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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

SEMPRE PIÙ GIÙ

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colophon_leo_d_imporzanoNel 1991, sui fondali dell’isola dell’Elba, Umberto Pelizzari strappava dal fondo il cartello dei -118 metri, nel 1993, al largo dell’isola di Montecristo, il profondimetro segnava -123 metri, la specialità il “No Limits”. Per chi non lo sapesse o non lo ricordasse, il No Limits prevede di scendere con zavorra libera (uso della slitta) e di risalire con l’aiuto di palloni gonfiabili.

L’11 aprile 2009, solamente 16 anni dopo, Herbert Nitsch, dal mare turchese del Blue Hole delle Bahamas, raggiunge i -120 metri in assetto costante.

Non ci sono parole per descrivere questo gesto atletico sovraumano, se si pensa che solamente 11 atleti oggi hanno varcato ufficialmente i -100 metri con un Davide Carrera che si è voluto fermare a -99 e di una Sara Campbell che nel mese di maggio riproverà ad essere la prima donna ad entrare nel ristretto mondo della tripla cifra.

Una prestazione quindi sovraumana, proprio per la grande differenza di misura a cui distano gli altri atleti, fino a ieri.

Sorprende anche il fatto che Herbert abbia compiuto gran parte della risalita, a partire dai -40 metri solamente a forza di braccia, gesto atletico molto più dispendioso di una bella gambata con la monopinna, anche se, la tecnica di Herbert è molto lontana da quel gesto pulito ed elegante di Davide Carrera, ma come dicono i suoi colleghi, ad Herbert non si può dire nulla proprio per i risultati che riesce a portare a casa.

A questo punto, obiettivo di Herbert saranno il FIM (fermo a -108 metri) e l’assetto variabile, fermo da troppo tempo ai -141 di Gianluca Genoni, e che appunto dista solo 20 metri dal suo record in assetto costante.

Ci si chiede, da pubblico, come questi due record, in questi ultimi anni abbiano riscosso via via sempre meno interesse, se il “no limits” attualmente a -214 ed in procinto questa estate di essere portato a -250 sempre da Nitsch è ormai appannaggio appunto di un atleta solo, non si spiega il disinnamoramento degli atleti verso queste discipline che sono tra le più vecchie del panorama delle competizioni.

Sempre al Vertical Blue, dove appunto Nitsch ha realizzato questa incredibile performance, si sono registrati ben altri 3 record mondiali, ed 11 record nazionali, in uno degli appuntamenti ormai clou della stagione apneistica!

NEWS DALL’EUDI 2009

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colophon_leo_d_imporzanoCi occuperemo, per qualche tempo su questa rivista, alle novità presentate al recente Eudi Show. Innanzitutto, siamo contenti del cambio di rotta, che vedrà la prossima edizione non più a Roma, ma a Bologna con la partecipazione di tutte le società del settore, che al recente Eudi, erano ridotte solamente a Mares, Omer e Sporasub.

Ci occupiamo, come primo prodotto e prima azienda, proprio di Sporasub.

Lo storico marchio, è stato riportato in Italia da Omer, che l’anno scorso, è riuscita a concludere con la società di Hong Kong alla quale era stata venduta da Mares, la possibilità di progettare e distribuire in esclusiva il prodotto.

Senza dubbio, l’attenzione dei visitatori è andata alle nuove pinne progettate ma Marco Pisello, le Revolution.

Rivoluzionarie non solo nel nome, ma soprattutto a livello progettuale.

Partiamo dalla scarpetta.

Se già era innovativa la scarpetta della Mustang di Bonfanti, che per primi avevano introdotto una calzata più avvolgente, Pisello va oltre, presentato una scarpetta modello ciclismo, che ricorda le scarpetta della Lunocet che ne avevano pensata una simile per la loro rivoluzionaria monopinna.

La caratteristica principale sono le tre fasce di velcro di chiusura, che permettono, una calzata sempre avvolgente e soprattutto, la possibilità di indossare calzari differenti a seconda della stagione.

La suola è realizzata in termoplastica con il tacco antiscivolo in poliuretano e presenta anche due canali di scolo, che evitano quindi il ristagno di acqua all’interno della scarpetta, mentre la parte interna e le imbottiture sono idrorepellenti (soliti materiali dei gav).

Per quello che riguarda la pala, disponibile attualmente solo in due colori e per ora esclusivamente in polipropilene, in attesa del carbonio dell’anno prossimo, presenta alcune caratteristiche anch’essi particolari ed innovative: innanzitutto l’inclinazione di ben 26 gradi, che quindi cambia anche lo stile della pinneggiata, e rappresenterà per molti, almeno all’inizio una difficoltà di adattamento notevole.

Mancano poi i longheroni, che in questi ultimi anni, introdotti dalla C4, erano stati poi adottati da tutte le case produttrici, sulla Revolution Blade, sono invece presenti 5 derive, che sostituiscono appunto i longheroni e non dovrebbero far derapare. Due lateralmente superiormente, due lateralmente inferiormente ed una centrale. Il collegamento pala-scarpetta è dato da 4 viti metriche M5 in acciaio inossidabile. Non ci resta che provarle ora in mare, per avere un giudizio di questo prodotto innovativo.

MARE D’INVERNO (2)

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colophon_leo_d_imporzanoSe l’immersione con le bombole “under ice” sta riscuotendo da anni un successo via via crescente, tanto che ormai tutte le didattiche organizzano un proprio “Ice Event”, immergersi con le pinne lunghe e con solo una “boccata d’aria” è ancora difficile…e non tutti “ospitano” gli apneisti.
Spesso, telefonando ai vari club che organizzano, si sente dall’altra parte del telefono, un silenzio imbarazzante…”In apnea?” “Con muta umida?” “Sicuri?” insomma, questo sono le tre domande che ci si sente ripetere più e più volte…

Le problematiche sono comunque maggiori, sono infatti da trovare non solo nella prova in sé: scarsa visibilità, senso di claustrofobia, perdita dell’orientamento, freddo intenso, condizioni di ipobarismo, (si è generalmente in alta montagna, per cui la presenza di ossigeno nell’aria è ridotta) tempi dimezzati di ventilazione e rilassamento, densità dell’acqua maggiore e (quindi più fatica nel procedere)…tutti fattori che accelerano il processo della “richiesta d’aria” dal nostro organismo…ma anche fattori come la sicurezza, (che non va mai trascurata!) l’assistenza in acqua, infatti, mette a dura prova lo staff di assistenza, ma anche la difficoltà logistica di trovare laghi adatti e praticabili per questo tipo di immersioni…

L’immersione sotto il ghiaccio va fatta solamente in laghi ben conosciuti, dove abbiamo già effettuato immersioni estive e dove pertanto, conosciamo perfettamente il tipo di fondale e la loro conformazione oppure accompagnati da Istruttori a conoscenza del luogo.
Naturalmente sono fondamentali le condizioni meteorologiche.
L’attrezzatura oltre ad essere costituita da materiali adatti a proteggerci dal freddo e da un possibile scivolone sul ghiaccio deve comprendere:

  • Motosega in perfette condizioni, non deve perdere olio o benzina per evitare l’inquinamento.
  • Piccone e badile.
  • Paletti in legno e fettucce per delimitare i buchi e relative assi da sistemare attorno ai buchi per evitare di scivolare.
  • Chiodi da ghiaccio, almeno 4, per fissare le sagole guida.
  • Minimo 70 mt. di sagola guida galleggiante arrotolata su un avvolgisagola appesantito. La sagola deve essere fissata in maniera da non potersi liberare dall’avvolgisagola.
  • Sagola personale di 10 metri.
  • Due lampade stroboscopiche, da collocare sotto l’apertura dei buchi.
  • Moschettoni da roccia ad alta tensione in alluminio.

Prima si salire sulla crosta di ghiaccio dalla terra ferma, è opportuno saggiare lo spessore del ghiaccio, non dimenticando di chiedere informazioni “ai locali” sullo stato del ghiaccio. In ogni caso lo spessore a bordo lago non dovrà mai essere inferiore ai 10 cm.
Evitare di valutare lo spessore del ghiaccio tramite lancio di pietre, in quanto le stesse verrebbero in seguito inglobate nel ghiaccio stesso creando rischi nel caso di ulteriori tagli con la motosega. Prestate attenzione anche all’eventuale presenza di crepe nel ghiaccio.

Ci sono due metodi per realizzare il campo:

Il più usato è quello di tagliare due buchi nel ghiaccio ad una distanza di circa 50 mt l’uno dall’altro e a metà percorso un buco più piccolo che in casi d’emergenza consente l’uscita. I buchi nel ghiaccio devono essere tagliati vicino alla riva in maniera che si riesca a vedere il fondo e risulti più facile l’orientamento.
I blocchi di ghiaccio tagliati vanno issati in superficie con l’aiuto del piccone e della pala e posti intorno ai buchi, mai spingerli sotto la superficie ghiacciata del lago dove potrebbero intralciare le sagole guida.
I buchi vanno delimitati con i paletti e la fettuccia per evitare accidentali cadute negli stessi.
Nei due buchi principali, arrivo e partenza, vanno calate le lampade come punto di riferimento.
Dopo aver fissato l’avvolgisagola sul ghiaccio vicino al buco di partenza due istruttori si immergono, dopo aver preso i riferimenti con la bussola, e srotolando la sagola ne portano l’estremità fino al buco d’arrivo. Giunti al buco d’arrivo passano il capo della sagola ad un assistente che la assicura. Fuori dall’acqua un istruttore deve essere pronto per eventuali interventi d’emergenza.
Altro percorso che si può preparare, consiste nell’effettuare 4 buchi, disponendoli in una sorta di triangolo isoscele:
tre buchi disposti con distanze di: 15 metri dal primo al secondo, 20 dal secondo al terzo, disponendo il quarto buco, perpendicolarmente al foro centrale, ad una distanza di circa 50 metri. Creando a questo punto, un piacevole “giro turistico”.
L’Immersione in apnea, presenta caratteristiche simili all’immersione con le bombole, ci si immerge o sagolati (meglio) o liberi, ed in questo caso, l’assistenza deve essere aumentata.
Si va uno alla volta, sotto l’occhio attento dell’accompagnatore (rigorosamente con le bombole), premurandosi di segnalare sempre la propria partenza con un cenno concordato precedentemente, e bisogna sempre aspettare che il compagno risponda e che parta assieme a noi. La perdita dell’orientamento è questione di un attimo e ne va della vita stessa!!!

MARE D’INVERNO 01

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colophon_leo_d_imporzanoSi avvicina Natale, i più freddolosi hanno già da un po’ riposto muta, fucili ed occhiali nel borsone, sperando che lo abbiano fatto con cura, ovvero borotalco nella muta e silicone liquido per le parti di gomma delle pinne e delle altre attrezzature, elastici degli arbalette compresi, in attesa che si riavvicini un clima più accogliente per fare immersioni.

Gli altri invece, flagellati da un mal tempo che ha imperversato tu tta la penisola, saranno al pari dei loro compagni più freddolosi,  a far compre, sperando che parenti, amici, genitori o figli, regalino quelle parti dell’equipaggiamento da cambiare per necessità  o per sfizio…

Ma alcuni oggetti, che vi presentiamo in quest’articolo saranno disponibili solo da gennaio…sono i prodotti della Seac Sub, della Omer e della C4, in attesa del lancio del catalogo Spora sub ancora, ma non per tutti, segreto!

In tema di fucili ad aria compressa Seac vanta una ultraventennale esperienza che le consente di mettere sul campo, al servizio delle diverse esigenze, eccellenti competenze e conoscenze.

Con la serie di fucili Asso, Seac dispone della più ampia gamma di fucili ad aria compressa, avendo a catalogo modelli che spaziano dal più corto in assoluto di 30 cm, al fucile più lungo sul mercat, ben 135 cm!

Ma è la serie “Caccia” che presenta la caratteristica più innovativa, il serbatoio, anziché essere cilindrico, ha una forma idrodinamica ad osso di seppia, ottenuta grazie alla tecnologia Hydroforming.

Ciò consente di aumentarne la capacità volumetrica per facilitare il brandeggio orizzontale e migliorare l’assetto e la galleggiabilità del fucile.

La zona in procinto dell’ impugnatura è cilindrica per permettere il montaggio

del mulinello (opzionale).

L’impugnatura ha un design ergonomico, elaborato al computer e realizzata in bimateriale sovrastampato morbido per aumentare il comfort e la presa.

La canna presenta un diametro ridotto (11,2 mm) per consentire di ridurre la portata d’acqua che il pistone è costretto ad espellere, il vantaggio? Un aumento della velocità di uscita dell’asta!

SKIN CAMU:

la muta mimetica, con fodera esterna in nylon superelastico e fodera interna open “cell” in spaccato liscio, è dotata di rinforzi alle ginocchia ed ai gomiti in Rubber Coated ad alta resistenza ed ha un disegno particolare che assicura una perfetta scomposizione dell’immagine. Il taglio anatomico permette una minore “costrizione” garantendo una respirazione migliore, sia gambe che braccia sono pre-formate e pre-inclinate per favorire la comodità.

È disponibile nelle versione 7 e 5 mm per la giacca e con il pantalone sia a salopette che a vita alta (caldamente raccomandato se pescatori in apnea, dalla lunga permanenza in acqua) di 5 mm di spessore.

Interessante il “VEST CACCIA” che riprende il disegno della muta CAMU, il suo spessore è di 3mm ed ha ben 7 tasche porta piombi, 5 sulla schiena, una sul lato destro ed una sul lato sinistro. Ogni tasca permette la capacità di lastre di piombo di 650 gr.

Fodera in Nylon e bordatura in Lycra, con cuciture esterne “blind stitching” a filo unico, per garantire una maggiore resistenza alle abrasioni.

Presente anche lo “SHORT CAMU”, 3 mm di spessore che ha due tasche portapiombi, una per lato, anch’esse con capacità di 650 gr.

In casa C4 troviamo la serie Mustang VGR, con la formula 100% carbonio, megaforce T700, in versione 25 (soft) 30 (medium) e 40 (hard). Interessante la scarpetta anatomica destra e sinistra, con chiusura regolabile (con stringhe) nella versione di colore marrone.

C’è poi la “81 VGR” pinna nata esclusivamente con i longheroni gialli, così come la scarpetta anatomica, che permette un’alta visibilità, adatta quindi all’apnea, che dell’invisibilità non ha certo bisogno, anzi…! Anch’essa con la formula 100% come tutto il resto della produzione di Marco Bonfanti.

Disponibile, per ora, esclusivamente nella versione 25 (soft).

E per finire, il monopinna, “Monoflap VGR”, ultimo prodotto in casa C4, visto con un po’ di scetticismo dai “monopinnatisti” dell’ambiente, siamo curiosi di testarlo per farvi sapere come si comporta!

Di Omer presentiamo l’AIRBALETE, il rivoluzionario oleopneumatico, che gli appassionati aspettano da mesi!

La sua dote principale è il suo assetto “ibrido” poiché associa alla potenza degli oleopneumatici la facilità di brandeggio degli airbalete.

Il fucile viene fornito, di serie, con un’asta da 6,75mm con alette e mulinello “one” da 50 metri e pompa. Il serbatoio, è realizzato, come il modello della seac con il sistema di Hydro-forming, la canna interna è da 11 mm di diametro cosa che permette di utilizzare aste sia da 6 che da 7 mm.

Ma andiamo alla caratteristica principale, la mano che impugna l’arma si trova posizionata

in linea con l’asta contenuta nel serbatoio e non sotto al serbatoio come per tutti i fucili oleopneumatico oggi esistenti sul mercato. Questo aspetto consente un’azione di puntamento della preda molto accurato e istintivo, esattamente come avviene con i fucili ad elastico.

L’impugnatura può essere facilmente rimossa grazie ad una generosa spina in acciaio Inox che la fissa al serbatoio. Una volta rimossa si ha accesso alla valvola di carico del serbatoio che durante l’utilizzo del fucile rimane stagna. La manopola può essere sostituita con una manopola ergonomia disponibile come ricambio sia per destri che per mancini. Il meccanismo di sgancio è stato realizzato per mantenere un’altissima sensibilità di sgancio al grilletto, il più indipendente possibile dalla pre-carica dell’aria del serbatoio.

In casa Omer…esce anche un nuovo paio di pinne…le Stingray! Queste pinne, che dati di cronometro danno una resa in vasca pari a quella di molti prodotti in carbonio, presentano un angolo tra la pala e la scarpetta marcatamente accentuato, ben 22° rispetto ai 15-17 gradi tradizionali.

LA BOA SEGNASUB

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colophon_leo_d_imporzanoUna boa segna sub è il dispositivo mediante il quale un sommozzatore in immersione, un apneista o un semplice nuotatore, segnalano la propria presenza in acque libere.

Secondo la disposizione della Capitaneria essa è obbligatoria ed il subacqueo deve agire entro 50 metri dalla sua verticale e le barche transitare ad almeno 100 metri da essa.

Prima di parlare di tutti i problemi annessi e connessi alla boa, spieghiamo innanzitutto quanti tipi di boe ci sono.

Pallone segnasub.

Si tratta del classico pallone di forma più o meno sferica con sopra la bandierina.

È senza dubbio la preferita dai sub con bombole, in quanto la boa sosterrà per quasi tutto il tempo nel punto contrassegnato.
Boa torpedo.

Ha una forma allungata ed quella più utilizzata dai pescatori che spostandosi, hanno bisogno di qualcosa il più idrodinamico possibile.

Atollo o Plancetta.

È quella che in questo periodo va per la maggiore, e quella che utilizzo io (Omer) è molto pratica.

Serve soprattutto per quei pescatori che vanno a caccia senza l’ausilio di una barca appoggio per cui la plancetta diventa una piccola zattera indispensabile.

Sulla plancetta, infatti, trovano posto la borraccia (sempre idratarsi anche in acqua), un po’ di cibo, e poi attaccati ai moschettoni, un po’ tutto il nostro materiale che ci caratterizza: qualcuno sotto lega un secondo fucile, la torcia per illuminare qualche tana, un mulinello in più, l’anello a cui sagolare il pesce appena preso (quando si riesce a portare a casa qualcosa).

Quello che si raccomanda è quello di non tenere legata la sagola in cintura, questo perché, ed è uno degli incidenti più diffusi, il diportista si accorge della presenza del subacqueo all’ultimo secondo e passa tra la boa ed il sub.

A questo punto, se si è vincolati, si rischia di essere trascinati.

Conviene quindi, porre un pedagno sulla boa e di spostarsi la boa man mano che si avanza. Oppure quello di collegare la boa alla cintura mediante un moschettone da vela, di quelli ad apertura rapida, generalmente utilizzati da velisti per gli spinnaker, collegandolo alla boa con una sagola di nylon bianco, che ci garantisce così di essere anche meno visibili ai pesci.

La boa come abbiamo visto per il pescatore in apnea è qualcosa di importante, ma altrettanto come utile strumento per la salvaguardia della propria vita.

Gli incidenti, fortunatamente quelli mortali rappresentano una minoranza, ci sono e nessun pescatore non ha vissuto momenti di rischio.

Un rischio per chi scende con “one breath” elevato, visto la necessita di tornare in superficie per il “pieno d’aria”.

Il video delle “Iene” docet, ha permesso finalmente, di svelare la scarsa conoscenza di chi va per mare, anche munito di regolare patente nautica.

In questi anni sono state fatte tantissime campagne informative, sia da parte del sito Boaday, in collaborazione con la Fipsas, il sito di Microavventure, o anche della DAN stessa.

Alcune iniziative, come l’affissione di adesivi nei punti delle marine, è finita in più di un’occasione con una sollevazione dei diportisti che manifestavano contro il povero volontario convinti che fosse una nuova disposizione!!!

Tuttavia, con queste campagne, ci si è accorti che la maggior parte degli sforzi finivano inevitabilmente a fare informazione tra i sub, vittime invece di questo tipo di incidenti.

Cosa fare quindi?

Orientarsi verso quegli eventi che vedano coinvolti maggiormente i diportisti, come il Salone della Nautica di Genova, o il Gommoshow di Roma.

Quest’anno l’associazione “5 Terre Academy” ha scritto ad Ucina per far scrivere sui biglietti del salone la scritta: “mantenetevi ad almeno 100 metri dalla boa segnasub”, una legittima richiesta che non è stata minimamente presa in considerazione da Ucina stessa.

Contemporaneamente, ha avviato una partnership con l’Ente Parco Nazionale delle Cinque Terre,  che vedrà nei prossimi mesi, l’affissione di un cartello nelle marine all’interno dell’AMP e della trasmissione del video “Sicurezza in mare” realizzato dall’associazione stessa, all’interno della tv del Parco, visibile in tutte le abitazioni e in tutti i centri accoglienza del Parco.

Nel frattempo, la campagna lanciata su Facebook, ultimamente molto di moda, ha permesso di raccogliere in meno di un mese più di 1100 utenti, la cui maggioranza non proviene dal mondo subacqueo. Vedi persone anche di spessore pubblico e politico come Mario Segni.

APNEA SICURA! (?)

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colophon_leo_d_imporzanoSono appena terminate tre manifestazioni importanti: 6° Campionato del mondo a squadre AIDA, 1° Campionato Europeo CMAS e la sesta edizione di “Reto en el Abismo”.

Misure incredibili, da far accapponare la pelle, ma forse, ancora di più, è la sottile linea su cui giocano questi atleti ed atlete.

Si sono visti (parlando delle competizioni AIDA) tempi di statica tranquillamente sopra i 5 minuti, e misure superiori ai 200 metri, tanto che è stato staccato il nuovo record mondiale di apnea lineare con 248 metri, percorsi, per dovere di cronaca, dal neo-zelandese  Dave Mullins.

Ma la cosa che fa sorprendere è la leggerezza con cui si parlano di piccoli “incidenti” di percorso, ovvero sincopi, sambe, black-out, che colpiscono indistintamente tutti questi atleti. Una delle safety, operanti a Sharm scherzava dal suo blog come uno degli atleti fosse solito uscire dalle sue statiche in “samba”, oppure il superlativo William Trubridge che candidamente affermava, come riportato nella cronaca dell’evento nel sito AIDA, a corollario del suo primo tentativo a quota 200 m in lineare: “o duecento metri o black-out”.

E black-out è stato.

Comunque, escludendo la statica, ci sono stati 2 Black-out nel Costante e 2 samba pesanti, nella dinamica ben 8 black-out.

In un contest di gara a squadre, dove un “incidente” pregiudica la prova dell’intera squadra, beh, per me sono anche troppe, soprattutto perché capitate anche ad atleti di punta delle nazioni più forti.

Altrettanto all’europeo CMAS, dove gli “incidenti” sono stati numerosi: 8 Black-out, 3 squalifiche da regolamento e 6 per non aver svolto il protocollo.

Al “Reto en el Abismo” ritornava sulla scena mondiale Carlos Coste, dopo il gravissimo incidente che l’aveva messo fuori gioco per un anno intero, nel quale Carlos ha dovuto affrontare una lunghissima riabilitazione. La manifestazione è stata organizzata su più giorni, al fine di tentare il record nell’immersione libera, a quota -109 metri, nelle migliori condizioni possibili.

Carlos, dopo alcuni rinvii, ha tentato il 18 settembre, colto da una sincope ad oltre 20 metri, non ha desistito ed tornato in acqua due giorni dopo, e fallendo, questa volta, il protocollo di uscita.

Il protocollo di uscita AIDA, prevede che l’atleta si levi la maschera (od occhialini e tappanaso), faccia il segno “OK” con le dita, e dica “I am O.K.” il tutto guardando negli occhi il giudice, entro un tempo di 15 secondi. Ebbene, Carlos ha dato il “segnale” dopo 18 secondi, 3 secondi oltre il limite, segno evidente di un affaticamento eccessivo.

A questo punto ci si chiede, ma la sicurezza?

Vietare le gare non ha senso, non si può. Anche perché morta una federazione ne nascerebbe un’altra. Cosa che, in effetti, è già successa.

In tutti gli sport ci si pone dei limiti, nelle moto ed in formula uno, chi si ritrova ad ostacolare avversari spingendoli fuori, viene sospeso per una o più gare a seconda dell’infrazione.

Qui, questo non avviene.

Dopo l’incidente a Coste, che è avvenuto evidentemente per “sfinimento” e non per sincope da risalita in quanto era ancora oltre i 20 metri, doveva essere obbligatoriamente fermato, e non permettergli nuovamente di rischiare dopo solo due giorni.

Del resto non è per nulla sconosciuta ai neurologi la correlazione tra alcune patologie come Parkinson e Alzheimer, e alcuni sport che hanno come conseguenza eventi traumatici ripetuti, basti pensare ai pugili afflitti da una patologia definita appunto, Sindrome da demenza pugilistica, che vede sintomi quali demenza, irrigidimento muscolare, tremori, perdita delle funzionalità cognitive…

Se si continua così, nei prossimi anni, vedremo situazioni simili anche nell’apnea.

I black-out, sambe, sincopi, generano grandi e piccoli traumi, è come se noi, da perfetti dilettanti decidessimo di salire sul ring e prendere qualche bel pugno in testa da un Roberto Cammarelle, non paghi di un bel K.O. ci riprovassimo il giorno dopo, ed il giorno dopo ancora…

Si rimane senza parole vedendo che questi non sono atleti di secondo piano, che cercano con un primato mondiale di accedere a favolosi contratti di sponsorizzazione. Carlos Coste è stato il primo atleta a by-passare i 100 metri senza ausili. Sono gli atleti come lui che per primi dovrebbero occuparsi di sicurezza.

Un quadro che si presenta drammatico se per il prossimo anno non si arriva ad un nuovo regolamento, visto che a settembre 2009, ci sarà il contest AIDA del Campionato del Mondo. Tutti contro tutti, senza esclusione di colpi.

Non è immune di critiche anche la CMAS, visto i numerosi incidenti occorsi in Turchia, anche nella amata specialità del Jump Blue, dove gli incidenti sono stati maggiori che nel costate AIDA: 2 squalifiche per non aver svolto il protocollo, 1 squalifica per comma di regolamento, e ben 4 black-out.

Penso ad un vecchio recordismo, dove Pelizzari e Genoni non hanno mai mancato uno degli appuntamenti previsti, senza mai un incidente.

È lo spirito di emulazione che mi fa preoccupare, i ragazzini che leggono i forum, che vanno nei siti specialisti, che leggono di questi problemi trattati come una “sbucciatura” al ginocchio o poco più. Ho visto uno di questi, in una gara a Genova, solo 14 anni ed affondare in vasca per aver voluto a tutti costi chiudere la misura che si era prefissato. Ho letto di altri, che “snocciolano” tempi di statica e metri come se niente fosse, dicendo: “Umberto alla mia età faceva di più”, proprio per questo si deve “spingere” verso un’apnea per tutti, ma contemporaneamente per un’apnea sicura.

E chi oggi punta l’indice contro Pipin, accusandolo di essere un “omicida” un pazzo, un fanatico etc. dovrebbe vedersi e vedersi attorno: c’è di peggio.

APNEA IN SICUREZZA

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colophon_leo_d_imporzanoAgosto 2008, come di consueto, alla pari di tutti gli altri italiani, mi sono messo comodo comodo in poltrona a gustarmi le Olimpiadi cinesi.
Negli occhi, ho ancora le splendide immagini di un Phelps incredibile, ed ho fantasticato su un probabile ritorno dell’apnea ai giochi olimpici dopo la breve parentesi di inizio secolo scorso.
Allora, furono levate dal programma olimpico per una questione di poca spettacolarizzazione del gesto atletico…solo al termine dell’esercizio c’era infatti, la “ricomparsa” alla vista dell’atleta.
Oggi, abbiamo potuto vedere immagini eccezionali, riprese incredibili catturate proprio sotto il pelo dell’acqua. Addirittura una delle medaglie di Phelps è stata proprio assegnata in base ad un fotofinish subacqueo, e quindi, per quanto riguarda lo spettacolo, ci sarebbe eccome!!!
Mi concedevo queste considerazioni con brioches e cappuccino tra le mani, e con alla televisione le immagini della finale di nuoto sincronizzato.
Piroette e “salti mortali” incredibili, da far invidia, una volta tanto al contrario, ai delfini.
Quando una delle atlete giapponesi, si adagia sul fondo della piscina, in evidente stato sincopale.
Hiromi Kobayashi, 23 anni di Osaka alla sua prima Olimpiade, si sente male, non riemerge assieme alle sue compagne e si adagio sul fondo, fortunatamente non era l’ultima dell’equipe ed è stata prontamente soccorsa dalle compagne di squadra.
Succede…non è la prima atleta che sviene, anche se, come sottolineano i commentatori è la prima volta che vedono un evento del genere in questo tipo di competizione.
Ma è qui che si rimane senza parole, probabilmente, proprio perché evento più unico che raro, non scattano immediatamente i soccorsi.
Sono le compagne che la riportano in superficie e che la trasportano lentamente verso il bordo vasca.
Un bagnino si lancia in acqua quando ormai il suo intervento sarebbe inutile, la ragazza viene accompagnata a bordo vasca, sempre rigorosamente tenuta in acqua e viene abbandonata dalle compagne che corrono verso la postazione per l’assegnazione del voto.
La piccola Kobayashi? Viene abbandonata nelle mani di uno staff medico poco serio, mentre il suo posto viene preso dalla riserva.
Qui Kobayashi, ripetiamo, malamente assistita, sviene nuovamente, senza che nessun medico sia ancora presente e soprattutto nessuno ha dato lei dell’ossigeno da respirare.
Come ha riferito il suo allenatore Hiroschi Takeuchi, responsabile dell’ufficio stampa del team giapponese, la ragazza aveva iperventilato prima di scendere in acqua per via dello stress emotivo. Ricordando che la piccola Kobayashi non era la prima volta che gli capitava questo tipo di incidente. Aggiungendo che è un’atleta nervosa e che la sua condizioni non sono serie.
Aggiungiamo che, se i soccorsi fossero stati tempestivi, alla Hiromi, sarebbe bastato dare un paio di “boccate” alla bombola di O2 che doveva essere a bordo vasca.
Dopo questo incidente, diventa impossibile pensare che l’apnea o il nuoto pinnato possano entrare a far parte dei giochi olimpici.
Ma parliamo di cosa ha “colpito” la Kobayashi, l’iperventilazione.
Pratica, come abbiamo già detto da altre parti, era ed è la più seguita da chi si immerge, soprattutto per chi appartiene alla “scuola” Maiorca.
Contrariamente a quello che si crede, l’iperventilazione non aumenta la quantità di ossigeno nei nostri polmoni ma riduce la quantità di anidride carbonica.
Ad esempio, se prima dell’immersione effettuiamo una profonda iperventilazione volontaria, l’anidride carbonica, partendo da un valore basale di 40 mmHg, dopo un minuto scende a 32, dopo due minuti a 28, dopo 5 minuti a 25 e dopo dieci minuti a 22,5 mmHg.
Durante l’iperventilazione si possono avere dei disturbi temporanei e non pericolosi, come un senso di costrizione alla gola, di stordimento, nausea e debolezza, formicolii alle estremità’ con rigidità’ delle mani e dei piedi, fino ad arrivare, nei casi più’ gravi, allo svenimento prima ancora di iniziare l’immersione (detta anche sincope ipocapnica),
Il rischio di annegare, come la Kobayashi è reale e bastano davvero pochi metri di acqua, immaginate quale sarebbe infatti stato l’esito se si fosse immersa da soli.
Per chi, quindi pratica apnea, sia essa per pesca o solo per il gusto di scendere, bastano 3-4 respiri profondi prima di immergersi, cercando il massimo rilassamento.
A titolo di curiosità’ ricordiamo che alcune pescatrici di perle orientali, prima di immergersi, fanno un fischio prolungato ed inspirano profondamente.
Questa manovra, sulla reale efficacia della quale non si è sicuri, aumentando la pressione nel torace spinge via il sangue liberando più’ spazio per l’aria, ossia amplia la capacita’ polmonare totale, a tutto vantaggio di una maggiore durata dell’apnea.
L’immersione deve pero’ avvenire immediatamente dopo il fischio, prima che il sangue riempia di nuovo il torace.

APNEA, COME ALLENARSI?

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colophon_leo_d_imporzanoL’allenamento nell’apnea è qualcosa ancora allo stadio embrionale. Nei decenni passati, gli apneisti definiti “profondisti” erano una piccola elité, ognuno dei quali faceva riferimento ad un insegnante, in una sorta di rapporto tra “maestro” e “discepolo” che ricordava molto il rapporto tra i monaci tibetani: il maestro, che aveva la conoscenza, la passava al proprio discepolo, poco alla volta, mettendolo sulla strada giusta per proseguire, in questo caso, nella corsa alla profondità.

Senza dubbio ”il salto in avanti“ è stato preparato dalle didattiche esterne alla CMAS, ovvero AIDA, ma soprattutto Apnea Academy che ha approcciato l’apnea in un piano molto più ampio, organizzando anche, nel dicembre scorso, il Convegno “Allenare l’apnea”.

Con la nuova generazione, sono aumentati gli atleti e, benché esista sempre una sorta di rapporto maestro-discepolo, molti sono gli atleti che hanno improntato schemi di allenamento personali, attingendo spesso agli studi di medicina con la quale hanno attivato un canale privilegiato, per esempio, recentemente a Pisa si è svolto un Congresso denominato “Ai confini della fisiologia” dove ricercatori, medici e atleti si sono confrontati sulle potenzialità del corpo umano in situazioni al limite, apnea compresa.

Attraverso chiacchierate con gli atleti al vertice della specialità, ho scoperto che, William Trubridge ha completamente eliminato l’esercizio cardiaco, inserendo al suo posto esercizi di yoga e un po’ di nuoto. Sara Campbell compie solamente due tuffi al giorno, uno di “preparazione” ed un “massimale”; una lunga nuotata ogni due settimane e tantissimo yoga. Nitsch, invece, pratica soprattutto cardio e pesi, effettuando piccole statiche durante l’allenamento cardio e anche sul divano mentre guarda la televisione. Federico Mana, per il suo record, ha attuato una preparazione su 3 sezioni: la prima di 12 settimane con tantissimo esercizio aerobico, composto da nuoto, pesi, aerobica, la seconda di 10 settimane quasi esclusivamente composte da apnea statica, lineare e costante; per finire con 6 settimane di allenamento profondo. Il tutto “condito” da tanto yoga e pranayama.

Insomma, degli atleti al vertice non ce ne sono due che si allenano nel medesimo modo.

I tre principi fondamentali, sembrano essere solo tanto Yoga e Pranayama e la pratica della “carpa”.

La respirazione denominata “Pranayama” fu introdotta da Moyol ed i più “anziani” lettori si ricorderanno delle lunghe respirazioni del francese contrapposte alle violenti iperventilazioni di Majorca.

“Si può vivere mesi senza mangiare, giorni senza bere, ma non è possibile invece vivere senza respirare se non per alcuni minuti”, dicono gli Yogi.

La respirazione è, infatti, il più grande atto vitale.

Tutti i fenomeni vitali sono legati ai processi di ossidazione e di riduzione che avvengono all’interno delle cellule, perciò, non solo è importante respirare ma è importante saper respirare bene.

Per gli Yogi si distinguono 3 tipi di respirazione, che unite fra loro costituiscono la respirazione ideale:

Respirazione addominale; respirazione toracica; respirazione clavicolare o alta.

Non c’è nulla da eccepire ed i risultati lo dimostrano: Sara Campbell, stella nascente dell’apnea, è un “soldino di cacio” alta la metà di atleti come Pelizzari, Genoni, Musimu, Nitsch ma anche rispetto alle altre donne.

Negli altri sport, dove ormai sul piano fisico si sono raggiunti standard comuni dell’allenamento, e si sta cercando un miglioramento soltanto sul “piano mentale” degli atleti, (per esempio i “velocisti” dell’atletica, ma soprattutto i “saltatori”, “pesisti”, “tennisti”, i quali sono sempre sotto pressione, poiché ogni gesto ateltico, proprio o dell’avversario, può determinare il colore della medaglia) il fattore “mente” conta moltissimo.

Nell’apnea si sta procedendo in un senso esattamente opposto: trovato il “fattore mentale”, si sta cercando uno standard nell’allenamento.

Ci sarà senza dubbio, una specializzazione maggiore degli atleti, poiché diverse sono le richieste corporee nelle varie discipline: nella dinamica in piscina, lo sforzo è anaerobico, giacché l’atleta deve “spingere” per tutta la durata dello sforzo, mentre nel costante solo la fase iniziale, e la fase di risalita sono anaerobiche, il resto della discesa, avviene in “caduta libera”.

L’innovazione maggiore, sul piano tecnico-preparatorio, è stata senza dubbio la “carpa” di cui abbiamo accennato prima.

Il respiro glossofaringeo, ovvero la “carpa” è una forma di ventilazione a pressione positiva nella quale la lingua agisce come una pompa, spingendo aria extra all’interno dei polmoni. Attualmente sono molte le discussioni riguardo la dinamica di questo tipo di respirazione e se effettivamente agisce a livello degli alveoli o invece del diaframma e quanto essa sia pericolosa.

GLI ANGELI CUSTODI NELL’APNEA

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colophon_leo_d_imporzanoNell’apnea, dietro all’atleta che fa il record, si nascondono molti subacquei che, con ore ed ore di immersione, a quote impegnative, garantiscono la sicurezza necessaria.

Un record di apnea è compiuto in un range che varia dai due ai quattro minuti, ma che cela un lavoro di mesi e mesi di duri allenamenti, problemi organizzativi notevoli e soprattutto l’affiatamento necessario tra i membri del team e l’atleta.

Con la “nuova” apnea, fatta da una miriade di specialità, di atleti e di metri di profondità che vengono macinati nel giro di pochi mesi, il compito delle squadre di assistenza si è complicato notevolmente, i costi di gestione sono aumentati ed in più, proprio per la necessità di coprire più eventi che avvengono in contemporanea, molte squadre si “improvvisano” in questo compito.

Se per raggiungere i -150 metri ci si è messo 50 anni, in meno di 10 si sta approntando una discesa a 250, che sarà compiuta a Giugno da Herbert Nitsch, contemporaneamente nel profondismo con bombole siamo a poco più di 300 metri, immersione compiuta da Gomes, di cui è impressionante vedere le immagini di quanto lavoro e materiale sia costata, e di poco più di 200 metri in auto-contenimento, immersione effettuata da Pajoncini, detto “Il Duca”. 

Il ”deus ex machina” è il team leader, suo il compito di trovare la barca giusta di appoggio, i barcaioli, trovare i subacquei da disporre lungo il cavo, sedare i nervosismi che si possono scatenare tra i vari membri dello staff, approntare un piano della sicurezza, organizzare gli incontri con la stampa, relazionarsi con i giudici, dettare i tempi del tentativo di record e “coccolare” l’atleta che inevitabilmente è sottoposto a stress maggiore più si avvicina il grande momento.

Vediamo come avviene l’assistenza nell’assetto costante, dove le profondità sono ancora gestibili dalle squadre di assistenza.

Lungo il cavo di discesa si dispongono i sub, uno ogni dieci metri, questo perché se la distanza fosse minore, mettiamo cinque metri, sarebbero appesantite le operazioni di gestione, mentre se la distanza tra i sub fosse di 20 metri, si rischierebbe di perdere il contatto visivo tra i vari assistenti, non garantendo quindi, una pronta risposta in caso di emergenza.

Se l’atleta dovesse andare in black out, il protocollo prevede che sia il sub immediatamente sotto a portare aiuto, se il problema dovesse avvenire in profondità, all’apneista che è vincolato al cavo, (vediamo poi come) viene collegato un pallone che in pochi secondi lo riporta in superficie, mentre se il problema dovesse sopraggiungere negli ultimi 40 metri di risalita, i sub dell’assistenza fanno il passamano con l’atleta, riportandolo in superficie.

Trovare sub che accettino di porsi lungo il percorso è estremamente difficile, tutti vogliono essere i più profondi, senza sapere che la loro importanza è maggiore proprio verso la superficie dove l’apneista, per il gioco delle pressioni parziali, la fatica maturata, ha più possibilità di andare in black out.

Inoltre, regola fondamentale, i subacquei devono andare in posizione corretta in tempi rapidissimi: devono infatti raggiungere la posizione a loro assegnata poco prima dell’arrivo del subacqueo, al fine di ridurre il minimo la presenza a quote impegnative e soprattutto devono guardare l’arrivo dell’atleta con la testa rivolta verso l’alto. Molti sono stati, infatti, gli incidenti, e sicuramente tutti ricordano quello accorso a Majorca che si scontrò con il video sub Bottesini, il quale, al suo ritorno in superficie, fu accolto “festosamente” dallo stesso Enzo.

Risolto il problema sicurezza dell’atleta, bisogna anche garantire la sicurezza della squadra di appoggio, i sub scendono per i primi 55 metri ad aria ed a nitrox, scendendo poi oltre con il trimix.

Per i sub vi sono uno o due cavi dove sono disposte le bombole decompressive, o i narghilè ad ossigeno puro, i trespoli di appoggio, dove riposarsi in attesa che passi il tempo della deco.

Attualmente, l’AIDA, al fine di aumentare la sicurezza, ha approntato un sistema di contrappeso:

Al capo sommerso della cima è assicurato un piattello con il cartellino della profondità. Dall’altra parte il cavo arriva in superficie, dove passa dentro una puleggia; qui, fa una serie di rinvii, mentre al secondo capo è fissato il contrappeso.

Il giudice, posizionato in barca, agisce sul strozzascotte da vela, libera il cavo che viene portato verso il fondo dal contrappeso, sparando letteralmente il piattello su e quindi l’atleta essendo vincolato al cavo con un cavo, la lanyards che si collega al polso dell’atleta con un D-ring. La lanyards che vincola l’atleta al cavo, consiste in 90 centimetri di filo di acciaio rivestito, dallo spessore di 3 mm e da un gancio a scatto (per chi pratica vela, è il gancio che viene utilizzato per fissare lo Spinnaker).

Il giudice, che governa lo strozzascotte, interviene su due fattori: o sul fattore tempo, (l’atleta comunica il tempo in cui presume che compirà la prova, oltre il quale, il giudice farà scattare il contrappeso) oppure in base ad un visibile problema dell’atleta.

È infatti, incominciato un monitoraggio degli atleti tramite ROV, vista l’alta profondità che si raggiunge.

L’assistenza infatti , come abbiamo già detto, si è complicata talmente tanto, in conseguenza delle quote operative, che ormai diventa praticamente impossibile non solo garantire la sicurezza dell’atleta, ma anche quella del personale della squadra.

Mentre l’AIDA, sperimenta soluzioni nuove, la CMAS sta al palo, anzi, meglio dire in superficie.

Per essa infatti,  la profondità massima per le competizioni è a quota 65!

Di ben al di sotto del record mondiale che è per l’appunto quasi il doppio! (112, per l’esattezza).

MATERIALI PER L’APNEA

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Nell’apnea tutto è finalizzato alla semplicità ed alla praticità, a differenza di quello che si vede nelle immersioni con respiratore: tra bombola, erogatori, gav, gran facciale, sistemi di telecomunicazioni, computer, torcia, videocamera, fotocamera, scooter subacqueo e per finire muta stagna, il contatto con il mare ed il piacere di “sguazzare” liberi sparisce (quasi) completamente.

Il fascino dell’apnea sta proprio nella possibilità di trasformarsi in acqua, di apprezzare la semplicità dei gesti come un moderno Glauco alla ricerca della profondità.

Una curiosità, in Inglese, lingua sempre avara di termini, esiste invece per descrivere l’apnea, una bella parola: Free Diving, immersione libera.

Da quando ci s’immerge solo per scopi ricreativi l’evoluzione dei materiali ha subito un’evoluzione sorprendente, dovuta alla conoscenza, alla ricerca, alla sperimentazione, permettendoci di avere oggi prodotti più performanti e soprattutto più sicuri.

Nell’epoca del consumismo, si pensa che non si può vivere senza questa o quell’ultima novità presentata da un’azienda, ci tengo, pertanto a sottolineare che, non è il materiale che fa un buon apneista, certo, lo aiuta a migliorare le proprie prestazioni, ma la differenza sta in come si usa. Pertanto, un corso di apnea, vale molto di più di una maschera o dell’ultimo modello di pale.

Quando ci apprestiamo a fare acquisti per il nostro sport, dobbiamo tener conto di alcuni parametri, cioè se vogliamo dedicarci all’apnea pura, alla pesca subacquea, o alla fotografia.

Per vederci chiaro….partiamo dalla maschera.

La maschera

La prima maschera era la monogoogle che non comprendeva il naso, rendendo quindi impossibile la compensazione,e conseguentemente impossibile raggiungere determinate profondità. Sarà Luigi Ferraro che inventerà la “Pinocchio” ancora in commercio, in cui il naso faceva parte della maschera.

Dalle fotografie degli anni quaranta/cinquanta è interessante vedere gli “oblò” che si usavano allora, per scendere. Uno spazio enorme era compreso tra la lente e l’occhio, creando non pochi problemi di compensazione. Infatti, come ben sapete, man mano che si scende in profondità, bisogna compensare, oltre alle orecchie, anche la maschera. Questo perché, mentre si scende, il volume di aria interno, diminuisce, di pari passo con l’aumento della pressione. Per non incorrere nel tipico barotrauma comunemente chiamato colpo di ventosa, bisogna insufflare un po’ di aria al suo interno.

Pertanto, le maschere da apnea hanno un volume interno ridotto, riducendo così al minimo “lo spreco d’aria”. Tutte le aziende hanno nel loro catalogo tale prodotto, in più, alcune hanno maschere appositamente create per la pescasub, ovvero, oltre alla particolarità di avere un volume interno ridotto, hanno lenti inclinate, permettendo di ampliare il campo visivo.

Per l’apnea veramente profonda, c’è un altro prodotto: le lenti a contatto. Le prime furono utilizzate da Mayol, le sue erano lenti a contatto sclerali a piano inclinato. Esse, furono create dall’ottico marsigliese Pierre Mosse e riproducevano la membrana nittitante dell’occhio dell’alligatore del Mississippi. (secondo quanto scritto da Mayol stesso).

In seguito, altri atleti come Bob Croft e più recentemente Pelizzari, hanno utilizzato questa soluzione, ed oggi, malgrado il loro costo sia ancora molto alto, incominciano ad essere utilizzate anche da atleti che non sono di primissimo piano. In maniera artigianale, infatti, vengono inserite all’interno di un paio di occhialini da nuoto, che vengono indossati dopo averli riempiti di acqua dolce.

Le pinne

Se per la maschera la scelta, è semplice, ben più difficile è per le pinne, che possono essere considerate il nostro motore.

In commercio ci sono moltissimi prodotti, e spesso ci si lascia influenzare dalla moda del momento. Nella loro scelta bisogna tenere conto di moltissimi parametri, come il loro utilizzo, la capacità nostra di adoperarle, la forza che imprimiamo…insomma, prima di comprarle dovremmo provarne un bel po’ sotto la supervisione di un buon istruttore che saprà consigliarci in merito.

Innanzitutto ricordo a tutti voi, che è corretto provare una pinna con un calzare da 3 o 5 mm ricordandosi che deve stringere e non provocare dolore.

In commercio esistono tre materiali fondamentali, quali il tecnopolimero (generalmente la pala è un tutt’uno con la scarpetta) che facilmente si segna e si rovina, ed è adatto per chi comincia.

La vetroresina, che offre un buon rapporto prezzo/qualità ed il carbonio.

Il carbonio…per esso ci vuole un discorso a parte, è il cosiddetto “prodotto del momento” ci sono pale ottime, ed infatti tutti i professionisti usano il carbonio, ma è abbastanza fragile, non adatto, soprattutto a chi pratica la pesca in apnea, visto che il contatto con gli scogli, con la pesca in tana è frequente.

Inoltre, ormai tutte le società offrono pale in carbonio, di dubbia garanzia sulla qualità del prodotto e soprattutto sulla resistenza, sicuramente buona parte di esse sono superiori alla vetroresina solo nel prezzo.

Attualmente, nel mondo delle competizioni, si utilizza la monopinna, che garantisce risultati decisamente superiori.

La sua comparsa nel panorama delle competizioni, in prestito dal nuoto pinnato, avviene grazie a Rossana Maiorca, che la utilizza per prima, poi anni di silenzio, per tornare nel 2001 al Campionato del Mondo dell’AIDA grazie ad Herbert Nitsch.

In una recentissima intervista a William Trubridge, ho chiesto appunto il futuro delle bi-pinne nel mondo delle competizioni, questa la sua risposta: “In Dahab l’anno scorso ho fatto -88mt con le “Gara” [pinne in tecnopolimero n.d.r.] . Verso la superficie ho dovuto cambiare stile e passare al “delfinetto” perché le mie gambe erano troppo stanche, poi ho dovuto fare anche un paio di bracciate a rana! Penso che forse dobbiamo appendere le due pinne “al chiodo” se vogliamo superare i -100mt. Tuttavia, sarà sempre il migliore modo per chi si sta avvicinando per la prima volta all’apnea”.

Nel monopinna le due scarpette sono fuse insieme ed hanno una calzata molto aderente, questo per permettere che piede e pala diventino tutt’uno. La superficie è di molto superiore a quella data dalla somma delle due pinne, per cui, ad ogni movimento l’acqua spostata è nettamente maggiore. I materiali sono quelli simili a quelli utilizzati per le bi-pinne, ma ad oggi, è ancora difficile dire qual è il materiale migliore. Anche per la forma: molte di esse sono quelle che vengono utilizzate nel nuoto pinnato, di cui l’apnea differisce per due caratteristiche fondamentali: tempo e velocità. Minore il primo e maggiore la seconda nel pinnato, esattamente il contrario nell’apnea. Perciò, ad oggi, sono molte le scuole di pensiero sull’argomento.

Per il suo utilizzo, si deve necessariamente avere un’ottima acquaticità: poiché entrambi i piedi sono vincolati, non si può compensare il movimento se si tende ad andare verso destra o sinistra; inoltre, il movimento è completamente diverso: si utilizza tutto il corpo, con un movimento sinusoidale ed in più bisogna esser molto elastici, soprattutto come scioltezza della schiena e del cingolo scapolo-omerale, per cui, bisogna essere anche fisicamente in forma. Per imparare il movimento corretto, la monopinna deve essere necessariamente accompagnata da un istruttore.

Il boccaglio.

Innanzitutto, bisogna ricordarsi di levarlo dalle labbra durante le nostre discese in apnea, anzi, se si pratica apnea pura, gettatelo da una parte prima di scendere (il vostro compagno, oltre a guardarvi, avrà la premura di recuperarvelo).

Il boccaglio deve essere comunque privo di rugosità e filtri, il diametro ridotto (deve entrare solo il vostro indice) e deve avere una lunghezza media. Per quello che riguarda il “morso” dovete cercarne uno in silicone morbido, non troppo speso, altrimenti rischiate di sviluppare una contrazione ai muscoli masticatori che, secondo qualche ricercatore, può ridurre le capacità di compensazione.

La muta.

La muta nell’apneista, deve essere una seconda pelle, non certo qualcosa che ci isoli dal mare come una stagna o una semi-stagna (a cosa serve una semi-stagna?).

Sia la muta da pesca che quella da apnea pura, non devono presentare cerniere, in maniera tale da non permettere all’acqua di entrare (anche se in minima parte).

La muta è diversificata a seconda di ciò che andrete a fare, se si tratta di pesca in apnea, dovete scegliere una muta mimetica, in commercio ci sono un sacco di prodotti con numerose tonalità diverse. (anche se la differenza la fa la mira e la preparazione, non certo una tonalità di verde).

Inoltre, si consiglia una muta di spessore non meno di 5 mm, proprio per ripararvi dal freddo per le numerose ore che passerete in mare, ed inoltre, il pantalone non deve avere la salopette, in quanto dopo un po’ si scatena la diuresi da immersione…

Generalmente, le mute da pescasub sono foderate esternamente, mentre le mute da apnea pura sono in spaccato interno ed esterno o in spaccato interno e foderato esterno.

Il vantaggio dello spaccato, ovvero del neoprene lavorato, sta nel fatto che sta a diretto contatto con la pelle, operando come una ventosa, isolando in maniera globale e mantenendo elevate qualità elastiche.

Gli svantaggi sono invece riferiti alla vestibilità, una muta foderata s’indossa con facilità, mentre la muta in spaccato ha bisogno di essere inumidita prima e di cospargersi con un sapone neutro (apposito, al fine di evitare inquinamento e soprattutto dermatiti da contatto).

Appena le finanze ve lo permettono, vi consigliamo di farvi fare una muta su misura, poiché le mute da negozio, sono standard e non tengono conto delle nostre caratteristiche (braccia o gambe o ventre più prominente) soprattutto non esistono in commercio modelli di muta che tengono conto (veramente) delle caratteristiche femminili.

La cintura dei pesi.

Deve essere elastica, per rimanere attaccata al corpo secondo le nostre escursioni respiratorie. Deve essere posizionata sulle anche appena al di sotto delle creste iliache, i pesi devono essere ben distribuiti e la cintura deve essere dotata di uno sgancio rapido. Per quello che riguarda il peso, ricordatevi di non zavorrarvi troppo e che si è corretti quando siamo neutri a 3 metri di profondità. Può essere utile, l’utilizzo di una zavorra mobile che ci permetterà di mettere quel chilo in più o in meno quando ne sentiremmo bisogno per diversi motivi.

Il coltello.

Lasciate stare sciabole o daghe, nei nostri mari non ci sono certo squali toro, un piccolo coltello, da mettere sul braccio, appena al di sotto della spalla, andrà benissimo. Utile comunque a chi pratica la pescasub.

Stesso discorso per la torcia, di dimensioni ridotte (tipo la Lucciola della Omer) e utile solo ai pescasub.

Il fucile da pescasub.

Lasciamo stare…primo perché non sono un bravo pescatore, secondo perché ci sarebbe troppo da parlare e poi il fucile è un oggetto strettamente personale con scelte puramente soggettive. Unico consiglio, non cercate, dopo averlo acquistato di andare sui forum per leggere come modificarlo: non siete Ulisse! Il fucile delle società produttrici sono prodotti in maniera tale da soddisfare le vostre esigenze, fornendovi un prodotto che tiene conto di tutti i parametri che ne derivano dalle indicazioni dei campioni di pescasub…se le indicazioni dei forum fossero buone…pensate che non le applicherebbero?

Non dimenticatevi la boa segna-sub, (obbligatoria per legge!) che è importante soprattutto per chi pratica la pescasub, ad essa infatti, potete legare il secondo fucile, appoggiarvi se stanchi, mettere cibo ed acqua, e legarvi i pesci (se presi!).

TUFFIAMOCI NEL MONDO DELL’APNEA (2)

A cura di Leonardo dImporzano Commenti disabilitati

colophon_leo_d_imporzano“L’apnea non è pericolosa ma può essere pericoloso l’uso che dell’apnea si fa” Questa frase era del Prof. Mauro Ficini, docente di Fisiopatologia dell’apnea alla scuola di specializzazione in Medicina Subacquea ed Iperbarica dell’Università di Chieti, scomparso nel 1996.

Infatti, mentre per l’immersione con le bombole c’è un aspetto reverenziale da parte di chi comincia, e sa bene che per iniziare bisogna per forza fare un brevetto di qualsiasi livello e/o didattica, così non è per chi pratica apnea, ma soprattutto fra coloro che praticano la pescasub.

Mi domando spesso se, tale spirito, è frutto di una costrizione (senza brevetto i diving non ti portano ad immergerti o non ti noleggiano una bombola) oppure da una volontà propria.

Fatto sta che, tra chi pratica lo sport del “trattener il fiato” pochi hanno seguito un corso di apnea, convinti appunto, che il passaggio dallo snorkeling alle profondità dipenda solo dalla resistenza.

Vi riporto un evento accaduto poco tempo fa in piscina.

Accanto a me, in vasca tre amici, facevano pratica di apnea, poiché dovevano sostenere il percorso subacqueo necessario per il brevetto di assistente bagnanti.

Accortomi del loro procedere, chiedo loro se stanno rispettando le regole basilari della sicurezza, con tono scocciato mi rispondono di si. Anche se ai miei occhi, la scena che si presenta era questa: il primo, dopo una serie di iperventilazioni, con cintura dei pesi, si adagiava sul fondo della piscina per una statica, il secondo, macinava metri in apnea lineare, ed il terzo che doveva garantire la sicurezza dei due, tentava un “abbordaggio” con la bagnina. Lascio perdere e mi concentro sul mio allenamento, ebbene, la settimana dopo, uno di questi mi dice che il suo amico, il giorno prima, era andato in sincope e nessuno se ne era accorto, ancora un po’ e ci rimane.

Questo perché, la gente pensa sempre che le cose non possano accadere a sé ma sempre agli altri.

Le regole da seguire sono poche, ed in attesa che voi facciate un corso di apnea, dove un istruttore qualificato vi  darà le nozioni di cui avete bisogno, vi lascio un piccolo decalogo.

Mai in acqua da soli.

Come mi diceva il “Pelo” […]Io oggi non sono più capace di fare apnea come una volta: da solo, senza assistenza. Non mi ritengo però, più debole di prima, anzi mi ritengo più maturo e sono felice che mi sia trasformato psicologicamente. […]Inoltre, difficilmente mi arrabbio, soprattutto se qualcuno non riesce a migliorare la propria tecnica, ma se qualcuno non rispetta l’assistenza di coppia, allora si”.

Non Iperventilare.

Gli inesperti, seguendo le orme di Maiorca, penseranno ad una bella iperventilazione che riempia i polmoni di ossigeno, prima di effettuare un tuffo in apnea. Orrore! È una pratica estremamente pericolosa (e ne riparleremo a parte). Si consiglia una respirazione lenta, cercando il massimo del rilassamento, e prima di immergersi, 3-4 respiri profondi.

Controllate il materiale prima di una giornata di immersioni, e ricordatevi di portare con voi:

  • Kit di primo soccorso.
  • Boa segna sub, a cui dovete stare entro un raggio di 50 m dalla sua localizzazione, e di collegare il cavo della boa alla vostra cintura, con un sistema di sgancio rapido. Al fine di evitare gli incidenti da elica (di cui parleremo prossimamente).
  • Coltello.
  • Fischietto, per attirare l’attenzione dei natanti e dei compagni di immersioni.

Al pari di un’immersione con le bombole, dovete approntare e ripassare il piano d’emergenza e verificare il sistema di comunicazione. (vedi radio, Canale 16) o telefonini (118, o 15.30).

Inoltre, la cintura di zavorra, deve essere munita di uno sgancio rapido, posto sulla sinistra ed evitate schienalini o zavorre distribuite.

Non tenete l’areatore in bocca durante le fasi di immersione.

Non forzate la compensazione.

Raggiungete la quota prevista di allenamento con apnee a profondità progressiva.

Ricordatevi di idratarvi spesso e di nutrirvi durante la permanenza in acqua.

Il tempo tra un’apnea e l’altra, deve essere almeno il triplo del tempo passato in immersione.

Ma soprattutto…

RINUNCIATE all’immersione in apnea se mancano i requisiti di base della sicurezza e soprattutto se fisicamente non vi sentite in forma.

Questi sono semplici consigli, che non annullano il rischio nelle immersioni, ma lo abbassano notevolmente.

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