Il titolo del famoso saggio di Vincenzo Gioberti pubblicato nel 1845 ben si adatta agli errori e omissioni che si fanno nel mondo (soprattutto quello anglosassone) dimenticando gli eroici pionieri di casa nostra delle attività subacquee.
Navigando navigando ho incocciato http://www.triton-ast.co.yu/rekord_e.htm , sito di un club subacqueo montenegrino, cioè del Paese balcanico che fece parte della Federazione Jugoslava fino alla dissoluzione di questa.
L’indirizzo riportato è quello del club subacqueo Triton, “fondato il 19 dicembre 1988 nel giorno dedicato a San Nicola.”
I sub montenegrini – formazione PADI, IANDT per l’immersione “tecnica” – si raccontano in inglese, con qualche sbavatura (vas invece di was, vent invece di went) e riferiscono che il 22 agosto 2002 due membri del club, Mirko Bevenja e Vladimir Taleski, stabilirono il nuovo record balcanico d’immersione profonda in acqua dolce con una discesa nel lago macedone di Ohrid fino alla profondità di 127 m, corrispondenti a 137 a livello del mare dato che il lago si trova a 700 m di altezza.
“Questa disciplina – avvertono – non ufficiale, cominciಠdopo la seconda guerra mondiale. I sub si spingevano a profondità sempre maggiori”. E stilano un elenco di recordmen:
Anno 1947 Profondità Località Protagonista
1947 – 93m Mar Rosso Frederic Dumas
1961 – 106m Florida Jean Clarke Samazan
1963 – 108m Florida Hal Watts
1965 – 109m Florida Tom Mount & Frank Martz
1967 – 118m Florida Hal Watts & A.J. Muns
1968 – 132m Bahamas Neil Watson & John Gruener
1990 – 137m Roatan Bret Gilliam
1993 – 144m San Salvador Bret Gilliam
1994 – 148m Nassau Dan Manion
1999 – 156m ? Mark Andrews
Dati interessanti, sì, e tuttavia incompleti perché omettono l’exploit degli italiani.
“Il 29 agosto 1959, il medico triestino Cesare Olgiay, che esercitava la professione a Napoli, il collega napoletano Alberto Novelli ed Ennio Falco, grandissimi campioni di caccia subacquea raggiunsero la quota di 131,35 metri stabilendo il record di immersione con autorespiratore ad aria.
I tre respirarono con il “polmone erogatore” Explorer, brevetto Novelli-Buggiani, messo in commercio nel 1956 dalla Pirelli che lo produceva. Dell’erogatore Explorer del dottor Novelli e del tecnico dell’Italsider di Bagnoli Pietro Buggiani (stava a Novelli come l’ingegnere dell’Air Liquide à‰mile Gagnan stava a Jacques-Yves Cousteau) furono prodotti tre modelli: Maior, Standard e Minor.
L’erogatore Explorer fu il primo “bistadio” al mondo. Fino ad allora, infatti, l’ARA era “monostadio”: una scatola rotonda di lamierino di ottone cromato che si fissava tramite l’apposito attacco riduttore di pressione direttamente alla rubinetteria di una coppia di bombole; da questa scatola, opportunamente sforacchiata, che conteneva il “cuore” dell’autorespiratore – la membrana di gomma che equilibra la pressione dell’aria erogata con quella idrostatica – partiva da destra un tubo corrugato di gomma flessibile l’altra estremità del quale terminava nel boccaglio; dal lato sinistro del boccaglio un altro corrugato, attraverso una valvola di gomma “a becco d’oca” nascosta nella stessa scatola, serviva allo scarico dell’aria espirata.” Eccetera eccetera con tutto il seguito della storia. Così scrivevo in “Gocce di storia” del mese di giugno di quest’anno e questo, ovviamente, ribadisco.
E navigando navigando basta incocciare il sito http://www.divesafety.net/ScubaHx.html per scoprire l’esistenza di una “history of SCUBA” americocentrica che ignora tutto quanto è stato fatto da noi italiani. Alcuni esempi: tra il 1940 e il 1943 sono citati (giustamente) Jacques-Yves Cousteau ed èmile Gagnan, ma non si fa alcun cenno agli incursori a subacquei della Regia Marina italiana; si riferisce del primo record con ARA (307 piedi, 93m) di Frédéric Dumas nel 1947 ma si tace del primato in apnea di Raimondo Bucher nel 1950; si ricorda il film “Il mondo del silenzio” di Cousteau del 1953, ma nemmeno un accenno a “Sesto continente”, prodotto da Francesco Alliata di Villafranca e diretto da Folco Quilici l’anno precedente, in assoluto il primo lungometraggio a colori del mondo dedicato all’attività subacquea. Neanche in questo sito il minimo accenno alla mirabile impresa fisio-tecnologica dei tre napoletani. Né, due anni dopo, nel 1961, a quella di Luciana Civico, non ancora signora Bucher, che i pochi mesi fu preparata dal grande Raimondo a scendere a quota -80 con l’ARA per stringere la mano-pinza di uno scafandro rigido articolato dentro il quale se ne stava al sicuro un palombaro della Marina Militare.
Il fatto è che il diffondersi delle didattiche USA ha convinto molti neobrevettati che la subacquea sia un’invenzione americana.
Ricordo che quando, nei primi anni ‘80 del ‘900 andai al DEMA a Orlando, in Florida, mi misi a chiacchierare con i rappresentanti di una famosa agenzia didattica USA. Presentavano i primi corsi di “deep diving”, immersione profonda, qual era considerata ogni discesa che comportasse una decompressione e quindi tutte quelle intorno ai 40 metri. Io dissi: “Noi in Europa quando ci mettiamo bombole sulla schiena come minimo andiamo a 40 metri. Altrimenti non ce le mettiamo. Perché tutti gli Euiropean free divers, almeno quelli che gareggiano, a quote di poco inferiori ci vanno tranquillamente in apnea.” Stentavano a credermi.
Per carità ! è bene che la subacquea abbia preso l’indirizzo che ha preso, con tanti corsi alla portata di tutti che passo dopo passo, tenendo gli allievi per mano, li conducono a godere delle bellezze del mondo subacqueo e persino ai vertici (o agli abissi?) dell’immersione tecnica. Ma bisogna sempre curare di dare a Cesare e a Dio fino all’ultimo centesimo delle loro spettanze. I subacquei montenegrini del Club Triton, nel raccontare la loro impresa lacustre precisano accuratamente: “Noi non suggeriamo a nessuno che non sia fisicamente e psicologicamente attrezzato e che non sia avvertito delle possibili conseguenze di effettuare immersioni simili. Ancora una volta sottolineiamo che il limite massimo dell’immersione ricreativa è 40 metri.” E ancora: “Se immersioni del genere abbiano o no un senso è una questione aperta. Per raggiungere simili profondità oggi disponiamo di miscele di gas (relativamente) sicure. D’altra parte ogni uomo ha una curiosità naturale che lo spinge a provare cose che nessuno ha provato. Ciascuno puಠdecidere per sé.” Già . Ma quando incominciarono i record d’immersioni in apnea, da Raimondo Bucher a Enzo Maiorca non cambiಠla convinzione dei medici: sarà schiacciato dalla massa d’acqua. Poi la sperimentazione condotta con la collaborazione dei grandi apneisti ha potuto stabilire che non esiste una quota di schiacciamento; e che coloro i quali corrono i rischi maggiori in un tentativo d’immersione in apnea a quote oramai largamente superiori ai 150 m sono i sommozzatori dell’assistenza.
Insomma: c’è un tempo per i pionieri. Ed è sicuro che rifare il pioniere immergendosi oggi a quote d’antan con strumenti aggiornati, sì, ma concettualmente “d’epoca” (il computer da polso invece del profondimetro e dell’orologio) è una cosa senza senso.
Ma intanto date un pubblico riconoscimento ai nostri eroi, non soltanto ai vostri.



“Cari saluti a tutti Claudio Ripa”. E ora veniamo al recto di questa cartolina postale illustrata. Riproduce il poster della manifestazione evocata dall’annullo: Campionato del Mondo di Pesca Subacquea, è scritto in alto e, sotto, Palermo – Eolie – Ustica 19 – 23 agosto 1960. Il disegno rappresenta un cacciatore subacqueo senza muta, in costume da bagno e cuffia di gomma, ai piedi le pinne asimmetriche della SALVAS, sul viso una maschera rotonda con il suo boccaglio, in pugno il fucile a molla. La superficie del mare che si è richiusa sulla capovolta del subacqueo è increspata da piccole onde che tracciano i cinque cerchi olimpici (il 1960 è l’anno delle Olimpiadi di Roma: Livio Berruti che vince l’oro nei
Rassegna Internazionale delle Attività Subacquee, la prima in cui sarebbe stato assegnato il Premio Tridente. Quello che sarebbe diventato il “Nobel del mare” nel 1960 fu assegnato “per le attività scientifiche subacquee e iperbariche” a Nino Lamboglia, pioniere dell’archeologia subacquea, a Giorgio Bini, tra i primissimi biologi che compresero l’enorme potenziale dell’immersione libera per la ricerca, a PierNicola Gargallo, fondatore dell’Istituto Internazionale di archeologia subacquea; per lo sport al brasiliano Bruno de Otero Hermanny, che aveva vinto proprio quel “mondiale” (il quarto). A Raimondo Bucher fu assegnato un premio speciale perché operava in tutti i campi della subacquea e non gli si poteva dare un Tridente per lo sport, uno per la fotografia, uno per l’archeologia eccetera. Proprio in quell’occasione Claudio Ripa convinse la allora direttrice dell’allora EPT di Palermo, la leggendaria dottoressa Caterina LaRosa dell’assoluta necessità di invitare sempre il ragazzo Cafiero dall’avvenire giornalistico sicuramente radioso. E da quel momento cominciai la mia storia d’amore con 




