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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

GLI ANGELI CUSTODI NELL’APNEA

A cura di Leonardo dImporzano Commenti disabilitati

colophon_leo_d_imporzanoNell’apnea, dietro all’atleta che fa il record, si nascondono molti subacquei che, con ore ed ore di immersione, a quote impegnative, garantiscono la sicurezza necessaria.

Un record di apnea è compiuto in un range che varia dai due ai quattro minuti, ma che cela un lavoro di mesi e mesi di duri allenamenti, problemi organizzativi notevoli e soprattutto l’affiatamento necessario tra i membri del team e l’atleta.

Con la “nuova” apnea, fatta da una miriade di specialità, di atleti e di metri di profondità che vengono macinati nel giro di pochi mesi, il compito delle squadre di assistenza si è complicato notevolmente, i costi di gestione sono aumentati ed in più, proprio per la necessità di coprire più eventi che avvengono in contemporanea, molte squadre si “improvvisano” in questo compito.

Se per raggiungere i -150 metri ci si è messo 50 anni, in meno di 10 si sta approntando una discesa a 250, che sarà compiuta a Giugno da Herbert Nitsch, contemporaneamente nel profondismo con bombole siamo a poco più di 300 metri, immersione compiuta da Gomes, di cui è impressionante vedere le immagini di quanto lavoro e materiale sia costata, e di poco più di 200 metri in auto-contenimento, immersione effettuata da Pajoncini, detto “Il Duca”. 

Il ”deus ex machina” è il team leader, suo il compito di trovare la barca giusta di appoggio, i barcaioli, trovare i subacquei da disporre lungo il cavo, sedare i nervosismi che si possono scatenare tra i vari membri dello staff, approntare un piano della sicurezza, organizzare gli incontri con la stampa, relazionarsi con i giudici, dettare i tempi del tentativo di record e “coccolare” l’atleta che inevitabilmente è sottoposto a stress maggiore più si avvicina il grande momento.

Vediamo come avviene l’assistenza nell’assetto costante, dove le profondità sono ancora gestibili dalle squadre di assistenza.

Lungo il cavo di discesa si dispongono i sub, uno ogni dieci metri, questo perché se la distanza fosse minore, mettiamo cinque metri, sarebbero appesantite le operazioni di gestione, mentre se la distanza tra i sub fosse di 20 metri, si rischierebbe di perdere il contatto visivo tra i vari assistenti, non garantendo quindi, una pronta risposta in caso di emergenza.

Se l’atleta dovesse andare in black out, il protocollo prevede che sia il sub immediatamente sotto a portare aiuto, se il problema dovesse avvenire in profondità, all’apneista che è vincolato al cavo, (vediamo poi come) viene collegato un pallone che in pochi secondi lo riporta in superficie, mentre se il problema dovesse sopraggiungere negli ultimi 40 metri di risalita, i sub dell’assistenza fanno il passamano con l’atleta, riportandolo in superficie.

Trovare sub che accettino di porsi lungo il percorso è estremamente difficile, tutti vogliono essere i più profondi, senza sapere che la loro importanza è maggiore proprio verso la superficie dove l’apneista, per il gioco delle pressioni parziali, la fatica maturata, ha più possibilità di andare in black out.

Inoltre, regola fondamentale, i subacquei devono andare in posizione corretta in tempi rapidissimi: devono infatti raggiungere la posizione a loro assegnata poco prima dell’arrivo del subacqueo, al fine di ridurre il minimo la presenza a quote impegnative e soprattutto devono guardare l’arrivo dell’atleta con la testa rivolta verso l’alto. Molti sono stati, infatti, gli incidenti, e sicuramente tutti ricordano quello accorso a Majorca che si scontrò con il video sub Bottesini, il quale, al suo ritorno in superficie, fu accolto “festosamente” dallo stesso Enzo.

Risolto il problema sicurezza dell’atleta, bisogna anche garantire la sicurezza della squadra di appoggio, i sub scendono per i primi 55 metri ad aria ed a nitrox, scendendo poi oltre con il trimix.

Per i sub vi sono uno o due cavi dove sono disposte le bombole decompressive, o i narghilè ad ossigeno puro, i trespoli di appoggio, dove riposarsi in attesa che passi il tempo della deco.

Attualmente, l’AIDA, al fine di aumentare la sicurezza, ha approntato un sistema di contrappeso:

Al capo sommerso della cima è assicurato un piattello con il cartellino della profondità. Dall’altra parte il cavo arriva in superficie, dove passa dentro una puleggia; qui, fa una serie di rinvii, mentre al secondo capo è fissato il contrappeso.

Il giudice, posizionato in barca, agisce sul strozzascotte da vela, libera il cavo che viene portato verso il fondo dal contrappeso, sparando letteralmente il piattello su e quindi l’atleta essendo vincolato al cavo con un cavo, la lanyards che si collega al polso dell’atleta con un D-ring. La lanyards che vincola l’atleta al cavo, consiste in 90 centimetri di filo di acciaio rivestito, dallo spessore di 3 mm e da un gancio a scatto (per chi pratica vela, è il gancio che viene utilizzato per fissare lo Spinnaker).

Il giudice, che governa lo strozzascotte, interviene su due fattori: o sul fattore tempo, (l’atleta comunica il tempo in cui presume che compirà la prova, oltre il quale, il giudice farà scattare il contrappeso) oppure in base ad un visibile problema dell’atleta.

È infatti, incominciato un monitoraggio degli atleti tramite ROV, vista l’alta profondità che si raggiunge.

L’assistenza infatti , come abbiamo già detto, si è complicata talmente tanto, in conseguenza delle quote operative, che ormai diventa praticamente impossibile non solo garantire la sicurezza dell’atleta, ma anche quella del personale della squadra.

Mentre l’AIDA, sperimenta soluzioni nuove, la CMAS sta al palo, anzi, meglio dire in superficie.

Per essa infatti,  la profondità massima per le competizioni è a quota 65!

Di ben al di sotto del record mondiale che è per l’appunto quasi il doppio! (112, per l’esattezza).

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