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Il mare in rete - anno IV n°. 33 – Marzo 2010 – reg.Trib. di Milano n.318 del 14 maggio 2007

ARCHEOSUB – LE ANFORE (seconda parte)

A cura di Ivan Lucherini Commenti disabilitati

colophon_ivan_lucheriniQuando nel 146 a.C. Roma al termine della terza guerra punica, rade al suolo Cartagine, la Città eterna è impegnata anche sul fronte orientale della Grecia per ottenere il dominio del Mediterraneo. La costruzione di un impero, come sarà quello romano, è cosa impegnativa e richiede grossi sforzi organizzativi. Migliaia di soldati e di coloni che si spostano per sostenere questo sforzo bellico e di occupazione stabile dei territori, richiedono consistenti approvvigionamenti di materiali e di provviste alimentari. Il vino prodotto nella penisola italiana, dalle fattorie condotte utilizzando la manodopera schiavile, proveniente dalle regioni conquistate, ormai assurge alla qualità e al prestigio che noi oggi riconosciamo ai vini DOCG a denominazione d’origine controllata e garantita e figura fra i prodotti più richiesti in tutti gli stanziamenti più esterni al costituendo impero. Siamo nella seconda metà del II° secolo a.C. e l’anfora greco italica, nata ad imitazione dei contenitori provenienti dalla patria del simposio, la Grecia, nella sua forma tarda viene soppiantata da un altro contenitore, più adatto al trasporto, maggiormente affusolato, anche leggermente più alto: l’anfora Dressel 1.

 
 

 

 

anfore Dressel 1

anfore Dressel 1

La cronologia di produzione e diffusione di questo importantissimo testimone del commercio mediterraneo, va dalla seconda metà del II° secolo a.C. a tutto il I° secolo a.C. e dimostra come il vino, prodotto nelle regioni centro italiche, sia apprezzato ormai in tutto il vasto territorio conquistato dai romani: dalla Gallia alla Gran Bretagna, dalla Spagna ai territori del centro Europa.

 

 

Dell’anfora Dressel 1 ne sono state classificate tre varianti denominate A, B e C che si distinguono fra loro per alcune differenze morfologiche. Tutti i tre tipi hanno corpo ovoidale, lungo collo e anse anch’esse lunghe, a bastone, che partono sotto l’orlo e poggiano sulla spalla, che nel tipo C è più arrotondata mentre nei tipi A e B mostra una più evidente carenatura. L’altezza media di queste anfore va dai 100 ai 120 centimetri. Risultano più basse le tipo A circa 100 centimetri rispetto ai tipi B e C che possono arrivare ai 120 centimetri. Questa forma di contenitore anforario prodotto nei territori della penisola italiana fu imitato da figline delle provincie romane della Betica, della Narbonese e della Tarraconese.

 
 

 

 

anfora Dressel 1b

anfora Dressel 1b

Nella penisola iberica nasce su un evoluzione della Dressel 1B, la Pascual 1 che, oltre alla associazione per il prodotto trasportato è accomunata, al tipo precedente, dal medesimo orlo a fascia verticale svasato. Quest’anfora è diffusa nel mediterraneo dalla metà del I° sec. a.C. alla metà del successivo. Fu prodotta, in origine, in centri situati lungo la costa nord orientale della penisola Iberica. Successivamente se ne produssero altri esemplari nel sud est della Gallia.

 

 

Gli archeologi, studiando la distribuzione dei bolli impressi sui contenitori da trasporto prodotti dalle fornaci della regione del basso Ebro, hanno potuto definire che le anfore del tipo Pascual 1 viaggiavano nello stesso periodo e nelle stesse stive delle navi che trasportavano anche anfore Dressel 2/4 e Dressel 7/11; in particolare la figlina dell’Aumedina, vicino a Tarragona, utilizzò il bollo “TIBISI” per identificare tutti e indistintamente i tre tipi di anfore, certamente destinate a trasportare diversi prodotti, vino per la Pascual 1 e la Dressel 2-4 e salse di pesce per la Dressel 7-11. La distribuzione geografica dei ritrovamenti delle anfore Pascual 1, allo stato attuale delle conoscenze, comprende il solo Mediterraneo occidentale, con attestazioni lungo la costa della Catalogna, nel golfo di Leòn e nell’Italia tirrenica; precisamente a Empuries, Port la Nautique, Fos, Marsiglia, Sainti Cyr sur Mer e Pompei.

Il rinvenimento di questi contenitori a Pompei è attestato anche da altri esemplari con bolli diversi, come “C.MVSSIDI NEP”, quest’ultimo rilevato anche su un esemplare messo in luce dagli scavi nei magazzini di Ostia, che va a completare, la presenza, fino ad oggi accertata, insieme ad un altra Pascual 1 con il bollo impresso “M.PORCI” anch’esso presente a Pompei, di questo tipo di contenitore anforario sul suolo italiano. Nelle figline presenti nella penisola italiana l’evoluzione delle Dressel 1 prende il nome, nella primigenia classificazione anforaria, di Dressel 2-4 anch’esse destinate al trasporto del vino.

Questa forma, leggermente più bassa della progenitrice, presenta una spalla carenata, collo cilindrico più corto che nella Dressel 1, anse bifide, a volte con gomito arrotondato. Questo tipo di anfora è prodotta nelle figline delle regioni italiane costiere del Tirreno a partire dalla seconda metà del 1° sec. a.C. E fino a tutto il 1° sec. d.C. La sua diffusione è prevalentemente nel bacino Mediterraneo occidentale, lungo le coste italiane, in Francia e Spagna.

Negli stessi anni di diffusione della Dressel 2-4, arriva dalla Betica, all’estremo sud della penisola Iberica, l’anfora Dressel 7-11. In verità il Dressel quando compilò la suo famosa classificazione riconobbe questo tipo di anfora in ben 5 modelli diversi. Successivamente l’evoluzione degli studi, raggruppò questi cinque modelli in cinque varianti dello stesso tipo di contenitore. Il prodotto trasportato erano le salse di pesce. La Dressel 7-11 presenta un corpo ovoidale con una rastrematura superiore o meglio un allargamento della parte inferiore del corpo stesso, puntale alto e vuoto, orlo estroflesso e a volte modanato. L’altezza era di circa 85/90 centimetri.

 
 

 

 

anfora Pascual 1

anfora Pascual 1

Il vino della Gallia meridionale viaggia fra il I° e il III° sec d.C. In anfore ceramiche con un puntale particolare che le rende certamente identificabili: le Pelichet 47, anche riconosciute con il nome di Gallica 4. Queste anfore con il corpo piriforme e rastremato verso il puntale, avevano un collo corto, un orlo ad anello e piccole anse con scanalatura mediana. Erano piccole, 60, 65 centimetri e adatte, per questo, anche a trasporto su chiatte o su carri.

 

 

Uno dei prodotti più diffusi, nel mercato gestito dall’autorità romana, era l’olio. Serviva per cucinare ma anche per illuminare. Nella logica del nascente impero dove, allora come oggi, in Italia, pane e circo erano necessità assolute, l’olio era un prodotto che non doveva mancare alle centinaia di migliaia di cittadini romani presenti nell’urbe.

Roma, dopo aver sconfitto Cartagine e dopo essersi impossessata nell’ordine della Sardegna, della Penisola Iberica e di quelle che diverranno le provincie africane, trova ovvia soluzione al problema: importare nella capitale tale prezioso elemento in quantità industriali. Arriva così nella capitale l’anfora Dressel 20. Diffusa dal I° al III° sec. d.C. in tutto il Mediterraneo occidentale è prodotta nella Betica e ha un altezza di circa 75 centimetri. Ha un corpo tozzo e rotondo, molto pesante, circa 23 chilogrammi a vuoto, un puntale appena accennato e collo breve.

Le anse sono a forma di bastone molto spesse, innestate da sotto l’orlo alla spalla. A Roma ne arriveranno talmente tante che i frantumi dei contenitori Dressel 20 a perdere formeranno negli anni una collina artificiale: il monte Testaccio….

 

ARCHEOSUB – LE ANFORE (prima parte)

A cura di Ivan Lucherini Commenti disabilitati

Quanti subacquei hanno desiderato, desiderano, ritrovare nelle loro immersioni i resti di un antico legno, e in questo, un cumulo di anfore che riposano da secoli a testimoniare un naufragio nel mare periglioso degli antichi navigatori? Quanta passione, voglia di conoscere, curiosità, c’è nell’osservare una anfora, un frammento di essa, un ansa, un collo, un puntale?

E ancora: cosa sono le anfore? Come riconoscerle ed identificarle? Come ci possono aiutare a ricostruire gli eventi che sono accaduti durante quel naufragio?

Ma cos’è nella sostanza un anfora? Semplicemente un vuoto a perdere, come tanti che usiamo anche nella nostra epoca, come bottiglie di plastica, cartoni tetrapack, scatole di latta. Un contenitore cilindrico in ceramica cotta in forno, poco depurata, con anse per agevolarne il trasporto, collo più o meno lungo, a volte anche assente – soprattutto nelle forme fenicie e puniche – orlo superiore, che ci aiuta a riconoscerne la forma e puntale per consentirne l’impilaggio nella stiva della nave o l’infissione nella sabbia e in terreni morbidi.

 

 

anfore fenicie

anfore fenicie

L’anfora veniva plasmata, assemblata e cotta nei pressi del luogo di produzione del bene che conteneva, vino, olio, salsa di pesce, carne macellata o frutta; arrivata a destinazione, dopo essere stata svuotata del suo contenuto, poteva essere riutilizzata, a volte nelle sepolture[1], come contenitore di oggetti vari[2], frantumata e impastata per la creazione di pavimentazioni[3]. Possiamo quindi tranquillamente dire che la cultura del riutilizzo e del riciclaggio non è concetto moderno di cui possiamo vantare una primogenitura. Perché allora, essendo un bene senza valore, un anfora riveste tanta importanza per l’archeologia subacquea, sopratutto se studiata nella sua originale giacitura? Lo studio dei bolli impressi sull’argilla prima della cottura, la lettura dei tituli picti[4], l’interpretazione delle immagini impresse sul tappo dell’anfora, rappresentano per l’archeologo una fonte incredibile di informazioni. Da questi dati è possibile risalire alla figlina che l’ha prodotta, sapere il nome del commerciante che aveva intrapreso quel commercio, conoscere il nome dell’armatore e collegare questi dati con altri simili, così da poter ricostruire delle vite, e con esse delle attività, immaginare l’ardimento di questi navigatori e condividerne le loro preoccupazioni. Ricostruire in sostanza una parte di quel puzzle della vita che rappresenta il nostro passato. Per questo motivo potrei scherzare dicendo: lasciatecele leggere e interpretare e poi fatene quel che volete, magari anche sfoggiarle nel vostro salotto.

bolli per identificare le anfore

bolli per identificare le anfore

L’archeologia da tempo ha utilizzato lo studio morfologico, la classificazione per tipologie, l’analisi scientifica e archeometrica sui resti e frammenti di anfore o anfore intere per identificarne i luoghi di produzione, le merci trasportate, le rotte seguite dalle navi che caricavano questi contenitori ceramici. Il primo classificatore di anfore fu H. Dressel che studiò precipuamente questi contenitori, concentrando il suo lavoro nell’analisi dei materiali risalenti al periodo in cui si costituì e si sviluppò l’Impero Romano, ovvero dal III-II secolo a.C. al II-III d.C., ovvero dallo scontro con Cartagine, alla prima tetrarchia di Diocleziano.

 

Egli lavorò prevalentemente analizzando i frammenti di anfore che, nell’accumularsi in una discarica a cielo aperto a Roma, costituirono quello che poi i romani chiamarono monte Testaccio, una vera e propria collina artificiale formatasi con i resti di scarto, soprattutto nella forma Dressel 20, delle anfore che giungevano nella capitale e che qui, dopo essere state svuotate del loro contenuto, venivano eliminate. Egli elaborò una classificazione, che prese il suo nome con 45 tipi e forme diverse. Pur essendo questo lavoro datato e nonostante tutte le modifiche successivamente apportatevi dallo sviluppo della ricerca, la classificazione di Dressel rimane un passaggio fondamentale e un contributo importante nella classificazione dei contenitori anforari nel bacino occidentale del Mediterraneo.

Molti altri studiosi dettero il loro nome ad altri tipi di forme come Almagro, Lamboglia, il padre dell’archeologia subacquea italiana, e poi Pélichet, Beltràn, Ramon, Bartoloni. Mai nessuno riscosse tuttavia, fra il pubblico degli addetti ai lavori e dei semplici appassionati una fama, in questa branca dello studio storico, come quella di H.Dressel.

 

 

nomenclatura dell'anfora

nomenclatura dell'anfora

L’esigenza di trasportare il surplus dei prodotti che l’agricoltura produceva divenne sempre più pressante via via che tali prodotti, ma soprattutto gli sviluppi della tecnologia, aumentavano. L’anfora nel tempo si evolse da semplice contenitore a fondo piatto, alle forme che conosciamo, studiate per essere caricate sulle imbarcazioni e quindi con un puntale, per essere impilate fra loro o piantate sulla sabbia all’arrivo della nave nel luogo di destinazione. La logica dello scambio e del commercio, spinse alcune popolazioni a intraprendere navigazioni costiere nel Mediterraneo, alla ricerca delle materie prime di cui le loro terre erano prive.

 

Per ingraziarsi la benevolenza dei re, nelle terre visitate, era necessario portare doni, che significassero la considerazione con cui questi navigatori tenevano il potente del luogo e fra i doni, i più ambiti erano i crateri di bronzo o di ceramica dipinta per il vino, liquido elemento che mischiato con acqua e aromi naturali quali il miele, era il principale ingrediente del simposio, la riunione degli uomini, dopo la cena, dove si chiacchierava, o si ascoltavano gli aedi cantare le gesta degli eroi; il vino che ottenebrava la mente, prima del sonno e della notte.

Nacque così il commercio emporico del Mediterraneo, nell’evoluzione del rito del dono e dello scambio, nel secondo millennio prima di Cristo e si sviluppò costantemente, fino alla definitiva strutturazione, nella massima espansione dell’Impero Romano. Le fonti storiche, prevalentemente greche, ci parlano dei popoli del vicino oriente, aramei, filistei e fenici che furono tra i primi, dopo l’invasione dei popoli del mare, a percorrere le rotte verso occidente. Siamo nei secoli a cavallo fra la fine del secondo millennio a.C. e gli albori del primo a.C. Gli storici definiscono questo periodo “precoloniale” ovvero il tempo in cui i popoli,  navigando spinti dalla necessità, indagavano il mare Mediterraneo occidentale e le sue coste spopolate o abitate da genti non particolarmente bellicose con cui iniziare lo scambio di merci e porre le premesse della vasta colonizzazione greca e fenicia che fu la protagonista del periodo che va dall’ VIII al VI secolo a.C.

anfore greche

anfore greche

Conosciamo così le anfore fenicie nelle sue forme orientali e delle costituite colonie occidentali in Africa, Spagna e Sardegna, e le anfore Greche della Magna Grecia, ma anche le etrusche e le marsigliesi.

In Italia i laboratori che si dedicavano di produzione delle anfore, chiamati figline (si legge come glicine, con la gl dura) produttrici dei contenitori per il vino, iniziarono a sfornare, il termine è quanto mai adatto, anfore, copiando di fatto, i modelli della Magna Grecia, producendo quelle che in seguito furono identificate dagli studiosi come anfore greco-italiche tarde, derivanti direttamente dai modelli prodotti nelle fiorenti colonie Greche in Puglia, Calabria e Sicilia progenitrici delle famosissime Dressel 1, ma qui siamo già arrivati al II secolo a.C. Ovvero nel momento in cui l’Impero Romano spicca il suo volo verso l’eternità….

 

(segue ./.)


[1]    Moltissime anfore sono state ritrovate in necropoli in sepolture di persone di basso ceto

[2]    Potrei citare il riutilizzo a Sant’Imbenia, villaggio nuragico nei pressi dell’odierna Alghero in Sardegna, di anfore inizialmente destinate al trasporto del vino poi riutilizzate come deposito di materiale da fonderia

[3]    Si ricordi il cocciopesto romano

[4]    Una sorta di etichetta eseguita con un pennello prima della partenza dell’anfora per la sua destinazione con indicazioni quali il prodotto contenuto, il nome dell’armatore della nave su cui avrebbe viaggiato, il nome del commerciante a cui apparteneva

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