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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

CIAO ANDREA, CIAO AMICO!

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


un Andrea inconsueto, giovane cacciatore


Dire “Andrea era un amico” può essere banale e riduttivo, di molti lo si dice, nel nostro ambiente, ma per chi scrive lo è stato davvero, non solo compagno di sporadiche immersioni ma anche compagnone di cene con il quale ho anche condiviso un periodo di lavoro in comune, come istruttore nel suo diving di Portofino e come fotografo e pubblicitario, nell’epoca in cui mi muovevo in questo ambito, per preparare la comunicazione di IMASUB prima e di HUGYFOT poi.

Di seguito troverete la pubblicazione di due pezzi che dedicai ad Andrea, uno nel primo numero di SOTTACQUA per raccontare a chi non ha avuto il bene di conoscerlo di persona chi fosse e cosa abbia fatto come fotografo, un secondo nel quale lo intervistai nella sua veste di cronista “di penna”, visto che è stato un rappresentante di quei fotografi che oltre al grandangolare sanno maneggiare anche il congiuntivo, nei molti libri che ha fatto.

In altra parte di questo spazio ci sono i ricordi di chi l’ha conosciuto, personaggi noti e meno noti del nostro ambiente che hanno avuto la fortuna di incrociare le proprie vite con quella di un uomo che, amante del Mare, della Natura e della Vita, mai ha perso il sorriso e l’ottimismo nonostante le molte prove che nel suo cammino ha dovuto affrontare.

Ciao Andrea, ciao amico!!!

Da SOTTACQUA, numero 1, marzo 2007:

Nasce il 20.08.1951 e inizia ad andare sott’acqua  prestissimo, negli anni ’50 in apnea, con la prima mascherina Ostrica Baby Cressi e le pinne Rondine. Prova per la prima volta le bombole a soli 15 anni e inizia negli stessi anni gli esperimenti fotosub, cercando di impermeabilizzare in un sacchetto di plastica la sua Comet Bencini. Nel 1967 riceve in regalo dai genitori un apparecchio 6×6 Siluro Nemrod, progettato dalla SOS di Torino. E’ un’attrezzatura poco eclettica, in quanto le regolazioni sono tutte fisse: tempo di scatto, diaframma, messa a fuoco. Inoltre il trascinamento della pellicola rovina spesso un lato del film e non sono rare le infiltrazioni d’acqua all’interno. Ciò nonostante, con molte prove e tanta pazienza riesce ad adattare una serie di accessori, quali prolunga per il flash a lampadine, secondo flash per la macro, lenti addizionali con relativi distanziatori e delimitatori, che gli permettono di ottenere qualche foto decente, soprattutto nella macro. Non disponendo ancora di bombole proprie, in quegli anni fotografa con il narghilé Aquanaut della Evinrude, che pompa aria a due subacquei fino a 10-12 metri di profondità, oppure, per le foto più fonde, fotografa in apnea.

Andrea con la sua mitica "Siluro" della Nemrod


Nel 1970 arriva finalmente la prima Nikonos, modello Calypso-Nikkor II, con flash a lampadine originale. Stufo della complessità e lentezza della foto al magnesio, scafandra un primo flash elettronico in una custodietta GAGI e costruisce una serie di tubi di prolunga, con l’aiuto di un tornitore. A questo primo elettronico ne segue un secondo, molto più sofisticato, che utilizza come punto di partenza un Philips 38CT, un flash molto utilizzato dai fotosub in quegli anni.

Vedendo però tutti i limiti della Nikonos, riesce a trovare a poco prezzo una custodia Ikelite usata per la Nikon F e, dopo averla accessoriata per bene, autocostruendo tutto il necessario, inizia a fotografare finalmente con soddisfazione, gettando le basi del suo ampissimo archivio fotosub.

Siamo a metà degli anni ’70 e decide di vivere di mare.

Nel 1974 lavora come subacqueo al villaggio Vacanze di Favignana, nel 1975 diventa istruttore FIPS e nel 1977 istruttore CMAS.

Terminato il servizio militare, organizza con 3 amici un’estate di corallo, in Sardegna, che finisce tragicamente per Andrea, con una terribile embolia che lo lascia paraplegico. Dopo vari mesi di ospedale riesce a rimettersi in piedi e inizia a lavorare nell’importazione di attrezzature fotosub dalla Francia (Imasub) e dalla Svizzera (Hugyphot), lavoro che svolgerà fino al 1985. Contribuisce alla progettazione di molte attrezzature fotosub e suoi sono i prototipi dei flash Dolpin e Super Dolphin e delle varie custodie Minibox per flash Philips e Metz.

Contemporaneamente si afferma come fotografo e nel 1977 vende il suo primo servizio a Mondo Sommerso, estendendo in seguito le collaborazioni foto-giornalistiche a numerose riviste di subacquea, viaggi, natura, fotografia, vela, tempo libero, specializzandosi soprattutto nella fotografia subacquea e naturalistica e nei reportage di viaggio.

Nel 1978  pubblica il suo primo libro, Fiabasub, un libro per ragazzi ambientato sott’acqua.

Dal 1992 al 2000 lavora come responsabile della fotografia subacquea alla rivista Aqua.

In seguito, fino al 2003, riveste l’incarico, presso la Casa Editrice Mursia, di responsabile di una collana di libri dedicati al mondo sommerso e continua, come freelance, la collaborazione con numerose riviste del settore.


in versione "tech dive" davanti a Portofino


Negli ultimi anni ha abbracciato la subacquea tecnica, diventando istruttore e trainer della P.T.A./CMAS ed estendendo il range operativo come fotografo oltre i 100 metri di profondità.

La sua grande passione sono i relitti, dei quali è non solo documentarista, ma anche appassionato ricercatore, insieme a storici ed esperti di chiara fama, coi quali collabora e ha stretto amicizia.

Il suo curriculum si è pertanto esteso a spedizioni ed esplorazioni importanti, quali il relitto dell’Andrea Doria, la torpediniera Chinotto, il traghetto Espresso Trapani, la scoperta dell’incrociatore Diaz e, recentemente, quello del piroscafo Lombardo, nave della Spedizione dei 1000 di Garibaldi.

Nel 1995 ha ricevuto la Platinum Card 5000 SSI e nel 2003 è stato insignito del Tridente d’Oro di Ustica per: “l’opera divulgatrice svolta come fotoreporter in campo subacqueo”.

Parla Andrea:

Le attrezzature che ho usato fino ad oggi:

Siluro 6×6 Nemrod-SOS  (1967); Calypso-Nikkor II  (1970); Flash elettronici autostruiti  (1976-77); Ikelite per Nikon F  (1977); Flash Electrobox per Vivitar 283 Imasub  (1978); Flash CP150 Soilsub (1979); Custodia Hugyphot per Nikon F motorizzata  (1980); Flash Dolpin e Super Dolphin Imasub  (1980); Flash Sea&Sea YS 150  (1981); Flash Master Imasub (1983); Flash S-100 Subatec (1987); Flash Sea&Sea YS 200 (1988); Custodia Subal per Nikon 801F  (1991); Custodia Sealux per Nikon 801  (1992); Custodia Sealux per Nikon F90  (1994); Nikonos RS  (2 corpi e tutte le ottiche)  (1993); Flash SB 104 e SB 105 Nikonos (1993)

I miei Maestri

Sono per natura un autodidatta in tutto quello che faccio, per cui i maestri sono indiretti, ma comunque importanti. Primo fra tutti Victor de Sanctis, con la sua rubrica e i suoi articoli su Mondo Sommerso degli anni d’oro. I suoi consigli sono stati per me preziosissimi e inoltre mi ha trasmesso una grande passione, che non è mai venuta meno in tanti anni. Poi Cesco Ciapanna, col suo meraviglioso libro Tecnica della fotografia subacquea, che mi ha insegnato molto, soprattutto sulla tecnica costruttiva delle attrezzature. Sotto questo aspetto non posso non citare Gaetano Gianni, meglio noto con il nome di Gagi, che in verità era il nome della sua ditta. Oltreché geniale costruttore è stato per me amico carissimo. Con Aldo Invernizzi ha costituito una coppia formidabile come costruttore di attrezzature fotosub negli anni ’60 e ’70. Ho trascorso infinite ore nella loro officina e devo loro moltissimo se oggi sono in grado di costruire, riparare o modificare attrezzature per conto mio, un requisito a mio avviso indispensabile nella fotosub.

Infine un po’ tutti i pionieri, da Hans Hass a Cousteau, da Dumas a Gianni Roghi, da Maurizio Sarra a Roberto Merlo e a Claudio Ripa, che hanno acceso in me la passione.

Quello che ho fatto

A concorsi non ho quasi mai partecipato. Per me la fotografia è lavoro, quindi la parte ludica o hobbistica non interessa. Ho tenuto moltissimi corsi di fotografia subacquea (sono anche istruttore di fotografia Fips e Padi) e continuo a tenerne, di tanto in tanto. Ho scritto e pubblicato parecchio, qualcosa come 700 articoli e sto scrivendo il 24° libro, ma ho ancora tanto da fare in futuro …

Poi ho cominciato con i corsi FIPS quando ho finito il liceo – classico, Manzoni, a Milano, bello, mi è piaciuto molto come corso di studi – ho fatto i corsi sotto la scuola di Vernetti: 1°grado, 2°grado, aiuto istruttore, tutte quelle cose che facevamo allora, e poi via, ho cominciato con la carriera, ho insegnato nel ’74 all’approdo di Ulisse, a Favignana, ho fatto là l’estate come istruttore anche se non lo ero ancora, e poi nel ’75 sono andato da Marcante e sotto le sue grinfie ho fatto il corso Istruttori. Poi sai che sono passato presto alla PADI, nell’81, perché mi sembrava fossero un po’ più avanti se non altro nella libertà di insegnamento – io sono sempre stato un po’ insofferente alla burocrazia e nella FIPS ce n’era un po’ troppa all’epoca, anche se riconosco che è stata una scuola fantastica – poi, ma questo in anni molto più recenti, sono passato ad abbracciare didattiche tecniche, quindi la PSA, poi la PTA, e gli ultimi dieci anni sono un po’ tutti dedicati alla subacquea tecnica, quindi alla scoperta delle miscele, quindi alla fine del rebreather, che è arrivato in questi anni…

Guardo poco indietro, a quello che ho fatto. Preferisco guardare avanti, a quello che farò domani, ma in ogni caso sono orgoglioso di alcuni libri, che hanno avuto notevole successo, sono orgoglioso del mio Tridente d’oro, sono orgoglioso di aver fotografato per primo la torpediniera Chinotto a 100 metri di profondità e l’incrociatore Diaz, che mi hanno regalato emozioni indicibili.

uno sguardo intenso di Andrea


 

Da SOTTACQUA, numero 14, aprile 2008:

 

ANDREA GHISOTTI, UN FOTOGRAFO”DI PENNA”

di Paolo Bastoni

È buffo, a volte, andare ad intervistare un amico che conosci da oltre un quarto di secolo, ma poi, parlando – in fondo un’intervista come questa si traduce immancabilmente in una chiacchierata – riesci a scoprire cose nuove che, certo, si attagliano perfettamente alla persona con la quale stai parlando e che conosci da tanto tempo.

Andrea lo conosco – e lo apprezzo – davvero da circa venticinque anni, ho fatto il salto da “mamma” FIPS ad una PADI ancora “baby” in Italia, esattamente ventun anni fa, dietro suo invito ad andare a lavorare con lui nel suo diving di Portofino. Gli ho visto testare flash e custodie nel periodo in cui importava attrezzature fotosub, ho discusso con lui di fotografia e di immersioni, immersioni che abbiamo fatto, insieme, qua e là per il promontorio.

E, una sera, qualche settimana fa, abbiamo trascorso insieme qualche ora, lui a raccontare ed io ad ascoltare. È bello chiacchierare con Andrea, è un conversatore piacevole ed abbiamo anche comuni modi di vedere le cose, riguardo alla vita della subacquea.

Una sua caratteristica, da grande affabulatore: andare ad immergersi con lui significa non limitare l’immersione ad un breve tuffo di venti-trenta minuti. L’immersione inizia almeno un’oretta prima, con la descrizione dettagliata di quanto si vedrà e si farà sott’acqua. E qui viene fuori lo spirito del giornalista che indaga, scopre quel che c’è da scoprire su un relitto, su una storia dimenticata. Finita l’immersione il piacere di quel che si è appena finito di vedere viene prolungato e fissato nella memoria grazie alla sua spiegazione dello spettacolo cui abbiamo assistito, “debriefing” ci hanno insegnato a chiamarlo gli americani, capacità di appassionare utilizzando tutti i sensi, secondo me.

E Andrea ha sempre saputo appassionare i suoi ascoltatori, con pacatezza e con precisione.

Nell’intervista racconta che ha intenzione di trovare il tempo per dedicarsi di più alla scrittura per raccontare, trasformare le esperienze di una vita di mare in parole. Aspetto solo di vedere quelle esperienze trasformarsi in scritti: certamente sarò tra i primi ad andare in libreria a cercarle.

grande affabulatore

grande affabulatore


Come terrestre nasco il 20 agosto del ’51 – leone – come dice mia mamma sono nato pesce: mia mamma era una pioniera subacquea in apnea, come tu sai, io sono nato il 20 agosto e fino al 10 agosto lei era a Portofino a nuotare con il suo bel pancione, scendendo anche sott’acqua, anche fondo in apnea, e dice che io sicuramente l’ho sentito. Passa un anno e l’anno dopo, a giugno, quindi quando avevo già dieci mesi, sono già a Portofino nella casa di famiglia dove si passavano tre mesi in estate, a sguazzare in acqua – abbiamo anche dei filmati divertenti di quell’epoca, io con una mano sotto la pancia tenuto dalla mamma mentre sguazzo in acqua… – per cui in mare ci ho giocato fin da piccolo subito, ho preso confidenza, a quattro anni nuotavo senza salvagente, a cinque la mia prima mascherina – la Ostrica baby della Cressi – che ho ancora e che mi ha accompagnato fin quando avevo quattordici anni. Una maschera stupenda perché ha un volume piccolino e quindi riuscivo a scendere anche fondo senza compensare.

Io, pur non essendo della generazione dei pionieri subacquei ho vissuto molte cose da pioniere, nel senso che per me la subacquea è iniziata negli anni ’50, con tutte le non-conoscenze di quegli anni, quindi quando scendevamo sott’acqua non sapevamo cosa fosse la compensazione e ci si sforzava – come si faceva allora – giorno dopo giorno a cercare di raggiungere un metro in più fino a quando arrivavi a fine estate, e con grande rischio e ispessimento della membrana timpanica arrivavi magari a quegli otto, dieci, dodici metri addirittura senza compensare, difatti – come tutti i vecchi subacquei – da un orecchio ci sento poco…

Mi piaceva molto, moltissimo, nella mia vita, il mare: io vivacchiavo a Milano il resto dell’anno per i tre mesi che passavo al mare e quando ero a Milano sognavo quei mesi.

Poi ho fatto un po’ tutto quello che si fa… non mi piaceva per niente nuotare in piscina, difatti andavo qui a Milano alla Cozzi a fare i corsi di nuoto della FIN – da cui ho preso solo il primo brevetto “cavalluccio marino” mentre mia sorella, che aveva solo un anno più di me, nuotava molto bene, lei ha fatto tutte le gare.

Poi ho fatto qualche anno di tuffi, poi avevamo la barca a vela in famiglia per cui ho imparato ad andare a vela fin da piccolo… Insomma, il mare l’abbiamo sempre vissuto in prima persona. Non ultimo perché i miei erano… mio padre, seguendo le orme di mia madre era un appassionato malacologo, uno dei più grandi malacologi italiani, presidente per tanti anni dell’Unione Malacologia, Società Italiana di Malacologia… Mia mamma era una sportivona, quindi andava sott’acqua, praticava molti altri sport, e quindi il mare l’abbiamo vissuto sotto tutti gli aspetti.

 

ancora giovane pescatore a Portofino


Poi le cose hanno cominciato a cambiare: a quattordici anni ho provato le prime bombole di un amico di famiglia, un giretto cercando di raggiungere un metro in più per dire “ho toccato i dieci metri”… però fin da quando avevo quattordici anni mio papà aveva comprato l’Aquanaut, della Evinrude (un piccolo compressore posizionato su un ciambellone giallo con una manichetta lunga otto-dieci metri che consentiva ad un subacqueo di scendere fino a quella profondità respirando collegato alla superficie, una sorta di “narghilé” amatoriale che veniva proposto sistematicamente su tutte le riviste di mare dell’epoca N.d.R), con il quale con un litro di miscela scendevi fino a sette metri, poi con le prolunghe arrivavi a dieci-dodici e slacciavamo l’imbragatura per toccarli con il profondimetro. E con quello tutta la famiglia andava sott’acqua, per cui per anni l’abbiamo usato, in ogni caso le immersioni più fonde le facevo in apnea, poi sviluppandomi ho scoperto, quasi per magia, che a un certo punto bastava provare e riuscivi a scendere, il fiato è venuto da un anno all’altro e questo è stato bellissimo: intorno ai sedici anni a un certo punto ti accorgi che “qui è fondo – quanto sono? – diciotto metri – beh proviamo a scendere” poi ci arrivi, allora un po’ di più, ventiquattro, ventisette… ed era la scoperta della profondità… molto bello…


E invece alla parte giornalistica come ci sei arrivato?

La parte giornalistica è venuta fuori da un colpo di testa, cioè, dopo il liceo classico mi ero iscritto a ingegneria – meccanica – ho fatto tutto il corso di studi di cinque anni ma ero molto indietro con gli esami perché nel frattempo mi ero anche goduto molto la vita: corsi di vela… vacanze che durano tre mesi… e ingegneria è una facoltà che richiede molta dedizione. Poi venendo dal classico non avevo una formazione matematica molto forte… … c’è questa strana discrasia tra i due corsi di studi… … ma perché bene o male la mia famiglia aveva una impostazione scientifica, quindi ero portato un po’ verso il mondo scientifico, però poi ingegneria era molto matematica e mi sono un po’ scontrato: a me piaceva smontare i motori, i fuoribordo, le moto e da lì pensare che fosse la mia facoltà, mi sono scontrato contro giornate passate su una pagina di numeri, questo non mi piaceva per niente. Allora ad un certo punto – complice anche una fidanzata che avevo allora – mi sono detto “qui, se in cinque anni ho dato metà degli esami, non posso passare altri cinque anni sui libri…” e quindi dall’oggi al domani ho smesso di studiare, sono andato a fare il servizio militare, sono andato a vivere tre mesi in Inghilterra, mi sono detto “cosa faccio nella vita?”.

il suo sorriso, il Mare...

il suo sorriso, il Mare...


Poi ho avuto una parentesi, visto che del mare volevo provare tutto, ho fatto anche un po’ di anni la pesca del corallo, prima part time, poi un’estate da corallaro “serio”, in Sardegna, professionalmente impegnata…

… quando ancora si poteva essere liberi e non c’erano tutte le pastoie burocratiche attuali…

… quando ancora si poteva, che però poi è finita tragicamente perché sono svenuto sott’acqua, mi sono preso un’embolia terribile, sono rimasto paraplegico… la prima parte della mia vita è finita lì… avevo ventisei anni compiuti da otto giorni e tutta una serie di cose non l’ho più potute fare: correre, sciare… tutta una serie di sport, di attività, ho sempre avuto problemi a cercare di fare una vita – fra virgolette – “normale” e sono riuscito a farla, tra l’altro scegliendomi un lavoro faticoso come quello del fotoreporter, con pesi da portarmi in giro, è stata in pratica una sfida personale che ho portato avanti con entusiasmo e che tutt’ora vivo quotidianamente. Per certi versi ti cambia, ti matura, ti fa pensare a certe cose…

… mi hai anticipato in una domanda che ti volevo fare e che non sapevo se ti sarebbe più o meno piaciuta…

… mah, io ne parlo tranquillamente perché dal momento che le accetti… non riusciresti a conviverci se non le accettassi. Per cui dal momento in cui le accetti e dici ok, la vita non è solo per chi è “sano” ma anche per chi ha dei problemi e poi ti accorgi che nella vita c’è ben altro, c’è una testa, c’è uno spirito, un entusiasmo e se anche poi certe cose non le puoi fare fisicamente non vuol dire che sei di serie “B”…

E per tornare al tuo lavoro: tu ti senti più fotografo o più giornalista “di penna”?

Giornalista “di penna”, sicuramente. E me ne vanto nel senso che, secondo me, ci sono molti bravi fotografi sulla piazza e pochissime persone che sanno tenere la penna in mano. Ti dico una cosa che diceva Ninì Cafiero – quindi non la dico io – diceva “in Italia ci sono tre persone che sanno scrivere: io, tu e Stefano Navarrini”. Questo lo diceva anni fa, però ho avuto fiducia, e di questo devo ringraziare molto Antonio Soccol quando muovevo le prime ali come giornalista, che mi diceva “sei bravo, scrivi bene…” quindi mi ha dato fiducia, e ci ho creduto. Sono convinto di avere un certo talento per lo scrivere mentre quando sfoglio le riviste leggo a volte certe cose per le quali mi metto le mani fra i capelli, perché è più facile essere un bravo fotografo che un bravo giornalista. Fare il fotografo è una cosa tecnica, se impari la tecnica sai farlo, il giornalista è molto di più… … beh, io su questo avrei qualcosa da ridire: fotografare e scrivere sono ambedue espressioni che implicano anche una sensibilità e un’abilità, oltre alla tecnica che oggi, tra automatismi e digitale è alla portata di tutti… d’altra parte l’intervistato sei tu… … io lo penso così, per cui mi sento più giornalista, però il meglio è abbinare le due cose, fornire un prodotto completo…

Andrea, giornalista "di penna"


… e qui torno ad essere d’accordo con te…

… sì, se sei in grado di farlo, perché racconti una storia completa, la illustri e ti permette di fare la cosa più bella, cioè di raccontare delle storie. Storie che possono riguardare relitti, un viaggio, temi biologici o l’andar sott’acqua, però il bello è coronare il tutto: dire “ti do un buon testo con delle buone foto, ma anche un buon lavoro di ricerca, di approfondimento”. Questo, secondo me, è quello che manca un po’. Io non ti dico quando ricevo le varie riviste subacquee, le sfoglio, c’è pochissimo…

Non mettermi nei guai con i concorrenti…

No, no, non ti metto nei guai con i concorrenti, però questa è la realtà: molti dovrebbero fare una buona scuola di giornalismo, e non solo nel nostro settore…

Ma tu hai operato, come giornalista, sempre e soltanto nel nostro specifico ambito subacqueo o più genericamente sportivo oppure hai anche avuto altre esperienze in altri settori…

No, non mi sono mai occupato per esempio di cronaca, di politica… io sono sempre stato molto determinato in questo: quando ho deciso di smettere di studiare ho detto “io voglio vivere di mare” e, in ogni caso, fare solo un mestiere è molto difficile, difatti poi ho abbinato l’importazione di macchine fotografiche, i corsi tecnici, il diving, cercavo cioè di differenziare un po’ l’attività, però sempre legate al mare…

Ma questa esigenza nasceva da un’esigenza economica o proprio per non “annoiarti” occupandoti di una sola cosa?

Un po’ per tutte e due le ragioni, direi. Un po’ perché mi piace tutto l’ambiente mare in senso lato: mi piace la parte della produzione, mi piace collaborare con le aziende, mi piace la parte didattica, mi piace la parte giornalistica… ma mi piace anche la biologia… insomma, è un discorso molto globale. In questo direi che non ho mai abbandonato nessuno dei vari settori che compongono in maniera eterogenea la sfera della subacquea.

la troupe di "Abissi"


Come può essere la tua partecipazione a trasmissioni televisive (Abissi, la scorsa estate su Rai2 N.d.R) e poi accompagnare i subacquei negli stessi luoghi organizzando workshop.

Sì, perché ognuno ti dà un sapore diverso. Per esempio, nonostante siano tantissimi anni che insegno non ho perso il gusto di vedere la gioia negli occhi di un allievo quando ha fatto la sua prima immersione piuttosto di quando sei riuscito a trasmettergli qualcosa. È un momento bellissimo quello dell’apprendimento, del passaggio di consegne, insomma. E lo stesso gusto ho avuto, e ho tuttora, nei confronti della parte produttiva, sia per quel che riguarda le attrezzature fotografiche, sia per le attrezzature subacquee… Poter dire “ci ho messo lo zampino io e quest’idea che ho avuto funziona” piuttosto che “no, non va bene”, anche quello è molto bello. E, forse, qui c’è la mia passione per la meccanica…

Ecco, facciamo un passo indietro: questa passione per la meccanica ti è stata indotta perché comunque l’imprinting è quello di una famiglia con interessi a sfondo scientifico, e, tra l’altro, come mai ti hanno permesso di fare il classico e non lo scientifico e poi però andare a finire con il fare ingegneria?

Perché… beh, ne abbiamo parlato in famiglia, il classico sembrava dare una formazione complessivamente più completa, ed io, tutto sommato, sono contentissimo di aver fatto il classico. Poi è stata una mia libera scelta: in quegli anni mi sembrava che ingegneria fosse la mia facoltà anche perché confondevo un po’ la meccanica spicciola con la meccanica teorica. Difatti ci sono tantissimi ingegneri che non sanno tenere in mano nemmeno un cacciavite. Io l’opposto: ero molto bravo a smontare qualunque apparecchiatura meccanica però poi ero un disastro con i numeri…

Torniamo ad andare un po’ più avanti, parliamo di Andrea Ghisotti scrittore: quando scrivi lo fai con un progetto di comunicazione perché pensi, a livello più o meno concreto e conscio a qualcosa che vuoi trasmettere agli altri o è qualcosa che ti viene di getto?…

No, mi viene di getto. Io penso un attimo prima di scrivere, magari fatico un po’ ad iniziare un pezzo, poi quando attacco non mi fermo più, divento un torrente in piena, andrei avanti fino ad ore impossibili della notte… mi piace scrivere, mi piace molto. E in quei momenti lo faccio per me, so che devo trasmettere qualcosa e lo sto facendo, ma mi prende un entusiasmo… io vivo molto di sensazioni e quando scrivo rivivo quello che ho vissuto, cerco di trasmetterlo ma nello stesso tempo il più goduto di tutti sono io che le sto scrivendo. Infatti quando finisco un pezzo torno a casa che ho un sorriso che va da un orecchio all’altro, per la gioia di avere rivissuto delle cose belle.

Andrea con l'ARO

Ma tu il mare, l’ambiente subacqueo lo vivi così com’è, per l’immediatezza di quello che vedi e che percepisci o lo vivi come una sorta di metafora?

Mah, lo vivo per quello che mi dà, però dentro di me esiste molto di più… ti faccio un esempio: il rumore di una giornata tranquilla in cui senti lo sciacquettio dell’acqua sugli scogli… a me muove “dentro” delle cose, cose che mi porto dietro probabilmente dall’infanzia, se non addirittura da ancor più indietro, ricordi prenatali… e mi dà una serenità enorme, per esempio, una cosa del genere. Però poi è difficile trasmetterle…

… e si trasmettono attraverso la metafora che è il racconto… ecco, parlando di racconti: tu sei partito con il tuo primo libro – mi pare si intitolasse “La Fiaba Sub” – che era un racconto…

Sì, la Fiaba Sub… me ne vergogno quasi un po’, oggi, di quel libro… …no, era tenero… … sì, era tenero… io poi ho fatto più che altro la parte fotografica, il testo l’aveva fatto una ragazza, io poi mi ero occupato delle schede biologiche alla fine… però la parte fotografica l’avevo fatta tutta io con i mezzi di allora, molto rudimentali, io all’epoca usavo una Nikon F con una custodia Ikelite che avevo comprato d’occasione perché il proprietario l’aveva allagata e con quella avevo fatto tutto il libro, però oggi le foto fanno un po’ pena… Insomma sono passati tanti anni, però all’epoca è stata una cosa molto bella: anche lì, ci abbiamo creduto, l’abbiamo voluto fare, siamo andati a casa di gente che era in altri mondi, quello dell’editoria che non conoscevamo, abbiamo pestato i piedi, siamo andati a cercare sponsor, alla fine eravamo in due, io e il mio amico Giorgio Cittelli, e ce l’abbiamo fatta, e questo ti dà anche certe sicurezze, ti fa dire “beh, se voglio ce la faccio!…”

un'altra immagine di Andrea giovane


Ha venduto quel libro?

Sì, ha venduto, poi rispetto alle cifre di oggi ha venduto un casino perché era stata fatta una tiratura iniziale di 10.000 copie delle quali ne abbiamo vendute 6/7000, rispetto agli standard di oggi è un numero spaventoso.

E poi quanti libri hai fatto?

Sto chiudendo in questi giorni il mio 24°… però non tutti fatti in toto da me, vorrei sottolinearlo. Alcuni sì, completamente, testo e foto, didascalie…

Per esempio, citami qualche titolo…

Quelli che ho fatto sul Mar Rosso, sulle Maldive, con Bonecchi, “Pesci del Mediterraneo” – l’ultimo che è uscito – “Snorkeling in Mediterraneo” con la Mursia… Poi ne ho fatti tanti solo come fotografo, i testi per esempio li scriveva Angelo Mojetta – abbiam fatto “Flora e Fauna del Mediterraneo”, “Pesci e Coralli del Mar Rosso” e tanti altri, per la Mondadori… – altre volte davo soltanto dei capitoli, oppure ho dato le foto, poi si è usato molto, in passato, fare libri con vari fotografi insieme. Io di solito facevo un po’ la parte del leone se no non li consideravo miei, cioè, tutti i capitoli introduttivi poi tutta una serie di schede e a quel punto però usciva a nome di parecchi. E adesso il 23° lo stanno impaginando e il 24° lo devo consegnare. Però poi vado avanti, non finisce lì…

Con chi lavori, come case editrici?

adesso lavoro molto con Bonecchi di Firenze, però ho lavorato con la White Star, ho lavorato con Mursia, con Mondadori, con Idea Libri… con vari editori, insomma.

E dopo quella prima esperienza di narrativa ne hai avute altre…

No, è stata l’unica, perché poi le richieste sono sempre state rivolte verso cose pratiche, quindi manuali di varia natura, libri di relitti, libri di biologia… in verità io vorrei tornare a quello negli anni futuri. Adesso che ho maturato quarant’anni di esperienze subacquee ho tanta voglia di raccontarli e quindi nel mio futuro mi piacerebbe passare a libri più… più autobiografici che romanzi, nei quali però racconto quello che ho fato in questi anni visto che di esperienze ne ho accumulate tante…

una piccola parte della ricca collezione di Andrea di macchine fotografiche e di attrezzature subacquee nel suo studio


Raccontaci qualche cosa, qualche episodio, qualche aneddoto…

… mah, un fatto che ricordo sempre, e questo tanti anni fa, ero andato con il mio primo gommoncino comprato con i miei risparmi sudatissimi a quindici anni, il primo gommone da 2,80 che andava con il 6 hp di famiglia, e con quello – avevo già la mia prima “Siluro”, la mia prima macchina fotografica – me ne ero andato al Cristo degli Abissi che era un po’ una palestra perché si scendeva, si vedeva quanto tempo si stava giù a leggere tutte le targhe… … nota del redattore: in apnea, ovviamente… … in apnea, ovviamente, faccio tre discese e nell’ultima ero un po’ affannatino, torno a galla un po’ presto, e trovo una persona in acqua, che nuota, che mi dice “però sono sempre 18 metri alla base, dovresti risalire un po’ più piano…” io lo guado e mi dico “chi è questo qua!”, poi lo guardo meglio e mi dico “porc… ma sai che mi sembra proprio Duilio Marcante…”, ed era proprio lui, il quale dopo mi chiede “vuoi che ti faccia una foto quando sarai sott’acqua?” io lì avevo finita la pellicola, ne avevo una di scorta, ma un po’ imbarazzato, un po’ timido com’ero in queli anni gli ho detto “no, grazie…” e oggi ci terrei moltissimo ad avere una foto fattami da Duilio Marcante. Però mi ricordo che c’era questo sommo Vate che mi osservava andare su e giù al Cristo degli Abissi…

Quando poi sei andato a Nervi glielo hai ricordato?

 No, no… non glielo ho ricordato perché io odio qualunque possibilità di clientelismo, corruzione, favoritismo, per cui – ero molto amico dell’editore Ceschina, Dante Ceschina che poi ha stampato “Scendete sott’acqua con me” (il libro più celebre di Duilio Marcante N.d.R), e mi aveva detto di portargli i saluti quando fossi andato a Nervi, io glieli ho portati, ma l’ultimo giorno, dopo che ho finito il corso…

E tu quanto leggi e cosa leggi?

Leggo tanto, anzi, è una delle cose che mi piace di più in assoluto, compre tantissimi libri e, prima o poi, li leggo tutti. Non mi piace avere libri non letti anche se a volte se ne accumulano un po’. Negli ultimi anni leggo tantissimo di mare, tutto quello che trovo, sotto tutti gli aspetti: vela… regate… tempeste…

… saggi o narrativa?

Tutti e due, mi piace un po’ tutto. Mi piacciono poi i vecchi libri di subacquea, quando li trovo. Purtroppo ormai molto rari e costosi, e quelli me li centellino, magari nell’intervallo di mezzogiorno, dopo pranzo me ne leggo un paio di capitoli. Poi ho letto in passato moltissima letteratura, moderna o non moderna, però oggi molto meno. Direi che oggi tendo un po’ a finalizzare le letture su cose che mi servono, per cui leggo molto di storia militare, di relitti – tu sai che adesso mi occupo molto di relitti, argomento che richiede un grosso approfondimento che va preparato leggendosi anche dei bei saggi, dei bei libri storici…

Quanti libri leggi all’anno?

Ne leggo  trenta, trentacinque, circa, qualche anno un po’ di più, qualche anno un po’ di meno, dipende dal tempo che ho…

… una buona media…

Eh ma sai, se non la alimenti con la lettura si esaurisce anche la vena giornalistica. È solo leggendo, ma non leggendo le riviste, leggendo i libri che ti arricchisci…

Tu quando scrivi hai qualche cosa che ti ispiri, che ti aiuti, che ti dia concentrazione, o che ti guidi come sensazioni, emozioni verso la direzione che vuoi prendere con il tuo scritto… o no?!?…

Nello stato d’animo ci entro rileggendo gli appunti… io ho molti appunti, sono famoso tra gli amici per avere decine e decine di libricini di appunti nei quali io scrivo tutti i viaggi che faccio, le immersioni, gli stati che passo che mi servono più che altro per ricordarmi le cose che faccio ma anche come ricordo personale. Allora molte volte entro “in palla” rileggendomi i miei appunti, allora lo rivivo e a quel punto sono pronto per attaccare a scrivere. Però non scrivo con musica di sottofondo, anzi, i rumori mi danno abbastanza fastidio, anche se poi, quando parto, fuori può succedere di tutto e io non lo sento più. Quindi è l’entrarci con i ricordi più che con un’atmosfera attorno.

Andrea sul Mohawk Deer (foto Paolo Bastoni)


Quindi tu scrivi molto a mano, ancora…

No no, solo al computer. Gli appunti, quando sono in giro, per forza devo scriverli a mano, ma non mi piace scrivere a mano, non mi piace perché è molto più lento, sono molto più veloce al computer e visto che ho fretta, quando scrivo voglio buttare giù in fretta le idee sennò mi scappano… con la scrittura a mano mi fa male il polso, è molto più lenta… poi è chiaro che quando sono in giro va benissimo, poi è molto romantico, è molto “Chatwin”, il “moleskine” riempito di appunti… macchiati col caffè… mi affascina molto l’atmosfera perché poi mi piace il mondo del giornalismo, però, francamente, con il computer scrivo meglio.

Infatti tra i miei sogni del futuro, non ancora realizzati, c’è quello di comperarmi un piccolissimo portatile da viaggio per averlo sempre con me…

Ultimissime domande: definisci Andrea Ghisotti: tu come andavi a scuola, per esempio?…

Non molto bene. Non mi piaceva andare a scuola. Il mio mondo era tutto fuori, sempre proiettato verso sport, vita all’aria aperta, soprattutto mare. Quindi elementari normali, medie non eccellevo, ma ero nella media. Liceo inizialmente un grosso rifiuto perché il mio mondo era tutto là: io passavo la giornata a fare i disegni di fucili subacquei che mi progettavo io sui miei quaderni, attrezzature particolare, studiavo erogatori… i mondo della scuola lo sentivo molto distante… Poi ho scoperto che si faceva molto meno fatica a studiare e ad essere bravi anche a scuola, così gli ultimi anni di liceo sono diventato anche bravino. Però poi la stessa cosa si è riproposta all’Università. Cioè, alla fine… … indisciplinato… … indisciplinato, sono un animo libero, in tutti i sensi.

Ultimissima: vuoi concentrare il Ghisotti-pensiero…

Il Ghisotti-pensiero… ti posso dire – invecchiando si diventa un pochettino filosofi – che le nuove generazioni di subacquei dovrebbero cercare di avere degli ideali e tanto entusiasmo. Quello che più mi piace nella gente è l’entusiasmo, a prescindere da quello che fai, in qualunque campo: credi in quello che fai e fallo bene e soprattutto mettici tanto entusiasmo, perché è il segreto della vita: se no la vita è noiosa. Per me la vita è divertente tutti i giorni. Ovviamente è piena di ostacoli, di difficoltà, io mi sono scelto un lavoro che economicamente è difficile da portare avanti, però questo mi dà sempre nuovi stimoli… È bello così. Io non sopporto la noia, non sopporto la ripetitività, non sopporto tutto quello che in qualche modo è inquadrato. Il Mare mi piace perché è libertà.

… e tu cosa pensi di avere trasmesso al mondo della subacquea?

Spero e penso di aver trasmesso entusiasmo. Entusiasmo per questo mondo subacqueo, di averlo fatto vedere, vivere come sensazioni, soprattutto. Quello per cui oggi mi arrabbio molto con la tendenza che ha preso oggi la subacquea attuale dove tutto è fatto di numeri, di tecnicismi ma poco di entusiasmo. Io, nella vita, sono un idealista e un entusiasta, e questo è quello che mi dà la forza di andare avanti a vivere anche con certi handicap fisici ed è quello che vorrei trasmettere agli altri. E che, in genere, riesco a farlo, mi sembra. Ed è quello che ho trasmesso agli allievi durante i corsi… bisogna credere a qualcosa, nella vita. A me piace credere e cercare di trasmettere valori che sono la bellezza, la natura, in un ambiente bello com’è quello subacqueo sotto mille aspetti…






MO.S.E. LE SCOGLIERE COME AI CARABI?

A cura di SILVIA MARFATTO e GIOVANNI VIO Commenti disabilitati


Venezia e il mare, una simbiosi che dura da oltre un millennio

Hanno collaborato:




Dottoressa Mazzoldi Carlotta

Dottoressa Chimento Nicole

Dottor Pizzolon Matteo


Un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato.

Ma non solo.

Un corpo, immerso in un liquido, in qualsiasi mare del mondo, trasforma l’utilità per la quale è stato creato in un occasionale supporto alla vita marina.

Ne sono un esempio le costruzioni dell’esperimento di vita sottomarina Precontinente Secondo, risalenti al 1964. Una volta abbandonate dall’equipe di Cousteau vennero colonizzate da spugne e coralli. La gabbia anti squalo, un tempo rifugio per gli uomini, ora ospita i pesci ed è un solido appoggio per gli alcionari.

Lo stesso accade nei relitti di navi affondate, divenuti veri e proprio reef artificiali. La loro originaria funzione è cessata con il naufragio, donando così l’ennesima occasione al mare per esercitare la sua straordinaria forza invasiva.

Gli spazi chiusi si trasformano rapidamente in rifugio per i pesci e così la nave può vivere ancora.

Questa colonizzazione avviene in tutti i mari del mondo ed anche nel mare Adriatico.

la foto aerea evidenzia la presenza dei bassi fondali e dei banchi di sabbia che contornano gli accessi alla laguna veneta

I relitti delle navi Evdokia Seconda al largo di Chioggia e Villach di fronte al litorale di Jesolo ne sono l’ennesimo esempio.

 Quindi anche nei sedimentosi e prevalentemente piatti fondali dell’alto Adriatico, con la posa di un qualunque substrato artificiale, avviene un rapidissimo processo di colonizzazione che non risparmia nessun oggetto sia esso appoggiato sul fondo o in prossimità della superficie.

Anche le numerose dighe, allineate lungo i lidi turistici, o quelle più imponenti poste all’ingresso dei porti sottostanno al fenomeno.

Approfittando della recente posa di una di queste costruzioni decidiamo di fare delle osservazioni sugli effetti che conseguono al posizionamento di un nuovo substrato.

La laguna di Venezia, collegata col il mare aperto attraverso le tre bocche di porto di Lido, Malamocco e Chioggia, è soggetta a forti escursioni di marea. Il progetto MO.S.E., Modulo Sperimentale Elettromeccanico, si pone l’obiettivo di difendere la laguna e le città di Venezia e Chioggia dagli allagamenti. L’opera prevede delle paratoie mobili che attraversino ogni bocca di porto da una parte all’altra. Queste si innalzeranno al presentarsi di casi eccezionali di alta marea fino ad emergere, isolando così la laguna dal mare, per poi scendere nuovamente sul fondo al cessare dell’alta marea. Inoltre, apposite dighe, cosiddette lunate, avranno lo scopo di ridurre gli effetti della corrente di marea e del moto ondoso. Queste strutture di sassi e cemento costituiscono delle nuove scogliere artificiali.

nella ricostruzione al computer i pannelli del MOSE in apertura

Un articolo apparso sul Corriere della Sera, titolato “Mose, le scogliere come ai Caraibi”, ha catturato la nostra attenzione incuriosendoci.

Ma davvero un ammasso di sassi e calcestruzzo può essersi trasformato in un pezzo di Carabi in alto Adriatico?

La nuova lunata veramente pullula di vita ospitando alghe rigogliose, spugne, stelle marine, meduse giganti, anemoni di mare, e pesci di ogni tipo?

Decidiamo di verificare quanto descritto raggiungendo la bellissima città lagunare di Chioggia avvalendoci del prezioso supporto dei ricercatori del dipartimento di biologia marina dell’università di Padova presso la sede della stazione idrobiologica.

Situata sull’isola di San Domenico dal 1940 la stazione è costituita da un edificio adibito a foresteria e da un altro più grande adibito a laboratori, riunioni e stanze acquari dove vengono condotte le numerose osservazioni su specie mantenute temporaneamente in cattività.

Per le attività esterne la struttura è dotata di un’imbarcazione con la quale vengono effettuate frequenti uscite in laguna e in mare. Il mezzo, così come le attrezzature per le immersioni, è indispensabile in quanto parte degli studi si svolgono direttamente sul campo, oltre ad osservazioni ed esperimenti condotti in acquario.

un granchietto, tipico rappresentante di questo delicato ecosistema

Le ricerche, che vengono condotte avvalendosi delle strutture della stazione idrobiologica, hanno come specie di studio pesci, molluschi, crostacei, ascidiacei ed alghe, considerando i diversi aspetti della biologia ed ecologia delle specie, sia lagunari che marine.

I ricercatori conducono l’intero ciclo delle ricerche catturando personalmente quanto necessario nelle zone di mare o di laguna antistanti Chioggia. Ogni soggetto prelevato viene osservato nelle varie fasi previste dal progetto della ricerca e mantenuto nel miglior modo possibile fino alla liberazione nel suo ambiente naturale.

La nuova lunata, recentemente posizionata di fronte alle bocche di Porto di Chioggia si presenta come un’ottima occasione per verificare le ottimistiche informazioni lette sul Corriere della Sera.

il "pezzo" delcorriere dove si parla in termini ottimistici del contributo positivo che i lavori per il MOSE hanno offerto all'ecosistema

Dopo un’attenta programmazione stabilita con i ricercatori della stazione idrobiologica, tenendo conto dei flussi di marea che in questa zona possono essere molto intensi, ci imbarchiamo e iniziamo una breve navigazione che ci porterà sul punto di immersione.

Uscendo dalla zona portuale della città sulla sinistra vediamo in lontananza la diga di Cà Roman e più vicina, sul lato destro la diga di Sottomarina, caratterizzata dalla presenza di alcune piccole costruzioni a sostegno di bilance usate per la pesca. Durante la navigazione stabiliamo di immergerci nella parte più esterna della lunata, dove dovremmo trovare le migliori condizioni di visibilità. Superata l’estremità della diga di Sottomarina raggiungiamo la lunata poco più al largo. La struttura misura circa cinquecento metri ed è posizionata in modo da proteggere l’imboccatura del porto.

La posa di un nuovo substrato duro in un ambiente dal fondale quasi esclusivamente sabbioso-fangoso, come l’Adriatico Nord-Occidentale, crea naturalmente nuovi habitat per specie che qui trovano i loro ambienti ottimali.

Le fasi della colonizzazione di un nuovo substrato sono diverse. Si passa da una prima colonizzazione da parte di specie dette pioniere, all’arrivo mano a mano di altre specie sino ad arrivare ad una situazione di maggiore stabilità. Questo processo, in ambienti temperati quali appunto il Nord Adriatico, richiede diversi anni.

I ricercatori della stazione idrobiologia, come riferisce la dottoressa Mazzoldi, hanno studiato per due anni, 2005 e 2006, la colonizzazione della nuova lunata da parte dei pesci. [la lunata è stata costruita fra il 2003 e il 2006].

I pesci di substrato duro possono essere strettamente legati al substrato e stanziali, di solito con scarse capacità di nuoto, oppure specie che attraversano facilmente tratti sabbiosi per spostarsi da un ambiente roccioso ad un altro.

Al primo gruppo appartengono specie quali le bavose, i ghiozzi, ma anche i tordi, che, pur essendo migliori nuotatori, di solito non compiono grandi spostamenti. Al secondo gruppo appartengono specie quali i saraghi, le boghe, le occhiate, i branzini.

l'ambiente oggetto dello studio dei ricercatori della stazione idrobiologica

Questi due tipi di specie possono colonizzare un nuovo ambiente con modalità diverse. Saraghi, boghe, e specie più mobili possono semplicemente spostarsi fra un substrato roccioso e l’altro. Nel caso della lunata, quindi, possono spostarsi facilmente fra le dighe, le dighette di Pellestrina e gli altri substrato duri pre-esistenti, e appunto il nuovo ambiente.

Per le specie più sedentarie, invece, la colonizzazione di solito implica il loro arrivo come larve. Nella maggior parte dei pesci, infatti, dalle uova schiudono delle larve trasparenti che passano un periodo più o meno lungo in mare aperto, trasportate dalle correnti. Questa fase pelagica consente loro la colonizzazione anche di nuovi ambienti.

Le 42 specie di pesci che, sino ad ottobre 2006, avevano colonizzato la lunata sono quasi tutte specie già presenti nelle vicine dighe di Ca’ Roman e Sottomarina. Da un anno all’altro non abbiamo osservato variazioni nel numero di individui delle specie più mobili, mentre si è osservato un netto aumento delle specie più sedentarie, indicazione dell’arrivo di nuove larve. Il processo di colonizzazione nel 2006 non era ancora completo.

I due lati della lunata presentano differenze nella fauna ittica, con il lato verso terra meno ricco di specie, principalmente abitato da ghiozzi neri, che prediligono gli ambienti sabbioso-fangosi misti a sassi presenti appunto nel lato interno. Nel lato verso mare, invece, sono maggiormente presenti le bavose, in particolare la bavosa pavone, la bavosa mediterranea e la bavosa cornuta, ma anche i saraghi, le occhiate e le salpe. Occasionalmente si possono incontrare anche orate, branzini e, nei buchi fra i massi, corvine e gronghi.

Le bavose e i ghiozzi utilizzano questo ambiente anche per riprodursi. Le bavose utilizzano come nidi conchiglie vuote di ostriche, di mitili o buchi nei massi, mentre i ghiozzi cavità al di sotto dei sassi. In entrambi i casi sono i maschi ad occuparsi delle uova deposte dalle fine, fino alla schiusa delle larve

Uscendo dagli angusti spazi la copertura delle alghe è quasi totale sulle superfici rocciose soleggiate. La loro presenza è fondamentale per l’ossigenazione delle acque, al pari di alberi e piante terrestri. Inoltre costituiscono la base della catena alimentare dell’ambiente acquatico. Le alghe sono diffusissime e molto varie, basti pensare che solo del genere Ulva ne sono state identificate più di 100 specie in tutto il mediterraneo.

l'Ulva, l'alga la cu ipresenza è fondamentale per l'ossigenazione delle acque

L’Ulva è un’alga molto presente in questa zona, sopratutto durante la stagione primaverile durante la quale avviene la fioritura. Numerose forme di vita si insediano sulle verdi foglie lamellari cercando nutrimento o più semplicemente un momentaneo supporto.

Constatata la forte colonizzazione sulla lunata cosa può essere variato nelle vicine dighe di Sottomarina e Cà Roman?

La diga di Sottomarina ha subito una diminuzione della profondità molto consistente ed è presente una forte concentrazione di sedimentazione. La minore trasparenza dell’acqua ha favorito l’insediamento di moltissimi anemoni, fin dai primi metri. La diga di Cà Roman non sembra invece essere stata influenzata dalla presenza della nuova diga.

Come abbiamo constatato la lunata è stata velocemente resa parte integrante dell’ambiente tipico delle dighe, con il raggiungimento di un equilibrio che comunque si modificherà nel tempo.

Dopo l’iniziale insediamento delle specie pioniere, molto rapidamente sono giunte in massa tutte le forme di vita presenti anche nelle due dighe dell’imboccatura del porto. Questo è avvenuto per quanto riguarda i pesci, ma anche per molte specie di crostacei, anemoni e molluschi, in particolare bellissimi nudibranchi dalle sgargianti livree.

L’aumento di ricchezza e diversità conseguenti all’inserimento del nuovo substrato solido ha coinvolto probabilmente anche le zone sabbiose limitrofe alla lunata, in particolare il lato verso il mare aperto, creando zone di transizione fra i due ambienti. Allontanandosi dalla scogliera artificiale e applicando un’attenta paziente osservazione del fondale apparentemente insignificante, è possibile osservare molti soggetti tipici di questo ambiente.

In definitiva: Mose, scogliere come ai Carabi?

Dipende dai punti di vista, ed è comunque presto per dirlo. Il prevedibile, temporaneo aumento di ricchezza e diversità è una caratteristica frequente dopo l’inserimento di un nuovo substrato.

un branco di salpe. Pur senza i colori sgargianti dei mari tropicali gli aspetti biologici e paesaggistici di questi ambienti non sono affatto da sottovalutare

L’occasione non è comunque da perdere: bastano maschera e pinne unite ad un po’ di curiosità per esplorare un mare che viene spesso erroneamente sottovalutato.

Dalla superficie fino al basso fondale sabbioso, passando tra le rocce delle dighe, in ogni punto è possibile individuare soggetti bellissimi.

E’ immaginabile che terminati i lavori e dopo un periodo di assestamento privo di disturbo tutto l’ambiente raggiungerà uno stabile equilibrio che rispecchierà le caratteristiche tipiche di queste acque precedentemente la posa della lunata. E’ più difficile prevedere gli effetti sulle batimetriche in prossimità delle dighe, in particolare quella di Sottomarina, la più influenzata dalla lunata, dove in due anni la profondità è diminuita consistentemente. Relativamente all’efficacia del MO.S.E i pareri sono discordi. Studi e sperimentazioni condotti prima dell’inizio dei lavori sostengono la bontà del progetto, mentre gli ambientalisti sono scettici sull’efficacia e pessimisti sull’impatto ambientale che ne potrebbe conseguire.

Adriatico come il mare dei Carabi?

Ma no! Questo piccolo mare è bello così com’è e non ha bisogno di paragoni altisonanti per far emergere la sua grande bellezza, con o senza MO.S.E.


LA STELLA GORGONE

A cura di FRANCESCO TURANO Commenti disabilitati

la "stella gorgone" e la sinfonia di colori di una gorgonia, ecco la magia del mare di Scilla

Nota introduttiva

Quando si parla di echinodermi, ossia di quel gruppo di animali del mare solitamente dotati di “spine sulla pelle”, si fa riferimento generalmente ai ben noti ricci e alle stelle di mare. Pochi sanno che invece fanno parte di questa famiglia anche i crinoidi (o gigli di mare), le oloturie (o cetrioli di mare) e infine un particolare tipo di “stelle”, se proprio così le vogliamo definire, dette ofiure o, più comunemente, stelle serpentine. Le ofiure, come le stelle, sono costituite da un corpo centrale sul quale si innestano alcune braccia, ma vi sono differenze piuttosto nette tra le due classi e alcune sono facilmente evidenziabili anche a un esame superficiale. Ad esempio le braccia: sono sempre molto lunghe rispetto al corpo, serpentiformi e, tra l’altro, prive di solco ambulacrale. I pedicelli poi, quando presenti, non servono alla locomozione, come accade per le stelle e i ricci, quanto invece a consentire la percezione e la cattura del cibo.

Le ofiure si muovono grazie alle braccia, molto mobili e prensili, che sfruttano come appiglio ogni asperità e ogni tipo di oggetto sommerso: l’efficacia di un tale modello di locomozione è maggiore di quel che si pensi, visto che le ofiure sono, a tutti gli effetti, gli echinodermi più veloci. Prevalentemente sciafili, gli ofiuroidei hanno abitudini notturne o crepuscolari: di giorno si rifugiano in genere sotto i sassi e tra gli anfratti, lasciando fuoriuscire a volte le lunghe braccia sensibili, di notte escono invece allo scoperto. Ben nota tra gli studiosi è la voracità di questi animali: difficile osservare invertebrati più insaziabili e disposti a ingurgitare di tutto. Con capacità rigenerative sorprendenti, specie per la rapidità con cui avvengono, quasi tutte le ofiure hanno inoltre la possibilità di amputarsi le braccia, che restano facilmente tra le grinfie dell’aggressore mentre l’ofiura si allontana rapidamente.

La specie: Astrospartus mediterraneus

Tra tutte le specie di ofiure, di cui abbiamo appena analizzato alcuni caratteri fondamentali, voglio parlarvi di una in particolare. Un’ofiura che, nonostante sia molto difficile da incontrare sott’acqua per le sue capacità mimetiche e per gli ambienti molto profondi che frequenta, merita di essere conosciuta per il suo aspetto a dir poco affascinante e per l’unicità della morfologia e delle abitudini di vita. Si tratta di Astrospartus mediterraneus, nota anche come stella gorgone per via del suo inconfondibile e curioso aspetto, che richiama appunto le sembianze della dea della mitologia greca, con mille serpenti al posto dei capelli.

La famiglia gorgonocephalidae, dell’ordine eurialae (dal greco eurialae che, per l’appunto, è il nome di una delle gorgoni), comprende ofiuroidei diffusi in tutto il mondo, sempre e comunque con braccia molto ramificate; nel Mediterraneo se ne trova una sola specie, come tra l’altro ci indica il nome latino. Questa vive solitamente oltre i 50 metri di profondità, in ambienti sabbiosi, fangosi e/o rocciosi, usando sovente le ramificazioni di celenterati coloniali come le gorgonie per fissarsi più o meno stabilmente. Le braccia di questa ofiura sono quasi sempre raccolte su stesse, quasi letteralmente “arrotolate” una per una, e si aprono soltanto durante la notte, per la cattura del cibo. Ciò fa apparire l’animale completamente diverso se osservato di notte o di giorno. Tali differenze si apprezzano soprattutto in Mar Rosso, dove una specie molto grande di questa ofiura risulta facile da vedere perché abituata a risalire a pochissima profondità durante la notte. L’immersione notturna ci garantirà quindi l’incontro con la specie tropicale, molto bella a braccia “spiegate”, anche per via delle sue notevoli dimensioni se paragonata alla cugina mediterranea.

le incredibili volute dell'astrospartus

La stella gorgone del Mediterraneo, al contrario, è piuttosto rara, non supera i 40 cm di diametro con le braccia aperte, ma ha un fascino tutto suo, forse per le poche notizie che si hanno sulla sua biologia e le poche immagini che la riguardano. Le sue braccia tentacolari, ramificate notevolmente già a breve distanza dal disco centrale, presentano gli apici così articolati e mobili da formare un groviglio dove è difficile distinguere una forma precisa; a prima vista si ha la sensazione di osservare una matassa di nylon imbrogliata o roba del genere. Ad una osservazione più attenta si scopre invece un affascinante animale…

Con le lunghe braccia distese, la stella gorgone si trasforma in una micidiale trappola per il plancton, una rete tentacolare che si estende su di una superficie ampia e in grado di filtrare molti metri cubi d’acqua nell’unità di tempo, variabili secondo la dimensione dell’animale. Aprendo una stella gorgone si possono rinve­nire nel suo stomaco copepodi, larve di crosta­cei e di pesci, anellidi, gamberetti e altro ancora. Non che abbia mai prelevato un solo esemplare per scoprirne il contenuto dello stomaco, ma c’è chi lo ha fatto per motivi di studio, consentendoci di capire molte cose. Tutta questa varietà di prede tuttavia non viene filtrata passivamente dall’acqua, ma catturata con movimenti adeguati delle braccia. Le sottili estremità sono capaci di avvinghiare il plancton, afferrarlo per mezzo di acuminati uncini disseminati sulle articolazioni e bloccarlo definitivamente con strati di muco.  In questo modo, ogni braccio diventa progressivamente un centro di raccolta prede, che viene poi convogliato periodicamente verso la bocca.  Nel frattempo tutte le altre appendici rimangono distese e in azione. E così per tutta la notte. Il movimento delle brac­cia della stelle gorgone, apprezzabile col buio, richiama subito alla men­te quello delle braccia piumate dei crinoidi e, in effetti, il movimento ha il medesimo obbiettivo: la cattura del cibo. Come si nutrano e quali siano le prede preferite  da queste strane ofiure lo si sa grazie agli studi condotti sui parenti extramediterranei. I Gorgonocefalidi sono presenti dalla superficie a circa 2000 metri di profondità.  Provvisti di una bocca pic­cola e incapaci di mordere o di inoculare veleni, si sono ag­giunti alla fitta schiera dei fil­tratori, sfruttando le loro in­tricate braccia per catturare quanto le correnti marine trasportano senza sosta.  Le correnti migliori e più ricche vanno ricercate con attenzione.  Questo av­viene con sagaci sposta­menti della stella che, nel Mediterraneo, si colloca su una gorgonia in maniera abbastanza stabile mentre nei mari tropicali si rifugia negli an­fratti per sfuggire alla luce del giorno e di notte si muove sul fondo risalendo, a seconda dei casi e dell’ habitat, i pinnacoli di co­rallo, le gorgonie, i coralli molli, le spugne, le pennatule o gli speroni di roccia più esposti.

ancora la simbiosi tra l'astrospartus e la gorgonia

Osservazioni in natura

Al biologo marino, in genere, mancano le esperienze dirette in natura, l’osservazione pratica in poche parole. La documentazione fotografica subacquea, mettendo in luce alcuni aspetti naturalistici inediti, fornisce prove inconfutabili di alcuni momenti di vita animale.

Parlando di esperienze in natura, credo sia importante riferire che gli esemplari che ho studiato e documentato sono stati osservati nel mare di Scilla, al confine nord dello Stretto di Messina, su alcune secche delle Isole Egadi e solo in piccola parte nel mare a sud di Livorno, a Quercianella, dove però gli esemplari incontrati risultano di dimensioni inferiori alla norma (medio-piccoli); questi ultimi astrospartus “toscani” si trovano inoltre a profondità minore del solito, con acqua spesso torbida in virtù dei fondali di roccia e fango e dei vicini fiumi, anche se sono maggiormente diffusi e spesso ospitati da esili gorgonie di specie diverse. Sui fondali scillesi, dove numerose secche, costituite da imponenti montagne sommerse, sono coperte da una fitta rete di gorgonie e lambite da correnti sostenute e frequenti, l’astrospartus si rinviene al di sotto dei 45 m di profondità, sempre “abbracciato” alle gorgonie.

Un bellissimo esemplare trovato all’inizio degli anni novanta, sui fondali di Scilla (Stretto di Messina, versante calabro settentrionale), sotto quella che chiamano la “montagna”, mi ha dato la possibilità di seguire la sua biologia per circa sei anni, trovandosi a poco più di 50 metri di profondità e in posizione agevole, consentendomi di tornare più volte a trovarlo. Un giorno si spostò, cambiando gorgonia e guadagnando qualche metro di profondità. Poi sparì per sempre, senza lasciare traccia. Fortunatamente le secche di Scilla ospitavano altri esemplari e ciò mi consentì di vedere, studiare e fotografare astrospartus diversi in contesti diversi. Un periodo fortunatissimo, durato poco più di un anno, mi vide impegnato con un bellissimo esemplare a soli 39 m di profondità, proprio accanto alla montagna di Scilla, la più nota tra le guglie rocciose di queste secche. La posizione favorevole, che vedeva la stella gorgonie ancorata a una gorgonia sulla parte più alta di uno scoglio di medie dimensioni, mi consentì di realizzare tra l’altro belle immagini, anche di notte, momento magico per osservare l’animale con le braccia aperte. Tuttavia la luce artificiale, provocando la chiusura delle braccia, consente giusto il tempo di fare qualche scatto prima che l’animale assuma nuovamente l’aspetto tipico che mantiene di giorno. Da quanto detto avrete certamente compreso quante e quali sono le difficoltà per osservare e fotografare come si deve questa specie in natura: individuazione dei siti sommersi dove reperirla con buone probabilità, profondità a volte notevole dei fondali che la ospitano e infine individuazione dell’animale sul fondo. Per il resto è necessaria solo una buona dose di fortuna nel reperire animali in posizione pratica e agevole da consentire un’efficace ripresa fotografica. Viste le dimensioni dell’ofiura e il contesto in cui vive è poi utile sapere che l’ottica ideale per fotografare in queste situazioni è sempre il grandangolo spinto a distanza molto ravvicinata.

 


DAUIN-DUMAGUETE-ISOLA DI NEGROS GRUPPO VISAYAS MAGGIO 2009

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati


l'Airbus della Cebu Pacific Airlines

foto di Luca Borello, Walter Scotti, Elsio Balestrino e Luigi Del Corona

Gigi. Dopo aver trascorso la prima parte del viaggio nelle Filippine a Puerto Galera-Sabang all’estremo Nord dell’isola di Mindoro si fa rotta verso Sud per raggiungere la località di Dauin, situata a pochi chilometri dalla graziosa cittadina di Dumaguete nella vulcanica isola di Negros. Oltre a noi due il gruppo è composto dagli amici Walter ed Elsio, nonché da Luca, l’istruttore sub che ci scorta anche in questa trasferta. La struttura dove alloggiamo, l’“Atlantis Resort“, dispone di due sedi, per l’appunto a Puerto Galera ed a Dumaguete, offerte in un unico pacchetto. Per Cri ed il sottoscritto è un “ritorno” in questi luoghi già visitati nel 2003. I sentimenti sono contrastanti: la gioia di rivedere località dove eravamo stati benissimo ma contemporaneamente il timore che qualcosa sia cambiato, ovviamente, in peggio.

Arrivo

Cri. Il colorato Airbus 320 della Cebu Pacific Airlines, proveniente dalla capitale, sorvola la costa occidentale di Negros e, superata la punta a Sud, compie un’ampia virata per allinearsi alla pista ed atterrare dolcemente. Palme e giganteschi alberi delimitano il piccolo aeroporto di Dumaguete che si affaccia proprio sul mare.

Gigi. Mettiamo il naso fuori dall’aereo accolti da un benaugurante caldo sole: gran bella differenza dalla pioggia che ci aveva dato il benvenuto a Manila. Il tempo atmosferico nelle Filippine ci ha sempre un po’ condizionati. Se dovessi dare un consiglio ai lettori direi che Marzo ed Aprile sono sicuramente i mesi migliori per venire quaggiù. Nelle Visayas ( Cebu-Bohol-Negros-Siquijor) si può tentare anche di venire in estate.

Cri. Ci attende lo sfavillante jeepney giallo facente funzione di minivan per l’albergo. Si passa per il centro della cittadina brulicante di tricicli a motore e di botteghe che mancano completamente della parete anteriore. Pochi minuti di tragitto e siamo arrivati.

 

il minibus dell'albergo: un "jeepney" giallo

Dauin Atlantis Resort

Gigi. Dal parcheggio si diparte un viottolo che, snodandosi fra le diverse costruzioni distribuite in un giardino lussureggiante, fiancheggia una deliziosa piscina: il suo azzurro turchese crea dei bei contrasti con il verde denso delle palme e delle piante ornamentali fiorite che la circondano. Di fianco sorge la raffinata zona Spa. Più verso il mare troviamo la reception, il diving ed il bar ristorante con una terrazza che si affaccia sulla spiaggia dal colore ambrato. Ci viene presentato l’intero staff diretto da una ragazza tedesca con l’ottima l’organizzazione che ne consegue. Di primo acchito, e ne avremo conferma, anche questo resort Atlantis è decisamente dedicato ai subacquei;  tra le “chicche” vi è la sala riservata alle foto/videocamere. Gli altri ospiti sono quasi tutti americani o inglesi. Il servizio bar-ristorante si rivelerà squisito: una vera e propria oasi di pace e tranquillità e… niente discoteche nei dintorni!

Cri. Tra i personaggi del resort non possiamo dimenticare tre bellissimi cani, tutte femmine, che allieteranno con la loro vivacità le nostre, purtroppo ridotte, pause tra un’immersione e l’altra. Dalla più giovane alla più adulta troviamo una cucciolotta di dalmata, una meticcia di spinone ed una golden retriver rapata a zero per meglio affrontare il caldo clima tropicale. Curiosamente la meticcia, in perenne inzigamento con la dalmata, è l’esatta fotocopia di Bimba, una cagnetta appartenente a nostri amici, che abbiamo avuto in affido per 40 giorni poco prima di partire.

 

 

un angolo del delizioso resort con la piscina

Ritorno ad Apo Island



Gigi. Avendo a disposizione solamente tre giorni e mezzo per scandagliare la zona, ci viene proposta subito la gita ad Apo Island, una deliziosa, minuscola, basaltica isoletta che si erge di fronte a poche miglia dalla costa di Negros. È il luogo che abbiamo amato di più nel primo viaggio del 2003 e che in assoluto ci è rimasto nel cuore. Ci eravamo arrivati casualmente e, come spesso capita, la scoperta inattesa di qualcosa di bello te la fa apprezzare ancora di più. Spiaggette incastonate tra le rocce, magnifici coralli ed il “santuario marino” con la “clown fish town” ovvero la città dei pesci pagliaccio: una distesa di anemoni pullulanti dei simpatici pesciolini striati grande come un campo da tennis. Un posto adattissimo anche per fare soltanto snorkeling.

Cri.  I fondali a Chapel e a Mamsa point riappaiono come nel ricordo: smisurate estensioni di alcionari, giganteschi coralli a tavola, spugne ed alghe multicolori testimoniano l’ottimo stato di salute del mare in questo parco naturale. Ci accoglie un bel granchio orangutang chiaro su un anemone a bolle, una murena dal musetto bianco (snowflate) e, in una caverna, delle murene dal nastro blu. Un’altra se ne sta attorcigliata dentro un enorme corallo morbido.

una curiosa, coloratissima Blue Ribbon

Nelle nicchie, nelle cavità, negli anfratti scorgiamo mimetici pesci scorpione, un pesce pagliaccio rosso pomodoro con bande nere sul suo bell’anemone di uguale tonalità, un nudibranco scuro con righe sottili bianche e ciuffetti rossi, due gobi pinna a vela, serpenti a righe. Numerose tartarughe ci nuotano intorno o si riposano incastonate fra i coralli in compagnia delle inseparabili remore perfettamente parallele fra loro e ai disegni del carapace. Luca mi immortala con uno scatto souvenir in cui lascio il mio solito buddy a favore di una placida testuggine. Poi ancora cetrioli di mare bianchi maculati di beige, gamberi dei coralli a frusta, jack fish ed un enorme pesce istrice.

Gigi. Non scendiamo oltre i 21 metri rimanendo a librarci nelle calde e limpide acque per più di un’ora  trasportati da una leggera e piacevole corrente. Per il pranzo gettiamo l’ancora ed una cima in spiaggia ormeggiando la “banka” poco distante dal piccolo albergo che ci aveva ospitato sei anni prima. Faccio un salto a terra per chiedere notizie di gente conosciuta allora. Rebbeca, che avevamo lasciato adolescente con il suo sogno di continuare gli studi nonostante la povertà della famiglia, si è nel frattempo sposata ed è già mamma. Nel pomeriggio ci dedichiamo ad una snorkellata di gruppo: una volta tanto Walter ha un po’ di compagnia.

Notturna al Pier

Cri. Verso le 18 ci presentiamo, come stabilito, al briefing per la notturna e scopriamo che la nostra compagna di immersione, un’inglese un po’ attempata, se ne sta beata e ridacchiante in tenuta da spiaggia a guardare una proiezione, del tutto incurante di quei quattro italiani in muta che se stanno a braccia conserte ad aspettarla. Una volta che si è decisa a prepararsi si mette a fare i capricci sulla scelta del luogo in cui immergersi.

Gigi. “The Pier” altro non sono che alcuni moli di cemento sostenuti da lunghi piloni dove attraccano navi mercantili per svuotare le stive piene di noci di cocco successivamente lavorate nello stabilimento che si erge di fronte. La carampana inglese, che pareva sortire bella fresca da un romanzo di Agatha Christie, pretendeva di tuffarsi in un certo punto mentre Luca ne consigliava un altro. Calzava una muta con tanto di cappuccio, guanti e calzari neri. Era talmente improbabile che riusciva ad essermi persino simpatica. Non appena in acqua ci lasciò di stucco estraendo un’utilissima lente di ingrandimento ed esibendo contemporaneamente una eccellente stabilità di assetto. My best compliments madame!

 

 

i piloni del molo: la ricchezza di questo mare è anche sotto l'attracco delle navi...

Cri. Ci immergiamo, un po’ eccitati, armati delle nostre pilette: le notturne hanno sempre un fascino incredibile ma c’è una particolare attesa rispetto a questo sito perché Luca ce l’ha decantato particolarmente e… devo dire che la sua bellezza è stata per noi superiore alle aspettative! Nel percorso per raggiungere  i piloni del molo, sul fondo sabbioso, si staglia una bella seppia trasparente con macule blu iridescente, e un piccolo pesce pietra che salta. All’interno di un copertone, in cui sono infrattati numerosi gamberetti, un juvenile sweetlips nuota sinuosamente imitando, nel suo perfetto mimetismo difensivo, un verme velenoso. Arrivati al molo principale rischiamo di perdere l’erogatore per lo stupore: i pilastri sono densamente ricoperti di alghe, ascidie, crinoidi, gorgonie, alcionari in una fantasmagoria di colori e fra di essi si annidano gamberetti, granchi, cavallucci, nudibranchi, incredibili pesci scorpione dalle tinte accese. Ci muoviamo fra le strutture ravvicinate assolutamente rapiti dall’incanto ed è forse inevitabile distrarsi al punto da tralasciare tutto il resto. Succede così che Gigi si dimentica completamente di me! Sto lì a guardare per un po’, poi spengo la pila per gustarmi la sua faccia preoccupata quando una volta tornato in sé mi cercherà e non mi vedrà, ma dopo alcuni minuti mi rassegno… i pesci, o le pesce, sigh, sono più importanti di me e della regola principale del buon subacqueo di non perdere mai di vista il proprio buddy!





Gigi. Ero troppo affascinato da “Arsenico e vecchi merletti” che pinneggiava lentamente, rasente al fondo spulciando con la lente un granello di sabbia alla volta, sempre perfettamente bilanciata, quando non lontano da lei venne avvistato un cavalluccio marino su un  fondale di una decina di metri. In un attimo tutto il gruppo converge sul bersaglio con il risultato di sollevare una bella nuvola di sedimenti e di farci di conseguenza maledire nella lingua resa immortale dal Bardo. Battute a parte, rientriamo alla base molto soddisfatti anche pensando che “abbiamo scientificamente verificato che ci si può immergere con soddisfazione fino a tarda età”.

Come ad Antibes ( Festival dell’Immagine Sottomarina)

Cri. Anche il secondo giorno effettuiamo le tre immersioni previste, a Car Wreck, Dauin Nord e ancora al Pier, rivelatesi tra le più straordinariamente ricche di bio-diversità tra quelle mai compiute. Appassionati da sempre di documentari e reportage subacquei, nonché frequentatori del famoso Festival che si svolgeva in Costa Azzurra (ora trasferito a Marsiglia), eravamo abituati a rimanere a bocca aperta osservando “sullo schermo” lo scorrere delle immagini che qualche fortunato ed abile operatore era riuscito a catturare nei più reconditi e disagiati angoli del globo.

un piccolo "frog" nella sua incredibile livrea

Gigi. In quel fortunato giorno riuscimmo ad ammirare i più strani e rari esemplari che pensavamo, appunto, fossero patrimonio riservato a pochi eletti. “Car wreck”, come dice la parola, è il sito in cui sono deposte le carcasse di due auto ed alcuni serbatoi aperti su un fondale di sabbia ed alghe e dove, tutt’intorno, pullula un universo di biodiversità: seppie a banda larga, pesci fantasma ornati di aculei, pesci vespa cacatua, pesci ago arancio striati, pesci fantasma “robusti” , topi marini (vermi policheti pelosi), granchi scatola, il pesce piatto (fleunder), tante “garden eel” che fanno capolino dalla sabbia, il gambero boxer striato, pesci pagliaccio con le uova da cui spuntano gli occhiettini  ed il fantastico, incredibile, superlativo “fingered dragonet”, curioso pesce strisciante con le ali e due creste sul dorso come fossero randa e fiocco ed enormi piume raggiate sulla coda. Neanche il tempo di riprenderci dallo stupore che ci spostiamo a “Dauin Nord”. Fra gli anemoni giganteschi e le impensabili estensioni di coralli ammiriamo, fra gli altri, il verde, mimetico granchio halimeda, il granchio ragno, un minuscolo giallo pesce rana, la galatea della spugna violetta (pink squat lobster), il barracuda coda gialla, un pesce scorpione foglia, un grossissimo lion fish nero ed il granchio porcellana.  Ma la cosa sorprendente è che “esternamente” questi siti d’immersione non suscitano particolari aspettative trovandosi i primi due a pochi metri da una comunissima spiaggia ed il terzo, come già descritto, sotto un per niente romantico molo di cemento.

Cri. Nel pomeriggio torniamo al “Pier “. Anche con la luce diurna regna una certa penombra che rende più evanescenti gli spettacolari ventagli delle gorgonie e le morbide arborescenze degli alcionari di tutte le tonalità del rosa e dell’arancio fra cui fanno capolino pesci istrice, nudibranchi neri e rossi e bianco-grigi, diverse varietà di pesci pipistrello, lion fish, cavallucci. Ai piedi dei piloni Luca scorge una seppia flamboyant. All’inizio ha un colore marroncino uniforme che la camuffa con il fondo poi quando le appoggia di fianco una mano mette in atto il suo mimetismo: compaiono le vivaci strisce in scorrimento e le estroflessioni del dorso mentre il “tentacolo-lingua” fuoriesce rapido e lunghissimo per accalappiare le minuscole prede.


forme e colori tropicali nella livrea della seppia “flamboyant”

Gigi.  Era il momento che attendevo da anni dopo aver visto per la prima volta in un documentario questo straordinario mollusco “fiammeggiante”. Lo avevo inserito in quell’elenco di cose mai viste e che speravo tanto di colmare. Immaginate l’emozione, quindi, di poterlo osservare comodamente, ad un metro di distanza, per almeno 10 minuti. A malincuore ce ne stacchiamo per risalire quando incrociamo una famigliola di tre pesci scorpione diavolo a passeggio sul fondo a non più di tre metri di profondità che, illuminati dai faretti, esibiscono la loro livrea rosso sgargiante. Anche qui ci fermiamo rapiti da questo inverosimile esempio di adattamento evolutivo in cui le pinne ventrali si sono trasformate in zampe a tutti gli effetti.

Arrivederci Negros

Cri. L’ultima immersione è al Marine Sanctuary di “Masaplod”. Ci accoglie un pesce scorpione neonato giallo talmente piccolo che, nonostante tutti gli indici puntati, non riesco inizialmente a mettere a fuoco, poi dei pesci fantasma ornati, neri con le punte sfumate in giallo, che con le loro diramazioni si confondono su crinoidi dall’aspetto del tutto identico. Alcuni pesci pagliaccio beige con la bandina bianca guizzano su un bell’anemone dello stesso colore che ha le estremità blu chiaro e, accanto, su un corallo morbido a campanula sfrangiata con i profili bianchi si mimetizza un pesce lima raggiato. Un jawfish salta da una buca all’altra: entra dal davanti e si rigira in un batter d’occhio mostrando il musetto con gli occhi obliqui da diavolo giallo-arancio. Su un fungide (mushroom coral) sono adagiati dei gamberi fantasma.

Cristina e la tartaruga...

Alla fine dell’immersione ci dirigiamo verso un reef artificiale formato da un’architettura di copertoni: non dà un’impressione sgradevole anzi sembra che la vita sottomarina bentonica si amalgami tranquillamente con questi manufatti umani. Una remora si attacca alla bombola della nostra guida, perfettamente allineata, e si fa trasportare a lungo. L’ultima immagine prima di risalire è quella di una gigantesca bellissima madrepora rosa da cui esce una nube di pesci gatto striati mentre, sopra di essa, un gruppo di pesci rasoio nuotano in orizzontale e poi, in un guizzo impercettibile, con perfetta sincronicità, si orientano verticalmente.

Gigi. Terminiamo questa tappa del viaggio senza aver, sfortunatamente, avuto il tempo di visitare l’interno, ma d’altronde l’unicità delle immersioni non permetteva ulteriori distrazioni. Ci dobbiamo accontentare, per accomiatarci da Negros, di una rapida visita al mercato di Dumaguete con il suo caleidoscopio di suoni e colori. Fuori dalla Cattedrale assistiamo alla benedizione di un taxi e non ci è chiaro se venga fatta per proteggere il mezzo, piuttosto vecchiotto, o l’autista. Rientrati in albergo, mentre passeggiamo sul bagnasciuga fotografando i/le bagnanti locali, la nostra attenzione è attirata da un contadino che conduce due mucche a fare toeletta in mare. I mansueti ruminanti dimostrano notevole scioltezza e dimestichezza nell’arte natatoria. Ci congediamo con dispiacere e malinconia da Luca che non ci seguirà nel rientro a Manila.


PUERTO GALERA E DUMAGUETE: BIODIVERSITÀ A CINQUE STELLE (prima parte)

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati
 
la tartaruga riemerge

la tartaruga riemerge

foto di Luca Borello, Walter Scotti, Elsio Balestrino e Luigi Del Corona

 

 

Filippine che passione!

  

 

Gigi. Benvenute le coincidenze! Un invito a Roma nel Febbraio scorso, da parte di cari amici ritrovati, ci aveva spinto ad approfittare dell’occasione per visitare l’EUDI e tenere un po’ di compagnia al nostro amico Direttore nello stand di SOTT’ACQUA. Girellando tra i vari padiglioni ci imbattiamo nell’Ente del Turismo delle Filippine, cui siamo legati da grande affetto e nostalgia per il suo mare e la sua gente. Si fa avanti un affabile giovanotto che ci chiede se eravamo mai stati a Puerto Galera. “Veramente no” rispondiamo, scusandoci. Detto fatto ci riempie di pieghevoli e DVD.

  

 

Cri. Luca si rivela da subito una persona molto aperta e disponibile e si instaura con lui un rapporto di reciproca simpatia che amplieremo nei giorni seguenti, confidandoci vicendevolmente viaggi ed esperienze, di mare, ma non solo. Si parla della sua scelta di lasciare l’Italia e di cambiare radicalmente la propria vita trasferendosi nelle Filippine; prospetta infine l’allettante possibilità di andare a trovarlo ed immergerci insieme a Sabang (Puerto Galera-Mindoro) e Dauin ( Dumaguete-Negros).

 

la rotta del volo sulla mappa

la rotta del volo sulla mappa

Gigi. Tutto il mese di Marzo, Aprile e metà Maggio li passo covando la speranzella di accogliere l’invito di Luca, “una proposta che non si può rifiutare” come direbbe Il Padrino, ma rendendomi altresì conto che la situazione familiare di Cri mi impone di non pressarla troppo. Curiosamente, mentre non facevo che desiderare di partire, più di un amico mi rivolgeva la domanda: “Ma volete andare ancora nelle Filippine?” Come se una nazione con 7000 isole la si potesse considerare archiviata nei due viaggetti svolti in precedenza

  

 

Cri. Una sera a cena Gigi mi stringe ad una decisione definitiva ” to go or not to go”. Rinunciare è difficile così mi arrampico sui vetri ad organizzare i rimpiazzi per una mia assenza e alla fine salta fuori una “finestra” di quasi due settimane a patto di partire pressoché immediatamente.

  

 

Gigi. Adesso tocca a me! Chiamo i due amici in “stand by” Elsio e Walter che sorprendentemente confermano la loro adesione a questo viaggio super precipitoso. In due giorni riesco a trovare i posti sui voli per Manila ad un buona tariffa con ETIHAD AIRWAYS (690€ www.etihadairways.com), a contattare Luca e ad avere l’OK per la sistemazione alberghiera nonché per i due voli interni Manila-Dumaguete e ritorno con CEBU PACIFIC AIR (70 € http://www.cebupacificair.com/)

  

 

Cri. Ed eccoci qui, nel tardo pomeriggio di una calda giornata di maggio, all’aeroporto ormai semideserto di Malpensa, pronti per un tuffo nel mare delle Filippine. Alle 22 si parte: sul monitor incastonato nello schienale del sedile davanti, la telecamera esterna posta a prua dell’AIRBUS 330, inquadra la pista di decollo che sfreccia sotto di noi con le sue linee bianche che scorrono sempre più veloci. Il pulviscolo sull’obiettivo crea riflessi punteggiati nel buio che simulano un cielo stellato, poi le luci della pianura in un orizzonte inclinato mostrano un’ormai gigantesca metropoli senza soluzione di continuità. Si cambia aereo ad Abu Dhabi. L’aeroporto è nuovo nuovo nello stile di lusso debordante degli scali moderni, con pavimenti bianchi a specchio, corridoi con prospettive interminabili, palme in giganteschi vasi. Dopo qualche ora di attesa trascorsa a dormicchiare su una “chaise long” ci si imbarca su un BOEING 777 per l’ultima tratta.

 


 

il "777" della tratta finale

il "777" della tratta finale

Sighing in the rain (sospirando sotto la pioggia)

  

 

Gigi. A notte inoltrata tocchiamo terra al Ninoy Aquino International Airport. Manila ci accoglie con una pioggia fitta e nubi cariche che non lasciano presagire niente di buono. Il nostro pensiero non può non correre al tifone Caloy che ci ha spaventato tre anni addietro. No, per fortuna questa volta è solo una brutta perturbazione. Certo che se ci fosse bel tempo… Una caotica, consueta, confusione ci attende all’esterno dell’aerostazione dove peniamo a rintracciare il taxi inviatoci dall’albergo. Stracarichi di bagagli ed equipaggiamento a stento riusciamo ad entrarvi tutti e quattro.

  

 

Cri. Si ritorna alla Malate Pensionne, in Mar Adriatico Street, con i suoi legni di mogano un po’ scricchiolanti ovunque: nei pavimenti, nelle scale, nelle porte e sovraporte, nei mobili in stile coloniale. Si respira un’aria un po’ rétro. Le stanze, sobrie e pulite, sono piccole e piene del rumore che viene dalla strada fino all’alba. Siamo in una zona centralissima della megalopoli, caratterizzata dalla presenza di molti bar e locali equivoci e così la nostra notte sarà per lo più insonne. Chiarisco: per il frastuono e non perché Gigi (come forse vorrebbe) mi trascina nella dolce vita notturna “alla filippina”. www.mpensionne.com.ph

 

la receptionist non conosce il Mar Adriatico

la receptionist non conosce il Mar Adriatico

Gigi. Mentre aspettiamo il minivan che ci porterà a Batangas, il punto d’imbarco per Puerto Galera, mi diverto a chiedere alle impiegate della reception se hanno un’idea di cosa sia il ” Mar Adriatico” ricevendo per risposta solo sguardi perplessi… Il traffico in uscita dalla città è intenso e la pioggia ci accompagna inesorabilmente. Una classica “banka” con i due bilancieri laterali ci traghetta in poco meno di un’ora nel breve tratto di mare che separa l’isola principale Luzon da Mindoro (Verde Island Passage). Attracchiamo sulla spiaggia di Sabang dove ci attende Luca e, sorseggiando l’aperitivo di benvenuto, ci viene presentato tutto lo staff. Intuiamo subito l’ottimo livello organizzativo e la cura che Atlantis Hotel mette in ogni particolare. Addirittura esiste una sala dedicata dove maneggiare le cine/fotocamere, dotata di pistole ad aria compressa e di prese elettriche multiple per la ricarica delle batterie. Un vero resort per appassionati di subacquea. http://www.atlantishotel.com/ (per info gruppi, diving club e famiglie scrivere a luca.borello@atlantishotel.com)

 

 

Cri. L’albergo è una struttura piacevole in stile un po’ greco-mediterraneo: immersa nel verde lussureggiante tropicale, di un lusso sostanziale ma non ostentato, è distribuita su una collinetta terrazzata con le camere che si affacciano su ampi patii vista mare. Le stanze sono allegre, con letti e mensole in muratura bianca. Per scherzo dico a Gigi che nel bagno la luce si accende con la fotocellula e lui, credulone, rimane a lungo chiuso dentro al buio prima di protestare per un supposto malfunzionamento.

 


 

l'albergo è avvolto dalla vegetazione lussureggiante

l'albergo è avvolto dalla vegetazione lussureggiante

Verde Island Passage: centro della biodiversità mondiale

 

 

Gigi. Un’autorevole equipe internazionale di Biologi marini dichiarò nel 2006 le Filippine al centro della biodiversità marina mondiale ed in particolare lo Stretto di Verde Island il “centro del centro”. Seppur non siano rari gli avvistamenti di grossi pelagici, questo tratto di mare è caratterizzato dalla presenza di una fauna rara e curiosa che fa sì che ogni immersione sia diversa dall’altra. Anche il subacqueo giramondo (un po’ come noi) ha la certezza di risalire in superficie sorridente e soddisfatto e soprattutto mai annoiato. Ci sono ben 37 siti d’immersione in zona che, ovviamente, non abbiamo potuto visitare tutti ma, al ritmo di 3 – 4 tuffi al dì per i quattro giorni di permanenza, abbiamo campionato in numero significativo. Non si riscontra, inoltre e per fortuna, il fenomeno dello sbiancamento dei coralli, che anzi godono di ottima salute. Una bella mappa della zona con tutti i siti d’immersione la si trova sul web:

http://www.teambuilderph.com/teambuilderph.com/puertogalera.biz/images/pgmap2%20.jpg

 

i mimetici "pigmei"

i mimetici "pigmei"

Cri. Dopo due notti quasi insonni, si fa la prima immersione di assaggio, nel pomeriggio, a Monkey beach (18m). Pur nella penombra legata alla pioggia riusciamo ad assaporare le distese di crinoidi, gialli e neri, di morbidi coralli violetti e i numerosi lionfish, murene, trivally, jackfish, consolati dal più che gradevole tepore dell’acqua.

 

Gigi. Anche i fondali di Sinadingan (26m) sono ricoperti da incredibili distese di coralli morbidi e di crinoidi fra i cui inquilini c’è un ragguardevole granchio orangotang, pelosissimo, molti nudibranchi con ciuffetti sgargianti, serpenti a strisce, pesci foglia. Il pezzo forte è costituito da un cavalluccio marino pigmeo bianco e rosso perfettamente mimetizzato su un ramo di corallo. Il barometro per fortuna è risalito e la luce del sole ci regala una buona visibilità. Siamo ormai entrati nello “schema ” della giornata tipo: briefing del dive-master (il preferito è Ambo) con lavagnetta molto ben disegnata, equipaggiamento già pronto a bordo, pochi minuti di barca per raggiungere il sito, capovolta e via. Di solito siamo solo in 5: la guida davanti, io e Cri, poi Elsio e Luca che chiudono il gruppo. Si riescono a fare due tuffi in mattinata, pausa pranzo, un po’ di siesta ed il terzo nel pomeriggio. La quarta immersione serale è opzionale. Adesso nel pacchetto delle attività proposte si parla, addirittura, di cinque al giorno!!!

 

 

 

Cri. A Hole in the wall (21m) ci accoglie uno squaletto pinna bianca che sguscia veloce da sotto una roccia e si procede a fare una scorpacciata di bellissimi scorfani supermimetizzati; uno, dai delicati toni pastello, è disteso sopra una spugnona barile (o portaombrelli) rosa.

 

 

Gigi. Stupendi anche qui i lionfish, i nudibranchi, i granchi orangotang e porcellana, i mantis shrimps, i gamberetti, le murene. Molto suggestiva una gigantesca gorgonia bianca interamente ricoperta da crinoidi neri. Si passa in un tunnel abbastanza stretto e basso, lungo 3 m mentre Rob, il cineasta che ci accompagna, ci riprende. Quando rivediamo il filmino qualche amico ci fa notare che l’unica passata senza toccare le pareti è Cri che, ovviamente, poi la rimenerà a lungo!

 

Cristina con un segnale internazionale...

Cristina con un segnale internazionale...

Cri. Non sono mai stata particolarmente attratta dai relitti perché vivevo la presenza dentro il blu di un qualsiasi manufatto umano come un’intrusione, un artificio che disturbava la mia relazione con la natura sottomarina. È stata proprio l’immagine della prima imbarcazione di Sabang wrecks, adagiata su un luminoso fondo di sabbia bianca, con i suoi fasciami di legno esplosi e nello stesso tempo composti in un’architettura ordinata, ad esercitare su di me una fascinazione talmente forte da farmi guardare poi con altri occhi le strutture sommerse.

 

 

Gigi. Le tre barche, una di acciaio e due di legno, sono a una profondità fra i 17m e i 21m. Fra gli inquilini più frequenti dei relitti e delle aree circostanti ci sono dei pesci leoni piuttosto grossi, splendido in particolare uno nero, numerosi pesci fantasma ornati e non, gruppi di pesci pipistrello, pesci pietra, pesci rana e, naturalmente, murene. Il fondale sabbioso circostante è poi un ottimo terreno per studiare la simbiosi tra il mantis shrimp (cicala verde-rossa) ed il pesciolino gobi che funge da sentinella.

 

 

  

Cri. L’immersione a Giant clams (17m) è un altro “must” da non perdere! Raggiungiamo il sito con la guida Rusty ed Elsio costeggiando la bellissima, frastagliata insenatura di Puerto Galera, eccezionale porto naturale utilizzato un tempo dalla Grande Armada. La folta vegetazione della baia è avvolta nella luce calda del pomeriggio. Purtroppo Gigi, il mio buddy preferito, per problemi di orecchie, si perde subito nella corrente con Luca. Nel prato di posidonie facciamo un’indigestione di cavallucci, grossi, neri, a strisce, color ruggine, ecc., pesci fantasma, pesci foglia, nudibranchi e vediamo un minuscolo pesce rana perfettamente mimetizzato su un corallo arancio. Ad un certo punto Rusty ci fa segno che abbiamo mancato la clam-city e si scusa inchinandosi a mani giunte, ma, dopo poco, abbassando gli occhi appaiono le enormi tridacne dai bordi di velluto colorato e ci mettiamo a ridere. A fianco due serpentoni (qui abbondano) e una tartarugona scivolano fra i coralli morbidi con stelo a campanula sfrangiata. Un pesce scorpione diavolo cammina tranquillo sul fondo.

 

un "pipe fish"

un "pipe fish"

Gigi. La bella gita a Verde Island, molto adatta anche a chi non fa sub, dura un’intera giornata. Si fa base su una spiaggia attrezzata per il picnic. Le immersioni a 27 e 21m sono su due splendide pareti verticali densamente ricoperte di coralli, spugne, crinoidi, gorgonie in cui si insediano fra gli altri i consueti pesci scorpione (non manca anche questa volta “il diavolo”) e fantastici nudibranchi in quantità impensabili: per la prima volta ne ammiriamo alcuni di un bel verde mugo, piuttosto grossi, direi un po’ ciccioni, maculati con i ciuffi più scuri. Intorno pullulano piccoli e grandi pesci di barriera (anthias, sweetlips, balestra cuccioli, farfalla, jack fish e naturalmente… serpenti).

 

Cri. Ci autodispensiamo dalla terza immersione a Washing machine dato che ce ne tocca un’altra la sera. Al posto dei su e giù fra i pinnacoli e lo zig zag fra le correnti che la caratterizzano (da cui il nome) ci dedichiamo ad una bella nuotata di snorkeling. Oltre alle consuete notevoli bellezze scopro delle sorprendenti costruzioni a “castello delle fiabe” bianco-azzurre mai viste prima. Le foto, ahimè, sono andate perdute e non sono riuscita a tutt’oggi a classificarle, nonostante le lunghe ricerche nel web.


4^ CONVENTION AdiSUB

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


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ADiSUB - insieme per la subacquea


L’impressione del sottoscritto è che, aldilà di mugugni e lamenti fatti a mezza bocca in realtà non si sia mai fatto molto, a livello di movimento.

Cosa c’entra questo esordio con la quarta edizione dell’annuale convention dell’ADiSUB, l’organizzazione che raccoglie nelle quattro sigle che ne fanno parte il novanta per cento della didattica subacquea che opera in Italia. C’entra eccome, a mio avviso, perché questa associazione è l’unico organo rappresentativo che abbia una voce sui tavoli che contano, anzi, possiamo dire che sia l’unico organo rappresentativo del mondo dei subacquei che, nato per costituire un blocco coeso tra le Agenzie Didattiche nel tentativo di superare antiche divisioni e trovare un modo nuovo di confrontarsi per creare qualcosa di nuovo.

ADiSUB ha già raggiunto dei risultati, magari ignoti e invisibili ai più, nel nostro ambiente, come ci ha già più volte detto l’attuale Presidente, Nanni Cozzi, ingegnere definitivamente ceduto alla subacquea della quale – suo malgrado – è innamorato da quasi mezzo secolo (non me ne voglia per il riferimento anagrafico…).

In ogni caso l’Associazione ha, finalmente, da qualche anno una figura pubblica che le ha permesso di inserirsi – per ora solo in chiave consultiva – nei dibattiti politici che riguardano, alla fin fine, tutti noi subacquei.

E allora torno alle domande della mia prolusione: senza voler fare i disfattisti ad ogni costo, quando ci guardiamo in faccia noi che abbiamo qualche anno di pratica e di frequentazione di questo ambiente, ci diciamo, alla fine, sempre le stesse cose: le cose non vanno bene, ci sono meno soldi, meno subacquei, i corsi non vedono più la partecipazione di tanti allievi come avveniva negli anni ’90, la qualità dei corsi è scesa, e via bofonchiando.

Ci sono però altre caratteristiche che senza che se ne parli molto, creano dei problemi allo sviluppo della nostra attività, e mi riferisco alla proliferazione di certi regolamenti locali, sia delle AMP, sia delle amministrazioni regionali (ma anche locali), sia di ordinanze-fotocopia delle varie Capitanerie di Porto distribuite sul territorio. Regolamenti, normative, ordinanze che limitano, per esempio, le profondità, che impongono – non solo ai diving ma anche ai gruppi autoorganizzati e ai singoli – modalità spesso demenziali, evidentemente elaborate da chi di mare non ne sa proprio nulla e men che meno di attività subacquea.

Ecco: è a questo punto che le organizzazioni servono, a questo punto che – la definizione è solo mia – servirebbe un “sindacato” che tuteli i diritti dell’homo subacquaticus. Ed è in questo punto che si inserisce, che si può inserire l’attività di ADiSUB (e, consentitemelo, CONFISUB che, partendo da diverse motivazioni ha le medesime finalità: far sì che il movimento della subacquea si rafforzi e si sviluppi).

Occorre dire, per quanto non sanno o non seguono queste vicende, che l’organizzazione che raccoglie le maggiori agenzie didattiche operanti in Italia qualche risultato, a livello di politiche locali, per la tutela de noi sub e delle nostre attività, l’ha già raggiunto, servirebbe una maggior divulgazione di queste informazioni, ma questo è un altro discorso.

In questo servizio, presentando la prossima Convention, cercheremo di sondare con i responsabili dell’Associazione, ma anche con altri operatori del settore, lo stato dell’arte, i programmi, i bilanci.

Senza dimenticare che nel corso del 2009 si è registrata un’importante unificazione strategica, quella che ha visto una stretta di mano tra ADiSUB e CIAS – l’organizzazione analoga che raccoglie (quasi) tutte le agenzie didattiche italiane – che dovrebbe portare, nel tempo, ad un’azione più efficace sui vari tavoli di lavoro politici che determinano il futuro della nostra attività.

SOTTACQUA, da sempre, si è schierata a favore di queste agglomerazioni perché siamo attaccati al vecchio detto “l’unione fa la forza” e di unione, fino ad oggi, nel nostro ambiente se ne è sempre vista poca. Personalmente già alla fine del 2005, scrivendone per la testata che creai allora, davo un senso estremamente positivo alla creazione di ADiSUB auspicandone un importante posizionamento a livello politico. Oggi possiamo iniziare a parlare dei primi successi che sono stati ottenuti e che travalicano la semplice organizzazione della Convention.

L’invito, perciò, che rivolgo a tutti i subacquei, è quello di partecipare, di presenziare all’appuntamento romano, non solo per l’interesse che può essere suscitato dalle varie tavole rotonde e convegni che verranno organizzati in quell’occasione, ma anche – proprio! – per contarci, per guardarci in faccia e dirci “siamo in tanti, possiamo dire la nostra!” e dare così forza ad ADiSUB che, a tutt’oggi, è una delle rare voci che ci rappresenta efficacemente di fronte a chi – senza sapere nulla di noi – vorrebbe legiferare (vietando!) sulle nostre teste.

Appuntamento a Roma, allora, nell’ultimo week end di novembre!

COLLABORARE A SOTTACQUA

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati


 

al lavoro su SOTTACQUA

al lavoro su SOTTACQUA

Quando iniziai a lavorare per i giornali avevo già alle spalle una dozzina di anni di lavoro come fotografo per la moda e la pubblicità, e con un buon nome che mi ero costruito sulla piazza di Milano. Oltre a questo avevo anche alcune collaborazioni saltuarie con alcune riviste del settore subacqueo. Eravamo alla fine degli anni ’80 e avevo preso appuntamento con il photo editor di una delle maggiori riviste di viaggi allora edite in Italia (pubblicata anche oggi), gli portai un servizio su Ponza che ritenevo bello, le immagini ben costruite, una scheda di spiegazione del “taglio” che avrei dato a quel servizio, insomma, mi sembrava che io, buon fotografo in ambiti impegnativi quali erano quelli in cui mi muovevo, avessi tutte le carte in regola per cambiare genere e settore.


Il photo editor mi accolse con molta gentilezza, io sfoderai i plasticoni (per chi nasce oggi con la tecnologia digitale i plasticoni sono dei fogli A4 in plastica trasparente con il dorso opalino e con venti tasche per le diapositive 24×36 in maniera da poterle osservare rapidamente su un visore) e glieli porsi.

Rimasi lì a guardare quel personaggio che doveva decidere del mio futuro nel campo della stampa con una certa tranquillità perché – appunto – sicuro della bontà del materiale che gli stavo proponendo.

“Belle foto, molto belle alcune…” mi disse quando alzò lo sguardo dall’esame dei plasticoni, e io mi ritrovai stampato sulla faccia, in automatico, un sorriso di soddisfazione “… ma il servizio dov’è?!?…”. Il sorriso mi si congelò sul viso “prego?” mi trovai a chiedere cercando di capire.

Malaysia, il centro di Kuala Lumpur

Malaysia, il centro di Kuala Lumpur

Bene, quel personaggio, con un atteggiamento secondo me un po’ perfido, mi aveva voluto dare una lezione, e c’era riuscito! In buona sostanza mi spiegò – con un sorrisetto furbo – che se volevo avrebbe potuto acquistare qualche singola fotografia perché – appunto – le singole foto erano effettivamente belle, ma da lì a comprare il servizio completo c’era così tanta strada che, in effetti, non era percorribile. In sostanza mi spiegò che per fare un buon servizio giornalistico non è sufficiente portare un malloppo di fotografie stratosferiche: queste devono raccontare una storia, la stessa storia del pezzo scritto che deve essere letta anche dalle immagini, senza dover ricorrere al testo.

 

Quella fu la prima lezione di giornalismo che ricevetti, e non ne faccio una differenza tra giornalismo scritto o giornalismo fotografato: esiste solo Il giornalismo. Qualunque sia l’argomento trattato è necessario che alla base di quanto stiamo descrivendo (in parole o immagini) ci sia una storia, e non è facile identificare come costruirla con le immagini: mentre con le parole è più semplice costruire un racconto le immagini devono essere interpretate, bisogna capire come utilizzarle, quali realizzare e come.

Ogni tanto in redazione riceviamo qualche e-mail di qualcuno che si propone come collaboratore, in linea di massima rispondo (ma non sempre ci riesco, lo confesso…) che siamo d’accordo e che ci proponga qualcosa, quasi sempre ci vengono inviate poche foto e, come mi disse quel lontano photo editor, sempre slegate tra di loro, insomma: niente servizio.

Ho deciso allora, in un certo senso per dare una risposta unica ed uniforme a tutti, di scrivere questo pezzo per dare le indicazioni precise di quello che, come direttore di questa testata, come fotografo e come giornalista, mi aspetto da chi vuole collaborare con un giornale, in generale, e con SOTTACQUA in particolare.

Il primo suggerimento, visto che si parla di servizi completi, testo e fotografie, è una semplice norma da osservare quando si decide di realizzare un reportage, non importa se alle Andamane o a Portofino: “fotografare ciò di cui si parlerà e parlare di quel che si è fotografato”. In definitiva è necessario avere la documentazione completa di ciò che si vuol mostrare con le immagini, in maniera da poterlo descrivere.

Un giornale diffuso via web, oltretutto, non ha i limiti di un suo omologo tradizionale, cartaceo, e mi riferisco alla foliazione, al numero limitato di pagine che possono essere messe a disposizione di un reportage e nelle quali devono starci sia il testo sia le foto, ragion per cui , alla fine, in effetti spesso le foto – se non c’è un bravo photoeditor in redazione – non riescono, alla fine, a raccontare la storia.

Un web magazine, invece, ha il vantaggio di non porre limiti alle immagini pubblicabili. Certo, il piacere di una bella fotografia “sparata” a doppia pagina, il profumo dell’inchiostro mancano nelle fotografie viste su un monitor, ma il vantaggio di poter vedere reportages corredati di sessanta, settanta, cento fotografie è il rovescio positivo della medaglia, e poi non dimentichiamo che i monitor diventano, facilmente, sempre più grandi – ormai per un 21 pollici non è più necessario accendere un mutuo – e le immagini così ci guadagnano…

 

Gigi&Cri al lavoro nella preparazione di un viaggio

Gigi&Cri al lavoro nella preparazione di un viaggio

Ma sono finito fuori tema, torniamo quindi a “come” realizzare un servizio per SOTTACQUA (principi che dovrebbero servire per qualunque periodico che si rispetti).

 

Ho detto del principio fondamentale, ma la cosa importante per fare un buon lavoro è prepararlo “prima” di partire: il viaggio, prima ancora di essere saliti su un aereo (o su un treno, o in auto…), bisogna già averlo fatto, arrivare alla nostra meta con le idee chiare, sapendo tutto quel che c’è da sapere, avendo costruito, sulla carta, una scaletta, una storia, una sceneggiatura.

Un servizio giornalistico – e soprattutto un reportage geografico – per raccogliere interesse deve, prima di tutto, raccontare una storia. I passaggi, quindi, sono questi: prima di tutto conoscere alla perfezione il territorio, quello che offre (soprattutto in funzione dei nostri interessi o di quelli dei potenziali lettori) e tutta la logistica. Quindi: abbondanti consultazioni su internet, “farsi una cultura” sui luoghi che visiteremo (a questo proposito i servizio di Gigi&Cri “Preparando… le Fiji” dà delle interessanti indicazioni); preparare un itinerario da seguire, elaborare – sulla base di quanto ci interesserà vedere – una “storia” da raccontare; individuare, per la più completa descrizione della storia, quali sono i punti salienti da visitare, da descrivere e fotografare, insomma, arrivare a destinazione già con la pianificazione delle cose da vedere e fotografare.

Certo, questa procedura farà storcere il naso agli amanti dell’improvvisazione, di quelli che vogliono scoprire sul posto quanto ci può essere da vedere, queste ricerche tolgono di sicuro la sorpresa ma… Ma due considerazioni: la prima basata sulla mia esperienza personale, ovvero che, nonostante quando arrivo in un paese, in un luogo io lo conosco meglio dei residenti, la sorpresa nel vedere poi davvero quanto ho esaminato in fotografia o sul web resta: le torri di Kuala Lumpur o la cordillera argentina sono comunque affascinanti, anche se le abbiamo passate al microscopio prima della partenza. Ovviamente, per riportare una documentazione completa bisogna avere immagini e testo anche delle location “ovvie”, quelle, appunto, “da cartolina”, e sarà necessario aggiungere la parte delle informazioni pratiche: come arrivare, quali mezzi, quali costi, dove dormire, mangiare, cosa comprare nello shopping, suggerimenti nel cosa vedere ma anche sul come comportarsi nel rapporto con i locali, soprattutto se ci troviamo in un paese orientale dove sui e costumi sono spesso molto lontani dai nostri in molti dettagli. Quando racconterete le immersioni cercate di fare delle descrizioni da log book: più o meno dappertutto nei mari tropicali ci si immerge “in una nuvola di pesciolini colorati”, ma “quella”grotta, “quella” parete, “quella” secca, “quel” relitto sono presenti soltanto nel luogo dove vi siete recati. Quindi le indicazioni sulla difficoltà di immersione, le cartatteristiche orografiche e così via…

 


 

si chiude il numero

si chiude il numero

Seconda considerazione: se vuoi portare a casa un buon reportage DEVI procedere in questa maniera, altrimenti riporterai magari delle belle cartoline ma la storia non l’avrai e non sarai in grado di proporre alcunché di interessante…



 

Ultime indicazioni che riguardano il “come” fotografare: quando si effettua una ripresa in linea di massima cercate di realizzare più di uno scatto: uno in orizzontale e uno in verticale, come minimo, poi cercare punti di vista diversi dello stesso soggetto in maniera da poter poi proporre una maggior varietà di situazioni. È ovvio che prima di presentare un servizio dovrete fare una scrematura, dovrete proporre al massimo 50-100 foto, badando che in quelle immagini ci sia tutta la storia.

Un’altra cosa: le immagini dovranno avere una numerazione progressiva e dovranno essere allegate le didascalie di ogni immagine presentata. Possono essere succinte – perché la spiegazione approfondita si troverà già nel testo – ma devono almeno contenere l’indicazione base per identificare con precisione il soggetto (o i soggetti) ritratti.

Ecco, qui c’è praticamente tutto il necessario per realizzare un buon servizio per SOTTACQUA (ma anche per qualunque altra testata) o per organizzare un pezzo da qualcosa che fa già parte del vostro archivio. Noi valuteremo i materiale che ci invierete e lo commenteremo con voi, in ogni caso, sia che lo si pubblichi sia che non possa venir proposto sulle “pagine” del nostro giornale.

Come abbiamo dichiarato fin dalla nascita di SOTTACQUA uno degli obbiettivi del giornale è quello di far nascere una nuova generazione di “reporter del blu”, oggi, con questa nuova veste grafica, con una serie di innovazioni che pian piano andranno ad arricchire il nostro periodico, iniziamo davvero in questa iniziativa, questa “scuola” che speriamo possa dare nuovi talenti, nuove “penne”, nuovi punti di vista al reportage geografico subacqueo.

Buon lavoro!

LA MADDALENA, UN’ISOLA SOPRA E SOTTO IL MARE

A cura di Paolo Bastoni Commenti disabilitati
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le due cernie sembrano essere in attesa dei subacquei

 Su un mensile di settore (AQUA N.d.R.), pochi anni fa, in un servizio dedicato a La Maddalena, l’esordio recitava più o meno così: “Ci si imbarca per la Maddalena a Palau… Appena fuori dal piccolo porto l’isola di Santo Stefano si nota subito, sulla sinistra, e la nave la costeggia…” se mai dovesse esserci una prova provata di quanto questo meraviglioso arcipelago sia in effetti sconosciuto (anche a molti di noi che, almeno, non dovremmo cadere in questi marchiani errori) questo credo sia l’esempio più lampante.

Non starò qui ad esaminare le ragioni di questa ignoranza troppo spesso diffusa, voglio allora raccontare cosa sia in effetti questa isola e le isole che la circondano: ormai il pubblico in genere, dalle testate generaliste, sa tutto di Porto Cervo, delle follie e della dislocazione delle case di VIP sulla vicina Costa Smeralda ma poco o nulla sa de La Maddalena, se non che fino ad un paio di anni fa ospitava una molto discussa base per i sottomarini nucleari USA o che – cronache recenti – avrebbe dovuto ospitare quest’estate il tanto atteso summit per il G8, evento del quale i maddalenini, senza per questo volerne agli abitanti dell’Aquila, si sono sentiti scippati confidando proprio nell’attenzione mediatica che ne avrebbe sortito per rilanciare l’economia dell’isola che, incentrata nella presenza della base americana, finché c’è stata, oggi cercano una nuova certezza reddituale.

Qui e ora non voglio affrontare un discorso di politica e di economia che ci porterebbe lontano e, soprattutto, non renderebbe giustizia a quest’isola che possiede, realmente, l’essenza degli scorci più belli della Sardegna.  

 

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la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

la spiaggia di Bassa Trinita è una delle più frequentate dell'Isola

La Maddalena è un’isola, ora dirò un’ovvietà, che va vista essenzialmente dalla barca: a fronte delle spiagge più celebri – Bassa Trinita, Cala Lunga, Spalmatore, su La Maddalena, e poi Cala Coticcio, Cala Brigantina, la spiaggia del Relitto a Caprera – ce ne sono decine di altre raggiungibili solo dal mare, con uno dei gommoni che numerosi noleggiatori mettono a disposizione dei turisti in diversi punti dell’Isola. Oppure con una propria imbarcazione (ricordando che ci troviamo all’interno di un Parco e alcune zone sono off limits oltre ad una navigazione sottocosta che può essere problematica per il navigante inesperto e distratto a causa di scoglietti affioranti e qualche secchetta sparse qua e là. Ma niente paura: il sottoscritto ha navigato per parecchi mesi in queste acque con uno sloop di 47’ senza alcun problema, basta porre – appunto! – attenzione alle carte e ai fondali.







Certo è che questo arcipelago, un po’ per la relativa vicinanza tra le varie isole che ne fanno parte, un po’ per la stessa morfologia, è un territorio da esplorare assolutamente via mare.

Alt. Un attimo di pausa: è vero che La Maddalena va assolutamente vista dal mare, ma senza dimenticare di dedicare tempo anche ad un approfondito giro a terra, sia sull’isola che da il nome all’arcipelago, sia su Caprera, collegata da un ponte, sia sulle altre isole, raggiungibili, ovviamente, solo via mare: Spargi, Budelli e la sua mitica spiaggia rosa (ormai da lungo tempo off limits per i numerosi turisti che, incuranti del danno biologico ed estetico che compivano, si portavano regolarmente a casa un souvenir costituito da un boccettino della sua sabbia mista ai residui dei crostacei che, dissolvendosi nel tempo, conferiscono le particelle rosa che la rendono così particolare), Santa Maria, Razzoli…

 Quando arrivi a Palau – una quarantina di chilometri a nord di Olbia, dove si sbarca con i traghetti “dal continente” – e ti rovi l’Isola lì di fronte ti sembra di averla già tutta in mano, dispiegata davanti ai tuoi occhi. In realtà quando sbarchi e inizi a girarla, alla scoperta delle spiagge dove poter fare il semplice bagnante, ti trovi ad entrare in una natura ancora realmente selvaggia e che offre una infinità di spunti al fotografo, ma anche al trekker.

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

il traghetto che collega la Maddalena con Palau, sullo sfondo, in una giornata di maestrale

Personalmente considero La Maddalena un’isola “per caso” in quanto la relativa vicinanza a terra (solo una ventina di minuti di ferry per raggiungerla da Palau, e in gommone ci si mettono poco più di dieci minuti) e la vicinanza con le altre isole dell’arcipelago la allontanano, ovviamente, dalla classica icona dell’isola che appare improvvisamente dal mare deserto, ma questa situazione morfologica anziché essere un limite costituisce in realtà un pregio in quanto offre un ventaglio ancor più ampio di possibilità di immersioni, oltre alle altre attività – spesso legate al vento e alla vela che qui sono di casa – che in queste acque si possono esercitare.


Quando poi passi il ponte con Caprera e inizi a percorrere qualche sentiero, risali ai forti eretti qua e là sulla skyline dell’isola, scendi alle spiagge più belle dell’isola, Cala Coticcio (che qui chiamano, con discutibile esterofilia, “Tahiti”, e mi piacerebbe sapere se nell’isola polinesiana esiste qualche baia intitolata a questa, splendida, che non teme il confronto con nessun’altra tropicale…), Cala Brigantina, o, senza la fatica di una camminata su e giù per sentieri più o meno scoscesi, ai “Due Mari” o a Punta Rossa o a Porto Palma, sede anche del Centro Velico Caprera, allora realmente ti rendi conto di quanto la natura qui la faccia ancora da padrona.

 Prima osservazione: la pesca subacquea (ovviamente rigorosamente in apnea!) è concesso solo e soltanto ai residenti, qui come in molti altri Parchi Marini (non sono informato sulla situazione di TUTTI i Parchi, ma ho il sospetto che certe regolamentazioni siano fotocopia l’una dell’altra…), il che significa che l’apneista milanese, o bolzanino, o torinese, o romano o, insomma, di qualunque altra parte d’Italia, non avrà mai il diritto di esercitare l’attività che ama di più e dovrà appendere il fucile al chiodo perché, è evidente, che se io nasco in città non potrò mai pescare da nessuna parte, in Italia, visto che la “parchizzazione selvaggia” – a mio avviso molto spesso solo una formula per creare posti di lavoro per i locali (e, lo ripeto, non mi riferisco solo alla situazione dell’Arcipelago della quale, peraltro, da questo punto di vista non posso dir nulla) – sta arrivando a coprire praticamente tutte le coste, anche quelle dall’interesse biologico e naturalistico veramente scarso…

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

una cernia in candela osserva, qualche metro più su, i subacquei che iniziano la loro immersione

Ma per noi il fascino vero inizia appena mettiamo il naso sott’acqua, va detto subito che La Maddalena è situata nel Parco Marino che dall’Isola prende il nome e che è esteso a tutto l’Arcipelago. Prima di iniziare a parlare nello specifico di quello che offrono alla vista del subacqueo queste acque spendiamo due parole sul Parco, due parole che non sono da intendersi legate solo all’istituzione maddalenina ma, piuttosto, all’ordinamento generale dei Parchi Marini in Italia, delle Aree Marine Protette e, insomma, di tutte le forme di protezione ambientale e territoriale che riguardano il mare.


Con, in più, il danno e la beffa dovuti al fatto che, invece, la pesca di superficie professionale (ma anche quella amatoriale) è assolutamente consentita, e non serve a nulla aver dimostrato in anni di verifiche, dibatti e battaglie che il prelievo ittico di un peschereccio in un giorno supera di gran lunga quello di numerosi sub nell’arco di un anno.

Non sono un amante degli sterminii, personalmente ho appeso il fucile al chiodo una decina di anni fa (ma ogni tanto me ne torna la voglia) per ragioni emotive, personali. Non sono quindi direttamente interessato alla faccenda, ma devo dire che l’unico Parco Marino che ho visto funzionare bene all’epoca in cui ci ho vissuto e operato con un diving mio, sia per la zonazione sia per la lungimiranza delle leggi che ne regolavano il funzionamento, e mi riferisco a Ustica dove, finché ci sono rimasto io, a metà degli anni ’90, le tre zone “A”, “B” e “C” erano state studiate in maniera di non togliere ai subacquei le zone più belle, senza nulla togliere all’efficienza della zona di ripopolamento, e la possibilità di pesca per tutti non limitava affatto la presenza di pesce che, al massimo, si faceva più smaliziato e si spostava nella zona di tutela parziale, la zona “B”.

 

 


 


 

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

un grande trigone, incontro non casuale in queste acque

Ora smetto questo discorso generale e ritorno a La Maddalena e a quello che trovi nelle sue acque. Alcune immersioni verranno descritte in altra parte di questo articolo, più in generale devo dire che, dal punto di vista faunistico, l’Arcipelago offre degli incontri davvero esaltanti, magari complice la particolare posizione geografica, all’uscita delle Bocche di Bonifacio e di fronte alle acque profonde del Mediterraneo che separano Sardegna e Corsica dal “continente”, magari anche per il buon funzionamento dei meccanismi del Parco, sta di fatto che in certi momenti (ma agosto, va detto, non è nemmeno qui, come nel resto dei mari, il mese più felice) ci si può imbattere in specie particolari o in esemplari dalla taglia “king size” di razze magari un po’ più comuni.






Personalmente, tra gli incontri di questa estate 2009, sono incappato nela leccia, parente stretta della ricciola, che erano molti (tanti davvero!) anni che non vedevo più; in un’altra immersione ho trovato quello che probabilmente è il più grosso trigone  che abbia mai visto in vita mia: io mi sono avvicinato a 50 centimetri per fotografarlo, finché lui, annoiato dalla mia presenza, ha deciso di andarsene con eleganza con una sorta di “carezza” della sua pancia sulle mie mani ma senza intenzioni aggressive nei miei confronti, da questa distanza l’avevo stimato grande, più di un metro, forse un metro e mezzo, i compagni di immersione che hanno assistito alla scena da qualche metro più in alto asserivano invece che era grande più o meno come me, forse un po’ di più, sui due metri di diametro, per intenderci (poi, in barca, mi è venuto fatto di pensare all’aculeo della coda che, per mia fortuna, ha deciso di non utilizzare a mio danno, brrr….). nella stessa immersione abbiamo incontrato anche un altro trigone  grande (ma non come il primo!) e una bella aquila di mare.

 

 


 


 

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

anche l'Aquila di Mare è un incontro frequente in queste acque

Aquila di mare che è peraltro facile incontrare in diversi siti di immersione nelle acque dell’Arcipelago, così come branchi di quei pesci che, conosciuti inizialmente come “lucci di mare, gli è stato attribuito più correttamente il nome che è loro più proprio; “barracuda” visto che questi – Sphyrena sphyrena – sono parenti stretti di quelli, più grandi, tropicali, gli Sphyrena zigana.






Ma le sorprese non si fermano qui: pesci più comuni come i saraghi (ma non solo il classico Diplodus vulgaris caratterizzato dalle due strisce ma anche il sarago pizzuto – o puntazzo – o altre specie meno consuete i cui nomi sfuggono anche a me, che biologo non sono) o le corvine, o le orate tutti in dimensioni che garantirebbero – per ogni esemplare – una cena soddisfacente come piatto unico per tre-quattro commensali di buona forchetta, e scusate il parametro da (ex) cacciatore subacqueo, ma non trovavo nulla di meglio per magnificarne le dimensioni.

E, naturalmente, incontri con la regina del Mediterraneo, sua maestà la cernia, dalla classica Epinephelus guaza alle varie altre specie della famiglia, pure loro ai massimi traguardi che in media possono raggiungere, come dimensioni e peso, gli appartenenti alla loro razza, e poi ancora dentici, ma anche – ovviamente un po’ più immobili – esemplari di Alicia mirabilis o di cavallucci marini, magari a poche decine di metri di distanza dalla spiaggia dove i bimbi fanno il bagno, ad un paio di metri di profondità (i cavallucci).

Dal punto di vista morfologico questi fondali non sono – per gli appassionati dei “luna park subacquei” come il sottoscritto che ama grotte e passaggi e passeggini vari – il massimo ma, tra alcuni bei drop off, la costituzione del fondo spesso in panettoni vari, alcuni canyon alla cui uscita, o circumnavigandoli, a volte ti trovi di fronte la “sorpresa” come tre belle orate da sette-otto chili l’una o tritoni come quello che mi è stato dato in sorte di incontrare, anche questo aspetto, in fondo, può superare abbondantemente la sufficienza.

I diving sull’isola sono quattro dei quali ne ho personalmente provati due, e ne parlerò in altra parte dell’articolo, e, in generale, sono tutti bene attrezzati e competenti.

 

 


 

un sarago pizzuto disturbato in tana

un sarago pizzuto disturbato in tana

L’unico problema – e scusate se torno ad un argomento non strettamente legato a La Maddalena ma che riguarda le norme dei Parchi Marini in generale – riguarda i limiti che i diving sono costretti a far rispettare perché imposti loro, in questo caso, dalle ordinanze delle locali Capitanerie di Porto che impongono il rispetto dei limiti di immersione relativi al brevetto di cui si è in possesso, per cui non conta nulla se un Open Water abbia effettuato in carriera centinaia o, addirittura, migliaia di immersioni in tutti i mari e in tutte le condizioni: nelle zone di mare italiane dove vigono queste norme liberticide, dovranno limitarsi a scendere sempre e solo entro i diciotto-metri-diciotto della loro abilitazione. Anche in assenza di una legge quadro che regolamenti e sancisca questi limiti a livello nazionale. Se non è un arbitrio questo vorrei sapere a quale livello sia necessario arrivare per dare questa definizione!


Più in generale trovo assurdo che un limite di profondità consigliato dall’agenzia certificatrice venga assunto come limite obbligatorio da enti e istituzione che, oltretutto, non possiedono nemmeno le competenze tecniche per fare queste valutazioni. È, in fondo, anche questo un segno di una mentalità che l’Uomo sta acquisendo e che lo sta sempre più allontanando dall’originale (e benefico!) impulso alla scoperta, alla ricerca, alla sfida ai propri limiti ma, soprattutto, all’anelito ad andare più in là, a vedere ciò ancora non è stato visto.





Mi si può dire che i pionieri hanno corso rischi (secondo alcuni inaccettabili) e che, in ogni caso, un incidente ad un subacqueo ha un costo rilevante, in termini economici, per la comunità. Mi sento di rispondere che, per chi ama la ricerca e l’esplorazione, nessun prezzo da pagare è troppo alto per quello che può riportare dalle proprie immersioni (anche se, ovviamente, non conosco nessun autolesionista tra coloro che amano le immersioni profonde o impegnative, in grotte, relitti, ecc…) e per quel che riguarda l’aspetto economico posso solo rilevare, con amarezza, che se una società arriva a monetizzare la passione “imbalsamando” coloro che accettano in proprio il rischio per offrire alla società tutta una nuova scoperta – anche piccola – o anche solo un germe in più di passione, è una società destinata a non osare più, a chiudersi sui propri allori (conquistati da coloro che, invece, le sfide le hanno accettate e affrontate!). 

 


 

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

le grandi cernie sono sempre le regine dell'Arcipelago

In ogni caso le immersioni nell’Arcipelago possono essere condotte a quote di assoluta sicurezza, per tutti i livelli di brevetto, e gli incontri non mancano di certo: le grandi cernie, in certi siti, le puoi trovare già dai sei-sette metri (e ti vengono pure incontro…), il trigone – se non ricordo male – l’ho incontrato intorno ai trenta metri, la leccia ad una decina così come i grandi saraghi e le orate…

Ancora poche parole sull’Isola, per concludere: La Maddalena ha anche una vita di animazione piuttosto ricca, soprattutto in estate, non è un luogo nel quale a parte la vita di mare non ci sia null’altro, le giornate qui – se uno lo desidera – si possono concludere, come in altre località note magari solo per questa caratteristica, alle prime luci dell’alba, con un intermezzo, magari, a mezzanotte per andarsi a mangiare la focaccia appena sfornata – 1 euro al pezzo e il manipolo di aficionados seduti sui gradini ad aspettare l’apertura della porta del forno – o l’ultimo drink nel bar affacciato sul mare con il gruppo musicale (trovi di tutto, dal jazz, al rock anni ’60, al metal, house e chi più ne ha…) dal vivo che ti fa da sottofondo più o meno romantico.

Questi, più o meno, ma più “meno” che “più” perché non è qui possibile riportare il profumo del sottobosco sardo o l’emozione delle stellate delle quali si può godere dai punti più bui (e romantici…), sono le ragioni che invitano ad una visita a questo Arcipelago, sarà forse banale dirlo ma questo è veramente tutto.

Se vi sembra poco…












LUGLIO 2009: IL PRIMO “TIGRE NON SI SCORDA MAI

A cura di Cristina Ferrari e Luigi Del Corona Commenti disabilitati

la "spiaggia del dugongo"

la "spiaggia del dugongo"

foto di Walter Scotti e Luigi Del Corona

 

 

 

Mar Rosso

 

Gigi. Non abbiamo mai descritto viaggi ed immersioni nel Mar Rosso: una vera e propria contraddizione. Sia Cri che il sottoscritto ci siamo infatti brevettati laggiù ed è il mare che in assoluto abbiamo più frequentato per dar sfogo alla comune passione. Ho sempre ritenuto molto semplice recarsi in quei luoghi, tra i pochi al mondo dove conviene acquistare un “pacchetto all inclusive” piuttosto che praticare i “turisti fai da te”, e che pertanto non ci fosse bisogno di fornire consigli di viaggio. Un’emozionante avventura capitataci lo scorso mese di Luglio ci ha fatto cambiare idea decidendo che valesse la pena raccontarla.

 

Cri. Quando Gigi mi propone di tornare in Egitto sono molto perplessa. I ricordi sono bellissimi proprio perché l’abbiamo frequentato soprattutto molti anni fa, fra l’altro discendendo il Nilo fino ad Assuan e circumnavigando il Sinai in moto nel ‘90, quando le sue coste erano quasi intatte. Ho un po’ paura della delusione del ritorno, ma, avendo solo una settimanella di vacanza libera da impegni familiari, decidiamo di accogliere la proposta del nostro abituale amico fotosnorkel Walter e di trascorrerla ad Abu Dabbab, nelle vicinanze di Marsa Alam, sulla meglio conosciuta “spiaggia del dugongo”.

 

Gigi. Un salto in un’Agenzia sotto casa e tutta l’organizzazione del viaggio, che di solito richiede un sacco di tempo, viene risolta in pochi secondi. L’unica cosa che mi infastidisce è lo scoprire che non solo la compagnia aerea AIR ITALY non concede nessun bonus extra per l’equipaggiamento ai subacquei ma che sarebbero stati molto fiscali nel pesare il bagaglio a mano (5 kg) e quello imbarcato (15 kg). Gli orari di partenza e di arrivo a Malpensa sono nel cuore della notte. Poco male: lasceremo la vecchia auto in un parcheggio scoperto il cui costo è concorrenziale con l’andata e ritorno di tre persone in autobus, che per altro in quegli orari non funziona.

 

Cri. Dopo quattro ore di volo si atterra nell’aeroporto privato di Marsa Alam. Sbrigate le formalità doganali, il pullman della Swan Tour ci deposita all’ingresso del Abu Dabbab Diving Lodge, un semplice ma essenziale albergo a tre stelle composto da soli 60 bungalows di legno. Basta attraversare la strada litoranea e ti trovi sulla omonima, bella spiaggia attrezzata di lettini ed ombrelloni. L’atmosfera dell’albergo è familiare, anche perché gli ambienti comuni sono quasi intimi e non c’è animazione. Tutto è a misura di un turismo tranquillo e quindi più tarato sulle nostre esigenze. Il personale è gentilissimo, la cucina assolutamente accettabile. http://www.swantour.it/inside.asp?idPag=20&id=dest02&tab=prodotto&dest=Marsa+Alam&idDett=323

 

Gigi. Dopo aver consumato un rapido pranzo a buffet ci dirigiamo alla volta dell’ORCA DIVECLUB per prendere i necessari contatti. È a gestione tedesca ma quasi tutto il personale, ad eccezione del capo e della sua compagna, è di nazionalità egiziana. Conosciamo subito Ibrahim, il giovane e simpatico dive master che diventerà il nostro punto di riferimento ufficiale (parla un ottimo italiano) anche se avremo modo di frequentare o immergerci con Bob, Hassan, Michael, tutti estremamente cordiali.

 http://www.orca-diveclub-abudabab.com/english/divecenter.php

 

Cri. Le immersioni si svolgono così:

a) direttamente dalla spiaggia quando si vuole, basta segnarsi sul foglio e prendere una bombola. Si esplorano i due reef a Nord o a Sud della baia.

b) con un minivan che ti porta su altre spiagge, nel raggio di una trentina di chilometri, da cui si entra in acqua “a piedi”. Sia di mattina che di pomeriggio.

c) in gommone con partenza la mattina intorno alle 9 per visitare dei reef (shaab in arabo) prospicienti la baia.

d) in gommone per Elphinstone Reef, con partenza la mattina presto alle 5.30, per fruire delle migliori condizioni di mare. Distante una ventina di minuti è la meta più ambita e famosa!

e) su una grande barca da crociera che, partendo dal porto di Marsa Alam tutti i martedì, offre un’escursione di un’intera giornata con due immersioni ed il pranzo.

 

Gigi. Veniamo, giustamente, obbligati a fare un “check dive” dove abbiamo il dispiacere di ri-scoprire che

quelle acque sono molto salate e che di conseguenza dovremo aggiungere la bellezza di 4 Kg alla cintura dei pesi rispetto a quelli recentemente utilizzati nei mari delle Filippine. Io, in particolare, che mi son portato una muta da 5mm dovrò scendere con addirittura 10 kg e Cri raddoppia da 3,5 a 7 kg. Mi sento goffo come un astronauta ma non c’è niente da fare o così o… galleggio come un sughero. Poi finalmente sgonfiamo il giubbetto e sprofondiamo dolcemente nelle calde acque della baia.

 

una tartaruga che "bruca" sul fondo

una tartaruga che "bruca" sul fondo

Cri.

Ci hanno già informato che, purtroppo, il mitico dugongo quest’anno se n’è andato in ferie da qualche altra parte. La delusione è mitigata dall’incontro con una nutrita colonia di tartarughe stabilitasi nel piccolo golfo grazie alle posidonie, ormai piuttosto spelacchiate, che fanno da tappeto al fondale sabbioso. Ed è proprio nascosto in un ciuffo verde che un esperto sub tedesco che ci accompagna scova un delizioso cavalluccio marino, piuttosto raro da quelle parti al contrario dei “cugini” pesci ago che osserviamo in quantità. Subito a seguire ci relazioniamo a lungo con una bella seppia che volteggia a mezz’acqua per nulla intimorita dalla nostra presenza.

 

 

 

Gigi. Tra gli ospiti fissi dei due reef, Nord e Sud, che delimitano il piccolo golfo non manca mai il pesce coccodrillo, lo squalo chitarra ed una piccola aquila di mare che svolazza tranquilla spingendosi fin quasi a riva. Si incontrano comunemente trigoni a macchie blu, branchi di triglie, di trombetta, fucilieri e chirurgo, oltre a lion fish, calamari, murene, pesci palla, pesci pagliaccio e altri più comuni ma non meno belli pesci di barriera. Le tartarughe sono così numerose che non fanno più notizia. Un luogo molto adatto anche per lo snorkeling.

 

giocando con i delfini

giocando con i delfini

Corso Nitrox

 

 

 

Cri. Immersioni e diving sono l’elemento assolutamente centrale della nostra vacanza. Ci facciamo per di più convincere a fare il corso Nitrox per cui il tempo di non immersione, reale o mentale, da dedicare a snorkeling e spiaggia, è ulteriormente ridotto. Data la mia indubbia pigrizia e il mio desiderio di spazi di vuoto diciamo meditativo, mi sembra di essere troppo al di sotto della giusta soglia di inattività vacanziera. Per Gigi è un po’ l’opposto perché lui ama di più i ritmi intensi senza eccessive pause.

Il corso, che decido di frequentare con l’obiettivo di diminuire la stanchezza da immersioni plurime, mi provoca una certa apprensione quando leggo della pericolosità dell’ossigeno nel caso di eventuali inadeguatezze nel caricamento della bombola o nella misurazione della pO2. Anche Giovanni, un simpaticissimo istruttore italiano conosciuto laggiù, mi conferma questo elemento negativo.

 

Gigi. Le ansie di Cristina non l’abbandonano mai… Personalmente ero solo preoccupato di dover studiare il manuale di notte e rispolverare le vecchie tabelle ormai in disuso. Michael, l’istruttore che ci tiene il corso, è estremamente gentile e paziente, ma l’esamino finale consta principalmente di problemi matematici piuttosto impegnativi che ci fanno grondare sudore, anche per i tempi ristrettissimi di preparazione. Promossi!

 

i delfini in branco

i delfini in branco

Delfini a tu per tu

 

 

 

Gigi. La gita in barca a Shaab Marsa Alam, un reef a circa 10 miglia dalla omonima brutta cittadina, occupa piacevolmente tutta la giornata. Arrivati al porto, privo di moli d’attracco, si deve trasbordare armi e bagagli, tramite un gommone, sulla bella imbarcazione da crociera che ci attende alla fonda. Appena raggiunta la nostra meta e mentre il “briefing” di Ibrahim è in pieno svolgimento viene avvistato un branco di delfini che sfila non lontano dalla barriera corallina semi sommersa cui siamo ormeggiati.

 

 Cri. L’eccitazione pervade l’intero gruppo. Le nostre guide, con grande tempismo e sensibilità, ci invitano a saltare alla svelta sul gommone appoggio muniti di sole pinne e maschere per tentare di raggiungere gli amici mammiferi marini. Ovviamente lo Zodiac non può contenere tutti i gitanti ma noi siamo abbastanza lesti. L’emozione è palpabile per l’incontro inatteso ed insperato. Un minuto di navigazione, si spegne il motore e ci catapultiamo in acqua pinneggiando come forsennati.

 

Gigi. Ci sono due coppie di stenelle (probabilmente due cuccioli con le rispettive mamme) che si avvicinano sempre di più. Io mi trovo un po’ più avanti rispetto agli altri ed ho la fortuna di avere una bella interazione con un “adolescente” che prima dà ampio sfoggio delle sue abilità natatorie, inabissandosi e risalendo più volte con il capo rivolto verso di me, poi decide di approfondire la conoscenza e mi gira ripetutamente attorno a distanza di una carezza che, a stento, mi trattengo dal dare. Sono commosso dal constatare, ancora una volta, come questi simpatici cetacei cerchino il contatto con gli esseri umani con cosi tanta naturalezza venendone invece ricambiati con le spadare che ne uccidono in quantità ogni anno!

 

Cri. Rientrati a bordo ci infiliamo la muta e saltiamo in acqua per la prima immersione della giornata che risulterà essere una delle più “anarchiche” che ci siano mai capitate. Oltre a me, Gigi ed Ibrahim che ci guida il gruppo è formato da due simpatici romani, fratello e sorella e da una coppia di svizzeri che invece “sembrano” madre e figlio ma non lo sono (pettegolezzi a ruota libera). In sintesi mentre il mio buddy ed io seguiamo ordinatamente la guida, le altre due coppie se ne vanno letteralmente per conto loro: i romani per inesperienza e gli svizzeri per supponenza. I coralli sono molto belli e formano dei fantastici canyon. Il pesce è invece scarso: vediamo un pesce leone, una grossa murena ed una tartaruga. Durante un “time out” chiesto da Ibra per riassemblare il gruppo giochiamo a lungo con un curioso pesce pipistrello. Il ragazzo romano alla fine del suo yo-yo rimane ovviamente senz’aria. Segue cazziata del dive master.

 

un "porcupine"

un "porcupine"

Gigi.

Consumato il pranzo a bordo, mentre siamo intenti a far la siesta, viene avvistato un consistente gruppo di stenelle che si era nel frattempo ridossato sottovento al reef semicircolare a trecento metri da noi. Pronti, via! Seconda spedizione in gommone in cui lasciamo spazio ad altri. Questa volta si tratta di almeno una ventina di stenelle che si fanno sì fotografare, a lungo e abbastanza da vicino, ma che non desiderano giocare ed esibirsi in acrobazie. Probabilmente il capo branco pretende più disciplina quando sono in “formazione”.

 

 

 

 Cri. Nella seconda immersione sorvoliamo delle maestose cattedrali di corallo, passiamo in un tunnel, ma il pesce è sempre scarso. Verso la fine veniamo ricompensati da un Napoleone che ci gira a lungo intorno e si mette a fare le “boccacce” estroflettendo notevolmente le labbra come e più di talune attricette nostrane “botulinizzate” in modo spaventoso.

 

Suspence ad Elphinstone Reef

 

Cri. Ci eravamo tenuti “il meglio ed il più impegnativo” delle immersioni giustamente per ultimo, per arrivarci più preparati. Poi un crescendo di combinazioni e di casualità lo ha reso parecchio stressante.

 

Gigi. Andiamo per ordine e cerchiamo di ricostruire le tappe. Nel Luglio 2001 feci le mie prime due immersioni su quel reef senza Cri perché ai tempi non era ancora “advanced”. Ebbi la fortuna di non trovare sostanzialmente corrente e mi ricordo di aver ammirato, come top, uno splendido squalo grigio a -34 metri sullo zoccolo Nord. Marsa Alam era stata aperta da poco al turismo e c’erano molti meno sub di adesso.

 

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

l'inquietante incontro ravvicinato con un tigre

Cri.

Non abbiamo mai avuto timore degli squali, anzi appoggiamo la campagna a difesa di queste magnifiche creature. Poi in primavera c’è stato l’incidente della turista francese morsicata da un Longimanus e morta dissanguata. Arrivati ad Abu Dabbab una sera, dopo cena, in hotel ci viene raccontata la storia dei 4 sub russi dispersi in mare dopo essersi immersi ad Elphinstone e mai più ritrovati. http://www.viaggierelax.it/viaggi/index.php?option=com_content&task=view&id=200&Itemid=102

 

 

A seguire le nostre guide ci mostrano sullo schermo di un PC un video realizzato da un turista dove parecchi Longimanus girano freneticamente attorno ad un gommone, con i sub in acqua, andando a sbattere ripetutamente contro l’obiettivo della telecamera nell’intento di curiosare. Per ultimo ci informano che proprio quella mattina – per la prima volta- sono stati avvistati DUE SQUALI TIGRE (2!) ad ELPHINSTONE REEF!!! Inoltre il simpatico Ibrahim continua a ripetere, tra il serio ed il faceto, che secondo lui ci saranno prossimamente altri incidenti in quel luogo. Può bastare???

 

Gigi. Riceviamo un SMS di amici italiani che ci chiedono quando rientriamo in Italia ed io a questo punto rispondo: ”se domani non veniamo pappati dagli squali… lunedì prossimo”. Quando li incontrerò successivamente mi diranno che avevano giudicato quel messaggio ” una delle tue solite battute” ignorando

il fondo di verità nascosto.

 

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

fatta "conoscenza" lo squalo, senza più interesse, se ne va

Cri.

Il mio gene dell’ansia lavora nella notte in attesa del briefing delle 5,30 del mattino. Penso soprattutto alla corrente che mi può disperdere chissà dove e al contatto con questi squali che sembrano aver cambiato il comportamento nei confronti dell’uomo grazie al sempre più frequente shark-feeding. Mentre il gommone sfreccia sulle acque calme dell’alba i pensieri turbinano nel cervello. C’è ancora poca luce. Siamo in cinque: noi due, due tedeschi con l’aria molto “navigata” e la guida Hassan con 6000 immersioni all’attivo. Arrivati a destinazione, prima di immergerci, Hassan verifica la direzione della corrente e dà le ultime istruzioni: niente ritrovo in superficie, si va giù a GAV sgonfio, ci si incontra a 5m e poi rapidamente ci si porta sul versante W per costeggiarlo. Date le profondità preventivate di 35-40m, noi optiamo per le bombole ad aria, per non arrivare ai limiti di pO2 da “contingenza”, mentre i due tedeschi il nitrox, ed infatti staranno sempre qualche metro sopra di noi. Alla fine il prodotto della mia agitazione è che scendo da sola per ultima e raggiungo in ritardo il punto di riunione; gli altri sono già avanti che pinneggiano veloci mentre io sono alle prese, fra l’altro, con i miei soliti problemi di compensazione. Si scende rapidamente a 36m e si continua a starci nuotando controcorrente e consumando di conseguenza un bel po’. Sono lì che arranco nella penombra quando avvisto ad una decina di metri sulla sinistra uno squalo tigre e lo segnalo agli altri che stanno guardando altrove. Uhauu!! Che morsichi o non morsichi la sua affascinante sagoma sullo sfondo del blu mi lascia senza fiato!

 

 

 

Gigi. Il mio “database” cerebrale non aveva la certezza che fosse proprio un TIGRE, come ci venne successivamente garantito dalla guida, anche se dopo tutti i discorsi della sera prima ne ero piuttosto convinto. Comunque era lungo almeno 4 metri ed aveva un colore striato sul giallo che non avevo mai visto prima. A differenza di Cri tenevo nel frattempo molto sotto controllo il computer che mi diceva: 3min NO DECO, 2min NO DECO, 1min NO DECO cercando di attirare l’attenzione di Hassan che mi ripeteva OK, OK, OK. Avendo però nuotato troppo a lungo contro corrente a 35 e passa metri il manometro segnò i 100 bar poco prima che giungessimo all’estremità Nord del reef. Prima di iniziare la risalita sul lato Est scorgemmo, sì, un bel Napoleone ma mi sembra di poter dire che anche lì la quantità di pesce è molto diminuita negli anni. Terminata la consueta safety stop, Hassan che aveva già gonfiato il pedagno, ci fa segno di star sotto mentre lui emerge in cerca del gommone. Strana procedura, pensiamo noi. Poi, con lo Zodiac a perpendicolo sulle nostre teste, fa gesti di risalire rapidamente e di saltare a bordo. La spiegazione di Hassan su queste inconsuete manovre è che con dei “tigre” nei paraggi è meglio non mettere in evidenza le nostre sagome in superficie per non dare spunto (o meglio spuntino) agli zebrati pesci cartilaginei di attaccare dal basso verso l’alto com’è loro abitudine. Si rientra alla base contenti per l’esperienza vissuta e ancor di più per poterla raccontare agli affezionati lettori. Non credo che torneremo presto ad Elphinstone. Il mio motto rimane: IL BRIVIDO MA NON IL RISCHIO.

 

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Air Italy, franchigia bagagli bassa e collaboratori sgarbati non aiutano l'incremento del turismo...

Unica nota stonata

 

 

 

Si riparte in piena notte, l’aeroporto è gremitissimo di turisti italiani che rientrano a casa. Arrivati al bancone

del check-in abbiamo la sgradita sorpresa di risultare complessivamente in eccesso di 6 Kg. Nessuna tolleranza. L’eccedenza ci viene fatturata ben 10€ al Kg per un totale di 60€ che uno scortesissimo ed aggressivo funzionario ci intima di pagare seduta stante e senza fare storie. Rimaniamo esterrefatti. Mai ci era capitata una cosa simile. Al di là dell’esborso pecuniario… è la sensazione di essere trattati come dei malfattori che ci disturba assai. Tra l’altro questo odioso balzello non può che ritorcersi contro la stesso indotto turistico locale. Quale vacanziero (dovendo già fare i conti con i 15+5 Kg) si permetterà di acquistare ancora souvenir? Quanti subacquei come noi non rimpiangeranno le compagnie aeree (specie quelle dirette ad oriente) che concedono 30 Kg più un bagaglio a mano che non viene nemmeno pesato???

 

 

 

gigi&cri@sottacqua.info





 

il Veniero 2° sul suo invaso in arsenale

il Veniero 2° sul suo invaso in arsenale

Riceviamo, e pubblichiamo, dal nostro collaboratore Ivan Lucherini questa importante notizia riguardante il ritrovamento di un relitto di sommergibile che, probabilmente, mette la parola fine alle incognite sulla sparizione di una unità della nostra Marina Militare nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Lasciamo alle parole di Ivan ogni spiegazione anticipando che, prossimamente, saremo in grado di raccontare diffusamente, con un reportage, la storia di questo ritrovamento.

 

Paolo Bastoni 

 

Il 17 maggio del 1942 il sommergibile italiano Veniero 2° della classe “Marcello”, al comando del capitano di corvetta Elio Zappetta, partiva da Cagliari per una missione al largo delle isole Baleari. Le ultime notizie che si hanno dell’unità navale risalgono alla sera del 29 maggio quando alle 16.45 lanciò un messaggio radio con la notizia di un attacco in corso. Poi più nulla. Da successive notizie di origine alleata, più precisamente inglesi, si seppe che un sommergibile italiano, nelle prime ore della mattina del 7 giugno del 1942 era stato attaccato da un aereo Catilina, riportando gravi danni alle strutture. Negli elenchi della Marina Militare il sommergibile Veniero 2° della classe “Marcello” risulta ad oggi disperso con tutti gli uomini dell’equipaggio, che qui in calce citiamo.

 

ecco com'è apparsa ai subacquei la torretta del sommergibile

ecco com'è apparsa ai subacquei la torretta del sommergibile

Tutto questo, probabilmente, fino a pochi giorni fa. Infatti la scorsa settimana, durante una normalissima immersione di addestramento su un fondale di soli 11 metri al largo della spiaggia di Is Arenas nella Sardegna occidentale in provincia di Oristano, una gruppo di subacquei, Marco Montanari, Ivan Savorani e Cesare Lochi si sono imbattuti in quello che sembrava uno scherzo della natura: uno strano scoglio a forma di sommergibile si stagliava nel blu totalmente coperto dalla concrezione. Una serie successiva di immersioni ha potuto appurare che il relitto sommerso è effettivamente un sommergibile e probabilmente proprio il Veniero 2°. Ovviamente utilizzare il condizionale è d’obbligo considerata la delicatezza della notizia. Nei prossimi giorni ulteriori indagini, che si auspicano della Marina Militare, o da altra struttura da essa delegata potranno chiarire il mistero e confermare nel caso, il ritrovamento dell’ultimo sommergibile Italiano della classe “Marcello” ancora dato per disperso. Ci corre l’obbligo in queste note ricordare i nomi dei componenti dell’equipaggio tutti scomparsi che hanno immolato la loro vita per servire un ideale di appartenenza e di difesa dell’unità d’Italia

 

 

 

 

 

il Veniero 2° in navigazione. Per la Marina Militare era disperso dal 29 maggio 1942 con tutto l'equipaggio

il Veniero 2° in navigazione. Per la Marina Militare era disperso dal 29 maggio 1942 con tutto l'equipaggio


 

il 7 giugno 1942 sono caduti nell’espletare il loro dovere: 

 

- Ten. Vasc. Elio ZAPPETTI, Comandante
- S.Ten.Vasc. Mario TOVO, Ufficiale in 2ª
- Cap. (GN) Paolo MUHLBERGER, Direttore di Macchina
- Ten. (GN) Mario MANCIOTTI
- Guardiamarina Federico VARRATI
- Guardiamarina Eugenio VERGANI
- C°3ª cl. Giuseppe DE BENEDET
- C°3ª cl. Luigi BIGNOTTI
- C°3ª cl. Angelo IPPOLITO
- 2°C° Lorenzo DELLA PIAZZA
- 2°C° Enzo DOMENICHINI
- 2°C° Alfonso ILLIANO
- 2°C° Elios LA ROSA
- 2°C° Ardito MENEGHELLI
- 2°C° Raffaele PORCELLI
- 2°C° Aurelio SAVOI
- 2°C° Elio TESSAROLO
- Sgt. Adelmo CAMPRINCOLI
- Sgt. Renato CERIOLO
- Sgt. Angelo DE PIERO
- Sgt. Antonino LICCIARDELLO
- Sgt. Ferdinando LUCIANI
- Sgt. Curzio LUDOVISI
- Sgt. Narciso MALON
- Sc. Vincenzo BELMONTE
- Sc. Giuseppe LUCARINI
- Sc. Pierino LUCONI
- Sc. Emilio LUDDI
- Sc. Giuseppe MAJERNA
- Sc. Alfonso MORINARI
- Sc. Osvaldo MECHINI
- Sc. Rino SARTORI
- Sc. Salvatore SETZU
- Sc. Paolo TORRES
- Sc. Oslavio TUCCI
- Com. Antonino ARENA
- Com. Oreste BASSI
- Com. Salvatore BRIGUGLIO
- Com. Carlo BRONDONI
- Com. Piero CABRILLA
- Com. Mario CAGNASSONE
- Com. Livio CONNESTARI
- Com. Domenico CONVERTINI
- Com. Pasquale CURCIO
- Com. Michele CUTRÌ
- Com. Giuseppe DI SERIO
- Com. Renato DURONI
- Com. Raffaele IANNIELLO
- Com. Giuseppe LENA
- Com. Aristide MAESTRI
- Com. Elio MAZZELLA
- Com. Alfredo MONETA
- Com. Ernesto NAZZARI
- Com. Luigi ROTOLO
- Com. Carlo ROVITO
- Com. Eduardo SCLAUNICH
- Com. Raimondo SOLAZZO
- Com. Luciano VALLI
 

speciali_06_09_millo_00SOTTACQUA è lieta di presentare sulle sue pagine il resoconto in forma di diario dell’ultima spedizione organizzata da Giuseppe Sala, patron della casa di Roncadelle che, capofila di una serie di sponsor, ha promosso – nonostante le difficoltà che tutte le aziende devono affrontare in questo periodo – la spedizione sul relitto del sommergibile “Ammiraglio Millo” capitanata da Lorenzo del Veneziano, già protagonista di altri due exploit firmati Gio’Sub: EXPLORO Yolanda, con le immersioni record in Mar Rosso e la più recente EXPLORO Bianca C, sul “Titanic” italiano affondato ai Caraibi.

Con questa terza iniziativa il diario di bordo delle spedizioni EXPLORO si arricchisce di un nuovo capitolo sulle immersioni sui relitti italiani: il sommergibile “Ammiraglio Millo”, affondato da due siluri lanciati dal sommergibile inglese “Ultimatum” il 14 marzo del ’42 e che ora giace a 70 metri di profondità nelle acque dello Jonio calabrese.

Seguite con noi, giorno per giorno, lo svolgimento di quest’ultima avventura targata Gio’Sub.

Gio’Sub - Exploro MilloPunta Stilo, 22 – 27 giugno 2009

38° 27′ N – 16° 37′ E

GIORNO ZERO

speciali_06_09_millo_02La Spedizione

Partita la nuova esplorazione dall’azienda di illuminatori subacquei Gio’Sub di Roncadelle.

Domenica 21 giugno l’appuntamento del team Exploro è al Diving Centro Sub Tigulio di Lorenzo Del Veneziano e Eva Bacchetta. Dove il capo spedizione e testimonial dei prodotti Gio’Sub, il fotografo Lorenzo Del Veneziano, è impegnato nelle normali attività del Diving.

Ore 11.00 mentre Lorenzo sta rientrando in gommone dal promontorio di Porto Fino lo staff della Gio’Sub si appresta al carico del materiale necessario per l’esplorazione programmata. Diverse casse di attrezzatura contenenti i preziosi rebreather necessari per la spedizione, l’attrezzatura foto e video, erogatori, compressori e bombole di gas, vengono stipate sul PU dello staff.

Ore 14.00 la partenza da Genova. Mentre il resto del team e dei subacquei che si sono proposti per affiancare la spedizione si riuniscono per affrontare il viaggio il PU del materiale inizia la sua lenta discesa che lo porterà ad attraversare tutto il Paese.

Per tutti l’appuntamento sarà per lunedì 22 giugno presso il camping oasi di Badolato (Cz), dove assieme alla guide e nostro contatto in Calabria, l’Istruttore TSA Lino Muraca vedremo di realizzare il campo base per le ricariche dell’attrezzatura del team e le partenze giornaliere alla volta del relitto del Regio Sommergibile Ammiraglio Millo. Un relitto già noto e visitato, come riferito dal comunicato stampa dell’azienda bresciana divulgato tempo addietro, ma che va a completare una rosa di spedizioni e di lavori effettuati dallo scopritore di relitti genovese nell’arco della sua carriera. Il viaggio scorre tranquillo regalando occhiate all’attrezzatura trasportata e fissata con elastici e cime.

speciali_06_09_millo_03Ore 20.19 alle luci del tramonto Cassino ci accoglie con un meraviglioso arcobaleno che si staglia alla nostra destra perdendosi poi nelle uvole gonfie e basse.

Tre soste di rifornimento si sono alternate lungo il viaggio, permettendoci di scaricare un po’ di stanchezza dalle ossa. Il tempo è sereno ma oltre Napoli le nubi si fanno incontro sempre più veloci.

La temperatura, che non è mai stata degna del primo giorno d’estate, precipita velocemente e sull’autostrada Salerno – Reggio Calabria ci troviamo con 10°C. A mattina inoltrata un sosta di qualche ora ci permette di riprenderci dal torpore e dalla stanchezza…per rimetterci in marcia, alternandoci alla giuda del mezzo.

Finalmente il viaggio sembra essere alla fine…ore 5.25 mentre i primi raggi dell’alba si fanno strada attraverso la notte oltrepassiamo Lamezia Terme e ci spostiamo in direzione Catanzaro – Soverato dal quale raggiungere il punto prefissato.

speciali_06_09_millo_06Gli elastici hanno sopportato bene i 1430Km di viaggio… ed anche il lavoro di carico ha dimostrato di essere stato effettuato in modo corretto, non si è mosso nulla dalla partenza di Genova. Arriviamo presto… presto per trovare la direzione del camping ed entrare in stanza. Ci concediamo un po’ di relax in spiaggia a goderci il sole che sorge sullo Jonio. Una rapida puntata al faro di Punta Stilo, con il suo occhio puntato sul mare, ed ai borghi

arroccati nell’entroterra.

Mare di casa nostra… siamo arrivati, con un nuova storia da essere raccontata.

PRIMO GIORNO

Primo giorno di spedizione Gio’Sub Exploro Millo 2009 inizia al mattino presto! Tenendo conto dei consigli di Paolo Palladino, primo subacqueo a scendere sul relitto del Millo, del Thalassoma Diving Center e di Lino Muraca i ragazzi della spedizione partono poco prima delle ore 7.00 dalla Marina di Badolato (Cz), in modo da anticipare il vento che potrebbe ingrossare il mare rendendo difficoltose le operazioni.

Assieme al team di Lorenzo Del Veneziano si sono affiancati alla spedizione amici ed appassionati di subacquea, che hanno deciso di dare una mano a questa nuova impresa di Lorenzo.


il team di Exploro Millo

il team di Exploro Millo

Quindi oltre al Team dei ragazzi di Lorenzo, che vede: Gianluca Bozzo, Lorenzo Stucchi (già con Del Veneziano nella precedente esplorazione promossa dalla Gio’Sub sul relitto del Bianca C – il Titanic dei Caraibi, a Grenada) e Roberto Liguori. Troviamo una allegra e variopinta compagnia di subacquei tecnici che

potranno scendere sul relitto dell’Ammiraglio Millo… oppure usare la settimana a disposizione per visitare gli altri relitti presenti nello Jonio calabro.



Il team della spedizione e i ragazzi che hanno affiancato l’uscita stivano le proprie attrezzature sul gommone del Centro Diving Thalassoma di Paolo Palladino, assieme a Filippo, e sulla spaziosa barca di Lino Muraca, coadiuvato da Gennaro. In poco meno di mezz’ora arriviamo sul punto di immersione, 20 miglia a sud del camping Oasi che ci ospita e circa 2,5 miglia dalla linea di costa… effettivamente a poca distranza dal faro di Punta Stilo.


i sub con il rebreather si preparano a scendere in acqua

i sub con il rebreather si preparano a scendere in acqua

I preparativi incalzano e l’ora dell’immersione è giunta…mentre il gommone appronta trapezio e stazione decompressiva Lorenzo Del Veneziano distribuisce i compiti al proprio staff. Ordinatamente scendono in acqua e senza bolle spariscono nel blu dello Jonio solcato da un leggero grecale. Paolo è leggermente scettico in merito alla visibilità che i ragazzi potranno incontrare sul relitto… ” solitamente quando entra grecale, in profondità la corrente si muove da sud portando sospensione sul relitto… spero di sbagliarmi e che i ragazzi facciano una bella immersione!” ma dopo pochi minuti che i ragazzi si sono immersi il mare monta di qualche metro facendoci ballare in superficie.


Dopo una mezz’ora è il turno dei ragazzi che affiancano la spedizione… quindi si gettano Fulvio, Andrea, Max e Gabriele scendendo lungo la sagola del relitto per svolgere i compiti di supporto assegnati la sera prima nel briefing da Lorenzo. La sola che rimane in superficie è Elena che scenderà di li a poco per assistere il team nelle fasi di deco. Il tempo scorre lento… e lentamente anche il mare va placandosi.

Elena e Filippo, sommozzatori di assistenza, scendono a recuperare il materiale del team e dei ragazzi scesi poco dopo… Dopo 150′ il team Gio’Sub Exploro Millo inizia a riapparire in superficie con Lorenzo Del Veneziano e Gianluca Bozzo che, una volta riguadagnato il gommone, ci raccontano della pessima visibilità incontrata e delle difficoltà che si sono trovati ad affrontare una volta sul relitto. “Comunque il lavoro l’abbiamo fatto…” esordisce Lorenzo “nonostante la visibilità non superasse i 4/5metri il relitto è veramente bello, enorme ed offre molti spunti per realizzare un buon lavoro!“. Dopo altri venti minuti riaffiorano anche Lorenzo Stucchi e Roberto Liguori che avevano effettuato un 40′ di tempo di fondo… Si rientra in porto… per vedere il materiale foto e video realizzato.

Scarichiamo tutta l’attrezzatura dividendocela tra il PU dello staff Gio’Sub e i mezzi dei ragazzi.

Le impressioni arricchiscono l’immersione e la scarsa visibilità incontrata sul fondo… tutti hanno visitato porzioni diverse del relitto ma ognuno è stato felice di aver partecipato e contribuito al lavoro della spedizione.

Archiviamo l’immersione con propositi nuovi per la giornata di domani!

SECONDO GIORNO

La perturbazione meteorologica inseritasi nel nostro Paese all’inizio della settimana rende la vita difficile ai ragazzi della spedizione Gio’Sub Exploro Millo 2009. Anche oggi ci svegliamo poco dopo il sorgere del sole per trovare il camping Oasi di Badolato bagnato da una pioggerella insistente…anche se le previsioni ed il cielo ci regalano abbondanti sprazzi di sereno.


il team sul gommone del Thalassoma Diving Center

il team sul gommone del Thalassoma Diving Center

Carichiamo tutte le attrezzature sul furgone dello Staff Gio’Sub e sulle auto dei partecipanti per avviarci verso il porto dal quale il gommone del Diving Thalassoma di Andrea Paladino, che per primo trovò e scese sul relitto dell’Ammiraglio Millo, ed il Caroline di Lino Muraca ci attendono per le operazioni della giornata. Le condizioni del mare sembrano garantire una buona navigabilità e, come sperano un po’ tutti quanti, una visibilità superiore a quella di ieri…


Ma bastano pochi minuti di navigazione verso sud che il mare inizia a montare e ad incresparsi. Bassi nuvoloni grigi ci vengono incontro con rapidi scrosci di pioggia leggera. Sotto il tendalino del gommone del team Gio’Sub Exploro Millo 2009 trova riparo il fotografo Paolo Sala, di Inimmaginabile Studio, che riprende stoicamente le operazioni mentre i ragazzi di Lorenzo Del Veneziano iniziano a prepararsi per entrare in acqua.

Ragazzi c’è corrente molto forte…” esordisce Lorenzo Del Veneziano osservando l’angolo dell’ormeggio sul relitto “sembra superficiale ma ha l’aria di spingere come un fiume in piena!” la cosa viene confermata anche dall’amico Paolo Palladino la corrente spinge verso sud…anche se il vento è di libeccio, ci sono le premesse per cui il relitto si presenti pulito e vi offra una buona visibilità!…

Mentre i sommozzatori del team di Lorenzo Del Veneziano scendono in acqua e spariscono sul pedagno del relitto i ragazzi che affiancano la spedizione, a bordo del motoscafo di Lino, seguono le operazioni rendendosi disponibili a dare una mano dove necessiti al team di Lorenzo.

Sono tutti subacquei tecnici esperti e fin da subito capiscono che il mare oggi sarà impegnativo e le condizioni di corrente metteranno a dura prova le loro capacità. Infatti registriamo alcune rinunce per l’eccessiva corrente di superficie che non permette ai partecipanti di raggiungere il pedagno del relitto. Ma la sicurezza ed il buon senso vengono prima di tutto! E dopo qualche momento di sconforto una risata liberatoria cancella tutto… pronti a fare assistenza ai compagni in acqua attendiamo il riemergere dei nostri esploratori.


Andrea e Fulvio

Andrea e Fulvio

Il tempo cambia ancora regalandoci una bella ma fastidiosa onda lunga. La stessa si ingrossa, sotto il vento che aumenta, non permettendo alle imbarcazioni di rimanere al fianco…”l’ormeggio strappa troppo…meglio sganciare…!” mentre la stazione decompressiva ed il trapezio per l’ultima sosta viene calato in acqua il motoscafo di Lino recupera la cima ed in pochi secondi si trova ad un centinaio di metri dal gommone della spedizione.


Dopo diversi minuti affiorano i primi ragazzi che affiacano la spedizione, sono Andrea e Fulvio che avevano il compito di guidare la videocamera negli squarci aperti e nei tubi lanciasiluri del relitto… “ragazzi una fatica incredibile stare sul relitto e sul pedagno ma la visibilità sul relitto era spettacolare!” provati dall’esperienza riguadagnano il loro posto sulla barca di Lino. Provati ma euforici per la bella immersione fatta.

Passano più di due ore prima che il team Gio’Sub Exploro Millo inizi a riapparire in superficie con Lorenzo Stucchi e Roberto Liguori che , una volta riguadagnato il gommone, ci raccontano dell’esperianza: “Ottima la visibilità… abbiamo filmato tutto il fianco sinistro del relitto, Roberto ha trovato anche un boccaporto a poca distanza dal corpo del sommergibile. Le condizioni di lavoro erano pessime per la corrente che ci spostava ed abbiamo faticato a rimanere sul relitto! Abbiamo incontrato Lorenzo (Del Veneziano) che si è fatto passare la videocamera per completare alcune sequenze di ripresa!“. Diversi minuti più tardi riaffiora anche il capo della spedizione, provato ma esaltato dalla visibilità trovata.

Rientriamo al porto per scaricare i mezzi e tornare al camping a riposare e riscaldarci dalla giornata uggiosa.


Giuseppe Sala e il "Deep Blue Diving"

Giuseppe Sala e il "Deep Blue Diving"

TERZO GIORNO

Ed alla fine anche sulla spedizione Gio’Sub Exploro Millo 2009 appare il sole! Giovedì 25 giugno. Terzo giorno di immersioni per il team di subacquei tecnici guidati da Lorenzo Del Veneziano, testimonial prodotti Gio’Sub. Dopo giornate di nuvoloni e scrosci di pioggia e temporali notturni… finalmente sembra che il sole ricompaia nella bella terra di Calabria. Dopo un veloce briefing operativo sulla pianificazione delle operazioni della giornata, vengono riarmate bombole e caricate le attrezzature necessarie a questo nuovo tuffo alla scoperta del relitto del R. Smg. Ammiraglio Millo.

Ancora una volta il piccolo porticciolo della Marina di Badolato vede scaricare numerosissime attrezzature da sub: dalle normali bombole ad aria per sommozzatori di assistenza, alle bombole decompressive ed i “bibo” dei subacquei tecnici che si immergono con trimix in circuito aperto…fino ai più evoluti rebreathers a circuito chiuso, del team di esploratori capitanati da Lorenzo Del Veneziano.

Oggi lo Jonio sembra accettare la nostra presenza. Il mare è piatto e di un bel colore turchese. Procediamo in navigazione sotto costa per poi dirigerci al largo in prossimità del faro di Punta Stilo. In poco meno di una mezz’ora, nonostante il carico, la spaziosa imbarcazione di Lino Muraca (Deep Blue Diving) ed il bel gommone di Paolo Palladino (Thalassoma Diving Center) raggiungono il punto di immersione. “C’è vento di grecale con mare calmo… dovrebbe essere una giornata di buona visibilità sul fondo…” commenta Paolo, con la sua esperienza da scopritore del relitto.


l'ormeggio sul pedagno

l'ormeggio sul pedagno

Una volta approntato l’ormeggio sul pedagno possiamo tutti constatare che oggi non avremo la fastidiosa onda lunga del giorno precedente e che non “balleremo troppo”. Rapidamente si montano le aste del trapezio per la decompressione ed i primi membri del team di Gio’Sub Exploro Millo 2009 scendono in acqua: iniziano la discesa sul relitto Lorenzo Stucchi e Roberto Liguori, trasportando la macchina da presa in alta definizione sul relitto e seguendo il programma dell’esplorazione odierna.


25′ di tempo di fondo sul relitto, a oltre 70mt di profondità, regalano ai nostri esploratori un 70minuti di decompressione che svolgono in diverse tappe risalendo sul pedagno fissato da Lino e Paolo nel fine settimana. Dopo oltre un’ora e mezza dalla loro silenziosa scomparsa nei flutti del mare. Riappaiono Gianluca Bozzo, e poco dopo alcuni suabcuei tecnici che avevano effettuato l’immersione sul relitto a distanza di 15-20 minuti dal team di Lorenzo Del Veneziano. Raggianti ed euforici della superba esperienza ci confermano ” Una visibilità

stupenda!!! Corrente leggera, ma è troppo bello questo relitto. E’ enorme e le sovrastrutture oggi si vedono in maniera spettacolare!… Antenne e goniometro di macchina, torretta e i due cannoni si stagliano verso la superficie… i tubi lanciasiluri sono ben individuabili e gli squarci dell’affondamento sono veramente impressionanti!è stranissimo e scenografica la sua posizione… con l’elica poco sollevata dal fondo a prima vista sembra un sommergibile armato in agguato sul fondo… ancora in attesa del proprio nemico!”


uno dei sommergibile della classe "Millo" in banchina

uno dei sommergibile della classe "Millo" in banchina

Dai dati in nostro possesso (fonte www.regiamarinaitaliana.it) la classe di sommergibili Ammiraglio erano, effettivamente, delle macchine enormi, rispetto ai normali mezzi subacquei… progettati per missioni impegnative e lunghe permanenze in mare aperto (tre motori diesel per un’autonomia di oltre 20mila miglia di navigazione). L’unico mezzo della nostra marina in grado di lanciare contemporaneamente sei siluri, anche se di dimensioni leggermente inferiori ai tradizionali 533mm.


Una grande giornata in mare. Ottime condizioni per lavorare e uno staff che è riuscito a dare una mano concreta alla realizzazione delle immagini ed alla mappatura del relitto che, nel debriefing post immersione, suggerisce spunti per il lavoro del giorno dopo. Lorenzo Del Veneziano raggiante per le immagini che è riuscito a realizzare e per avere potuto vedere nella sua piena bellezza anche questo relitto “Un relitto bellissimo, enorme, un mezzo che il nostro Paese ha realizzato e che è stato di grandissimo aiuto nelle operazioni belliche della

Seconda Guerra Mondiale…ce n’erano solo quattro di sommergibili come questo… ( R. Smg Amm. Saint Bon, Cagni, Caracciolo e il Millo, ndr.)… erano progettati per andare in Atlantico, erano i primi mezzi con condizionamento a freon, e gli unici con un arsenale bellico grandioso, 14 tubi lanciasiluri… un mezzo che a vederselo li ora… è una sensazione indescrivibile. Sono contentissimo di essere venuto fin qui per fotografarlo…ed anche che il mio stesso entusiasmo abbia catturato amici e conoscenti che mi hanno accompagnato fin qui ed anche sul relitto… con la giornata di oggi poi…abbiamo fatto centro!

QUARTO GIORNO – Rientro della Spedizione

Rientra la nuova spedizione Gio’Sub Exploro Millo 2009. Partita il 21 giugno per iniziare le immersioni sul relitto del Regio Sommergibile Ammiraglio Millo il 22 giugno la spedizione ha concluso il proprio lavoro ed ora è tempo di vedere quello che siamo riusciti ad ottenere.

Ancora una volta un pool di aziende, alcune direttamente interessate alla promozione dell’evento ed altre interessate al recupero della memoria di un pezzo della nostre recente storia, hanno partecipato concretamente permettendo la riuscita e la buona realizzazione della spedizione.


parte della torretta del Millo

parte della torretta del Millo

Il capo della spedizione il fotografo e video operatore subacqueo Lorenzo Del Veneziano è soddisfatto del lavoro fatto “Come sempre è stato un grosso lavoro di squadra!” ha detto ai microfoni di Telejonio, intervistato dal prof. Laganà, poco prima del rientro a Genova. “Abbiamo trovato un mare difficile ma stupendo!” prosegue il testimonial dei prodotti Gio’Sub “…siamo arrivati in Calabria accolti da una perturbazione che ci ha regalato pittoreschi arcobaleni ma anche una scarsissima visibilità in acqua! Il primo tuffo esplorativo è stato difficoltoso visto che sul relitto, a 70mt di profondità abbiamo trovato meno di 3mt di visibilità. Il sedimento fangoso e la scarsa luce fornita dal celo nuvoloso ci hanno reso difficoltoso il lavoro… Il giorno dopo il vento è girato a grecale regalandoci una visibilità meravigliosa sul relitto…ma la corrente era tremenda, un fiume in piena che ci ha costretto a diversi ancoraggi con cime lungo il pedagno per non essere portati via…il relitto è stato ripulito dalla corrente di profondità e già dai -54mt si scorgeva l’imponente sagoma scura.


Li abbiamo potuto avere un buon colpo d’occhio sull’intero relitto. Enorme e stupendo! Appoggiato sul fondo in modo molto scenografico…sembra ancora in attesa del proprio nemico!” nonostante durante quella seconda discesa molti sommozzatori che hanno affiancato la spedizione non siano riusciti a raggiungere il pedagno, in quanto sfiancati dall’eccessiva corrente, abbiamo potuto lavorare in tranquillità e realizzando immagini foto e video di incredibile nitidezza. “I successivi giorni siamo stati graziati dal grecale che ci ha portato via le nuvole ma anche dato una corrente che garantisse un’ottima visibilità sul Millo! Gli squarci dei siluri dell’Ultimatum sono ben visibili a poche pinneggiate dal pedagno; la torretta è veramente imponente ed al suo interno abbiamo potuto girare alcune scene tramite la microcamera montata su di un’asta… Impossibile penetrarci con le nostre attrezzature! Mentre dagli squarci abbiamo potuto entrare per documentare alcuni ambienti…” un piccola pausa di Lorenzo Del Veneziano che pensando alle parole più adatte si apre in un sorriso ammirando l’orizzonte “Il tempo si è fermato li dentro… e nonostante il disastro dell’affondamento molte strutture e le attrezzature di bordo sono ben conservate… a distanza di 67 anni non credevamo di trovare un mezzo così ben conservato! E grazie alla disponibilità di Lino Muraca del Deep Blue Diving e Paolo Palladino (lo scopritore del Millo e responsabile del Thalassoma Diving Center di Soverato, ndr.) siamo stati in grado di ritrovare alcuni testimoni di quell’affondamento…che ci hanno ospitato e regalato le emozioni di quei giorni, ricordi ancora vivi in loro! Un ringraziamento va a tutto il Team che mi accompagna oramai da diversi anni, all’organizzazione della Gio’Sub che ci ha permesso di realizzare il nostro lavoro al meglio…ed anche in questo splendido mare!
L’obbiettivo della Gio’Sub era quello di riportare alla luce il relitto del Sommergibile Ammiraglio Millo, Battello della Regia Marina Italiana silurato dal sommergibile inglese Ultimatum al largo di Punta stilo (14 marzo 1942) durante il ritorno dalla missione di approvvigionamento truppe italiane in Nord Africa durante la Seconda Grande Guerra Mondiale. Sommergibile della classe Ammiragli (della quale ne sono stati creati solamente 4, ndr.) , più grandi e moderni destinati alle missioni in pieno oceano e per il quale erano preparati a rimanere in mare per oltre 6mesi senza mai toccare terra. Gli unici sommergibili della Regia Marina con ben 14 tubi lanciasiluri ed in grado di lanciare 6 siluri contemporaneamente anzichè i 4 classici degli altri battelli. Mezzo nel quale hanno perso la vita 57 dei 74 imbarcati a bordo, ricordati nella targa commemorativa deposta dalla spedizione appena rientrata. E della vicenda è stato possibile ritrovare in loco dei testimoni oculari intervistati dai reporter della spedizione per raccogliere materiale destinato alla realizzazione del documentario della spedizione..


sul Millo

sul Millo

Il relitto

: Sommergibile Ammiraglio Millo della Regia Marina Italiana, coordinate prua relitto 38°27′ 598″ nord – 16° 36′ 581″ est; poppa 38°27′ 648″ nord – 16° 36′ 591″ est. Stazza 1700 tonnellate di dislocamento. Lungheza 87,9mt il terzo della classe ammiragli costruito dai cantieri CRDA di Monfalcone e varato il 16 otttobre 1939 – affondato il 14 marzo 1942 causa siluramento.


La spedizione è stata realizzata dalla Gio’Sub assieme alle aziende Fervorari Rottami, Olmeva, Ense srl, Casa&Rossi, Edilfaro, ParisiSub, Inimmaginabile Studio ed il magazine Life Instile che hanno messo a disposizione un loro fotografo, RedRescue presidi di Salvataggio, PILSport Bank Investiment ed il Centro Sub Tigulio. Guidata dal fotografo subacqueo e scopritore di relitti genovese Lorenzo Del Veneziano già alla guida delle precedenti esplorazioni con Gio’Sub (Exploro Yolanda e Bianca C) della quale è testimonial prodotti. Recentemente reduce da un performance sul mercantile grego Pramnoss affondato al largo dell’argentario e trovato a -125mt di profondità e reporter che collabora con numerose riviste di settore italiane ed estere.

Elena

Elena

Oltre a Lorenzo Del Veneziano il team della spedizione ha visto la partecipazione di Gianluca Bozzo, Lorenzo Stucchi e Roberto Liguori già nei precedenti team di Gio’Sub Exploro ed affiatati collaboratori del fotografo genovese in numerose esplorazioni in grotta, su relitti profondi e nelle ricerche del U-Boot ritrovato nel Tigulio. Oltre a loro si sono aggiunti subacquei tecnici di diverse associazioni subacquee che hanno potuto immergersi sul relitto del Sommergibile Ammiraglio Millo ed aiutare concretamente il team di Del Veneziano con parti, piccole ma importanti, nell’esplorazione del sommergibile… di circa 90mt di lunghezza portando a casa una fantastica esperienza, come ci hanno dichiarato nei loro messaggi entusiastici al rientro della quotidianità.Il Team e lo staff di Exploro Millo ha trovato base logistica presso il Camping Oasi di Badolato Marina, ringraziando la gentilezza della Sig.ra Silvana che ci ha permesso di lavorare al meglio e di mantenere vicine le nostre attrezzature. Gli esperti del Millo Paolo Palladino e Lino Muraca, i gentilissimi Gerardo Manello, Filippo e Danilo che ci hanno dato una mano nella realizzazione della logistica in loco.

Il piccolo ma pratico compressore Olmeva al seguito ci ha permesso di effettuare le ricariche necessarie alle operazioni quotidiane, oltre alle bombole della ditta bresciana Cima Estintori, il tutto ci ha permesso di lavorare in autonomia ed essere indipendenti nelle operazioni di esplorazione. La sicurezza è stata programmata e seguita dal Dottor Leandro Astolfi ed chiedendo informazioni sulla logistica in loco al DAN (Divers Allert Network) l’associazione medico scientifica che si occupa della prevenzione e del trattamento degli incidenti legati all’attività subacquea.

Un ringraziamento a tutti i partecipanti ed alle meravigliose persone che abbiamo avuto modo di conoscere durante la spedizione appena rientrata: da Pietro Caporale e tutti gli amici del Bar, gli abitanti di Santa Caterina dello Jonio, la disponibilità del Corpo dei Carabinieri ed il Corpo Forestale Dello Stato.

I giornalieri dell’esplorazione sono già stati pubblicati nelle pagine del sito della Gio’Sub e vedremo di aggiornarlo con il resto del materiale a disposizione.

Ancora una volta dalla Gio’SubEsplorazione Compiuta.

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