 giugno 1932. E che ci trova? Un articolo intitolato Pescatori eccezionali: Il giapponese che trafigge i pesci sott’acqua. Reca la firma del giornalista Giuseppe Rossi ed è basato su un’intervista con Agarije Tokumori, uno dei sakanachuki di Miraglia. Leggiamolo:


“Forio, la bella cittadina dell’Isola d’Ischia, tra il Capo Imperatore e  il massiccio del Caruso, ha una popolazione prevalentemente composta di agricoltori e di marinai, che, per emigrazione o navigazione, conoscono un poco tutte le vie del mondo; e non si meravigliano, di nulla. Ma quando, per la prima volta, videro sulle scoglie­re del molo tre misteriosi giapponesi, forse piovuti dal cielo, che si van­tavano pescatori, e mostravano come unici arnesi del loro mestiere uno spie­do acuminato, una canna di bambù e un piccolo graffio, nonché un grosso­lano paio di occhiali, credettero di avere a che fare con dei poveri pazzi. Viceversa Agarije Tokumori, il più . esperto dei tre, dette subito la prova strabiliante della sua misteriosa virtù tuffandosi in mare armato di quei po­chi e semplici arnesi, e tornandone poco dopo abbracciato a un grosso dentice.


Ecco perché i foriani in genere, e gli stessi pescatori del luogo, seguono d’allora attentamente l’attività di que­sti indiavolati giapponesi, senza che siano riusciti a sorprendere il segreto della loro virtù taumaturgica.

.

Segreti virtuosismi

Agarije Tokumori, specialmente, fa trasecolare i pescatori locali per le pro­ve quotidiane della sua meravigliosa abilità, che lo fa additare come una specie di uomo-pesce. Armato semplicemente d’un paio di occhiali e d’uno spiedo, il Tokumori si tuffa in mare e vi resiste lungamente, per quasi due minuti primi, affronta col suo spiedo dei grossi pesci e, novanta volte su cento, ne ha ragione, e torna su con le spoglie del nemico trafitto dalla sua lancia. Qualche volta egli aggredisce il pesce nella sua tana; benché ferito, il pesce vi si ripara;. e allora interviene il graffio a tirarlo fuori infallibilmente se pur bisognasse una seconda immersio­ne del pescatore.

Oltre la straordinaria resistenza sott’acqua, questi pescatori giapponesi sono evidentemente dotati di una speciale arte di nuoto che può raggiun­gere una velocità straordinaria. Un giorno essi si sono cimentati alla corsa in mare con un «gozzo a a sei remi» (sei robusti giovami pescatori foriani) e ne hanno avuto ragione.

Essi sono pure esperti in una sorta di nuoto, dirò così, avvolgente, una specie di crawl; e posseggono, nel nuotare, una quantità di segreti virtuosi­smi che permettono loro di andare sott’acqua in ogni direzione, in profondità come in lontananza, e sempre con 1° massima velocità. Si appostano poco lungi dalle coste più a picco, lungo le banchine e le scogliere, volgendo in­torno l’occhio abituato a perlustrare le profondità marine per sorprenderne ogni lampeggiamento rivelatore. E appena i loro occhi ipersensibili avvistano la preda, con un movimento del tutto caratteristico, consistente in una specie di colpo di testa in avanti e in un ripiegamento sincrono di tutto il corpo, incominciano a sommergersi velo­cissimi. Il curioso è che l’immersione si effettua in senso completamente ver­ticale, con i piedi rivolti verso il fondo del mare.

Allora la lotta, il duello tra l’uomo e il pesce è ingaggiata; ma alla superficie delle acque non si vede che un affiorare incessante di bollicine e un vago biancheggiare subacqueo là dove l’uomo si è immerso.

Il momento è supremamente emozionante per gli spettatori che li seguono più da vicino in battelli da passeggio o barche pescherecce. Il cronografo registra 1’54”. Alla superficie dell’acqua si disegna una cima, uno spessore ; e poco dopo si vede affiorare Agarije col suo sorriso vittorioso, tenendo abbrancato un grasso pesce.

L’emozionante duello

Un giornalista spagnolo, che ha vo­luto seguire, in uno scafandro di palombaro, un tuffo di Tokumori, così ha descritto l’avventura:

«Attraverso l’occhio cristallino dello scafandro vedo passare un’ombra rapida. La chiglia d’una barca?… Agarije Tokumori sta volando, volando ! – tale è l’impressione – in giri concentrici sopra il mio scafandro. Seguo perfettamente la scena: Agarije avanza rapido, in un’attitudine piena di grazia e di bellezza. A pochi passi da lui brilla la sagoma argentea di un pesce in fuga. Egli lo incalza -e lo accosta impugnando nella destra l’affilata lancia. Cosa prodigiosa! Agarije evoluziona ancora per qualche secondo e repentinamente tira il colpo. Zà! Il pesce, colpito in pieno, si dibatte un po’, e una fiorita di piccole bolle rosse e bianche s’irradia lentamente dalla punita luccícante della lancia, che ha attraversato il corpo del pesce….»

Ho voluto interrogare Agarije Tokumori sulla sua vita; ed ecco quanto egli mi ha raccontato:

“Sono. nato a Naja, provincia di Okinava, trent’anni or sono. Ma ben poco sono restato nella mia patria. Giovanissimo m’imbarcai su un brigantino che trasportava carbone su tutte le rotte del Pacifico. Dopo entrai nella Compagnia giapponese dei pescatori di perle. Assunto in questo. lavoro, restai per sei anni in Australia.

- Come si effettuava la pesca delle perle?

“Con le maggiori garanzie; facendo uso di apposito scafandro, nel quale, da principio, restavo solamente un’ora, lavorando a circa trenta metri di profondità; ma successivamente, a furia d’allenamento, potetti scendere fino a cinquanta metri, resistendovi per tre ore, malgrado l’enorme pressione e le formidabili correnti da combattere.


Nelle selve sottomarine


- Quali sono i maggiori pericoli cui sono esposti i pescatori di perle?

“Il maggiore pericolo è rappresentato dalle tridacne: un enorme mollusco con valve della lunghezza di due o tre metri. Questi mostri pigliano il colore del fondo o delle rocce del mare a cui aderiscono. Appena sono toccati dalle piote del palombaro gli lanciano contro le valve. Allora non v’è alcun rimedio umano che possa far loro abbandonare la preda. Il povero pescatore di perle perisce miseramente schiacciato e assorbito dalle valve di queste gigantesche conchiglie, vere trappole viventi delle selve sottomarine!


- Non è stato mai assalito da pescecani o da altri squali più feroci?

“Veramente, no; per quanto abbia sempre vivamente desiderato di imbattermi in uno di tali mostri; mi sarei difeso a colpi di coltello e d’ascia… Ma io ha sempre avuto un desiderio irresistibile di viaggiare. Ho lasciato il Giappone per poter conoscere tutte le vie del mondo. Sei anni di lavoro come pescatore di perle mi permisero di conoscere l’Australia palmo per palmo. Dopo abbandonai questo lavora e per­corsi tutta l’India, Giava, Singapore, Sumatra… Mi guadagnavo la vita cacciando i pesci con la lancia. Mi sono addestrato a questo lavoro in Australia e nel Giappone, si tratta  d’altra parte di un lavoro non molto difficile: si nuota nell’acqua con gli occhi protetti dagli occhiali, si avvista il pesce, lo si raggiunge e lo si trafigge con un colpo di lancia. Quando questo non si può ottenere, s’insegue il pesce fin o nella tana e, dopo di averlo trafitto, lo si tira fuori con il gancio. È un lavoro, come vede, semplice; senza complicazioni di sorta, e…senza trappole!”

Ma chi vede Agariiè Tokumori tuffarsi come una freccia nelle onde, con la sottile e acuta sua lancia, non può fare a meno di pensare a qualche cosa di prodigioso.»

Ora commentiamolo. Anzi, facciamo una cosa. Facciamo un concorso. Senza premi. Un concorso che non si vince nulla. Aperto a tutti i naviganti che sono incappati  in questa rete distesa sott’acqua. Ci dicano la loro idea. Sulla Tridacna, per esempio, ferocissimo mollusco bivalve; o sulla possibilità di difendersi dagli squali “a colpi di coltello e d’ascia”…

ninicafiero@sottacqua.info

DA DIECI ANNI CANON È IL BRAND PIÙ AFFIDABILE TRA I PRODUTTORI DI MACCHINE FOTOGRAFICHE

I lettori di 14 paesi europei su 16 hanno votato Canon come “marchio più affidabile” e Reader’s Digest conferma: da dieci anni Canon è il brand più affidabile tra i produttori di macchine fotografiche

DA PANASONIC DUE IMPORTANTI NOVITA’

PANASONIC presenta due nuovi prodotti di grande interesse: la reflex LUMIX DMC-G2 dotata della possibilità di comandarne le funzioni tramite il touch screen sul grande monitor, e la serie di camcorder 700 che si differenziano per il tipo di dispositivo di memoria ma tutti e tre con grandi capacità, fino alle 102 ore della SD/HDD

PROSSIMI CORSI DEL CEDIFOP

Date dei prossimi corsi OTS organizzati da CEDIFOP

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Ad aprile e a ottobre 2010 il MARINA DI CAMPO DIVING organizza due seminari di Biologia Marina in collaborazione con GREENPEACE ITALIA.
Il dott. Alessandro Giannì, [...]

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